Siamo Tornati

Siamo tornati. Non abbiamo ancora finito di lamentarci del fatto che le estati non siano più lunghe come quando eravamo al liceo, che già siamo tornati a bere tisane e a guardare i telefilm sul divano con la copertina. Nel 2017 avevo voglia di fare un sacco di cose, e soprattutto avevo voglia di scrivere un sacco di cose. Una delle cose che volevo fare era creare una newsletter, ma poi è subentrata la vita e tutte le cose che volevo fare a partire da gennaio sono diventate cose che avrei cominciato a fare a partire da settembre. Ma non ho avuto le forze di creare una newsletter, quindi siamo ancora qui.

Quest’estate sono stata in Malesia e a Singapore e un paio di persone quando sono tornata mi hanno detto «Bellissime le tue foto di Bali». È andato tutto bene nonostante per la prima volta, dopo tanti anni di viaggi, abbia avuto l’ansia per diverse cose, tipo che mi pungesse qualche insetto strano o che perdessimo l’aereo da Kuala Lumpur a Parigi a causa di ritardi a Kota Bharu (il nostro scalo intermedio tornando dalle Isole Perhentian), o ancora che cadesse uno dei voli interni che dovevamo prendere, perché il giorno prima della partenza ho avuto la bella idea di leggere l’articolo «Perché cadono gli aerei nel sudest asiatico». Inoltre l’ultima notte che abbiamo trascorso alle Perhentian c’è stato il temporale, quindi per tutta la notte ho pensato che si sarebbe ribaltata la barca e saremmo morti tutti, ipotesi peraltro non così lontana dalla realtà dal momento che, una volta arrivati al porto (il tragitto era andato bene e non aveva piovuto), il barcaiolo ci ha detto che qualche giorno prima una barca si era ribaltata nel porto sovraffollato, ed era morto uno. Nel caso fosse successo, saremmo morti con le persone che erano in barca con noi, ovvero:

  • una famiglia olandese composta da lui che sembrava Don Draper ma più brutto, lei che credeva di aver perso l’iPhone in hotel ma poi l’ha ritrovato, due bambine di cui una anoressica e una col mal di mare
  • due francesi tamarri di cui lui con la maglia della Juventus ma senza nome e numero, lei zarrissima che si faceva mille selfie con duckface
  • varie ed eventuali (persone che non mi ricordo)

Un altro dei motivi per cui pensavo di poter morire durante queste vacanze erano attentati vari a Parigi o a Nizza o a Istambul, aeroporto in cui eravamo di passaggio nel volo intercontinentale. Invece no. Tutto è andato bene e sono tornata normalmente al lavoro, anzi ho anche finito di montare il secondo filmino delle vacanze in Islanda con in sottofondo la musica dei Sigur Rós. Si tratta precisamente delle vacanze di un anno fa.

Sennò bello, Malesia e Singapore, ve lo consiglio.

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Proprio perché eravamo a Singapore due giorni e abbiamo seguito le dritte della Lonely Planet, ci siamo ritrovate in un quartiere pseudo hipster dove però di pomeriggio molti posti erano chiusi e siamo andate in una libreria che si chiamava Books Actually. Qui c’erano molti libri deliziosi e un gatto prevalentemente bianco, magro e con gli occhi grandi.

(Questo. Dice su Instagram che si chiama Cake.)

Volevamo assolutamente comprare un libro che ci facesse capire qualcosa di più su Singapore e allo stesso tempo avesse una copertina bella, e alla fine abbiamo preso Balik Kampung 3C: Central Corridor, una raccolta di racconti curata da Verena Tay, che fa parte di un progetto più grande: una serie di libri che raccontano i diversi quartieri di Singapore attraverso gli occhi di autori che ci hanno vissuto. Un filo conduttore sotteso a molti di questi racconti è la malinconia. In parallelo, però, spicca una tematica che è inevitabilmente al centro della vita della città / isola: l’intreccio non sempre riuscito tra culture, la convivenza portata avanti mantenendo le distanze, la questione sempre aperta dell’identità. Se state preparando un viaggio a Singapore, leggetevi una di queste raccolte di racconti. Quella con la copertina che preferite.

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Infine, visto che quest’estate è stata anche caratterizzata dall’uscita della stagione 7 della serie TV più seguita al mondo (credo, o forse è solo la percezione che ho io da dentro la mia filter bubble), non posso non terminare con «my two cents» su Game of Thrones (serie che, come gli aficionados di questo blog forse ricorderanno, in realtà ho iniziato a seguire recuperandone tutte le puntate nel 2015). Innanzitutto, posso dirlo, al diavolo il binge-watching: vederla tutti insieme con le puntate che uscivano a cadenza regolare è stato bello. È stata bella anche l’ansia degli spoiler, perché, in un certo senso, faceva parte del gioco e della ragione per cui alle serie ci si appassiona da sempre, cioè (nei miei ricordi) da quando se il giorno dopo la puntata di Dawson’s Creek arrivavi a scuola senza averla vista, non potevi parlarne con gli altri ed eri out. Poi, mi è sembrato che un po’ tutti abbiano sentito l’urgenza di rimarcare come HBO, forte della distanza guadagnata sui libri, mai completati, avesse fatto scadere la serie in un’accozzaglia di poveracciate scontate e figlie dei desideri dei fan sui forum. I miei due cent saranno un po’ controcorrente rispetto a questo pensiero: a me la stagione è piaciuta proprio perché succedevano sempre cose, le storyline principali hanno preso la piega (buonista e banale) che speravo ed alcune scene ricche di azione e fantasy hanno avuto su di me un effetto wow. Che poi quando uno si mette a vedere la TV la sera a casa, non è che deve fare una roba cerebrale per forza. Insomma, ci può anche stare. Viva Game of Thrones, quindi.

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Per finire, una gif.

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Stay Tuned

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Siamo Tornati

Litigare con Jonathan Coe, riconciliarsi con Jonathan Coe

Il primo libro di Jonathan Coe che ho letto, La Casa del Sonno, mi aveva stregata. L’ho ricevuto in regalo da un amico che avevo ospitato a Londra e l’ho letto proprio nel periodo in cui sapevo che presto avrei lasciato la città. Mi ha lasciato, quindi, una sorta di nostalgia del Regno Unito prima ancora di essermene andata. E, con essa, la sensazione che con questo romanzo Coe avesse tirato un colpo di biliardo al triangolo di palline posato al centro del tavolo; talmente perfetto da dover poi soltanto stare a guardare mentre piano piano tutte le palline andavano in buca. Ricordo di averlo letto a settembre 2012, un po’ sulla Victoria Line un po’ nei giardini della Tate a Pimlico. E di aver pensato che Coe sarebbe diventato uno dei miei scrittori preferiti.

