Il tizio che lavorava agli effetti speciali

Questa è sempre una storia che appartiene al lungo e tortuoso periodo che ho passato a Londra, ma la racconto ogni volta che ci sono discussioni sull’annosa diatriba tra l’avere un lavoro vero e l’inseguire i sogni.

Era un sabato fine gennaio (o inizio febbraio) 2012 e nevicava come non mai, probabilmente la neve più neve che io abbia fatto in tempo a vedere nei miei due anni e mezzo a Londra. Incurante di tutto ciò, e soprattutto della probabilità che al ritorno potesse non esserci alcun mezzo di trasporto available, uscii con un’amica per andare al concerto di un altro amico che suonava una band di cui non ricordo il nome e che faceva musica rock-folk. Suonavano in un posto penso a Shoreditch che ho cercato di ritrovare attraverso una mappa dei graffiti di Bansky, perché mi ricordo che proprio davanti c’era appunto un graffito di Bansky, forse uno dei suoi tipici ratti, ma non so; fatto sta che non sono riuscita a ricordarmi il graffito e, di conseguenza, non ho trovato il pub.

Questo è solo il contesto, e se volessi dettagliarlo un po’ di più potrei anche dire che la mia amica era di Roma e non era molto avvezza alla neve e quindi le avevo fatto un video in cui camminava trascinando i piedi in questi cinque centimetri buoni, un po’ imprecando, un po’ ridendo.

Al concerto, dato che il mio amico stava suonando, ci siamo messe a parlare con altri suoi amici che non avevamo mai visto prima, le solite cose da Italians in London, cosa fai, in che zona vivi, di dove sei in Italia. Mentre io raccontavo come al solito che lavoravo in quella che continueremo a chiamare la mia banca, un tizio di cui nemmeno ricordo il nome mi disse che lui lavorava in una piccola società che faceva gli effetti speciali dei film. Mi disse, in particolare, che in quel periodo stava lavorando sul film di Tim Burton che sarebbe uscito di lì a poco, ma che non poteva dirmi di più per il segreto professionale (era Dark Shadows).

Rimasi molto colpita dal fatto che questo ragazzo di cui non ricordo il nome facesse un lavoro così figo, ma soprattutto dal fatto che facesse esattamente il lavoro che aveva sempre sognato di fare.

«E come hai fatto a farcela?», gli avevo chiesto. Praticamente mi spiegò che aveva imparato da solo, attraverso corsi online e forum e altre mille cose da nerd, confrontandosi quotidianamente con un sottobosco informatico/creativo da cui aveva attinto per sviluppare conoscenze, esercitarsi, cercare consigli e feedback. Aveva poi inviato CV ad alcune società che gli interessavano (non è che ce ne siano propriamente moltissime), finché questo studio di Piccadilly gli aveva risposto, e le cose erano andate come dovevano andare. In università aveva studiato lingue orientali. «Ma non mi è servito a niente». E, di fatto, aveva studiato quelle robe lì degli effetti speciali di notte, da solo, sacrificando il suo tempo libero.

La morale di questa storia è: se nevica un botto e decidi di stare a casa perché non hai sbatta di uscire, non lamentarti cinque anni dopo se ancora non stai facendo il lavoro della tua vita.

Stay Tuned

***

P.S. Penso che il graffito fosse questo, il che vorrebbe dire che il pub era a Fitzrovia e che ora (o anche allora?) si chiama The Lucky Pig.

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Il tizio che lavorava agli effetti speciali

Cosa è stata, in verità, Londra

Oggi Facebook mi ha riproposto una foto di quattro anni fa, scattata agli scatoloni che avevo fatto quando ho lasciato Londra.

Non è vero, non ho mai pubblicato una foto di questo tipo, ma soprattutto ho disattivato quella funzione di Facebook che ripropone ricordi non richiesti più o meno ogni dì. Però, è vero che ho lasciato Londra circa quattro anni fa, postando questo video del signor Banks quando mi sono licenziata da quella che chiamerò la mia banca, e questo saluto qui, che accumulava mi piace mentre io ero uscita a salutare per l’ultima volta la centrale di Battersea.

