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#2 Litigare con Jonathan Coe, riconciliarsi con Jonathan Coe

Il primo libro di Jonathan Coe che ho letto, La Casa del Sonno, mi aveva stregata. L’ho ricevuto in regalo da un amico che avevo ospitato a Londra e l’ho letto proprio nel periodo in cui sapevo che presto avrei lasciato la città. Mi ha lasciato, quindi, una sorta di nostalgia del Regno Unito prima ancora di essermene andata. E, con essa, la sensazione che con questo romanzo Coe avesse tirato un colpo di biliardo al triangolo di palline posato al centro del tavolo; talmente perfetto da dover poi soltanto stare a guardare mentre piano piano tutte le palline andavano in buca. Ricordo di averlo letto a settembre 2012, un po’ sulla Victoria Line un po’ nei giardini della Tate a Pimlico. E di aver pensato che Coe sarebbe diventato uno dei miei scrittori preferiti.

Eppure ci ho messo più di un anno per leggere un altro suo romanzo, trovato per caso in biblioteca, Donna per caso, o forse il titolo suona ancora più bello in inglese: Accidental Woman. Ne ho parlato qui, nell’ottobre 2013, consapevole che fosse un romanzo d’esordio, e a cui quindi potevo perdonare alcune cose, come certi margini non perfettamente definiti, mentre la vita della protagonista scorreva senza infamia e senza lode e il narratore assumeva in modo forse eccessivo quel ruolo di osservatore esterno che non manca di puntellare la storia con osservazioni ironiche e saccenti. Promosso, però.

E poche settimane dopo, nel novembre 2013, mi sono lasciata tentare da Expo ’58, che allora era il romanzo più recente di Coe e che ricordo di aver letto su un Eurostar. Ma questo libro mi ha deluso, come ho scritto anche qui, in parte perché l’avevo trovato troppo banale rispetto a La Casa del Sonno, in parte perché mi erano mancate troppo le tipiche atmosfere british di Coe (è ambientato a Bruxelles).

È stato così che ho iniziato ad abbandonare questo autore, per poi iniziare La Famiglia Winshaw una prima volta a febbraio 2015, lasciarlo a metà, e poi riprenderlo in mano solo molto tempo dopo, nel dicembre 2016. Il motivo per cui avevo iniziato La Famiglia Winshaw è molto semplice: normalmente adoro le saghe familiari, quindi per me questo romanzo prometteva bene. Ma era troppo lento, con troppe sovrapposizioni e storie parallele che intralciavano quello che a me interessava veramente: lo scavare nel passato dei rampolli Winshaw. Lasciato (neanche) a metà una prima volta, mi sono convinta a riprendere in mano questo romanzo perché volevo leggere Numero 11, che è uscito nella primavera del 2016 e che contiene appunto accenni a La Famiglia Winshaw (ma non è un sequel, potrebbe essere letto tranquillamente in ogni caso, perdendo solo qualche succulento rimando alle vicende che furono). L’ho finito veramente a fatica, ed è stato il punto più basso della mia passione per Jonathan Coe, reo di avermi tradito con un romanzo pieno di lungaggini, inserti e rimandi storici, stralci di lettere perdute.

Ma veniamo a Numero 11, che non solo è il libro più recente di Coe, ma anche l’ultimo libro che ho letto in assoluto. Sulla copertina ci sono un ragno e un grosso «11», elementi che tornano più volte durante la narrazione, diventandone veri e propri fili conduttori. Per la prima volta dopo tanto tempo, ho avuto di nuovo la sensazione che Coe sia riuscito a rispedire in buca tutte le palline del biliardo, anche se con giri più macchinosi e meno fluidi rispetto a quanto avvenuto con La Casa del Sonno, sicuramente per la decisione di toccare molte tematiche socio-politiche durante il tragitto: la politica di Blair, la ricchezza sfrenata della City londinese, i reality show, l’hate speech sui social. Eppure mi ha convinta, ce l’ha fatta, e mi ha riportato anche un po’ di quella sana malinconia british che con Expo ’58 era mancata e con La Famiglia Winshaw era passata in secondo piano perché ho odiato ogni altra cosa. Numero 11 è stato un libro che ho letto con piacere e che mi ha fatto riconciliare con Coe. E ora mi sento meglio.