Eppure ci ho messo più di un anno per leggere un altro suo romanzo, trovato per caso in biblioteca, Donna per caso, o forse il titolo suona ancora più bello in inglese: Accidental Woman. Ne ho parlato qui, nell’ottobre 2013, consapevole che fosse un romanzo d’esordio, e a cui quindi potevo perdonare alcune cose, come certi margini non perfettamente definiti, mentre la vita della protagonista scorreva senza infamia e senza lode e il narratore assumeva in modo forse eccessivo quel ruolo di osservatore esterno che non manca di puntellare la storia con osservazioni ironiche e saccenti. Promosso, però.

E poche settimane dopo, nel novembre 2013, mi sono lasciata tentare da Expo ’58, che allora era il romanzo più recente di Coe e che ricordo di aver letto su un Eurostar. Ma questo libro mi ha deluso, come ho scritto anche qui, in parte perché l’avevo trovato troppo banale rispetto a La Casa del Sonno, in parte perché mi erano mancate troppo le tipiche atmosfere british di Coe (è ambientato a Bruxelles).

È stato così che ho iniziato ad abbandonare questo autore, per poi iniziare La Famiglia Winshaw una prima volta a febbraio 2015, lasciarlo a metà, e poi riprenderlo in mano solo molto tempo dopo, nel dicembre 2016. Il motivo per cui avevo iniziato La Famiglia Winshaw è molto semplice: normalmente adoro le saghe familiari, quindi per me questo romanzo prometteva bene. Ma era troppo lento, con troppe sovrapposizioni e storie parallele che intralciavano quello che a me interessava veramente: lo scavare nel passato dei rampolli Winshaw. Lasciato (neanche) a metà una prima volta, mi sono convinta a riprendere in mano questo romanzo perché volevo leggere Numero 11, che è uscito nella primavera del 2016 e che contiene appunto accenni a La Famiglia Winshaw (ma non è un sequel, potrebbe essere letto tranquillamente in ogni caso, perdendo solo qualche succulento rimando alle vicende che furono). L’ho finito veramente a fatica, ed è stato il punto più basso della mia passione per Jonathan Coe, reo di avermi tradito con un romanzo pieno di lungaggini, inserti e rimandi storici, stralci di lettere perdute.

Ma veniamo a Numero 11, che non solo è il libro più recente di Coe, ma anche l’ultimo libro che ho letto in assoluto. Sulla copertina ci sono un ragno e un grosso «11», elementi che tornano più volte durante la narrazione, diventandone veri e propri fili conduttori. Per la prima volta dopo tanto tempo, ho avuto di nuovo la sensazione che Coe sia riuscito a rispedire in buca tutte le palline del biliardo, anche se con giri più macchinosi e meno fluidi rispetto a quanto avvenuto con La Casa del Sonno, sicuramente per la decisione di toccare molte tematiche socio-politiche durante il tragitto: la politica di Blair, la ricchezza sfrenata della City londinese, i reality show, l’hate speech sui social. Eppure mi ha convinta, ce l’ha fatta, e mi ha riportato anche un po’ di quella sana malinconia british che con Expo ’58 era mancata e con La Famiglia Winshaw era passata in secondo piano perché ho odiato ogni altra cosa. Numero 11 è stato un libro che ho letto con piacere e che mi ha fatto riconciliare con Coe. E ora mi sento meglio.

Stay Tuned.

Litigare con Jonathan Coe, riconciliarsi con Jonathan Coe

Libri Primavera / Estate (Parte I)

Non sono allineata con il mondo della moda e non mi sto preparando a lanciare trend per l’anno prossimo, in questo momento in cui è ancora agosto ma in realtà è già settembre e tutti ci stiamo nuovamente rendendo conto di come l’estate, da quando lavoriamo, sia troppo corta rispetto a quando eravamo al liceo. Tre mesi senza obblighi e senza vedere nessuno, nemmeno attraverso internet: ma quanto era bello? Gli adolescenti di oggi, quel vuoto cosmico non l’avranno più.

Negli ultimi mesi ho scritto altrove, di libri su Finzioni, di calcio su Undici, Unusual Efforts e Ateralbus, ma ho pure letto qualche libro meritevole. Ecco qua.

Parte I – Primavera 

Disrupted_My_Misadventure_in_the_Start-Up_Bubble_2016_Book_CoverDisrupted! My Disadventure in the Start-up Bubble, Dan Lyons, Hachette. L’autore di Disrupted! è un ex redattore di Newsweek, dove teneva una rubrica ironica sul mondo della tecnologia. In questo libro, racconta senza mezze misure la propria esperienza nel dipartimento Marketing di HubSpot, startup della Silicon Valley. Lyons ha più cinquant’anni quando entra a far parte del mondo dei techies, degli unicorns, e dei manager twenty-something che arrivano in ufficio in skateboard. Inutile dire che si sente un pesce fuor d’acqua, un po’ per l’età un po’ per il sistema di “valori” tipico delle startup, e in Disrupted! ha parole taglienti per tutti, dalle colleghe descritte come mean girls agli eventi organizzati gigante del software Salesforce, ai millennials per che sono «pronti a rinunciare a un salario più alto perché pensano che avere un distributore di caramelle in ufficio sia cool». Sicuramente, questa lettura fa cambiare percezione sul mondo delle startup, presentando HubSpot come una realtà disorganizzata, in cui nessuno sa cosa fare e i manager non hanno in mente una direttiva di business chiara, e la Silicon Valley come un mondo di squali, invaso da speculatori finanziari che però, a differenza di ciò che avviene a Wall Street, vogliono presentarsi come imprenditori che hanno come obiettivo quello di portare avanti progetti destinati a “rendere il mondo un posto migliore”. Ho deciso di leggere questo libro perché spesso ci viene propinato il mito della Silicon Valley, facendoci pensare che le startup siano il migliore degli outcome di carriera possibili, un vero mix di coolness, potere e possibilità di fare i soldi con “un’idea carina”. Lyons smonta tutto, svelando meccanismi ancor più crudeli di quelli messi in atto dalle grosse corporate e mettendo alla berlina i colleghi di HubSpot e tutti gli attori del mondo della Silicon Valley. La prima parte del libro (che non sarebbe corretto chiamare romanzo, perché racconta una storia vera, mascherando solo i nomi, ma solo in alcuni casi) risulta coinvolgente e divertente, si ha l’impressione che si squarci un velo destinato a farci scoprire gli aspetti oscuri di un mondo che la mia generazione normalmente idealizza. Ad un certo punto, però, subentra la razionalità, insieme alle considerazioni sull’ego dell’autore e sul suo punto di vista univoco e inflessibile, tant’è che sul finale si arriva a mal sopportarlo. Resta comunque una lettura interessante, anche dal momento che Lyons è un riferimento per quanto riguarda la satira sul mondo Tech e le parodie witty: per anni è stato autore del blog parodia Fake Steve Jobs e, chicca per gli appassionati delle serie TV, è stato anche coautore di un episodio di Silicon Valley.