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Il primo gennaio del 2013 mi sono ritrovata a Parigi e poi il tempo ha iniziato a passare in maniera troppo frenetica. Solo recentemente mi è venuta voglia di tornare a fare un giro a Londra «per piacere», e ripensare a quella che di fatto è stata allo stesso tempo l’esperienza più difficile della mia vita da expat e il motivo per cui ho deciso di continuare la mia vita da expat.

Alle feste tra expat a Londra (quasi tutte le feste sono tra expat perché gli inglesi amano vivere nel Surrey et similia e io per esempio di londinese vero ne ho conosciuto solo uno) ci sono sempre due gruppi di persone: quelle che sono appena arrivate e sono entusiaste, e quelle che sono a Londra da un po’ e stanno pensando di andarsene, per tornare a Milano o traslocare in altre città europee a dimensione più umana o, nella versione più estrema, in America o a Singapore. Si può dire che il mio shift dal gruppo degli entusiasti al gruppo di quelli che ne avevano abbastanza di Londra sia avvenuto molto presto, in parte anche perché, pur avendo già più di venticinque anni, ero ancora una fluorescent adolescent con la tendenza ad annoiarsi in fretta, in parte perché trascorrevo molte ore al lavoro e nel tempo libero andavo ai concerti da sola.

Anche tra gli italiani a Londra ci sono sempre due gruppi di persone: quelli che hanno fatto la Bocconi e lavorano in finance o in altri settori o posti dove c’è un dress code «business casual», stipendi belli e ore di lavoro generalmente assurde, e quelli che sono arrivati a Londra per inseguire i loro sogni e lavorare nella musica o in qualsiasi altro campo creativo. Generalmente, i primi hanno appartamenti eleganti, in centro, che però non si godono mai perché lavorano sempre e quando non lavorano dormono o vanno fuori ad ubriacarsi. I secondi vivono fuori dalle zone 1 e 2, in appartamenti condivisi con quattro o cinque persone, e lavorano da Caffé Nero oltre che inseguire i loro sogni. Sempre generalmente, i primi si stufano piuttosto in fretta di Londra, e dopo un po’ iniziano a dire che vogliono trasferirsi in Svizzera. I secondi mantengono un entusiasmo e un amore per la loro vita londinese che gli ho sempre invidiato,  nonostante i rientri lunghissimi con i mezzi pubblici per tornare a nord di Kilburn alle due di notte al sabato sera.

Londra, in un certo senso, è stata una scintilla esplosa in fretta ma anche un sogno che ho lasciato accartocciare su se stesso. Ma è stato anche il posto in cui sono successe tutta una serie di cose carine. Per esempio, ho vinto i biglietti per un concerto dei Placebo il giorno dopo il mio compleanno, e ho fatto entrare degli amici in un club di Chelsea urlando loro «Dite che siete alla festa di Laetitia!». Il buttafuori non voleva farli entrare, perché il club era pieno, e io ero lì alla festa di Laetitia, una ragazza francese che in realtà neanche conoscevo. Al che, il buttafuori mi ha chiesto «Are you Laetitia?», e io ho risposto sì. E lui ha iniziato a scusarsi dicendomi «I’m sorry, love, I know it’s your birthday and it sucks, but the club is full and I can’t let your friends in…», finché io ho fatto una faccia dispiaciuta e il suo collega ha fatto cenno ai miei amici di entrare.

È stato il posto delle spese fugaci da Tesco alle nove di sera, di quando vivevo in una scatola di 17 metri quadrati in un residence universitario a Barbican e ascoltavo moltissimo Vasco Brondi, tant’è vero che avevo iniziato a scrivere un po’ come lui. Era quasi una figata, ma una figata triste, il residence che è ancora indicato come mio indirizzo sulla carta d’identità che uso tutt’ora e sarà valida fino al 2021, e dove ho visto con mio padre la finale della Coppa del Mondo del 2010.

E quando ho deciso di cambiare casa e dovevo liberarmi della scatola di 17 metri quadrati e avevo messo un annuncio su Gumtree, era arrivato a vederla un ragazzino che di lì a poco avrebbe cominciato uno stage in finance,  ed era il giorno dopo il Royal Wedding e qualcuno aveva vomitato nell’atrio, giù da basso, e io non avevo fatto in tempo a passare l’aspirapolvere nella mia camera, ma nonostante tutto lui mi aveva detto che l’«appartamento» era bellissimo e pulitissimo e che io non avevo idea di cosa fosse la sporcizia di un residence universitario vero.