Stay Tuned.

Lo sport del diavolo. Biografia di un campione

Non leggo moltissime biografie, ma devo ammettere che, quando lo faccio, si tratta quasi sempre di biografie di personaggi sportivi. In loro c’è qualcosa che mi affascina: la lotta costante per la vittoria, la concentrazione, la necessità di essere sempre al top fisicamente, il saper sopportare la tensione delle gare più importanti, quelle giocate davanti a migliaia di persone e viste in TV in tutto il mondo.

hair-raising-athletes-andre-agassiDato che il calcio è l’unico sport che seguo con costanza, la maggior parte delle biografie che ho letto sono di calciatori, ma da tempo ero tentata da Open, la storia di Andre Agassi, pubblicata in Italia da Einaudi nel 2011.

Di Agassi, prima di leggere Open, sapevo poco o niente. Avevo presente le fotografie di questo tennista un po’ particolare, con i capelli lunghi e un look che non passava certo inosservato, negli anni ’80. Ricordavo anche il cambio radicale di capigliatura, e i poster di Agassi rasato a zero, con bandana e orecchino, che mettevano nei giornalini che leggevamo alle medie. Gli stessi giornalini in cui trovavamo i poster delle boyband. Come molti, insomma, avevo un’immagine ben precisa di Agassi, legata principalmente al suo aspetto fisico, l’abbigliamento stravagante, i capelli biondi, l’essere un personaggio da pubblicità. Sapevo, naturalmente, che si era sposato con Steffi Graf, ma non mi era esattamente chiaro quanti e quali trofei avesse vinto come tennista.

Il fatto di non essermi documentata sulla carriera di Agassi come sportivo prima di leggere Open, mi ha in realtà permesso di godere di questa biografia come di un romanzo, restando di volta in volta con il fiato sospeso durante il racconto delle partite, in quanto non conoscevo il risultato finale. Questo forse per me è stato un beneficio, e il fatto di fruire di questo libro come se si trattasse di una fiction mi ha tenuto sulle spine e ha reso più appassionante la lettura.

La storia è costruita in modo che il libro sia «per le masse» e non solo per gli intenditori, ma credo che anche chi abbia seguito Agassi mentre era in attività, e sia dunque a conoscenza delle sue vittorie e sconfitte, amerebbe questo libro per gli innumerevoli retroscena, le curiosità, la descrizione dell’essere umano che si nasconde sotto il rivestimento dorato del campione. Perché Agassi, con il suo turbinio di emozioni, i comportamenti non sempre esemplari, l’eccentricità, umano lo era davvero, forse anche troppo per il mondo del tennis.

Si dice che il tennis sia lo sport del diavolo, e a me viene in mente quel fotogramma di Match Point in cui la pallina rimbalza sul bordo bianco della rete e resta sospesa in aria. La voce fuoricampo riflette allora sull’importanza della fortuna nella vita, ma un vero tennista sa che, al di là della fortuna, la tenuta fisica e psicologica sono le variabili più importanti in gioco. Durante il libro sembra che Agassi ammetta che queste cose gli sono spesso mancate e questo ha fatto la differenza rispetto al rivale di sempre, il connazionale Sampras, più razionale e più vincente.

La biografia contiene aspetti forse eccessivamente romanzati, relativi alla love story con la Graf e alla descrizione del rapporto con il padre Mike, ex-pugile iraniano, aggressivo e fanatico, deciso a fare di almeno uno dei suoi figli un campione del tennis. Ma la parte secondo me più interessante e avvincente resta la visione «dall’interno» di un match di tennis, con tutte le emozioni, i nervosismi e le difficoltà fisiche connesse. Ciò che non vediamo quando osserviamo una partita da spettatori, è ciò che avviene nella testa del giocatore: reggere a questa pressione e alla solitudine a cui si è esposti sul campo da gioco è ciò che può fare di un tennista un campione.

