Gli Altri Settentrioni

Sono sempre stata affascinata dal Nord, da paesaggi e abitudini così lontane dalle nostre. Non so cosa mi piacesse, in particolare, dell’idea di Nord che avevo: forse il fatto che la gente fosse più riservata e scostante, forse i colori, forse il freddo, la presenza della neve. Adoravo tutte queste cose, specie prima di andare a vivere in città dove fa molto meno caldo e si vede meno spesso il sole, rispetto all’Italia.  Un affetto recondito e una passione inspiegabile per film e libri scandinavi sono rimasti, per questo ho accolto con interesse l’invito, da parte di un amico, a leggere L’isola pianeta.

L’isola pianeta – E altri settentrioni è un Adelphi pieno di sorprese, racchiude racconti di viaggio di Giorgio Manganelli, con tappe in Svezia, Norvegia, Danimarca, Islanda, Isole Far Øer, Finlandia. Anche la Germania trova però il suo spazio, con Lubecca e Amburgo.

Quello che c’è di speciale in questo libro è innanzitutto il fatto che a tratti sembri un libro fotografico: il racconto di viaggio sembra essere accompagnato da diapositive. Si descrivono i paesaggi naturali mozzafiato, le città, piccole e grandi, i quartieri «della perdizione» (Christiania, St. Pauli). Ciò che rende il libro veramente speciale è però lo sguardo così attento sui locali, sulle loro abitudini e credenze: è affascinante cercare di capire cosa rende questi popoli così simili e, allo stesso tempo, diversi tra loro. L’analisi delle varie lingue parlate in Scandinavia, in Finlandia, in Islanda e sulle Far Øer è già da sé una sorta di mappa che racchiude significati storici e culturali importantissimi per questi popoli in bilico tra la civiltà e i ghiacci.

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Attraverso questo libro, a tratti, si ha quasi l’impressione di entrare nelle case degli schivi abitanti del Nord, che nella nostra testa immaginiamo un po’ vichinghi, un po’ creature magiche. C’è spazio anche per cercare di capire qualcosa di più delle città del nord Germania, anche se in fondo sentiamo i tedeschi molto più vicini a noi.

Se l’«isola pianeta» è l’Islanda, con la sua natura selvaggia e i paesaggi estremi, ogni realtà del Nord è in realtà descritta da Manganelli come un piccolo mondo eccentrico. Il libro è una via di mezzo tra un diario di viaggio e un saggio, ed è un’ottima lettura per gli appassionati di cultura Nordica e per tutti coloro che siano in procinto di recarsi nel profondo Nord.

Stay Tuned

 

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Gli Altri Settentrioni

Lo sport del diavolo. Biografia di un campione

Non leggo moltissime biografie, ma devo ammettere che, quando lo faccio, si tratta quasi sempre di biografie di personaggi sportivi. In loro c’è qualcosa che mi affascina: la lotta costante per la vittoria, la concentrazione, la necessità di essere sempre al top fisicamente, il saper sopportare la tensione delle gare più importanti, quelle giocate davanti a migliaia di persone e viste in TV in tutto il mondo.

hair-raising-athletes-andre-agassiDato che il calcio è l’unico sport che seguo con costanza, la maggior parte delle biografie che ho letto sono di calciatori, ma da tempo ero tentata da Open, la storia di Andre Agassi, pubblicata in Italia da Einaudi nel 2011.

Di Agassi, prima di leggere Open, sapevo poco o niente. Avevo presente le fotografie di questo tennista un po’ particolare, con i capelli lunghi e un look che non passava certo inosservato, negli anni ’80. Ricordavo anche il cambio radicale di capigliatura, e i poster di Agassi rasato a zero, con bandana e orecchino, che mettevano nei giornalini che leggevamo alle medie. Gli stessi giornalini in cui trovavamo i poster delle boyband. Come molti, insomma, avevo un’immagine ben precisa di Agassi, legata principalmente al suo aspetto fisico, l’abbigliamento stravagante, i capelli biondi, l’essere un personaggio da pubblicità. Sapevo, naturalmente, che si era sposato con Steffi Graf, ma non mi era esattamente chiaro quanti e quali trofei avesse vinto come tennista.

Il fatto di non essermi documentata sulla carriera di Agassi come sportivo prima di leggere Open, mi ha in realtà permesso di godere di questa biografia come di un romanzo, restando di volta in volta con il fiato sospeso durante il racconto delle partite, in quanto non conoscevo il risultato finale. Questo forse per me è stato un beneficio, e il fatto di fruire di questo libro come se si trattasse di una fiction mi ha tenuto sulle spine e ha reso più appassionante la lettura.