Allora fumavo, e con la mia amica giapponese che come prima cosa quando ci siamo conosciute mi aveva detto «I’ve been to Concorezzo!» fumavamo come delle scappate di casa le sigarette fatte a mano, prima di andare a prendere per pranzo il sushi e i falafel dispatchati in contenitori plasticosi, pagati un rene, e consumati poi davanti ai doppi schermi dei nostri desk.

Poi era arrivata l’età dell’oro, cioè il momento in cui mi sono trasferita verso Pimlico con un’amica che mi attaccava grossi cartelli con scritto LOL sulla porta della camera e aveva il bel vizio di chiudersi fuori di casa facendo il bucato proprio quando io il weekend ero tornata a Milano. I vicini al piano di sopra erano due pakistani, uno consulente e l’altro medico. Con il primo, tifoso del Manchester, avevo visto Juventus-Chelsea 3-0 con terzo gol di Giovinco («the atomic ant», gli avevo spiegato) e lui che in quell’occasione tifava Juventus. Con il secondo una volta stavo camminando per andare verso la metro e lui si è dovuto fermare a soccorrere una persona accasciatasi a terra per strada, e io per non arrivare tardi al lavoro ho dovuto tirare dritto senza salutarlo.

Abitavo già verso Pimlico quando Amy Winehouse è morta, quando ho deciso di appendere al muro della mia stanza la foto del bacio nella rivolta di Vancouver che in seguito è finita sulla copertina di un album dei Placebo, quando ho dovuto passare il Natale a Londra e per pena una mia collega mi ha prestato un albero di Natale che ho fatto con gli amici che erano venuti a trovarmi. Quando ho fatto volontariato nella scuola ebraica, quando da Le Luci della Centrale Elettrica ho iniziato ad ascoltare gli Amor Fou. Quando è andata a fuoco la lavanderia di fronte a casa (che adesso è una specie di caffetteria fighetta) la domenica notte dopo la mia visita in solitaria alle scogliere di Dover, e quando ho capito che stavolta questa storia di Londra era finita davvero.

Era iniziata vicino a Saint Paul’s e a quel ponte che c’è sulla copertina del Senso di Una Fine, con me che lo percorrevo dopo una serata con i colleghi, tenendo ancora in mano una bottiglia di Corona che ho abbandonato davanti al parco con le targhe in memoria di quelli che sono morti per qualcun altro. È continuata con io che per tutto il tempo che ero là cercavo di trovare il modo più rapido e indolore di ritornare a Milano. Ed è finita che quando finalmente avevo iniziato ad amare Londra, non di quell’entusiasmo incontenibile delle prime settimane, ma di un affetto un po’ pacifico un po’ rassegnato che può durare, mi sono trasferita a Parigi.

È andata avanti due anni e mezzo ma mi sembra siano stati dieci. Prendere quel treno subacqueo sarà sempre un po’ così.

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Stay Tuned

Cosa è stata, in verità, Londra

L’Importanza di una Lavatrice

Qualche giorno fa è comparso un mio pezzo sul blog di Alessandro Pasotti, Letterinaria. Parlava di una lavanderia automatica.

Ho deciso di parlare di questo perché:

Trovarmi a fare il bucato nella lavanderia comune del residence in cui abitavo durante il mio primo stage a Londra, fu il primo vero momento in cui mi sentii triste e sola, durante un’estate in cui tutto il resto fu magico. Chi c’era allora, si ricorderà di quel momento. (Laundry Service, 01/07/09)

Un giorno, facendo il bucato nella stessa lavanderia del residence, scelsi la lavatrice che non andava scelta (e sì che lo sapevo). Allagai il pavimento. Ma, come tutti gli altri prima di me, lasciai il danno alle mie spalle, perchè quella era terra di tutti e di nessuno.

Un giorno, sempre facendo il bucato nella stessa lavanderia del residence, tornai su per prendere il detersivo e, nella foga, mi chiusi la porta alle spalle dimenticando le chiavi sul letto. Di domenica, reception chiusa. Tornare in camera dopo quel bucato mi costò cinquanta sterline.

