Libri Primavera / Estate (Parte I)

Non sono allineata con il mondo della moda e non mi sto preparando a lanciare trend per l’anno prossimo, in questo momento in cui è ancora agosto ma in realtà è già settembre e tutti ci stiamo nuovamente rendendo conto di come l’estate, da quando lavoriamo, sia troppo corta rispetto a quando eravamo al liceo. Tre mesi senza obblighi e senza vedere nessuno, nemmeno attraverso internet: ma quanto era bello? Gli adolescenti di oggi, quel vuoto cosmico non l’avranno più.

Negli ultimi mesi ho scritto altrove, di libri su Finzioni, di calcio su Undici, Unusual Efforts e Ateralbus, ma ho pure letto qualche libro meritevole. Ecco qua.

Parte I – Primavera 

Disrupted_My_Misadventure_in_the_Start-Up_Bubble_2016_Book_CoverDisrupted! My Disadventure in the Start-up Bubble, Dan Lyons, Hachette. L’autore di Disrupted! è un ex redattore di Newsweek, dove teneva una rubrica ironica sul mondo della tecnologia. In questo libro, racconta senza mezze misure la propria esperienza nel dipartimento Marketing di HubSpot, startup della Silicon Valley. Lyons ha più cinquant’anni quando entra a far parte del mondo dei techies, degli unicorns, e dei manager twenty-something che arrivano in ufficio in skateboard. Inutile dire che si sente un pesce fuor d’acqua, un po’ per l’età un po’ per il sistema di “valori” tipico delle startup, e in Disrupted! ha parole taglienti per tutti, dalle colleghe descritte come mean girls agli eventi organizzati gigante del software Salesforce, ai millennials per che sono «pronti a rinunciare a un salario più alto perché pensano che avere un distributore di caramelle in ufficio sia cool». Sicuramente, questa lettura fa cambiare percezione sul mondo delle startup, presentando HubSpot come una realtà disorganizzata, in cui nessuno sa cosa fare e i manager non hanno in mente una direttiva di business chiara, e la Silicon Valley come un mondo di squali, invaso da speculatori finanziari che però, a differenza di ciò che avviene a Wall Street, vogliono presentarsi come imprenditori che hanno come obiettivo quello di portare avanti progetti destinati a “rendere il mondo un posto migliore”. Ho deciso di leggere questo libro perché spesso ci viene propinato il mito della Silicon Valley, facendoci pensare che le startup siano il migliore degli outcome di carriera possibili, un vero mix di coolness, potere e possibilità di fare i soldi con “un’idea carina”. Lyons smonta tutto, svelando meccanismi ancor più crudeli di quelli messi in atto dalle grosse corporate e mettendo alla berlina i colleghi di HubSpot e tutti gli attori del mondo della Silicon Valley. La prima parte del libro (che non sarebbe corretto chiamare romanzo, perché racconta una storia vera, mascherando solo i nomi, ma solo in alcuni casi) risulta coinvolgente e divertente, si ha l’impressione che si squarci un velo destinato a farci scoprire gli aspetti oscuri di un mondo che la mia generazione normalmente idealizza. Ad un certo punto, però, subentra la razionalità, insieme alle considerazioni sull’ego dell’autore e sul suo punto di vista univoco e inflessibile, tant’è che sul finale si arriva a mal sopportarlo. Resta comunque una lettura interessante, anche dal momento che Lyons è un riferimento per quanto riguarda la satira sul mondo Tech e le parodie witty: per anni è stato autore del blog parodia Fake Steve Jobs e, chicca per gli appassionati delle serie TV, è stato anche coautore di un episodio di Silicon Valley.

il-grande-animale-d475Il Grande Animale, Gabriele Di Fronzo, Nottetempo. Probabilmente in molti avete già sentito parlare di questo libro, magari grazie a questo articolo di Studio. Il protagonista de Il Grande Animale è un tassodermista molto dedito al lavoro, che narra nei minimi particolari le “operazioni” svolte sugli animali, come se ogni volta si trattasse di un rituale, una cerimonia. Il vero protagonista di questo romanzo, però, è il concetto di vuoto. Nella descrizione dei “lavori” del tassodermista si esplorano i concetti di vuoto e morte che gli strisciano accanto, non solo per l’attività che si trova a svolgere nel quotidiano, ma anche perché, nel frattempo, si ritrova a dover accudire il padre malato. Ciò che colpisce di questo libro è senz’altro il modo insolito di arrivare a trattare un interrogativo esistenziale abbastanza comune, ribaltando le prospettive sul vuoto e sulla morte. Leggendo, io ho avuto l’impressione che la storia mi venisse raccontata direttamente dal narratore. A bassa voce, facendo scorrere le parole lentamente, davanti a un bicchiere, seduti a un tavolo di legno. Da leggere per esplorare le nuove frontiere della narrativa italiana.

