donna per caso

#2 Litigare con Jonathan Coe, riconciliarsi con Jonathan Coe

Il primo libro di Jonathan Coe che ho letto, La Casa del Sonno, mi aveva stregata. L’ho ricevuto in regalo da un amico che avevo ospitato a Londra e l’ho letto proprio nel periodo in cui sapevo che presto avrei lasciato la città. Mi ha lasciato, quindi, una sorta di nostalgia del Regno Unito prima ancora di essermene andata. E, con essa, la sensazione che con questo romanzo Coe avesse tirato un colpo di biliardo al triangolo di palline posato al centro del tavolo; talmente perfetto da dover poi soltanto stare a guardare mentre piano piano tutte le palline andavano in buca. Ricordo di averlo letto a settembre 2012, un po’ sulla Victoria Line un po’ nei giardini della Tate a Pimlico. E di aver pensato che Coe sarebbe diventato uno dei miei scrittori preferiti.

Eppure ci ho messo più di un anno per leggere un altro suo romanzo, trovato per caso in biblioteca, Donna per caso, o forse il titolo suona ancora più bello in inglese: Accidental Woman. Ne ho parlato qui, nell’ottobre 2013, consapevole che fosse un romanzo d’esordio, e a cui quindi potevo perdonare alcune cose, come certi margini non perfettamente definiti, mentre la vita della protagonista scorreva senza infamia e senza lode e il narratore assumeva in modo forse eccessivo quel ruolo di osservatore esterno che non manca di puntellare la storia con osservazioni ironiche e saccenti. Promosso, però.

E poche settimane dopo, nel novembre 2013, mi sono lasciata tentare da Expo ’58, che allora era il romanzo più recente di Coe e che ricordo di aver letto su un Eurostar. Ma questo libro mi ha deluso, come ho scritto anche qui, in parte perché l’avevo trovato troppo banale rispetto a La Casa del Sonno, in parte perché mi erano mancate troppo le tipiche atmosfere british di Coe (è ambientato a Bruxelles).

È stato così che ho iniziato ad abbandonare questo autore, per poi iniziare La Famiglia Winshaw una prima volta a febbraio 2015, lasciarlo a metà, e poi riprenderlo in mano solo molto tempo dopo, nel dicembre 2016. Il motivo per cui avevo iniziato La Famiglia Winshaw è molto semplice: normalmente adoro le saghe familiari, quindi per me questo romanzo prometteva bene. Ma era troppo lento, con troppe sovrapposizioni e storie parallele che intralciavano quello che a me interessava veramente: lo scavare nel passato dei rampolli Winshaw. Lasciato (neanche) a metà una prima volta, mi sono convinta a riprendere in mano questo romanzo perché volevo leggere Numero 11, che è uscito nella primavera del 2016 e che contiene appunto accenni a La Famiglia Winshaw (ma non è un sequel, potrebbe essere letto tranquillamente in ogni caso, perdendo solo qualche succulento rimando alle vicende che furono). L’ho finito veramente a fatica, ed è stato il punto più basso della mia passione per Jonathan Coe, reo di avermi tradito con un romanzo pieno di lungaggini, inserti e rimandi storici, stralci di lettere perdute.

Ma veniamo a Numero 11, che non solo è il libro più recente di Coe, ma anche l’ultimo libro che ho letto in assoluto. Sulla copertina ci sono un ragno e un grosso «11», elementi che tornano più volte durante la narrazione, diventandone veri e propri fili conduttori. Per la prima volta dopo tanto tempo, ho avuto di nuovo la sensazione che Coe sia riuscito a rispedire in buca tutte le palline del biliardo, anche se con giri più macchinosi e meno fluidi rispetto a quanto avvenuto con La Casa del Sonno, sicuramente per la decisione di toccare molte tematiche socio-politiche durante il tragitto: la politica di Blair, la ricchezza sfrenata della City londinese, i reality show, l’hate speech sui social. Eppure mi ha convinta, ce l’ha fatta, e mi ha riportato anche un po’ di quella sana malinconia british che con Expo ’58 era mancata e con La Famiglia Winshaw era passata in secondo piano perché ho odiato ogni altra cosa. Numero 11 è stato un libro che ho letto con piacere e che mi ha fatto riconciliare con Coe. E ora mi sento meglio.

Stay Tuned.