In una notte di agosto, vidi una lavanderia di Pimlico bruciare, nel palazzo di fronte al nostro. Rimasi a guardare il fuoco dalla finestra della mia stanza. L’odore dell’incendio entrava in camera mia attraverso il vetro.

Gli Afterhorus, il mio gruppo italiano preferito, nel 2008 hanno fatto una canzone che si intitolava Pochi Istanti nella Lavatrice.

Qualche anno prima, gli Shandon, band che al liceo seguivo molto, fecero uscire Washing Machine.

Laverie

“Tirò fuori dalla tasca la sua musica e scelse una canzone che la fece subito diventare triste. O forse, scelse proprio quella canzone perchè triste, lo era già. Continuava a fissare le macchie di colore che giravano dentro all’oblò”.

Leggi tutto su Letterinaria.

E tutte quelle cose che finché abiti a casa con la mamma dai per scontate.

Stay Tuned

L’Importanza di una Lavatrice

Il Mio Gruppo Preferito

Mi sa che ce l’avete tutti un gruppo preferito così. Un gruppo preferito che quando sentite la voce del cantante nell’ultimo album uscito, anche se non è bello come “quelli vecchi”, vi emozionate e poi diventate un po’ tristi perchè vi ricordate di tutti gli anni passati ad ascoltarli e vi sentite, improvvisamente, vecchi.

Un gruppo preferito che se vi perdete tra i grandi successi, vi passa tutta la vita davanti, fotogrammi dei video delle canzoni mischiati a fotogrammi di vita vera: la vostra. Anzi, ogni volta che ascoltavate quelle canzoni vi sembrava di essere in un video, perchè quelle canzoni parlavano, inequivocabilmente, di voi.

La prima volta che andai a un loro concerto, era ottobre 2003. Forum di Assago, dieci anni fa. Non avevo la patente e non sapevo cosa fosse un iPod. Nella mia vita c’erano ancora il greco e il latino e il mio mondo finiva qualche chilometro prima che iniziasse Milano.

Fu solo l’inizio.

Luglio 2006, forse il concerto più bello, all’aperto, a Juan Les Pins durante una breve vacanza a Nizza. Due mesi dopo, ancora, a Milano, Lampugnano, scaletta praticamente identica. Avevo un iPod di quelli con lo schermo in bianco e nero. Nella mia vita c’erano: protocolli di reti e telecomunicazioni, informatica 3, equazioni differenziali ordinarie (per gli amici EDO), automazione industriale, reti logiche. Asoltandoli, guardavo fuori dai finestrini della linea 2 di ATM. Dalle fermate che non erano sotto terra.

Cambiarono batterista. Pensai che si fossero sciolti.

Luglio 2009. Incredibilmente, premiata dal destino vinsi il biglietto per una loro performance all’iTunes Music Festival di Londra. Era appena uscito l’album che fu anche l’ultimo vero e proprio CD che ricevetti in regalo, durante l’ultima vera e propria festa che organizzai nella terra natìa. Era una festa di addio. Addio dei miei amici a me,  addio mio al mondo come lo avevo conosciuto. Loro suonavano, con il nuovo batterista, nella loro città. Il Roundhouse di Camden mi sembrava il posto più cool del mondo e anche se regalai il secondo biglietto a una collega a caso solo perchè non conoscevo nessun’altro, fui incredibilmente felice. Avevo un iPod identico a quello precedente, ma stavolta con lo schermo a colori. Lo usavo per ascoltare a ripetizione sempre la stessa canzone. Loro, ovviamente. Nella mia vita c’erano un badge, sushi d’asporto nelle vaschette per pranzi al desk, colleghi che non capivano il mio accento, fogli excel. E la mia prima Oyster Card.

Prima di sapere che avrei vinto il biglietto per il concerto del Roundhouse a Londra, avevo già comprato il biglietto per andare a vedere la tappa di Parigi dello stesso tour, a ottobre 2009. Sarei stata infatti a Parigi per l’Erasmus. E, presupponendo che nei primi venti giorni di Erasmus non avrei fatto in tempo a conoscere nessun loro fan che volesse venire con me, decisi di andare da sola. Avevo un iPod Touch. Nella mia vita c’erano un’università con le porte rosse, un database del WIPO, un belga che voleva insegnarmi il giapponese, e, di nuovo, fogli excel.