Oppure no.

Stay Tuned

 

La Rivelazione di un Perdente: La Vita Segreta di Tony Cascarino

Circa due anni fa mentre ero in gita alle scogliere di Dover, comprai ad un banchetto un libro usato. Era la storia, tra alti e bassi (bassi, per lo più) di Tony Cascarino, giocatore mediocre in Inghilterra, più o meno rispettato in Francia, nazionale di un’Irlanda per la quale non avrebbe mai dovuto giocare. Mogli, paure, depressione e un cognome inequivocabilmente italiano: The Secret Life of Tony Cascarino.

Circa un anno e mezzo fa, andai in gita alle scogliere di Dover che, più note come Bianche Scogliere di Dover, costituiscono il punto in cui l’Inghilterra finisce a sud-est. Dopo una striscia di mare che gli inglesi si ostinano a chiamare English Channel e tutti gli altri chiamano La Manica, inizia la Francia.

Mentre passeggiavo sulle scogliere mi arrivò un SMS del mio operatore telefonico (allora inglese). Diceva «Welcome to France!» e mi informava sulle tariffe all’estero e sui numeri di emergenza. Mentre tornavo indietro, verso il paese e la fermata del bus per rientrare a Londra, mi imbattei in una caffetteria (l’unica) che aveva, al suo esterno, uno scaffale di libri usati, in vendita al prezzo di una piccola offerta dettata dal buon cuore. Così, lasciai tre pounds, e presi gli unici tre libri di calcio presenti:

  • Woody and Nord, a Football Friendhip, di Gareth Southgate ed Andy Woodman, che narra di come il nazionale inglese Southgate e lo sconosciuto Woodman rimasero amici, dopo gli inizi al Crystal Palace, nonostante il successo internazionale di uno e la discesa nelle serie minori dell’altro.
  • Brilliant Orange: The Neurotic Genius of Dutch Football, di David Winner, che narra le meraviglie del calcio all’olandese che ha portato al successo squadre di club quali Milan, Barcellona, Arsenal e Chelsea.
  • Full Time, The Secret Life of Tony Cascarino as told to Paul Kimmage, di Paul Kimmage, autobiografia dell’attaccante della Repubblica d’Irlanda Tony Cascarino, definita dal Guardian, secondo i commenti in quarta di copertina «Molto più interessante di quella di David Beckham», uscita nello stesso anno (2001).

Forse per il colore della cover (il verde è sempre stato uno dei miei colori preferiti, ma non per lo stesso motivo che lo rende caro a Borghezio), forse perchè la storia di questo giocatore si svolge a metà tra l’Inghilterra e la Francia, e cioè nel luogo in cui, casualmente, trovai la sua biografia come un manoscritto dimenticato, mi buttai sull’autobiofrafia di Cascarino, scritta dal giornalista irlandese (ed amico personale del giocatore) Paul Kimmage. Fu una storia che, pochi giorni dopo aver letto Io, Ibra, per contrasto, mi colpì molto. Per questo, oggi vi parlo di un libro che parla di calcio e di un uomo che, nel pallone come nella vita, non ha mai avuto una grande fortuna e capacità di dominare gli eventi.

