Siamo Tornati

Siamo tornati. Non abbiamo ancora finito di lamentarci del fatto che le estati non siano più lunghe come quando eravamo al liceo, che già siamo tornati a bere tisane e a guardare i telefilm sul divano con la copertina. Nel 2017 avevo voglia di fare un sacco di cose, e soprattutto avevo voglia di scrivere un sacco di cose. Una delle cose che volevo fare era creare una newsletter, ma poi è subentrata la vita e tutte le cose che volevo fare a partire da gennaio sono diventate cose che avrei cominciato a fare a partire da settembre. Ma non ho avuto le forze di creare una newsletter, quindi siamo ancora qui.

Quest’estate sono stata in Malesia e a Singapore e un paio di persone quando sono tornata mi hanno detto «Bellissime le tue foto di Bali». È andato tutto bene nonostante per la prima volta, dopo tanti anni di viaggi, abbia avuto l’ansia per diverse cose, tipo che mi pungesse qualche insetto strano o che perdessimo l’aereo da Kuala Lumpur a Parigi a causa di ritardi a Kota Bharu (il nostro scalo intermedio tornando dalle Isole Perhentian), o ancora che cadesse uno dei voli interni che dovevamo prendere, perché il giorno prima della partenza ho avuto la bella idea di leggere l’articolo «Perché cadono gli aerei nel sudest asiatico». Inoltre l’ultima notte che abbiamo trascorso alle Perhentian c’è stato il temporale, quindi per tutta la notte ho pensato che si sarebbe ribaltata la barca e saremmo morti tutti, ipotesi peraltro non così lontana dalla realtà dal momento che, una volta arrivati al porto (il tragitto era andato bene e non aveva piovuto), il barcaiolo ci ha detto che qualche giorno prima una barca si era ribaltata nel porto sovraffollato, ed era morto uno. Nel caso fosse successo, saremmo morti con le persone che erano in barca con noi, ovvero:

  • una famiglia olandese composta da lui che sembrava Don Draper ma più brutto, lei che credeva di aver perso l’iPhone in hotel ma poi l’ha ritrovato, due bambine di cui una anoressica e una col mal di mare
  • due francesi tamarri di cui lui con la maglia della Juventus ma senza nome e numero, lei zarrissima che si faceva mille selfie con duckface
  • varie ed eventuali (persone che non mi ricordo)

Un altro dei motivi per cui pensavo di poter morire durante queste vacanze erano attentati vari a Parigi o a Nizza o a Istambul, aeroporto in cui eravamo di passaggio nel volo intercontinentale. Invece no. Tutto è andato bene e sono tornata normalmente al lavoro, anzi ho anche finito di montare il secondo filmino delle vacanze in Islanda con in sottofondo la musica dei Sigur Rós. Si tratta precisamente delle vacanze di un anno fa.

Sennò bello, Malesia e Singapore, ve lo consiglio.

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Proprio perché eravamo a Singapore due giorni e abbiamo seguito le dritte della Lonely Planet, ci siamo ritrovate in un quartiere pseudo hipster dove però di pomeriggio molti posti erano chiusi e siamo andate in una libreria che si chiamava Books Actually. Qui c’erano molti libri deliziosi e un gatto prevalentemente bianco, magro e con gli occhi grandi.

(Questo. Dice su Instagram che si chiama Cake.)

Volevamo assolutamente comprare un libro che ci facesse capire qualcosa di più su Singapore e allo stesso tempo avesse una copertina bella, e alla fine abbiamo preso Balik Kampung 3C: Central Corridor, una raccolta di racconti curata da Verena Tay, che fa parte di un progetto più grande: una serie di libri che raccontano i diversi quartieri di Singapore attraverso gli occhi di autori che ci hanno vissuto. Un filo conduttore sotteso a molti di questi racconti è la malinconia. In parallelo, però, spicca una tematica che è inevitabilmente al centro della vita della città / isola: l’intreccio non sempre riuscito tra culture, la convivenza portata avanti mantenendo le distanze, la questione sempre aperta dell’identità. Se state preparando un viaggio a Singapore, leggetevi una di queste raccolte di racconti. Quella con la copertina che preferite.

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Infine, visto che quest’estate è stata anche caratterizzata dall’uscita della stagione 7 della serie TV più seguita al mondo (credo, o forse è solo la percezione che ho io da dentro la mia filter bubble), non posso non terminare con «my two cents» su Game of Thrones (serie che, come gli aficionados di questo blog forse ricorderanno, in realtà ho iniziato a seguire recuperandone tutte le puntate nel 2015). Innanzitutto, posso dirlo, al diavolo il binge-watching: vederla tutti insieme con le puntate che uscivano a cadenza regolare è stato bello. È stata bella anche l’ansia degli spoiler, perché, in un certo senso, faceva parte del gioco e della ragione per cui alle serie ci si appassiona da sempre, cioè (nei miei ricordi) da quando se il giorno dopo la puntata di Dawson’s Creek arrivavi a scuola senza averla vista, non potevi parlarne con gli altri ed eri out. Poi, mi è sembrato che un po’ tutti abbiano sentito l’urgenza di rimarcare come HBO, forte della distanza guadagnata sui libri, mai completati, avesse fatto scadere la serie in un’accozzaglia di poveracciate scontate e figlie dei desideri dei fan sui forum. I miei due cent saranno un po’ controcorrente rispetto a questo pensiero: a me la stagione è piaciuta proprio perché succedevano sempre cose, le storyline principali hanno preso la piega (buonista e banale) che speravo ed alcune scene ricche di azione e fantasy hanno avuto su di me un effetto wow. Che poi quando uno si mette a vedere la TV la sera a casa, non è che deve fare una roba cerebrale per forza. Insomma, ci può anche stare. Viva Game of Thrones, quindi.

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Per finire, una gif.

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Stay Tuned

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Siamo Tornati