Andrai una seconda volta a un loro concerto da sola, e fu di nuovo a Londra, alla Brixton Arena, nel settembre 2010. Io ero tornata a Londra e così anche loro. Era la prima volta che andavo a Brixton e mi faceva anche un po’ paura. Avevo sempre l’iPod Touch e nella mia vita c’erano non-deliverable forwards, cut-off times, SWIFTs, una stanza di diciassette metri quadrati e una palestra in cui le persone si vestivano tutte allo stesso modo.

Milano, Nizza, Milano, Londra, Parigi, Londra.

Dieci anni dopo, il mio settimo concerto, sarà a Parigi. Ormai, è come l’abitudine di tornare a casa ogni tot mesi, come la necessità di ricercare ciclicamente se stessi. Come rovistare nella scatola dei ricordi, cosa che, non vivendo più nella casa in cui c’è la mia stanza di quando ero adolescente, non posso più fare. Eppure, ascoltarli è lo stesso.

Sono tornati, sono tornata io a Parigi. Mi stupirò nel vedere tra il pubblico gente di dieci anni e passa più giovane di me, penserò “ma che cosa ne sapete voi“. Sbufferò alle canzoni dell’album nuovo, perchè non le saprò bene come quelle vecchie. Penserò che i vecchi pezzi erano meglio, vedrò  l’ultima decina d’anni passarmi davanti, mentre l’adolescente dallo sguardo cupo che sono stata dai diciassette anni fino a troppo tempo dopo, finalmente potrà sentirsi sollevata all’idea di esistere ancora, da qualche parte.

Ho un iPhone ormai già vecchio di tre modelli e nella mia vita ci sono ruoli, tablets, un calcio-balilla, larghe scale a chiocciola con un tappeto rosso, e il Navigo dei parigini veri, non quello fuffa della gente che è solo di passaggio.

Il prezzo del biglietto per questo concerto è ormai due volte quello che pagai dieci anni fa, la voce che ho da perdere cantando molta meno e sicuramente non ho più il fisico per andare nella bolgia sotto il palco a saltare, a farmi spintonare. Saranno invecchiati pure loro. Photoshoppati nei booklet per sembrare sempre giovani.

Ci sono cose a cui semplicemente non si può resistere. Non si può resistere a guardarsi indietro ancora, almeno per una volta. Non si può non cedere alla tentazione, quando, anche se le canzoni non sono più belle come una volta, ci si ricorda che in tutti questi anni, in tutte queste città, loro c’erano sempre. Vicini, quasi come degli amici.

Dieci anni dopo, è così che doveva andare.

Mi sa che ce l’avete tutti un gruppo preferito così.
Spero per voi.

brian molko

Loud Like Love esce oggi.

Stay Tuned

Il Mio Gruppo Preferito

Strano ma Londra | Mattia Bernardo Bagnoli

Ciao Ladies and Gents,

Due giorni fa ho letto, tutto d’un fiato e più per curiosità che per utilità, “Strano Ma Londra”, di Mattia Bernardo Bagnoli, Fazi Editore. Si tratta di una guida molto utile e dettagliata per chi sia interessato a trasferirsi nella capitale britannica.

L’autore, che vive a Londra da diversi anni, non fa mancare niente: ci sono capitoli molto dettagliati (e relativi link d’appendice) su come trovare casa, iscriversi all’università, trovare lavoro, sfamarsi in modo decente (vista la fama della cucina d’oltremanica e l’esigenza dei palati italici, questa non è una cosa così scontata), muoversi in città, diventare più o meno british.

La mia posizione di lettrice anomala (non ho intenzione di trasferirmi a breve a Londra: ci ho vissuto due anni e mezzo e l’ ho lasciata da relativamente poco tempo) mi ha portata ad essere meno interessata alle parti più manualistiche di questo libro e a ritrovarmi invece, con una certa malinconia, nei piccoli dettagli di tutti i giorni. L’accento Cockney dei taxisti, l’accento indiano dei call centers, gli orari insensati, quella sterlina su sette spesa da Tesco, i Sainsbury, i Boots e i piatti pronti che non ho mai osato assaggiare. L’assenza di prese elettriche in bagno, l’ Italian Bookshop, i sacchetti gialli di Selfridges, i vestiti delle inglesi al sabato sera, i vari posti italiani di Clerkenwell, l’evitare Camden per evitare i turisti, pensare che la City, in fondo, sia un bel posto, soprattutto quando è deserta. Il catalogare quelli di Foxtons come “gentaglia”, con tanto di short sad story a sostegno di questa tesi. L’attribuire un generico titolo (“Hic Sunt Leones”) al capitoletto che parla di tutte quelle zone a sud del Tamigi in cui, se non ci abiti, non andrai mai.