La storia è costruita in modo che il libro sia «per le masse» e non solo per gli intenditori, ma credo che anche chi abbia seguito Agassi mentre era in attività, e sia dunque a conoscenza delle sue vittorie e sconfitte, amerebbe questo libro per gli innumerevoli retroscena, le curiosità, la descrizione dell’essere umano che si nasconde sotto il rivestimento dorato del campione. Perché Agassi, con il suo turbinio di emozioni, i comportamenti non sempre esemplari, l’eccentricità, umano lo era davvero, forse anche troppo per il mondo del tennis.

Si dice che il tennis sia lo sport del diavolo, e a me viene in mente quel fotogramma di Match Point in cui la pallina rimbalza sul bordo bianco della rete e resta sospesa in aria. La voce fuoricampo riflette allora sull’importanza della fortuna nella vita, ma un vero tennista sa che, al di là della fortuna, la tenuta fisica e psicologica sono le variabili più importanti in gioco. Durante il libro sembra che Agassi ammetta che queste cose gli sono spesso mancate e questo ha fatto la differenza rispetto al rivale di sempre, il connazionale Sampras, più razionale e più vincente.

La biografia contiene aspetti forse eccessivamente romanzati, relativi alla love story con la Graf e alla descrizione del rapporto con il padre Mike, ex-pugile iraniano, aggressivo e fanatico, deciso a fare di almeno uno dei suoi figli un campione del tennis. Ma la parte secondo me più interessante e avvincente resta la visione «dall’interno» di un match di tennis, con tutte le emozioni, i nervosismi e le difficoltà fisiche connesse. Ciò che non vediamo quando osserviamo una partita da spettatori, è ciò che avviene nella testa del giocatore: reggere a questa pressione e alla solitudine a cui si è esposti sul campo da gioco è ciò che può fare di un tennista un campione.

Oppure no.

Stay Tuned

 

Lo sport del diavolo. Biografia di un campione

Luogo, tempo, verità: Agota Kristof

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Immagine tratta dal film Il Grande Quaderno

Bentornati a tutti! È arrivato il momento di parlarvi dei libri che ho imbrattato di crema solare quest’estate e di scambiare finalmente opinioni sulle letture estive. Ci siamo ormai resi conto che l’era in cui l’estate durava tre mesi è finita. Se un tempo, in gioventù, d’estate riuscivamo a leggere una quantità spropositata di libri, ora leggerne due o tre durante le vacanze è già un traguardo importante. D’altra parte, bisogna rassegnarsi: i tomi, più che all’estate, bisogna rimandarli all’età della pensione.

Un romanzo letto quest’estate che mi ha veramente impressionata è Trilogia della città di K., di Agota Kristof (Einaudi). Sono venuta a conoscenza dell’esistenza di questo libro diversi anni fa, partecipando alla festa di compleanno di un amico, che lo ricevette in regalo. Il titolo e il nome dell’autrice avevano suscitato la mia curiosità fin da subito, ma solo qualche anno dopo ho finalmente acquistato una copia della Trilogia. Mi sono infine dedicata alla sua lettura quest’estate.

Il romanzo è diviso in tre parti, per tanti aspetti diverse tra loro. L’autrice trascina il lettore a ritmo serrato, soprattutto nella prima parte, appoggiandosi su uno stile asciutto e sul curioso carattere dei protagonisti. Si narra la storia di due gemelli attraverso un’infanzia difficile prima, una vita travagliata poi.

Non si parla mai nello specifico di un luogo, in questo romanzo. L’origine dell’autrice e i dettagli presenti nel testo fanno però pensare che la vicenda si svolga in un paese dell’Est-Europa, forse proprio l’Ungheria. Non è svelata esplicitamente nemmeno una vera dimensione temporale; ancora una volta bisogna interpretare tutto attraverso i segnali lanciati da Kristof all’interno della storia, e ogni dettaglio fa pensare che in sottofondo ci siano in un primo momento la Seconda Guerra Mondiale e poi l’avvento del comunismo.

Ma la cosa veramente affascinante, è che non ci sia nemmeno una verità. Kristof mette le carte in tavola nel primo libro; poi le mischia. Il lettore non riesce a dare un senso agli avvenimenti, a collocare nel tempo e nello spazio i due giovani gemelli al centro della storia, che nel primo libro parlano all’unisono, come se fossero una persona sola. La prospettiva è destinata a cambiare e gli avvenimenti assumono una nuova forma.

