Libri Primavera / Estate (Parte II)

Tra poco è Halloween e, una volta sparite le zucche, nelle vetrine inizieranno ad apparire i gadget natalizi (alcuni, a dire il vero, già li ho visti). Nel frattempo ci ho messo solo un mese per pubblicare la seconda puntata di questo articolo, e quindi, a ottobre inoltrato, posso parlarvi dei libri che ho letto quest’estate. Ma ce l’ho fatta prima del passaggio all’orario solare, quindi sono ancora in tempo.

Parte II – Estate

OITNB BookOrange is the New Black: My year in a women’s prison, Piper Kerman, Spiegel & Brau. Ho acquistato questo libro in un Urban Outfitters a New York, nell’inverno 2015, ovvero in un momento in cui Orange is The New Black era uno dei telefilm che amavo di più in assoluto. Avevo visto solo la prima e la seconda stagione e, dopo aver visto la terza e la quarta, forse non è più molto vero. Comunque, se i telefilm, come è logico che sia, con il passare delle stagioni si usurano, resta il fatto che ho deciso di leggere le memorie dell’anno di reclusione di Piper Kerman perché ho adorato il telefilm che ne è stato tratto (ma che poi ha sviluppato la propria trama in maniera molto libera e indipendente). Non bisogna aspettarsi, però, di trovare nel libro lo stesso elemento di humor che caratterizza il telefilm. Il memoir della Kerman è il racconto della vita in carcere vissuto dal punto di vista di una detenuta “inusuale”, ex brava ragazza wasp che commette un errore e lo paga caro. Oltre al racconto della routine della prigione, con le sue difficoltà, le sue ingiustizie, la solitudine, ci si ferma spesso a riflettere sull’uscita dal carcere (molto più frequentemente rispetto a quanto accade nel telefilm, dove è ovvio che non si possa “far uscire” i personaggi con frequenza). Questo momento è presentato come un’ulteriore difficoltà, oltre che come un traguardo da raggiungere: reintegrarsi nella società non è semplice, specialmente per le detenute che non hanno un posto dove andare e a cui la famiglia ha voltato le spalle. L’aver visto prima il telefilm mi ha forse “rovinato” la lettura, ma penso che, in generale, la serie di Netflix ispirata a questo memoir resti nel suo genere un prodotto molto più brillante rispetto al libro.

murgiaAcabadora, Michela Murgia, Einaudi. Questo libro l’ho ricevuto in regalo da un amico; era il primo libro di Michela Murgia che leggevo, e sicuramente non sarà l’ultimo. Una prima cosa colpisce subito: la Sardegna. L’atmosfera sarda è una costante nel romanzo, avvolge il lettore, che si ritrova catapultato in una realtà atemporale: Soreni, il luogo della narrazione, è intrappolata in un passato che appare costantemente attuale. I protagonisti sembrano parte di un mondo non avvezzo al progresso: gli abiti, la cura dei campi, la terra brulla, tutto sembra richiamare il passato, portarci indietro di qualche decennio, ancora più indietro degli anni cinquanta in cui la storia è realmente ambientata, anche se quel tempo potrebbe essere ieri, oggi, sempre. Infatti ci rendiamo conto che il passato è ancora qui, perché il tema principale del romanzo, l’eutanasia, è ancora parte del dibattito attuale, almeno in Italia. L’autrice lo tratta in maniera delicata ed empatica, attraverso gli occhi della protagonista, la giovane Maria, impegnata a svolgere la matassa del mistero legato all’attività notturna della madre adottiva, la vedova benestante Bonaria Urrai, che ufficialmente è la sarta del paese, si veste sempre di nero, e a volte, quando si fa buio, scompare in segreto. A Maria servirà del tempo, per arrivare a giustificare i silenzi della Urrai.