La_Lettre_a_HelgaLa lettre à Helga, Birgisson Bergsveinn, Zulma. Ho acquistato questo libro al Salone del Libro di Parigi perché, proprio nel periodo in cui mi apprestavo a preparare il mio viaggio in Islanda di quest’estate, sono capitata davanti al banco d’esposizione di Zulma, una casa editrice che pubblica voci da tutto il mondo e che propone copertine fichissime. La storia è quella di Bjarni, un pastore islandese che, ormai anziano, scrive una lettera all’amante di una vita, l’unica donna in grado di scaldarlo e generare in lui emozioni forti. Il lungo monologo del protagonista esplora, oltre alla passione per Helga, la semplice realtà che lo circonda: l’allevamento di montoni, le pesche in solitaria, i lunghi inverni. Il romanzo è del 2013 e ad oggi non mi risulta che sia stato tradotto in italiano (in inglese sì, però, e si intitola Reply to a letter from Helga). Qualche mese dopo aver letto questo libro, ho visto un film che mi ha fatto pensare alla storia di Bjarni, Rams – storia di due fratelli e otto pecore. Rams non ha la componente “storia d’amore tormentata” propria di La lettre à Helga, ma descrive una realtà simile: un piccolo paese, due anziani fratelli dediti all’allevamento dei montoni, una vita fatta di cose semplici, dove però sopravvivere all’inverno può essere un’impresa. La solitudine, il fatto di poter conoscere solo poche persone nell’arco di un’intera vita, com’è d’inverno quando non riesci neanche a uscire di casa perché è caduta troppa neve: queste cose non riusciremo mai a capirle appieno, sebbene sia facilissimo innamorarsi dei paesaggi islandesi fino ad arrivare a pensare che sarebbe bellissimo vivere in una fattoria sperduta nel verde, poco lontana da una cascata o un fiordo.

 

In Primavera, in realtà, ho letto anche Purity di Franzen, ma quello meriterebbe un articolo a parte. Poi ho letto una serie di libri prima e durante il mio viaggio in Giappone, ma di quelli ho parlato qui.

Stay Tuned

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Gli Altri Settentrioni

Sono sempre stata affascinata dal Nord, da paesaggi e abitudini così lontane dalle nostre. Non so cosa mi piacesse, in particolare, dell’idea di Nord che avevo: forse il fatto che la gente fosse più riservata e scostante, forse i colori, forse il freddo, la presenza della neve. Adoravo tutte queste cose, specie prima di andare a vivere in città dove fa molto meno caldo e si vede meno spesso il sole, rispetto all’Italia.  Un affetto recondito e una passione inspiegabile per film e libri scandinavi sono rimasti, per questo ho accolto con interesse l’invito, da parte di un amico, a leggere L’isola pianeta.

L’isola pianeta – E altri settentrioni è un Adelphi pieno di sorprese, racchiude racconti di viaggio di Giorgio Manganelli, con tappe in Svezia, Norvegia, Danimarca, Islanda, Isole Far Øer, Finlandia. Anche la Germania trova però il suo spazio, con Lubecca e Amburgo.

Quello che c’è di speciale in questo libro è innanzitutto il fatto che a tratti sembri un libro fotografico: il racconto di viaggio sembra essere accompagnato da diapositive. Si descrivono i paesaggi naturali mozzafiato, le città, piccole e grandi, i quartieri «della perdizione» (Christiania, St. Pauli). Ciò che rende il libro veramente speciale è però lo sguardo così attento sui locali, sulle loro abitudini e credenze: è affascinante cercare di capire cosa rende questi popoli così simili e, allo stesso tempo, diversi tra loro. L’analisi delle varie lingue parlate in Scandinavia, in Finlandia, in Islanda e sulle Far Øer è già da sé una sorta di mappa che racchiude significati storici e culturali importantissimi per questi popoli in bilico tra la civiltà e i ghiacci.

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Attraverso questo libro, a tratti, si ha quasi l’impressione di entrare nelle case degli schivi abitanti del Nord, che nella nostra testa immaginiamo un po’ vichinghi, un po’ creature magiche. C’è spazio anche per cercare di capire qualcosa di più delle città del nord Germania, anche se in fondo sentiamo i tedeschi molto più vicini a noi.

Se l’«isola pianeta» è l’Islanda, con la sua natura selvaggia e i paesaggi estremi, ogni realtà del Nord è in realtà descritta da Manganelli come un piccolo mondo eccentrico. Il libro è una via di mezzo tra un diario di viaggio e un saggio, ed è un’ottima lettura per gli appassionati di cultura Nordica e per tutti coloro che siano in procinto di recarsi nel profondo Nord.