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All’inizio dell’autobiografia, troviamo Tony Cascarino nelle nebbie di Nancy: corre l’anno 2000. Giocatore professionista dal 1982, Tony non si diverte più a giocare a pallone. Vive con la seconda moglie francese, Virginie, e la figlia di cinque anni avuta da lei, Maeva. Mentre accompagna la figlia a scuola per andare agli allenamenti, ripassa i calcoli fatti per sommare tutti i guadagni della sua vita di calciatore e sottrarre tutte le spese che deve affrontare e che lo aspetteranno nel futuro, ben sapendo che tra poco dovrà, come si dice, appendere gli scarpini al chiodo. Sommando tutto, ha paura di non farcela. Ansia, depressione, un costante senso di inadeguatezza. Questi sentimenti saranno sempre presenti in Cascarino, sul campo e fuori. Leggendo la sua biografia, si può trarre facilmente la conclusione che essere un calciatore non sia sempre sinonimo di vita da star.

Ripercorriamo la sua carriera in un piccolo momento da album Panini.

Dopo i primi anni nel Gillingham (‘81/’87, 219 presenze e 78 gol) e nel Millwall (‘87/’90, 105 presenze e 42 gol), Cascarino passò attraverso tre importanti team in Inghilterra e Scozia (Aston Villa, Celtic Glasgow, Chelsea), ma sprecò queste opportunità senza mai lasciare il segno:

  • Aston Villa, 1990/91, 46 presenze, 11 gol. Cartoline da questa esperienza: un infortunio al ginocchio a inizio stagione, la capacità di guadagnarsi la sfiducia dei tifosi in un tempo rapidissimo.
  • Celtic, 1991/92, 24 presenze, 4 gol. Cartoline da questa esperienza: arrivato al Celtic grazie all’agente e amico Liam Brady (vecchia conoscenza del calcio italiano) prima si accattivò i favori della tifoseria per aver malmenato uno degli Hearts durante una partita (gli Hearts sono la squadra di Edinburgo corrispondente ai Rangers, in contrapposizione agli Hibs, gli equivalenti del Celtic). Poi, a partire da una gara drammatica in UEFA contro il Neuchatel persa 5-1, iniziò la discesa agli inferi, culminata con la rottura del rapporto idilliaco con Brady e con i rimproveri per le uscite a bere con i giocatori dei Rangers, mal viste dai tifosi (rischio serio di essere puniti con un’aggressione fisica) e dal resto della squadra. (Consentitemi a questo punto una piccola parentesi per dire R.I.P. e onore ai Rangers di Glasgow come ce li ricordavamo prima del fallimento, e ricordiamoci che tra essi ha militato uno dei più grandi mattacchioni del calcio: Paul Gascoigne. Lo stesso Gazza, nella sua recente intervista a So Foot, nel luglio 2013, ha ricordato come folle la rivalità tra le due squadre di Glasgow, dicendo addirittura che nei locali pro-Rangers, i tavoli da biliardo avevano il tappeto blu e non c’era la pallina verde, il contrario nei locali pro-Celtic).
  • Chelsea, 1992/94, 40 presenze, 8 gol. Cartoline da questa esperienza: mai entrato in stato di forma eccezionale, pressato dai tifosi e dal manager Ken Bates, un giorno sentì quest’ultimo dire al telefono, a proposito del potenziale acquisto di Robert Fleck dal Norwich «I don’t want another f***ing disaster like Cascarino[1]». Quando si dice circondato dai consensi.

Alla fine Cascarino ricevette una viscida telefonata da Tapie e scappò in Francia. Qui, finalmente, riuscì a farsi soprannominare Tony Goal, dopo essersi trasformato in goleador per il Marsiglia (appena retrocesso per uno scadalo relativo a una partita arrangiata) e per il Nancy.

A Marsiglia, Tony divenne fier d’être Marseillais[2], ma soprattutto, dietro il volere di Tapie, acconsentì a farsi iniettare una non meglio identificata sostanza che, definita legale dal fisioterapista, creava nei giocatori uno stato particolare di eccitazione e adrenalina.