il-grande-animale-d475Il Grande Animale, Gabriele Di Fronzo, Nottetempo. Probabilmente in molti avete già sentito parlare di questo libro, magari grazie a questo articolo di Studio. Il protagonista de Il Grande Animale è un tassodermista molto dedito al lavoro, che narra nei minimi particolari le “operazioni” svolte sugli animali, come se ogni volta si trattasse di un rituale, una cerimonia. Il vero protagonista di questo romanzo, però, è il concetto di vuoto. Nella descrizione dei “lavori” del tassodermista si esplorano i concetti di vuoto e morte che gli strisciano accanto, non solo per l’attività che si trova a svolgere nel quotidiano, ma anche perché, nel frattempo, si ritrova a dover accudire il padre malato. Ciò che colpisce di questo libro è senz’altro il modo insolito di arrivare a trattare un interrogativo esistenziale abbastanza comune, ribaltando le prospettive sul vuoto e sulla morte. Leggendo, io ho avuto l’impressione che la storia mi venisse raccontata direttamente dal narratore. A bassa voce, facendo scorrere le parole lentamente, davanti a un bicchiere, seduti a un tavolo di legno. Da leggere per esplorare le nuove frontiere della narrativa italiana.

La_Lettre_a_HelgaLa lettre à Helga, Birgisson Bergsveinn, Zulma. Ho acquistato questo libro al Salone del Libro di Parigi perché, proprio nel periodo in cui mi apprestavo a preparare il mio viaggio in Islanda di quest’estate, sono capitata davanti al banco d’esposizione di Zulma, una casa editrice che pubblica voci da tutto il mondo e che propone copertine fichissime. La storia è quella di Bjarni, un pastore islandese che, ormai anziano, scrive una lettera all’amante di una vita, l’unica donna in grado di scaldarlo e generare in lui emozioni forti. Il lungo monologo del protagonista esplora, oltre alla passione per Helga, la semplice realtà che lo circonda: l’allevamento di montoni, le pesche in solitaria, i lunghi inverni. Il romanzo è del 2013 e ad oggi non mi risulta che sia stato tradotto in italiano (in inglese sì, però, e si intitola Reply to a letter from Helga). Qualche mese dopo aver letto questo libro, ho visto un film che mi ha fatto pensare alla storia di Bjarni, Rams – storia di due fratelli e otto pecore. Rams non ha la componente “storia d’amore tormentata” propria di La lettre à Helga, ma descrive una realtà simile: un piccolo paese, due anziani fratelli dediti all’allevamento dei montoni, una vita fatta di cose semplici, dove però sopravvivere all’inverno può essere un’impresa. La solitudine, il fatto di poter conoscere solo poche persone nell’arco di un’intera vita, com’è d’inverno quando non riesci neanche a uscire di casa perché è caduta troppa neve: queste cose non riusciremo mai a capirle appieno, sebbene sia facilissimo innamorarsi dei paesaggi islandesi fino ad arrivare a pensare che sarebbe bellissimo vivere in una fattoria sperduta nel verde, poco lontana da una cascata o un fiordo.

 

In Primavera, in realtà, ho letto anche Purity di Franzen, ma quello meriterebbe un articolo a parte. Poi ho letto una serie di libri prima e durante il mio viaggio in Giappone, ma di quelli ho parlato qui.

Stay Tuned

Libri Primavera / Estate (Parte I)

Lo sport del diavolo. Biografia di un campione

Non leggo moltissime biografie, ma devo ammettere che, quando lo faccio, si tratta quasi sempre di biografie di personaggi sportivi. In loro c’è qualcosa che mi affascina: la lotta costante per la vittoria, la concentrazione, la necessità di essere sempre al top fisicamente, il saper sopportare la tensione delle gare più importanti, quelle giocate davanti a migliaia di persone e viste in TV in tutto il mondo.

hair-raising-athletes-andre-agassiDato che il calcio è l’unico sport che seguo con costanza, la maggior parte delle biografie che ho letto sono di calciatori, ma da tempo ero tentata da Open, la storia di Andre Agassi, pubblicata in Italia da Einaudi nel 2011.

Di Agassi, prima di leggere Open, sapevo poco o niente. Avevo presente le fotografie di questo tennista un po’ particolare, con i capelli lunghi e un look che non passava certo inosservato, negli anni ’80. Ricordavo anche il cambio radicale di capigliatura, e i poster di Agassi rasato a zero, con bandana e orecchino, che mettevano nei giornalini che leggevamo alle medie. Gli stessi giornalini in cui trovavamo i poster delle boyband. Come molti, insomma, avevo un’immagine ben precisa di Agassi, legata principalmente al suo aspetto fisico, l’abbigliamento stravagante, i capelli biondi, l’essere un personaggio da pubblicità. Sapevo, naturalmente, che si era sposato con Steffi Graf, ma non mi era esattamente chiaro quanti e quali trofei avesse vinto come tennista.

Il fatto di non essermi documentata sulla carriera di Agassi come sportivo prima di leggere Open, mi ha in realtà permesso di godere di questa biografia come di un romanzo, restando di volta in volta con il fiato sospeso durante il racconto delle partite, in quanto non conoscevo il risultato finale. Questo forse per me è stato un beneficio, e il fatto di fruire di questo libro come se si trattasse di una fiction mi ha tenuto sulle spine e ha reso più appassionante la lettura.

La storia è costruita in modo che il libro sia «per le masse» e non solo per gli intenditori, ma credo che anche chi abbia seguito Agassi mentre era in attività, e sia dunque a conoscenza delle sue vittorie e sconfitte, amerebbe questo libro per gli innumerevoli retroscena, le curiosità, la descrizione dell’essere umano che si nasconde sotto il rivestimento dorato del campione. Perché Agassi, con il suo turbinio di emozioni, i comportamenti non sempre esemplari, l’eccentricità, umano lo era davvero, forse anche troppo per il mondo del tennis.

Si dice che il tennis sia lo sport del diavolo, e a me viene in mente quel fotogramma di Match Point in cui la pallina rimbalza sul bordo bianco della rete e resta sospesa in aria. La voce fuoricampo riflette allora sull’importanza della fortuna nella vita, ma un vero tennista sa che, al di là della fortuna, la tenuta fisica e psicologica sono le variabili più importanti in gioco. Durante il libro sembra che Agassi ammetta che queste cose gli sono spesso mancate e questo ha fatto la differenza rispetto al rivale di sempre, il connazionale Sampras, più razionale e più vincente.