Da ex Londinese, posso permettermi di fare le pulci su qualche mancanza: non si parla del Pimm’s, immancabile drink “estivo” (leggi: di quei cinque giorni all’anno in cui ci sono più di 25 gradi), tra i cinema ultracool non sono citati gli Everyman e le loro poltrone radical chic (un biglietto 20 euro, ma vabbé, this is London), non si parla dei Christmas Crackers, la miglior scoperta del mio primo Natale Londinese. Poi: l’ unica parte di pura manualistica che non è accurata quanto le altre è quella relativa ai contributi e alla dichiarazione dei redditi. Infine: si dice che a Sloane Square passa solo la Circle Line (piccolo lapsus di autore ed editor: anche la District ci passa) e con un po’ troppa fretta si dice che non ci sono bankers a Pimlico: non è vero, in una certa casetta con la porta verde, io ne conoscevo due, ma quest’ultimo dettaglio, lo ammetto, è troppo di parte.
Tuttavia, c’è anche una curiosità molto simpatica, su una cosa che davvero non cononoscevo: il capitoletto sull’ufficio oggetti smarriti è stato sicuramente il mio pezzo preferito di Strano ma Londra.

Nei panni del lettore che davvero vuole trasferirsi a Londra, probabilmente, troverei estremamente utile il vedere raccolta in un libro tutta una serie di informazioni che altrimenti dovrei reperire alla bell’e meglio su internet, o chiedendo ad amici, o ad amici di amici, o ad amici di amici di. E ringrazierei moltissimo il signor Mattia Bernardo Bagnoli, con un bel thank you, mate.

Da super partes, credo che sia fantastico poter avere un insieme di raccomanadazioni così preciso per evitare perdite di tempo, intoppi burocratici e fregature. Ma allo stesso tempo, pur essendomi divertita moltissimo a ritrovare alcune cose della “mia” Londra in queste pagine, penso che certe piccole curiosità, come il cosa siano i quids, sia anche divertenti scoprirle da soli, strada facendo. Fa anche questo parte del gioco e dell’essere Cervelli in Fuga.
Per certi versi ho trovato Strano ma Londra, volutamente impersonale, troppo “freddo”, sia nell’apertura che nella conclusione. Questo, a mio parere, fa sì che al lettore non venga trasmessa in modo adeguato la magia del vivere in questa città e dell’arrivare, pian piano, a sentirla propria. Se volete recuperare, vi consiglio questo articolo, che ci dice un po’ di più su Mattia Bernardo Bagnoli, sulla “sua” Londra e sul suo modo di vivere la condizione di espatriato. E qui non è più questione di città: ci si possono ritrovare gli Italians Abroad di tutto il resto del globo.

Tower Bridge

In chiusura, ai Londinesi, ex- Londinesi e agli wannabes, consiglio un gioco, Look for Longer, un malefico rebus gigante: lo scopo è individuare i nomi di 75 fermate dell’Underground e della DLR all’interno di un quadro pieno di elementi bizzarri. Ci ho perso delle ore, mi mancano ancora poche stazioni, e se qualcuno ha idee sull’uomo con la tele, gentilmente mi faccia sapere, fermo restando che chi googla le soluzioni è brutto e cattivo.

P.S.: Scopro or ora dalla Twitter Bio dell’autore che è in rientro a Roma.
Non troppo strano, lasciare Londra.

Cheers.

Stay Tuned.

Strano ma Londra | Mattia Bernardo Bagnoli

La Centrale Elettrica di Battersea

Forse perchè ero particolarmente fanatica di un gruppo musicale composto da una persona sola chiamato “Le Luci Della Centrale Elettrica”, o forse perchè compariva sulla copertina di un disco dei Pink Floyd, la Centrale Elettrica di Battersea è sempre stato uno dei miei posti preferiti di Londra. Sarà anche che quando uno pensa a Londra, generalmente alla Centrale Elettrica non ci pensa.