Ma è proprio questo il bello: la storia dei due ragazzini, che definire eccentrici è dir poco, evolve come non ci si aspetta. Trilogia della città di K. è un romanzo che fa venir voglia di parlarne subito con un amico che l’abbia letto, perché lascia a bocca aperta, come tutte le cose belle al punto da diventare taglienti.

P.S. In Italia esce il 27 agosto Il Grande Quaderno, pellicola tratta dal primo dei tre libri. È un film ungherese, realizzato nel 2014. Qui trovate il trailer.

Stay Tuned.

Luogo, tempo, verità: Agota Kristof

Cosa ho letto questa primavera

Vi delizierò oggi con le recensioni brevi dei libri che mi hanno fatto compagnia durante la primavera, ovvero la stagione che teoricamente dovrebbe essere caratterizzata da giornate di sole e dai primi caldi. Non è andata proprio così, quindi è più corretto dire che questi sono alcuni dei libri che ho letto all’incirca tra il 21 marzo e il 21 giugno di quest’anno.

taglioAlta_001321Robert Galbraith, Il Baco da Seta, Salani. Chiaramente non è Harry Potter, ed è assai improbabile che io avrei mai letto uno solo di questi libri se non si fosse scoperto che Robert Galbraith è in realtà J.K. Rowling. Tuttavia, devo ammettere che per me i romanzi della saga dell’investigatore privato Cormoran Strike sono ormai diventati un must-read. Ho dunque divorato in un paio di giorni il racconto dell’indagine sul caso della scomparsa dello scrittore Owen Quine, noto per essere uno sboccato provocatore. La seconda avventura di Strike è ambientata nel mondo dell’editoria londinese, tra rancori repressi, personaggi ambigui e colpi di scena alla Rowling. Devo ammettere, però, che Il Baco da Seta si è rivelato per me meno avvincente del suo predecessore Il Canto del Cuculo, forse a causa dell’ambiente in cui la vicenda si svolge, forse per la caratterizzazione e la descrizione di Londra meglio riuscita e più presente nella prima opera firmata da JKR con lo pseudonimo Robert Galbraith. Il fatto che il secondo capitolo di un’opera sia meno avvincente del primo è un po’ fisiologico, e immagino che più la saga (potenzialmente infinita) andrà avanti, più i romanzi perderanno smalto, ma resto fiduciosa e sicuramente sarò tra i lettori del prossimo capitolo, Career of Evil, in uscita il 22 ottobre.

nottiregrandeArnaldur Inridason, Le Notti Di Reykjavíc, Guanda. Chi mi conosce e chi segue questo blog da un po’ sa bene che l’Islanda è uno dei miei paesi preferiti senza esserci mai stata. Questo è successo principalmente a causa dei Sigur Rós, che ascoltavo spesso durante gli ultimi anni di università e che restano tutt’ora una delle poche band che riesco ad ascoltare senza perdere la concentrazione mentre scrivo o lavoro. Evocare il nome dei Sigur Rós farà venire in mente a molti di voi un’Islanda fatta di paesaggi surreali, montagne e cieli verdi, in cui trovare la pace e l’ispirazione, nonostante il freddo. Molto bene; Le Notti di Reykjavíc mi ha portata molto lontano da tutto ciò, facendomi vivere, attraverso le peripezie del poliziotto Erlendur Sveinsson, una vicenda dura, triste, ambientata in una città in cui nessuno sembra voler dare troppa confidenza e la dipendenza dall’alcool è una piaga vera. Il libro, come tutti i gialli, si legge in fretta e fa venir voglia di arrivare alla fine. Se siete appassionati di gialli nordici, probabilmente questo è un libro che vi piacerà nella stessa misura in cui possono esservi piaciuti, per dirne una, i libri della collana Giallo Svezia di Marsilio. Ammetto di averlo letto più per l’ambientazione che per il genere o la trama, tuttavia mi sono affezionata al protagonista, uomo ermetico e solitario, caratterizzato dall’ossessione per le persone scomparse. Lo seguirò ancora leggendo presto Le Abitudini delle Volpi, romanzo che è sulla lista delle letture previste per quest’estate.