estasi-culinarieEstasi Culinarie, Muriel Barbery, e/o Edizioni. Questo libro l’ho trovato ad un mercatino dell’usato, lo stesso giorno in cui ho comprato una macchina da scrivere. Mi sono ricordata de L’Eleganza del Riccio e l’ho acquistato sulla fiducia, per scoprire una storia ambientata nello stesso quartiere altolocato di Parigi, dove alla portinaia Renée e al clochard Gégène, personaggi ripresi ne L’Eleganza del Riccio, viene riservato un cameo. Estasi Culinarie è il romanzo d’esordio della Barbery, uscito in realtà sei anni prima rispetto al suo più celebre best seller. È la storia di un critico culinario sgarbato e pieno di sé che, sul letto di morte, cerca di ritrovare «Il Sapore» che gli ha cambiato la vita. In questo scenario, che mi ha ricordato un po’ anche Ratatouille, si alternano monologhi del protagonista, che indaga i propri ricordi, tra aneddoti del passato e degustazioni, e pensieri a ruota libera dei personaggi che con lui hanno condiviso alcuni momenti o una vita intera: la moglie, figli e nipoti, l’allievo prediletto, persino il gatto e, come si è detto, la portinaia ed il barbone che spesso lo incrociavano mentre rientrava a casa. Si tratta di un romanzo leggero, dal finale forse un po’ prevedibile, ma sicuramente piacevole. Unico inconveniente (se si vuole vederlo come tale): fa venire fame!

untitledChanson d’ailleur, Kim Ae-Ran, Decrescenzo. È un libro di racconti, che ho acquistato al Salone del Libro di Parigi, dove nel 2016 il Paese Ospite era la Corea. Le storie di Chanson d’ailleurs sono delicati racconti inseriti in un contesto che, personalmente, non posso dire di conoscere: l’Asia è lontana, Giappone e Cina esportano molti più prodotti culturali nel mondo occidentale e non ho mai visitato la Corea. Gli unici due Coreani che ho conosciuto nella mia vita sono stati una mia compagna di calcio e un tizio che abitava nel micro appartamento accanto al mio a Londra (ma aveva traslocato quasi subito). I protagonisti dei racconti di Kim Ae-Ran hanno tutti un tratto in comune: sono anime infelici e sospese: un tassista che ha troppo tempo per riflettere, una donna delle pulizie che lavora in un aeroporto e vede passare gente di ogni tipo, due amiche con l’ossessione per la manicure ed un viaggio in Thailandia un po’ sfortunato. I personaggi sono puntini dispersi, la linea che li congiunge è il senso di incompletezza che li pervade, un mix di solitudine, nostalgia e disillusione, mentre la fiamma di un affetto o di un obiettivo splende fievole davanti a loro, destinata a scomparire un attimo dopo.

In estate ho letto anche un bel po’ di gialli, ma quelli sono guilty pleasures e, forse, ne parleremo un’altra volta.

Stay Tuned

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Il filo di Elena Ferrante

La settimana scorsa vi ho parlato dei libri che ho letto questa primavera, tutti tranne uno. O meglio, tutti tranne quattro, quelli che compongono la quadrilogia di Elena Ferrante. Nel frattempo lei, complici la candidatura allo Strega e il fatto di non esistere, è sulla bocca di tutti.

Per chi abbia trascorso gli ultimi quattro mesi su Marte: un’entità che si firma Elena Ferrante ha recentemente pubblicato (con e/o Edizioni) una serie di quattro romanzi in cui si narra la vita di due amiche nate e cresciute in un rione di Napoli. La storia inizia con una delle due, Elena (detta Lenù) che, ormai sessantenne, partendo dai giorni nostri, torna indietro a raccontare la propria storia e quella dell’amica Lila. Sullo sfondo ci sono tutta una serie di personaggi, Napoli, e la storia d’Italia degli ultimi sessant’anni.

Non li ho letti tutti di fila, ma a coppie di due. Alla fine del secondo, ho sentito l’esigenza di prendermi una pausa e leggere qualcos’altro, come intermezzo. Tra i quattro romanzi, quelli che mi sono piaciuti di più sono il primo (L’Amica Geniale) e l’ultimo (Storia della Bambina Perduta). Nel mezzo ho trovato parti più stagnanti e alcuni dilungamenti, ma in fondo ci può stare che le parti più brillanti di un racconto lunghissimo siano l’inizio e la fine.

Pensando a questa struttura interna a forma di chiasmo, mi viene in mente un’altra storia che racconta le vite di due amici inseparabili, dalla loro infanzia alla vecchiaia: C’era una volta in America. D’accordo, si tratta di un film. Ma non si può non ammettere che anche lì la parte più bella, intensa, geniale, sia la prima, quella dell’infanzia di Noodles e Max. È talmente bella che non si riesce proprio a cambiare canale, ogni volta che, giocando con il telecomando, ci ritroviamo per l’ennesima volta questo film alla televisione. La durata della pellicola è di quasi quattro ore, ma ne vale la pena, per l’intensità del finale. E c’è solo una cosa che ci si possa aspettare dagli ultimi atti di una storia del genere: la resa dei conti, il tirare le fila.