Casomai, vederla ti può far venire in mente uno di quei film tristi sulle città industriali, altre città dell’ Inghilterra.

Mi dava il bentornato “a casa” quando intravedevo la sua sagoma gigante dal treno che da Gatwick mi portava a Victoria, ogni volta che tornavo da Milano. Trovavo rassicurante ma allo stesso tempo anche spettrale la sua presenza sul fiume. Una vecchia icona britannica, un elefante, “una di quelle rockstar che oramai il disco più bello della loro carriera l’hanno già fatto” (cit.).

Sono andata a salutarla, la mia ultima mattina da Londinese.

Pensavo che alla fine la sua storia sarebbe stata simile a quella della Bankside Power Station, oggi Tate Modern.  Avevo sorriso ma speravo che non fosse vero quando avevo letto che avrebbe potuto diventare lo stadio del Chelsea FC, perchè non sarebbe più stata “di tutti”. Ma mi era stato ancora più difficile accettare che il mio colosso di mattoni preferito si sarebbe trasformato, da enorme edificio appartenente ad un’epoca passata, decadente e ricco di fascino, in “the real estate investment opportunity of a lifetime“.

Speravo indubbiamente in qualche cosa di più rock’n’roll.

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E’ passato circa un anno e non vivo più a Londra, mi sembrava bello ricominciare parlando di un enorme palazzo abbandonato.

Stay Tuned.

La Centrale Elettrica di Battersea

Metropolitane

Ho letto su un cartellone pubblicitario che Londra è la città con più single del Regno Unito. Eppure questo è un Regno romantico in cui, come in una favola, quando si sono sposati il Principe e la Principessa c’è stata festa per tutti i sudditi, e canti e balli a non finire.

Come nei cartoni animati che guardavamo da bambini e come nel sogno che hai sempre avuto, e adesso è passato così tanto tempo che è più vicino il giorno in cui compirai trent’anni rispetto a quello della tua prima laurea.

Il cartellone pubblicitario che ho visto era quello di un sito di online dating. Perchè qui la gente lavora tutto il giorno e non ha tempo di conoscere il suo Principe o la sua Principessa, e, come diceva quello là, non c’è neanche nessuno in metro che ti faccia un sorriso. Però ti dico, io la metropolitana a Milano l’ho presa cinque anni, e di gente che sorrideva ne ho vista poca. A parte me stessa, quando tornavo a casa dopo alcuni giorni spettacolari.

Era andata più o meno così, e anche se la maggior parte dei rapporti in questi anni li abbiamo tenuti in piedi grazie a internet, io nell’online dating non credo perchè non c’è niente come tutte quelle cose che sai benissimo anche tu.

Come quando internet non serve ma, come si dice, “è il pensiero ciò che conta”.

Come quelle persone che nel dire che odiano San Valentino si ricordano che in realtà una vita senza amore è una vita inutile.

E non è che tutti i single nella metro di Londra non ci pensino. Che i viaggiatori, quelli che vivono da soli nei residence, negli alberghi di lusso, non ci pensino. Nelle loro facce stanche, mentre scrivono al Blackberry, io l’ho visto. L’ho visto il tipo che piangeva all’aeroporto l’ultima volta che sono tornata a Londra da Milano e volevo dirgli “Dai. Non sei l’unico, passerà”.

Ricordati di tutte quelle volte in cui hai pensato che una brutta fine valesse di più dell’andare avanti come una metropolitana indifferente in cui comunque non ride nessuno.

Ma tutti pensano, e tutti in realtà sanno che c’è una sola cosa che dà un senso a questo mondo e per cui tutti vanno, vengono e, a volte, come nei film, ritornano.

Buon San Valentino.

Troppo tardi, come tutto.

«In questa Babilonia di scatole cinesi, se apri quella giusta, allora è tua». (cit.)

“Secondo me, dai, lui per tutto il libro non la amava”.
“Mah, secondo me si,
a modo suo.”(cit. n2)

Stay Tuned.

Metropolitane