Stay Tuned

 

Cosa ho letto questa primavera

Vi delizierò oggi con le recensioni brevi dei libri che mi hanno fatto compagnia durante la primavera, ovvero la stagione che teoricamente dovrebbe essere caratterizzata da giornate di sole e dai primi caldi. Non è andata proprio così, quindi è più corretto dire che questi sono alcuni dei libri che ho letto all’incirca tra il 21 marzo e il 21 giugno di quest’anno.

taglioAlta_001321Robert Galbraith, Il Baco da Seta, Salani. Chiaramente non è Harry Potter, ed è assai improbabile che io avrei mai letto uno solo di questi libri se non si fosse scoperto che Robert Galbraith è in realtà J.K. Rowling. Tuttavia, devo ammettere che per me i romanzi della saga dell’investigatore privato Cormoran Strike sono ormai diventati un must-read. Ho dunque divorato in un paio di giorni il racconto dell’indagine sul caso della scomparsa dello scrittore Owen Quine, noto per essere uno sboccato provocatore. La seconda avventura di Strike è ambientata nel mondo dell’editoria londinese, tra rancori repressi, personaggi ambigui e colpi di scena alla Rowling. Devo ammettere, però, che Il Baco da Seta si è rivelato per me meno avvincente del suo predecessore Il Canto del Cuculo, forse a causa dell’ambiente in cui la vicenda si svolge, forse per la caratterizzazione e la descrizione di Londra meglio riuscita e più presente nella prima opera firmata da JKR con lo pseudonimo Robert Galbraith. Il fatto che il secondo capitolo di un’opera sia meno avvincente del primo è un po’ fisiologico, e immagino che più la saga (potenzialmente infinita) andrà avanti, più i romanzi perderanno smalto, ma resto fiduciosa e sicuramente sarò tra i lettori del prossimo capitolo, Career of Evil, in uscita il 22 ottobre.

nottiregrandeArnaldur Inridason, Le Notti Di Reykjavíc, Guanda. Chi mi conosce e chi segue questo blog da un po’ sa bene che l’Islanda è uno dei miei paesi preferiti senza esserci mai stata. Questo è successo principalmente a causa dei Sigur Rós, che ascoltavo spesso durante gli ultimi anni di università e che restano tutt’ora una delle poche band che riesco ad ascoltare senza perdere la concentrazione mentre scrivo o lavoro. Evocare il nome dei Sigur Rós farà venire in mente a molti di voi un’Islanda fatta di paesaggi surreali, montagne e cieli verdi, in cui trovare la pace e l’ispirazione, nonostante il freddo. Molto bene; Le Notti di Reykjavíc mi ha portata molto lontano da tutto ciò, facendomi vivere, attraverso le peripezie del poliziotto Erlendur Sveinsson, una vicenda dura, triste, ambientata in una città in cui nessuno sembra voler dare troppa confidenza e la dipendenza dall’alcool è una piaga vera. Il libro, come tutti i gialli, si legge in fretta e fa venir voglia di arrivare alla fine. Se siete appassionati di gialli nordici, probabilmente questo è un libro che vi piacerà nella stessa misura in cui possono esservi piaciuti, per dirne una, i libri della collana Giallo Svezia di Marsilio. Ammetto di averlo letto più per l’ambientazione che per il genere o la trama, tuttavia mi sono affezionata al protagonista, uomo ermetico e solitario, caratterizzato dall’ossessione per le persone scomparse. Lo seguirò ancora leggendo presto Le Abitudini delle Volpi, romanzo che è sulla lista delle letture previste per quest’estate.

61Qgf3lIAkLPatrick Modiano, Bijou, Einaudi. Il mio primo Modiano è stato un libro breve e, dato che per un po’ mi sembrava di non capire dove volesse andare a parare, arrivata circa a metà l’ho ricominciato da capo, convinta di essermi persa qualcosa di fondamentale. Ma non mi ero persa niente, era davvero tutto un onirico rincorrere una persona forse davvero morta, forse semplicemente scomparsa: la madre della protagonista. L’estenuante ricerca, che si consuma in zone più o meno centrali della capitale francese, fino alle scale e ai corridoi stretti degli antichi palazzi haussmanien, è inframmezzata dai ricordi insistenti di un passato che non c’è più, dalle voci in tutte le lingue che escono dalla radio ascoltata dal compagno di Bijou, traduttore. Esplorare Parigi e vedersela letteralmente davanti agli occhi è possibile, in quanto, leggendo queste pagine, si ha la sensazione che i luoghi siano la sola cosa a non essere avvolta da un’aura di immaginazione. Su tutto il resto, si rimane incerti e, per la maggior parte del tempo, scettici e pessimisti. La madre di Bijou è morta davvero? Bijou la troverà? Chi sono gli amici veri o fantomatici che la ragazza incontra durante la propria ricerca? Perdetevi.