La biografia contiene aspetti forse eccessivamente romanzati, relativi alla love story con la Graf e alla descrizione del rapporto con il padre Mike, ex-pugile iraniano, aggressivo e fanatico, deciso a fare di almeno uno dei suoi figli un campione del tennis. Ma la parte secondo me più interessante e avvincente resta la visione «dall’interno» di un match di tennis, con tutte le emozioni, i nervosismi e le difficoltà fisiche connesse. Ciò che non vediamo quando osserviamo una partita da spettatori, è ciò che avviene nella testa del giocatore: reggere a questa pressione e alla solitudine a cui si è esposti sul campo da gioco è ciò che può fare di un tennista un campione.

Oppure no.

Stay Tuned

 

Lo sport del diavolo. Biografia di un campione

Luogo, tempo, verità: Agota Kristof

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Immagine tratta dal film Il Grande Quaderno

Bentornati a tutti! È arrivato il momento di parlarvi dei libri che ho imbrattato di crema solare quest’estate e di scambiare finalmente opinioni sulle letture estive. Ci siamo ormai resi conto che l’era in cui l’estate durava tre mesi è finita. Se un tempo, in gioventù, d’estate riuscivamo a leggere una quantità spropositata di libri, ora leggerne due o tre durante le vacanze è già un traguardo importante. D’altra parte, bisogna rassegnarsi: i tomi, più che all’estate, bisogna rimandarli all’età della pensione.

Un romanzo letto quest’estate che mi ha veramente impressionata è Trilogia della città di K., di Agota Kristof (Einaudi). Sono venuta a conoscenza dell’esistenza di questo libro diversi anni fa, partecipando alla festa di compleanno di un amico, che lo ricevette in regalo. Il titolo e il nome dell’autrice avevano suscitato la mia curiosità fin da subito, ma solo qualche anno dopo ho finalmente acquistato una copia della Trilogia. Mi sono infine dedicata alla sua lettura quest’estate.

Il romanzo è diviso in tre parti, per tanti aspetti diverse tra loro. L’autrice trascina il lettore a ritmo serrato, soprattutto nella prima parte, appoggiandosi su uno stile asciutto e sul curioso carattere dei protagonisti. Si narra la storia di due gemelli attraverso un’infanzia difficile prima, una vita travagliata poi.

Non si parla mai nello specifico di un luogo, in questo romanzo. L’origine dell’autrice e i dettagli presenti nel testo fanno però pensare che la vicenda si svolga in un paese dell’Est-Europa, forse proprio l’Ungheria. Non è svelata esplicitamente nemmeno una vera dimensione temporale; ancora una volta bisogna interpretare tutto attraverso i segnali lanciati da Kristof all’interno della storia, e ogni dettaglio fa pensare che in sottofondo ci siano in un primo momento la Seconda Guerra Mondiale e poi l’avvento del comunismo.

Ma la cosa veramente affascinante, è che non ci sia nemmeno una verità. Kristof mette le carte in tavola nel primo libro; poi le mischia. Il lettore non riesce a dare un senso agli avvenimenti, a collocare nel tempo e nello spazio i due giovani gemelli al centro della storia, che nel primo libro parlano all’unisono, come se fossero una persona sola. La prospettiva è destinata a cambiare e gli avvenimenti assumono una nuova forma.

Ma è proprio questo il bello: la storia dei due ragazzini, che definire eccentrici è dir poco, evolve come non ci si aspetta. Trilogia della città di K. è un romanzo che fa venir voglia di parlarne subito con un amico che l’abbia letto, perché lascia a bocca aperta, come tutte le cose belle al punto da diventare taglienti.

P.S. In Italia esce il 27 agosto Il Grande Quaderno, pellicola tratta dal primo dei tre libri. È un film ungherese, realizzato nel 2014. Qui trovate il trailer.

Stay Tuned.

Luogo, tempo, verità: Agota Kristof

Cosa ho letto questa primavera

Vi delizierò oggi con le recensioni brevi dei libri che mi hanno fatto compagnia durante la primavera, ovvero la stagione che teoricamente dovrebbe essere caratterizzata da giornate di sole e dai primi caldi. Non è andata proprio così, quindi è più corretto dire che questi sono alcuni dei libri che ho letto all’incirca tra il 21 marzo e il 21 giugno di quest’anno.

taglioAlta_001321Robert Galbraith, Il Baco da Seta, Salani. Chiaramente non è Harry Potter, ed è assai improbabile che io avrei mai letto uno solo di questi libri se non si fosse scoperto che Robert Galbraith è in realtà J.K. Rowling. Tuttavia, devo ammettere che per me i romanzi della saga dell’investigatore privato Cormoran Strike sono ormai diventati un must-read. Ho dunque divorato in un paio di giorni il racconto dell’indagine sul caso della scomparsa dello scrittore Owen Quine, noto per essere uno sboccato provocatore. La seconda avventura di Strike è ambientata nel mondo dell’editoria londinese, tra rancori repressi, personaggi ambigui e colpi di scena alla Rowling. Devo ammettere, però, che Il Baco da Seta si è rivelato per me meno avvincente del suo predecessore Il Canto del Cuculo, forse a causa dell’ambiente in cui la vicenda si svolge, forse per la caratterizzazione e la descrizione di Londra meglio riuscita e più presente nella prima opera firmata da JKR con lo pseudonimo Robert Galbraith. Il fatto che il secondo capitolo di un’opera sia meno avvincente del primo è un po’ fisiologico, e immagino che più la saga (potenzialmente infinita) andrà avanti, più i romanzi perderanno smalto, ma resto fiduciosa e sicuramente sarò tra i lettori del prossimo capitolo, Career of Evil, in uscita il 22 ottobre.

nottiregrandeArnaldur Inridason, Le Notti Di Reykjavíc, Guanda. Chi mi conosce e chi segue questo blog da un po’ sa bene che l’Islanda è uno dei miei paesi preferiti senza esserci mai stata. Questo è successo principalmente a causa dei Sigur Rós, che ascoltavo spesso durante gli ultimi anni di università e che restano tutt’ora una delle poche band che riesco ad ascoltare senza perdere la concentrazione mentre scrivo o lavoro. Evocare il nome dei Sigur Rós farà venire in mente a molti di voi un’Islanda fatta di paesaggi surreali, montagne e cieli verdi, in cui trovare la pace e l’ispirazione, nonostante il freddo. Molto bene; Le Notti di Reykjavíc mi ha portata molto lontano da tutto ciò, facendomi vivere, attraverso le peripezie del poliziotto Erlendur Sveinsson, una vicenda dura, triste, ambientata in una città in cui nessuno sembra voler dare troppa confidenza e la dipendenza dall’alcool è una piaga vera. Il libro, come tutti i gialli, si legge in fretta e fa venir voglia di arrivare alla fine. Se siete appassionati di gialli nordici, probabilmente questo è un libro che vi piacerà nella stessa misura in cui possono esservi piaciuti, per dirne una, i libri della collana Giallo Svezia di Marsilio. Ammetto di averlo letto più per l’ambientazione che per il genere o la trama, tuttavia mi sono affezionata al protagonista, uomo ermetico e solitario, caratterizzato dall’ossessione per le persone scomparse. Lo seguirò ancora leggendo presto Le Abitudini delle Volpi, romanzo che è sulla lista delle letture previste per quest’estate.