L’arrivo in Francia fu anche crocevia della sua vita fuori dal campo. La sua vita personale si divise infatti tra due famiglie. Di nuovo, una inglese e una francese. il suo comportamento infedele lo portò a rompere con la prima moglie, Sarah. Infatti, dopo il trasloco in Francia, Cascarino decise di lasciare lei e i due figli che avevano avuto insieme (il secondo dei quali si chiamava Teddy in onore dell’amico di una vita e ben più fortunato giocatore Teddy Sheringham). Al suo posto, scelse Virginie, una donna francese che gli diede una bambina, Maeva. Rimane doloroso, per il giocatore, non essere mai riuscito ad essere un buon padre e ad avere una buona relazione con i due figli maschi avuti da Sarah. La sua infedeltà e l’incapacità di stare vicino ai figli, nell’autobiografia vengono da lui stesso additate come ulteriori prove della sua inettitudine.

Con il Marsiglia, tra il ’94 e il ’97, Cascarino collezionò 84 presenze e 61 gol, prima di passare al Nancy, dove giocò tra il ’97 e il 2000, collezionando 109 presenze e 44 gol. In questo club, celebre per essere stato la prima squadra di Michel Platini, Cascarino, seppur vecchiotto e depresso, si mantenne sulla soglia della decenza, come durante tutto il suo periodo francese.

La carriera di Cascarino può essere riassunta da una metafora da lui stesso creata: «It has often been said that the joy of scoring goals is greater than sex, but personally I’d compare it more with masturbation. I’ve always found sex to be an absolute pleasure, but scoring goals has only ever brought me relief[3]». Questo è il pensiero di un attaccante che faticò molto per dimostrare il suo valore, e finalmente riuscì ad ottenere stima e riconoscimento solo in un campionato nazionale che per sua stessa ammissione era  molto meno interessante e remunerativo a livello di ingaggi rispetto al campionato inglese, ma che per lui fu un’oasi accettabile per sé e per i suoi livelli di gioco.

All’età di trentotto anni, Cascarino decise di chiudere la sua carriera con la Red Star, un team di Saint-Ouen (un comune a nord di Parigi) che giocava in quei giorni nella terza divisione francese. Questa esperienza finì però molto presto: Tony lasciò la squadra dopo solo due partite e con questo abbandono concluse anche la sua carriera di giocatore professionista.

Non vi ho ancora parlato, però, della più grande rivelazione presente in questo libro, probabilmente il motivo principale per il quale lui stesso decise di scriverlo e pubblicarlo. Si tratta della confessione relativa alla sua carriera di internazionale. Tra il 1985 e il 1999 Tony collezionò 88 presenze e 19 gol con la nazionale irlandese.

Direttamente dal libro: «How could a man called Tony Cascarino play football for the Republic of Ireland? Good Question. Ask the punters at Samford Bridge and they’ll say: “Well, he wasn’t going to play for Italy, now, was he?” A trouch cruel, perhaps, but undeniably true. I did qualify to play for Italy but then I qualified to play for England and Scotland as well. Why did I choose the Republic of Ireland? Well, to be honest, I suppose because they chose me[4]».

Cascarino poteva giocare per la nazionale irlandese secondo quella che era chiamata la grandparents rule. Sua madre, Theresa O’Malley, era la più giovane delle quattro figlie di Agnes e Michael Joseph O’Malley, nativo di Westport, County Mayo, contea nord-occidentale dell’Irlanda. Michael si era trasferito a Londra da teenager. Il padre di Tony, come rivela il cognome, era di origini italiane.

L’avventura di Cascarino in nazionale fu tutt’altro che gloriosa, anche se gli consentì di far parte dell’Irlanda che partecipò ai Mondiali 1990 e, contro ogni aspettativa, arrivò ai quarti, prima di essere eliminata dall’Italia, paese ospitante. Nel libro vi è una descrizione appassionata del caldo benvenuto ricevuto dai giocatori al rientro in Irlanda dopo quella Coppa del Mondo: erano considerati alla stregua di eroi. Lui fu parte di questo successo, dal momento che, nonostante i suoi nervi instabili e un tiro piuttosto rischioso, riuscì a segnare uno dei rigori che permise all’Irlanda di battere la Romania e passare ai quarti.

