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#1 Le case uguali

Scorgere foto delle case degli amici su Facebook e Instagram, e bloccare il consueto slide down verso il fondo della timeline per soffermarmi sui dettagli delle immagini e per individuare tutti gli arredi dell’Ikea che presto o tardi nella vita ho incrociato anche io. Lo faccio in maniera automatica anche con le case di AirBnb, e credo lo facciano tutti. Adesso che siamo invecchiati non è più come prima, cioè a sfondo delle nostre foto casalinghe non ci sono più sedie quadri e tappeti palesemente scelti da qualcuno con trent’anni più di noi, ma ci sono – tendenzialmente – arredi scelti da noi, nelle case arredate da noi, oppure arredi scelti da persone che affittano case pensando che il target di affittuario ideale siamo noi.

Noi è quel tipo di persona le cui papille gustative sensibili all’interior design si emozionano per le New York tiles, i tavoloni di legno un po’ grezzi, le sedie stile industrial o «da vecchia scuola elementare» o ancora copie accettabili delle Victoria Ghost. Insomma, tutte quelle scelte di arredamento a cui su Instagram si possano attribuire hashtag destinati a mettere uno accanto all’altro e far sembrare uguali il salone un AirBnb di Amsterdam che ho prenotato due anni fa e un posto che fa il ramen a Boston dove ho mangiato l’inverno scorso.

Tutto questo mi è venuto in mente perché in settimana ho festeggiato l’anniversario della casa in cui vivo da due anni, e che presto diventerà la casa in cui ho vissuto più a lungo dopo casa dei miei in Italia. Io che ero abituata all’idea che una casa fosse quella, punto, per la vita. Che quello che mettevi in cantina quando avevi otto anni ti sarebbe ricapitato in mano durante un momento di raptus di ordine e pulizie (o qualche ricerca compulsiva di chissà quale aggeggio effettuata dieci anni dopo), perché semplicemente, tutto era lì, la tua vita era lì. Il concetto di trasloco inteso come «spostamento di una vita» a quell’epoca non mi apparteneva.

È stato solo dopo che ho iniziato ad entrare nell’ottica degli spazi piccoli e limitati nel tempo, in cui avrei potuto avere poche cose e dovuto buttare tutto quello che non usavo da più di dieci mesi, essere pronta a sbaraccare tutto nel giro di un anno, e soprattutto a mettere i miei vestiti in armadi che non fossero miei e riempire almeno le pareti di robe ritagliate e attaccate con lo scotch per dare un minimo di personalizzazione a scatole provvisorie che poi sarebbero diventate la casa di qualcun altro. Era come se il concetto stesso di casa fosse diventato più sfuggente, meno importante.

IKEA

Foto Ikea.com, ma come blog di arredamento e “vita indoor” vi consiglio vivamente thesocialitefamily.com

Poi è arrivata questa casa, la prima con qualche possibilità di essere considerata un po’ più definitiva. E, con essa, l’emozione di poter scegliere come arredarla, che colori darle, quale divano o quali quadri sarebbero stati i protagonisti delle stanze. Ed è bello, se non che poi ti rendi conto che in realtà la tua testa è formattata su un catalogo Ikea o qualcosa di simile, e quindi va a finire che i tuoi amici hanno lo stesso lampadario e le stesse mensole Lack e che la casa del tuo ex collega che lavora a Singapore ha la stessa vetrinetta Fabrikör di casa tua e pure le stesse poltroncine che avevi nella tua casa di Londra nel 2012. E poi capisci che in realtà tutte le case sono uguali e quindi boh, che in realtà non hai una casa solo tua e speciale o che, forse, abiti in una filter bubble delle case, un pattern che ti ospita un po’ dappertutto.

Stay Tuned

 

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Parte delle cose che ho detto sono state scritte meglio su Pagina 99. Ricordo che quando ho letto questo articolo ho pensato «È tutto vero»: Il mondo piatto dell’estetica AirBnb, Pagina 99

Cose che ho scritto e fatto nell’ultimo mesetto mentre non scrivevo sulla Stanza Bianca: un paio di articoli a quattro mani su Rivista Undici, questo pezzo in inglese su Tony Cascarino, e lancio di un travel blog come progetto parallelo, Eat the Road, che potete seguire anche su Facebook e Instagram.