61Qgf3lIAkLPatrick Modiano, Bijou, Einaudi. Il mio primo Modiano è stato un libro breve e, dato che per un po’ mi sembrava di non capire dove volesse andare a parare, arrivata circa a metà l’ho ricominciato da capo, convinta di essermi persa qualcosa di fondamentale. Ma non mi ero persa niente, era davvero tutto un onirico rincorrere una persona forse davvero morta, forse semplicemente scomparsa: la madre della protagonista. L’estenuante ricerca, che si consuma in zone più o meno centrali della capitale francese, fino alle scale e ai corridoi stretti degli antichi palazzi haussmanien, è inframmezzata dai ricordi insistenti di un passato che non c’è più, dalle voci in tutte le lingue che escono dalla radio ascoltata dal compagno di Bijou, traduttore. Esplorare Parigi e vedersela letteralmente davanti agli occhi è possibile, in quanto, leggendo queste pagine, si ha la sensazione che i luoghi siano la sola cosa a non essere avvolta da un’aura di immaginazione. Su tutto il resto, si rimane incerti e, per la maggior parte del tempo, scettici e pessimisti. La madre di Bijou è morta davvero? Bijou la troverà? Chi sono gli amici veri o fantomatici che la ragazza incontra durante la propria ricerca? Perdetevi.

9782253153641Anne-Sophie Brasme, Respire, Le Livre de Poche. Normalmente la regola vuole che il libro sia sempre più bello del film, ma in questo caso non è così. In un articolo dello scorso novembre vi ho parlato del film Respire di Mélanie Laurent e, dopo aver letto il libro, posso confermare il consiglio datovi allora: guardate prima il film e poi, se volete, leggete il libro. La vicenda resta più o meno la stessa, anche se una delle due protagoniste, Sarah, nel libro ha un background differente rispetto a quanto proposto nel film, cosa che influenza in parte gli sviluppi della storia. Inoltre, l’ordine con cui vengono narrati gli avvenimenti toglie un po’ di pathos al racconto di Anne-Sophie Brasme. L’autrice resta però giustificabile: aveva solo diciassette anni quando ha scritto Respire, nel 2001. È inevitabile, dunque, che la seppur giovane regista (Mélanie Laurent ha 32 anni) abbia saputo fare di meglio dal punto di vista della narrazione e dell’intrattenimento, pur attingendo alla stessa base. Raccontare l’adolescenza viene un po’ più facile quando se ne è usciti e tutto quell’universo fatto di pulsioni, crisi di identità e follie sembra un po’ più lontano. D’altra parte, per coloro che raccontano storie (scrittori o registi che siano) è necessario calcare un po’ la mano, quando i protagonisti sono i teenager: si tratta infatti dell’unico modo possibile per raccontare l’esageratezza (reale o percepita) della loro rabbia e delle loro emozioni.

copertinamurodicasseVanni Santoni, Muro di Casse, Laterza. E qui cito me stessa e la mia recensione su Finzioni, che vi invito a leggere qui e che vi raccomando, per farvi una vera idea di cosa sia e di cosa rappresenti questo libro.

«Immaginate di trovarvi per la prima volta di fronte a qualcosa che vi è stato sempre dipinto solo in un altro modo, da un altro punto di vista. La vostra situazione sarebbe allora simile a quella in cui mi sono trovata io, mentre leggevo questo libro ed imparavo a conoscere e comprendere la cultura rave e cosa c’è dietro ai suoi protagonisti. A proposito di questo movimento, nato negli anni ’90, ricordo servizi diffidenti ed anche un po’ allarmati dei telegiornali, che lasciavano intendere, senza mezzi termini, che i raver fossero un po’ unamassa di drogati. Ricordo anche la presa in giro, o meglio, la necessità di stabilire una certa distanza rispetto al popolo dei rave, in atto nel mio liceo e in quasi tutti gli ambienti che di conseguenza ho teso a frequentare in seguito, dove nessuno ascoltava la musica tekno o portava le Osiris D3 (Ok, forse qualche skater le indossava. Però, loro ascoltavano Bassi Maestro o Eminem). Grazie a Muro di Casse, ho preso questo mondo e l’ho guardato dall’interno. Attraverso il racconto in prima persona messo in atto prima da Iacopo, e poi da Cleo e Veridiana, ho potuto immaginare di trovarmi con loro a Christiania e poi su un’auto che partiva dall’Italia ed arrivava a Portalegre per un rave. Ho visto Beauvais, tappa d’obbligo per chi arriva a Parigi con la Ryanair, con occhi diversi. C’è tanta avventura dietro ai racconti dei protagonisti di questo libro. C’è libertà, c’è appartenenza».

Questa primavera ho letto anche i quattro libri della saga de L’Amica Geniale di Elena Ferrante. Ma, siccome è una storia lunga, di questo parleremo prossimamente.

Stay Tuned.

Cosa ho letto questa primavera

La Rivelazione di un Perdente: La Vita Segreta di Tony Cascarino

Circa due anni fa mentre ero in gita alle scogliere di Dover, comprai ad un banchetto un libro usato. Era la storia, tra alti e bassi (bassi, per lo più) di Tony Cascarino, giocatore mediocre in Inghilterra, più o meno rispettato in Francia, nazionale di un’Irlanda per la quale non avrebbe mai dovuto giocare. Mogli, paure, depressione e un cognome inequivocabilmente italiano: The Secret Life of Tony Cascarino.

Circa un anno e mezzo fa, andai in gita alle scogliere di Dover che, più note come Bianche Scogliere di Dover, costituiscono il punto in cui l’Inghilterra finisce a sud-est. Dopo una striscia di mare che gli inglesi si ostinano a chiamare English Channel e tutti gli altri chiamano La Manica, inizia la Francia.