Durante la fase a gironi, l’Irlanda incontrò l’Inghilterra, in una partita che terminò 1-1. Sei giocatori di quell’Irlanda erano nati in Inghilterra. Tra essi, lo stesso Cascarino. («How could I play against England? I’d supported England as a boy; England was my team, the land of my birth. But that’s exactly what transpired: eight years later, on a wet and windy night in Cagliari, I walked out for my country, to face my country, in the biggest game of my career[5]»). L’episodio che Cascarino ricorda maggiormente di quel match, fu un suo errore in marcatura su Terry Butcher, che gli sfuggì e si avviòverso il fondo guadagnando un’occasione da gol. Ma, come lui stesso sottolinea, dato che l’1-1 era un risultato più favorevole all’Irlanda che all’Inghilterra, il suo errore passò pressoché inosservato.

Fu a Genova che Cascarino visse un suo piccolo momento di gloria, sebbene, come di consueto, segnato dal brivido. Quando, dopo un estenuante zero a zero, si prospettarono i calci di rigore, Ray Hougthon si avvicinò ai compagni domandando chi si volesse assumere l’onere. E propose a Cascarino di tirare uno dei penalties, dal momento che i due rigoristi designati, John Aldridge e Ronnie Whelan, erano stati sostituiti nel corso della partita e si faticava a trovare volontari. L’invito ad andare sul dischetto fu quantomeno intimidatorio: «Are you a men or a f***ing mouse[6]?»

Eppure, nonostante quella strafottente vocina interiore che gli ricordava le sue insicurezze e i suoi insuccessi e nonostante un rigore tirato malissimo, la palla calciata da Tony scivolò sotto il braccio di Lung, il portiere rumeno, e si infilò in rete.

Fu l’Italia di Totò Schillaci, a Roma, a mettere fine al sogno irlandese. Eppure, quella qualificazione ai quarti, per l’Irlanda fu talmente inattesa che i giocatori di quella squadra vennero visti come eroi in patria. Una volta tornati, ci furono festeggiamenti degni di una squadra campione del mondo e le donne si gettavano ai loro piedi. Il buon Tony ammette di aver opposto ben poca resistenza alle lusinghe delle sue compaesane, desiderose di raccontare alle amiche di essere state a letto con uno dei campioni di Italia ’90. Il mito si esaurì inequivocabilmente pochi anni dopo: nel 1995, affacciatosi alla finestra di un hotel a Limerick, Tony si rassegnò al fatto che le fan, appostate in attesa dei campioni, volessero solo i più giovani Jason McAteer, Gary Kelly e Phil Babb. E, alla loro richiesta di gettare un ricordino dei tre dalla finestra, afferrò un paio di slip sporchi e li gettò giù. Nell’osservare la mini-rissa per accaparrarsi il cimelio e lo sguardo trionfante della vincitrice, Tony fu preso dal suo consueto senso di stupore misto a depressione. La sua mistica conclusione fu: «And in that moment it was all there in front of me. The craving we have to be someone. The magnetic lure of fame[7]». E tutta la magia della fama post Italia ’90 svanì, in un paio di mutande non proprio pulite gettate dalla finestra.

Ben 88 presenze dunque (e solo 19 gol, come già detto, ma, sempre come già detto, essere decisivo in occasioni importanti non era esattamente il suo forte), ma forse Tony Cascarino non avrebbe mai dovuto giocare per l’Irlanda. Nel 1996, la FIFA cambiò le regole per i giocatori internazionali e rese necessario, per i giocatori, il possesso del passaporto erogato da un determinato stato, per poter giocare nella corrispettiva nazionale. Lui aveva sempre avuto un passaporto inglese, giocava per l’Irlanda solo sotto la grandparents rule che, come dice il nome, è una regola che attribuisce la nazionalità in base a quella di uno dei nonni.