Ferrante tira un filo lunghissimo, anzi, lo riavvolge e poi lo ripercorre, visto che all’inizio del primo romanzo facciamo conoscenza con una Lenù sessantenne, che decide di raccontare questa sua storia, dopo aver ricevuto la notizia della sparizione di Lila. Da lì, si riparte dai giochi in cortile, dalla scuola elementare frequentata dai bambini del rione. Dalla competizione, che si sviluppa fin dall’infanzia, per stabilire quale delle due amiche sia la più geniale.

C’è un ingresso e c’è un’uscita, nel labirinto che la vita tesse per ciascuno dei personaggi di questa storia. Ferrante li accompagna ad uno ad uno grazie a quel filo che, svolgendosi lungo il percorso, delinea i loro momenti felici e i loro periodi bui. I grossi bivi dovrebbero rappresentare dalle scelte, ma in fondo sembra che il filo sia già tirato, e che a decidere non siano sempre i personaggi, ma le possibilità economiche, l’appartenenza a una categoria sociale, l’influenza della politica.

Lenù e Lila danzano nel labirinto, a volte incontrandosi, a volte scontrandosi. Sull’equilibrio precario della loro amicizia fatta anche di odio e rivalità si gioca tutta la saga, e allo stesso tempo le due protagoniste rappresentano due modi possibili di crescere e di evolvere, per una ragazzina originaria del rione. Ci sono momenti in cui per loro non è semplice restare amiche. Come si dice nel quarto libro:

Ogni rapporto intenso tra essere umani è pieno di tagliole e se si vuole che duri bisogna imparare a schivarle.

La centralità del rione è fortissima; nonostante Elena, nel corso della propria vita, abbia l’occasione di vivere in diverse città d’Italia, fino alla fine del quarto libro ancora l’autrice va a cercare ogni singola persona del rione, rivela al lettore che fine abbia fatto, collega quella fine a ciò che il personaggio in questione era stato cinquant’anni prima, alle vecchie dicerie. È la dinamica della provincia portata all’esasperazione, non richiede di essere posizionata ad una latitudine specifica. Semplicemente, nei paesi in cui tutti conoscono tutti, funziona così. È innegabile, però, che in questa quadrilogia ci sia un valore aggiunto dato da Napoli.

Napoli è una città che tutti conoscono, pur non vivendoci. E non nel senso che la conoscano veramente, ma nel senso che, nel bene o nel male, è una città di cui si sente parlare tanto; per il suo carattere, per le sue dinamiche, per la bellezza del suo paesaggio a cui fa da contrappeso il male della delinquenza. Ferrante sposa e colora l’idea generale che tutti hanno di Napoli, cadendo in cliché non esagerati, ma parlando della città in modo da dare al lettore quello che si aspetta. Il risultato è un mix di folklore locale accompagnato da dinamiche di osservazione e partecipazione alle vite degli altri che, in fondo, potrebbe riprodursi in qualsiasi quartiere o paesello.

Napoli6

La testa al toro la tagliamo solo alla fine: a quelli che mi chiederanno se l’opera, nella sua totalità, mi sia piaciuta, risponderò insomma. Forse è vigliacco non schierarsi, ma da una parte non mi sento di corrispondere gli entusiasmi degli adepti, probabilmente proprio perché, dopo averne parlato con alcuni amici esaltati e letto pareri a cinque stelle un po’ ovunque, sono partita con aspettative troppo alte. Dall’altra, non rientro neanche tra le file dei detrattori, in quanto in fondo per me questa è stata una lettura piacevole, sebbene popular, e non trovo un valido motivo per una stroncatura.

Di una cosa, però, sono sicura: L’Amica Geniale entrerà nella lista di libri da consigliare ad amici stranieri che mi chiedano consiglio per leggere un libro italiano. E non solo perché non sono l’unica ad aver pensato che questo libro possa piacere agli stranieri, visto che ormai è tradotto in talmente tante lingue che reperirlo anche in aramaico non dovrebbe essere difficile. Ma perché, in fondo, al di là delle vicende personali di Lila e Lenù, una cosa questo libro la fa bene: attraverso le sue macrotematiche di fondo, sa parlare dell’Italia.

Stay Tuned