Mentre passeggiavo sulle scogliere mi arrivò un SMS del mio operatore telefonico (allora inglese). Diceva «Welcome to France!» e mi informava sulle tariffe all’estero e sui numeri di emergenza. Mentre tornavo indietro, verso il paese e la fermata del bus per rientrare a Londra, mi imbattei in una caffetteria (l’unica) che aveva, al suo esterno, uno scaffale di libri usati, in vendita al prezzo di una piccola offerta dettata dal buon cuore. Così, lasciai tre pounds, e presi gli unici tre libri di calcio presenti:

  • Woody and Nord, a Football Friendhip, di Gareth Southgate ed Andy Woodman, che narra di come il nazionale inglese Southgate e lo sconosciuto Woodman rimasero amici, dopo gli inizi al Crystal Palace, nonostante il successo internazionale di uno e la discesa nelle serie minori dell’altro.
  • Brilliant Orange: The Neurotic Genius of Dutch Football, di David Winner, che narra le meraviglie del calcio all’olandese che ha portato al successo squadre di club quali Milan, Barcellona, Arsenal e Chelsea.
  • Full Time, The Secret Life of Tony Cascarino as told to Paul Kimmage, di Paul Kimmage, autobiografia dell’attaccante della Repubblica d’Irlanda Tony Cascarino, definita dal Guardian, secondo i commenti in quarta di copertina «Molto più interessante di quella di David Beckham», uscita nello stesso anno (2001).

Forse per il colore della cover (il verde è sempre stato uno dei miei colori preferiti, ma non per lo stesso motivo che lo rende caro a Borghezio), forse perchè la storia di questo giocatore si svolge a metà tra l’Inghilterra e la Francia, e cioè nel luogo in cui, casualmente, trovai la sua biografia come un manoscritto dimenticato, mi buttai sull’autobiofrafia di Cascarino, scritta dal giornalista irlandese (ed amico personale del giocatore) Paul Kimmage. Fu una storia che, pochi giorni dopo aver letto Io, Ibra, per contrasto, mi colpì molto. Per questo, oggi vi parlo di un libro che parla di calcio e di un uomo che, nel pallone come nella vita, non ha mai avuto una grande fortuna e capacità di dominare gli eventi.

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All’inizio dell’autobiografia, troviamo Tony Cascarino nelle nebbie di Nancy: corre l’anno 2000. Giocatore professionista dal 1982, Tony non si diverte più a giocare a pallone. Vive con la seconda moglie francese, Virginie, e la figlia di cinque anni avuta da lei, Maeva. Mentre accompagna la figlia a scuola per andare agli allenamenti, ripassa i calcoli fatti per sommare tutti i guadagni della sua vita di calciatore e sottrarre tutte le spese che deve affrontare e che lo aspetteranno nel futuro, ben sapendo che tra poco dovrà, come si dice, appendere gli scarpini al chiodo. Sommando tutto, ha paura di non farcela. Ansia, depressione, un costante senso di inadeguatezza. Questi sentimenti saranno sempre presenti in Cascarino, sul campo e fuori. Leggendo la sua biografia, si può trarre facilmente la conclusione che essere un calciatore non sia sempre sinonimo di vita da star.

Ripercorriamo la sua carriera in un piccolo momento da album Panini.

Dopo i primi anni nel Gillingham (‘81/’87, 219 presenze e 78 gol) e nel Millwall (‘87/’90, 105 presenze e 42 gol), Cascarino passò attraverso tre importanti team in Inghilterra e Scozia (Aston Villa, Celtic Glasgow, Chelsea), ma sprecò queste opportunità senza mai lasciare il segno:

  • Aston Villa, 1990/91, 46 presenze, 11 gol. Cartoline da questa esperienza: un infortunio al ginocchio a inizio stagione, la capacità di guadagnarsi la sfiducia dei tifosi in un tempo rapidissimo.
  • Celtic, 1991/92, 24 presenze, 4 gol. Cartoline da questa esperienza: arrivato al Celtic grazie all’agente e amico Liam Brady (vecchia conoscenza del calcio italiano) prima si accattivò i favori della tifoseria per aver malmenato uno degli Hearts durante una partita (gli Hearts sono la squadra di Edinburgo corrispondente ai Rangers, in contrapposizione agli Hibs, gli equivalenti del Celtic). Poi, a partire da una gara drammatica in UEFA contro il Neuchatel persa 5-1, iniziò la discesa agli inferi, culminata con la rottura del rapporto idilliaco con Brady e con i rimproveri per le uscite a bere con i giocatori dei Rangers, mal viste dai tifosi (rischio serio di essere puniti con un’aggressione fisica) e dal resto della squadra. (Consentitemi a questo punto una piccola parentesi per dire R.I.P. e onore ai Rangers di Glasgow come ce li ricordavamo prima del fallimento, e ricordiamoci che tra essi ha militato uno dei più grandi mattacchioni del calcio: Paul Gascoigne. Lo stesso Gazza, nella sua recente intervista a So Foot, nel luglio 2013, ha ricordato come folle la rivalità tra le due squadre di Glasgow, dicendo addirittura che nei locali pro-Rangers, i tavoli da biliardo avevano il tappeto blu e non c’era la pallina verde, il contrario nei locali pro-Celtic).
  • Chelsea, 1992/94, 40 presenze, 8 gol. Cartoline da questa esperienza: mai entrato in stato di forma eccezionale, pressato dai tifosi e dal manager Ken Bates, un giorno sentì quest’ultimo dire al telefono, a proposito del potenziale acquisto di Robert Fleck dal Norwich «I don’t want another f***ing disaster like Cascarino[1]». Quando si dice circondato dai consensi.

Alla fine Cascarino ricevette una viscida telefonata da Tapie e scappò in Francia. Qui, finalmente, riuscì a farsi soprannominare Tony Goal, dopo essersi trasformato in goleador per il Marsiglia (appena retrocesso per uno scadalo relativo a una partita arrangiata) e per il Nancy.

A Marsiglia, Tony divenne fier d’être Marseillais[2], ma soprattutto, dietro il volere di Tapie, acconsentì a farsi iniettare una non meglio identificata sostanza che, definita legale dal fisioterapista, creava nei giocatori uno stato particolare di eccitazione e adrenalina.

L’arrivo in Francia fu anche crocevia della sua vita fuori dal campo. La sua vita personale si divise infatti tra due famiglie. Di nuovo, una inglese e una francese. il suo comportamento infedele lo portò a rompere con la prima moglie, Sarah. Infatti, dopo il trasloco in Francia, Cascarino decise di lasciare lei e i due figli che avevano avuto insieme (il secondo dei quali si chiamava Teddy in onore dell’amico di una vita e ben più fortunato giocatore Teddy Sheringham). Al suo posto, scelse Virginie, una donna francese che gli diede una bambina, Maeva. Rimane doloroso, per il giocatore, non essere mai riuscito ad essere un buon padre e ad avere una buona relazione con i due figli maschi avuti da Sarah. La sua infedeltà e l’incapacità di stare vicino ai figli, nell’autobiografia vengono da lui stesso additate come ulteriori prove della sua inettitudine.