9782253153641Anne-Sophie Brasme, Respire, Le Livre de Poche. Normalmente la regola vuole che il libro sia sempre più bello del film, ma in questo caso non è così. In un articolo dello scorso novembre vi ho parlato del film Respire di Mélanie Laurent e, dopo aver letto il libro, posso confermare il consiglio datovi allora: guardate prima il film e poi, se volete, leggete il libro. La vicenda resta più o meno la stessa, anche se una delle due protagoniste, Sarah, nel libro ha un background differente rispetto a quanto proposto nel film, cosa che influenza in parte gli sviluppi della storia. Inoltre, l’ordine con cui vengono narrati gli avvenimenti toglie un po’ di pathos al racconto di Anne-Sophie Brasme. L’autrice resta però giustificabile: aveva solo diciassette anni quando ha scritto Respire, nel 2001. È inevitabile, dunque, che la seppur giovane regista (Mélanie Laurent ha 32 anni) abbia saputo fare di meglio dal punto di vista della narrazione e dell’intrattenimento, pur attingendo alla stessa base. Raccontare l’adolescenza viene un po’ più facile quando se ne è usciti e tutto quell’universo fatto di pulsioni, crisi di identità e follie sembra un po’ più lontano. D’altra parte, per coloro che raccontano storie (scrittori o registi che siano) è necessario calcare un po’ la mano, quando i protagonisti sono i teenager: si tratta infatti dell’unico modo possibile per raccontare l’esageratezza (reale o percepita) della loro rabbia e delle loro emozioni.

copertinamurodicasseVanni Santoni, Muro di Casse, Laterza. E qui cito me stessa e la mia recensione su Finzioni, che vi invito a leggere qui e che vi raccomando, per farvi una vera idea di cosa sia e di cosa rappresenti questo libro.

«Immaginate di trovarvi per la prima volta di fronte a qualcosa che vi è stato sempre dipinto solo in un altro modo, da un altro punto di vista. La vostra situazione sarebbe allora simile a quella in cui mi sono trovata io, mentre leggevo questo libro ed imparavo a conoscere e comprendere la cultura rave e cosa c’è dietro ai suoi protagonisti. A proposito di questo movimento, nato negli anni ’90, ricordo servizi diffidenti ed anche un po’ allarmati dei telegiornali, che lasciavano intendere, senza mezzi termini, che i raver fossero un po’ unamassa di drogati. Ricordo anche la presa in giro, o meglio, la necessità di stabilire una certa distanza rispetto al popolo dei rave, in atto nel mio liceo e in quasi tutti gli ambienti che di conseguenza ho teso a frequentare in seguito, dove nessuno ascoltava la musica tekno o portava le Osiris D3 (Ok, forse qualche skater le indossava. Però, loro ascoltavano Bassi Maestro o Eminem). Grazie a Muro di Casse, ho preso questo mondo e l’ho guardato dall’interno. Attraverso il racconto in prima persona messo in atto prima da Iacopo, e poi da Cleo e Veridiana, ho potuto immaginare di trovarmi con loro a Christiania e poi su un’auto che partiva dall’Italia ed arrivava a Portalegre per un rave. Ho visto Beauvais, tappa d’obbligo per chi arriva a Parigi con la Ryanair, con occhi diversi. C’è tanta avventura dietro ai racconti dei protagonisti di questo libro. C’è libertà, c’è appartenenza».

Questa primavera ho letto anche i quattro libri della saga de L’Amica Geniale di Elena Ferrante. Ma, siccome è una storia lunga, di questo parleremo prossimamente.

Stay Tuned.

Eyjafjallajökull. Time for Icelandic Rebellion.

Vi parlai dell’ Islanda e dei Sigur Ròs un po’ qua e un po’ , , .

Nell’ultimo articolo che vi ho ri-linkato, risalente a 29 mesi fa, parlavo di una canzone initolata Viðrar vel til Loftárása, che poi significa Tempo per un Attacco Aereo.

Ebbene.

Gli scorsi mesi trascorsi “allestero” mi avevano insegnato che puoi andare dove vuoi quando vuoi come vuoi con relativa facilità e in relativamente poco tempo e che le distanze possono annullarsi come se niente fosse. Considerazioni da rivedere in caso di eventi naturali pazzi.

L’ Eyjafjallajökull ha deciso così e non c’è niente da fare, le mille formichine dormono negli aeroporti e affollano le stazioni. Ci sono ancora troppe battaglie che noialtri superevoluti perderemo.

Magari adesso sarete un po’ più curiosi di vedere Heima o sapere che c’è Jonsi a Milano il 9 giugno all’Alcatraz (Hengilàs, “with the volcanic eruption at Eyjafjallajökull in the background”).

Magari no, ma la morale di questa storia è:

Attenzione al cuore caldo di un’isola di ghiaccio.

Stay Tuned?