61Qgf3lIAkLPatrick Modiano, Bijou, Einaudi. Il mio primo Modiano è stato un libro breve e, dato che per un po’ mi sembrava di non capire dove volesse andare a parare, arrivata circa a metà l’ho ricominciato da capo, convinta di essermi persa qualcosa di fondamentale. Ma non mi ero persa niente, era davvero tutto un onirico rincorrere una persona forse davvero morta, forse semplicemente scomparsa: la madre della protagonista. L’estenuante ricerca, che si consuma in zone più o meno centrali della capitale francese, fino alle scale e ai corridoi stretti degli antichi palazzi haussmanien, è inframmezzata dai ricordi insistenti di un passato che non c’è più, dalle voci in tutte le lingue che escono dalla radio ascoltata dal compagno di Bijou, traduttore. Esplorare Parigi e vedersela letteralmente davanti agli occhi è possibile, in quanto, leggendo queste pagine, si ha la sensazione che i luoghi siano la sola cosa a non essere avvolta da un’aura di immaginazione. Su tutto il resto, si rimane incerti e, per la maggior parte del tempo, scettici e pessimisti. La madre di Bijou è morta davvero? Bijou la troverà? Chi sono gli amici veri o fantomatici che la ragazza incontra durante la propria ricerca? Perdetevi.

9782253153641Anne-Sophie Brasme, Respire, Le Livre de Poche. Normalmente la regola vuole che il libro sia sempre più bello del film, ma in questo caso non è così. In un articolo dello scorso novembre vi ho parlato del film Respire di Mélanie Laurent e, dopo aver letto il libro, posso confermare il consiglio datovi allora: guardate prima il film e poi, se volete, leggete il libro. La vicenda resta più o meno la stessa, anche se una delle due protagoniste, Sarah, nel libro ha un background differente rispetto a quanto proposto nel film, cosa che influenza in parte gli sviluppi della storia. Inoltre, l’ordine con cui vengono narrati gli avvenimenti toglie un po’ di pathos al racconto di Anne-Sophie Brasme. L’autrice resta però giustificabile: aveva solo diciassette anni quando ha scritto Respire, nel 2001. È inevitabile, dunque, che la seppur giovane regista (Mélanie Laurent ha 32 anni) abbia saputo fare di meglio dal punto di vista della narrazione e dell’intrattenimento, pur attingendo alla stessa base. Raccontare l’adolescenza viene un po’ più facile quando se ne è usciti e tutto quell’universo fatto di pulsioni, crisi di identità e follie sembra un po’ più lontano. D’altra parte, per coloro che raccontano storie (scrittori o registi che siano) è necessario calcare un po’ la mano, quando i protagonisti sono i teenager: si tratta infatti dell’unico modo possibile per raccontare l’esageratezza (reale o percepita) della loro rabbia e delle loro emozioni.

copertinamurodicasseVanni Santoni, Muro di Casse, Laterza. E qui cito me stessa e la mia recensione su Finzioni, che vi invito a leggere qui e che vi raccomando, per farvi una vera idea di cosa sia e di cosa rappresenti questo libro.

«Immaginate di trovarvi per la prima volta di fronte a qualcosa che vi è stato sempre dipinto solo in un altro modo, da un altro punto di vista. La vostra situazione sarebbe allora simile a quella in cui mi sono trovata io, mentre leggevo questo libro ed imparavo a conoscere e comprendere la cultura rave e cosa c’è dietro ai suoi protagonisti. A proposito di questo movimento, nato negli anni ’90, ricordo servizi diffidenti ed anche un po’ allarmati dei telegiornali, che lasciavano intendere, senza mezzi termini, che i raver fossero un po’ unamassa di drogati. Ricordo anche la presa in giro, o meglio, la necessità di stabilire una certa distanza rispetto al popolo dei rave, in atto nel mio liceo e in quasi tutti gli ambienti che di conseguenza ho teso a frequentare in seguito, dove nessuno ascoltava la musica tekno o portava le Osiris D3 (Ok, forse qualche skater le indossava. Però, loro ascoltavano Bassi Maestro o Eminem). Grazie a Muro di Casse, ho preso questo mondo e l’ho guardato dall’interno. Attraverso il racconto in prima persona messo in atto prima da Iacopo, e poi da Cleo e Veridiana, ho potuto immaginare di trovarmi con loro a Christiania e poi su un’auto che partiva dall’Italia ed arrivava a Portalegre per un rave. Ho visto Beauvais, tappa d’obbligo per chi arriva a Parigi con la Ryanair, con occhi diversi. C’è tanta avventura dietro ai racconti dei protagonisti di questo libro. C’è libertà, c’è appartenenza».

Questa primavera ho letto anche i quattro libri della saga de L’Amica Geniale di Elena Ferrante. Ma, siccome è una storia lunga, di questo parleremo prossimamente.

Stay Tuned.

Cosa ho letto questa primavera