Con il Marsiglia, tra il ’94 e il ’97, Cascarino collezionò 84 presenze e 61 gol, prima di passare al Nancy, dove giocò tra il ’97 e il 2000, collezionando 109 presenze e 44 gol. In questo club, celebre per essere stato la prima squadra di Michel Platini, Cascarino, seppur vecchiotto e depresso, si mantenne sulla soglia della decenza, come durante tutto il suo periodo francese.

La carriera di Cascarino può essere riassunta da una metafora da lui stesso creata: «It has often been said that the joy of scoring goals is greater than sex, but personally I’d compare it more with masturbation. I’ve always found sex to be an absolute pleasure, but scoring goals has only ever brought me relief[3]». Questo è il pensiero di un attaccante che faticò molto per dimostrare il suo valore, e finalmente riuscì ad ottenere stima e riconoscimento solo in un campionato nazionale che per sua stessa ammissione era  molto meno interessante e remunerativo a livello di ingaggi rispetto al campionato inglese, ma che per lui fu un’oasi accettabile per sé e per i suoi livelli di gioco.

All’età di trentotto anni, Cascarino decise di chiudere la sua carriera con la Red Star, un team di Saint-Ouen (un comune a nord di Parigi) che giocava in quei giorni nella terza divisione francese. Questa esperienza finì però molto presto: Tony lasciò la squadra dopo solo due partite e con questo abbandono concluse anche la sua carriera di giocatore professionista.

Non vi ho ancora parlato, però, della più grande rivelazione presente in questo libro, probabilmente il motivo principale per il quale lui stesso decise di scriverlo e pubblicarlo. Si tratta della confessione relativa alla sua carriera di internazionale. Tra il 1985 e il 1999 Tony collezionò 88 presenze e 19 gol con la nazionale irlandese.

Direttamente dal libro: «How could a man called Tony Cascarino play football for the Republic of Ireland? Good Question. Ask the punters at Samford Bridge and they’ll say: “Well, he wasn’t going to play for Italy, now, was he?” A trouch cruel, perhaps, but undeniably true. I did qualify to play for Italy but then I qualified to play for England and Scotland as well. Why did I choose the Republic of Ireland? Well, to be honest, I suppose because they chose me[4]».

Cascarino poteva giocare per la nazionale irlandese secondo quella che era chiamata la grandparents rule. Sua madre, Theresa O’Malley, era la più giovane delle quattro figlie di Agnes e Michael Joseph O’Malley, nativo di Westport, County Mayo, contea nord-occidentale dell’Irlanda. Michael si era trasferito a Londra da teenager. Il padre di Tony, come rivela il cognome, era di origini italiane.

L’avventura di Cascarino in nazionale fu tutt’altro che gloriosa, anche se gli consentì di far parte dell’Irlanda che partecipò ai Mondiali 1990 e, contro ogni aspettativa, arrivò ai quarti, prima di essere eliminata dall’Italia, paese ospitante. Nel libro vi è una descrizione appassionata del caldo benvenuto ricevuto dai giocatori al rientro in Irlanda dopo quella Coppa del Mondo: erano considerati alla stregua di eroi. Lui fu parte di questo successo, dal momento che, nonostante i suoi nervi instabili e un tiro piuttosto rischioso, riuscì a segnare uno dei rigori che permise all’Irlanda di battere la Romania e passare ai quarti.

Durante la fase a gironi, l’Irlanda incontrò l’Inghilterra, in una partita che terminò 1-1. Sei giocatori di quell’Irlanda erano nati in Inghilterra. Tra essi, lo stesso Cascarino. («How could I play against England? I’d supported England as a boy; England was my team, the land of my birth. But that’s exactly what transpired: eight years later, on a wet and windy night in Cagliari, I walked out for my country, to face my country, in the biggest game of my career[5]»). L’episodio che Cascarino ricorda maggiormente di quel match, fu un suo errore in marcatura su Terry Butcher, che gli sfuggì e si avviòverso il fondo guadagnando un’occasione da gol. Ma, come lui stesso sottolinea, dato che l’1-1 era un risultato più favorevole all’Irlanda che all’Inghilterra, il suo errore passò pressoché inosservato.

Fu a Genova che Cascarino visse un suo piccolo momento di gloria, sebbene, come di consueto, segnato dal brivido. Quando, dopo un estenuante zero a zero, si prospettarono i calci di rigore, Ray Hougthon si avvicinò ai compagni domandando chi si volesse assumere l’onere. E propose a Cascarino di tirare uno dei penalties, dal momento che i due rigoristi designati, John Aldridge e Ronnie Whelan, erano stati sostituiti nel corso della partita e si faticava a trovare volontari. L’invito ad andare sul dischetto fu quantomeno intimidatorio: «Are you a men or a f***ing mouse[6]?»

Eppure, nonostante quella strafottente vocina interiore che gli ricordava le sue insicurezze e i suoi insuccessi e nonostante un rigore tirato malissimo, la palla calciata da Tony scivolò sotto il braccio di Lung, il portiere rumeno, e si infilò in rete.

Fu l’Italia di Totò Schillaci, a Roma, a mettere fine al sogno irlandese. Eppure, quella qualificazione ai quarti, per l’Irlanda fu talmente inattesa che i giocatori di quella squadra vennero visti come eroi in patria. Una volta tornati, ci furono festeggiamenti degni di una squadra campione del mondo e le donne si gettavano ai loro piedi. Il buon Tony ammette di aver opposto ben poca resistenza alle lusinghe delle sue compaesane, desiderose di raccontare alle amiche di essere state a letto con uno dei campioni di Italia ’90. Il mito si esaurì inequivocabilmente pochi anni dopo: nel 1995, affacciatosi alla finestra di un hotel a Limerick, Tony si rassegnò al fatto che le fan, appostate in attesa dei campioni, volessero solo i più giovani Jason McAteer, Gary Kelly e Phil Babb. E, alla loro richiesta di gettare un ricordino dei tre dalla finestra, afferrò un paio di slip sporchi e li gettò giù. Nell’osservare la mini-rissa per accaparrarsi il cimelio e lo sguardo trionfante della vincitrice, Tony fu preso dal suo consueto senso di stupore misto a depressione. La sua mistica conclusione fu: «And in that moment it was all there in front of me. The craving we have to be someone. The magnetic lure of fame[7]». E tutta la magia della fama post Italia ’90 svanì, in un paio di mutande non proprio pulite gettate dalla finestra.

Ben 88 presenze dunque (e solo 19 gol, come già detto, ma, sempre come già detto, essere decisivo in occasioni importanti non era esattamente il suo forte), ma forse Tony Cascarino non avrebbe mai dovuto giocare per l’Irlanda. Nel 1996, la FIFA cambiò le regole per i giocatori internazionali e rese necessario, per i giocatori, il possesso del passaporto erogato da un determinato stato, per poter giocare nella corrispettiva nazionale. Lui aveva sempre avuto un passaporto inglese, giocava per l’Irlanda solo sotto la grandparents rule che, come dice il nome, è una regola che attribuisce la nazionalità in base a quella di uno dei nonni.

Tuttavia, nei giorni in cui si apprestava a chiedere ufficialmente il suo passaporto irlandese, Tony scoprì da sua madre che lei era stata adottata. Dunque, lui non aveva mai avuto un legame di sangue col presunto nonno irlandese. La grandparents rule che gli aveva consentito di vestire la maglia verde dell’Irlanda veniva dunque a cadere.

Ma, dopotutto, «The notion of Irishness is not primarily a question of birth or blood or language, it is the condition of being involved in the Irish situation, and usually of being marked by it[8]» (secondo Conor Cruise O’Brien, politico, scrittore e storico irlandese). Anche Eamon Dunphy, ex giocatore e ora personaggio televisivo, afferma che Cascarino era spiritualmente qualificato a giocare per l’Irlanda.

Ma cos’è questa Irishness? L’idea di essere considerati sempre un po’ più poveri e un po’ meno destinati al successo, che va spesso e volentieri ricercato altrove. Nel 1996, probabilmente per la sua notorietà come calciatore e i servizi resi alla causa nazionale, a Cascarino venne concesso comunque il passaporto Irlandese che gli era stato negato nel 1985. Allora, non avendone la necessità, il giocatore non si era preoccupato di andare fino in fondo per risolvere gli intoppi burocratici che gli avevano impedito di ottenere il documento.

Non tutti apprezzarono la rivelazione. L’ex CT Irlandese Jack Charlton commentò dicendo che la faccenda avrebbe dovuto rimanere segreta e dello stesso parere furono i compagni di nazionale Andy Townsend, Niall Quinn e Steve Staunton. Il primo, amico personale di Cascarino, si espresse così: «Quando Tony mi raccontò la storia rimasi scioccato e il mio consiglio fu di non rivelarla. In fondo, che bisogno c’era? La sua carriera volgeva al termine e nessuno poteva dubitare dell’impegno da lui profuso con la maglia irlandese. Qualcuno dirà che, in qualità di capitano della nazionale, avrei dovuto avvisare la nostra Federcalcio, ma Tony è mio amico fraterno e inoltre era stato tenuto all’oscuro della vicenda».

Allora, perchè rivelarsi? Alla luce della sua storia, così appassionatamente raccontata nella biografia scritta da Paul Kimmage, in questa rivelazione si legge la richiesta di attenzione di un uomo disperato, che, nonostante abbia fatto per lavoro ciò che è e sempre sarà il sogno di molti bambini, non è mai riuscito ad essere felice. Poca gloria e molte insoddisfazioni come calciatore, una vita privata piuttosto travagliata, rovinata da un comportamento non proprio irreprensibile, tra tradimenti, passione smodata per il poker e trascuratezza. L’impressione è che, nell’Irlanda, Cascarino si sia rifugiato, per cercare di sentirsi capito, orgoglioso almeno di qualcosa, legato alla madre (il padre era fuggito, dopo aver scelto una nuova compagna e una nuova vita) e a quel nonno che in realtà suo nonno non era. Nel suo dichiarare che in realtà era un «fake Irishman» c’è una parte di autocommiserazione, del tipo «in teoria non avrei avuto diritto neanche all’unica cosa a cui tenevo» e una parte di richiesta di comprensione e accoglienza, il bisogno di sentirsi dire «per noi, nel cuore e nello spirito, sei Irlandese lo stesso». Nella maglia verde di una squadra nazionale con poche ambizioni e rarissimi picchi di eccellenza, c’è la metafora della sua storia. In questa rivelazione c’è il bisogno di guadagnarsi le luci della ribalta per ricevere una sorta di abbraccio consolatorio.

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Al termine della sua carriera da calciatore, Tony Cascarino è diventato giocatore professionista di poker, partecipando al programma televisivo Celebrity Poker Club come giocatore e PartyPoker Poker Den, come commentatore.

Nel 2008, è stato arrestato perchè accusato di un tentativo di omicidio della moglie Virginie.

Nel 2011, ha partecipato, per una rete televisiva irlandese, al reality Celebrity Bainisteoir, una competizione tra manager di squadre di football gaelico.

Full Time, The Secret Life of Tony Cascarino, as told to Paul Kimmage“, di Paul Kimmage. (Scribner / Town House Edition 2001, Simon & Schuster 2013).

[1]«Non voglio un altro f****to disastro come Cascarino»

[2] Fiero di essere Marsigliese

[3]«Si dice spesso che la gioia di segnare sia meglio del sesso, ma personalmente lo comparerei di più con la masturbazione. Ho sempre trovato il sesso un piacere assoluto, ma segnare mi è servito solo a darmi sollievo»

[4] «Come poteva un uomo chiamato Tony Cascarino giocare nella Repubblica d’Irlanda? È una buona domanda. Chiedi agli scommettitori di Stamford Bridge e loro risponderanno: “Beh, non avrebbe mai potuto giocare nell’Italia, no?” Forse un po’ crudele, ma innegabilmente vero. Mi qualificavo per giocare per l’Italia ma mi qualificavo anche per giocare per l’Inghilterra e la Scozia. Perché scelsi l’Irlanda? Beh, ad essere onesto, credo che sia perché loro scelsero me»

[5] «Come potevo giocare contro l’Inghilterra? Avevo tifato per l’Inghilterra da ragazzo; l’Inghilterra era la mia squadra, la terra in cui ero nato. Ma questo è ciò che accadde: otto anni dopo, in una serata ventosa a Cagliari, scesi in campo per il mio paese, per fronteggiare il mio paese, nella più grande partita della mia carriera»

[6] «Sei un uomo o un f****to topo?»

[7] «E in quel momento vidi tutto chiaro di fronte a me. Il desiderio che abbiamo di essere qualcuno. Il magnetico richiamo della fama»

[8] «La nozione di “Irlandesità” non è primariamente una questione di nascita, sangue o lingua, è la condizione di essere coinvolti nella situazione irlandese e, solitamente, restarne segnati»

La Rivelazione di un Perdente: La Vita Segreta di Tony Cascarino