Tuttavia, nei giorni in cui si apprestava a chiedere ufficialmente il suo passaporto irlandese, Tony scoprì da sua madre che lei era stata adottata. Dunque, lui non aveva mai avuto un legame di sangue col presunto nonno irlandese. La grandparents rule che gli aveva consentito di vestire la maglia verde dell’Irlanda veniva dunque a cadere.

Ma, dopotutto, «The notion of Irishness is not primarily a question of birth or blood or language, it is the condition of being involved in the Irish situation, and usually of being marked by it[8]» (secondo Conor Cruise O’Brien, politico, scrittore e storico irlandese). Anche Eamon Dunphy, ex giocatore e ora personaggio televisivo, afferma che Cascarino era spiritualmente qualificato a giocare per l’Irlanda.

Ma cos’è questa Irishness? L’idea di essere considerati sempre un po’ più poveri e un po’ meno destinati al successo, che va spesso e volentieri ricercato altrove. Nel 1996, probabilmente per la sua notorietà come calciatore e i servizi resi alla causa nazionale, a Cascarino venne concesso comunque il passaporto Irlandese che gli era stato negato nel 1985. Allora, non avendone la necessità, il giocatore non si era preoccupato di andare fino in fondo per risolvere gli intoppi burocratici che gli avevano impedito di ottenere il documento.

Non tutti apprezzarono la rivelazione. L’ex CT Irlandese Jack Charlton commentò dicendo che la faccenda avrebbe dovuto rimanere segreta e dello stesso parere furono i compagni di nazionale Andy Townsend, Niall Quinn e Steve Staunton. Il primo, amico personale di Cascarino, si espresse così: «Quando Tony mi raccontò la storia rimasi scioccato e il mio consiglio fu di non rivelarla. In fondo, che bisogno c’era? La sua carriera volgeva al termine e nessuno poteva dubitare dell’impegno da lui profuso con la maglia irlandese. Qualcuno dirà che, in qualità di capitano della nazionale, avrei dovuto avvisare la nostra Federcalcio, ma Tony è mio amico fraterno e inoltre era stato tenuto all’oscuro della vicenda».

Allora, perchè rivelarsi? Alla luce della sua storia, così appassionatamente raccontata nella biografia scritta da Paul Kimmage, in questa rivelazione si legge la richiesta di attenzione di un uomo disperato, che, nonostante abbia fatto per lavoro ciò che è e sempre sarà il sogno di molti bambini, non è mai riuscito ad essere felice. Poca gloria e molte insoddisfazioni come calciatore, una vita privata piuttosto travagliata, rovinata da un comportamento non proprio irreprensibile, tra tradimenti, passione smodata per il poker e trascuratezza. L’impressione è che, nell’Irlanda, Cascarino si sia rifugiato, per cercare di sentirsi capito, orgoglioso almeno di qualcosa, legato alla madre (il padre era fuggito, dopo aver scelto una nuova compagna e una nuova vita) e a quel nonno che in realtà suo nonno non era. Nel suo dichiarare che in realtà era un «fake Irishman» c’è una parte di autocommiserazione, del tipo «in teoria non avrei avuto diritto neanche all’unica cosa a cui tenevo» e una parte di richiesta di comprensione e accoglienza, il bisogno di sentirsi dire «per noi, nel cuore e nello spirito, sei Irlandese lo stesso». Nella maglia verde di una squadra nazionale con poche ambizioni e rarissimi picchi di eccellenza, c’è la metafora della sua storia. In questa rivelazione c’è il bisogno di guadagnarsi le luci della ribalta per ricevere una sorta di abbraccio consolatorio.

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Al termine della sua carriera da calciatore, Tony Cascarino è diventato giocatore professionista di poker, partecipando al programma televisivo Celebrity Poker Club come giocatore e PartyPoker Poker Den, come commentatore.

Nel 2008, è stato arrestato perchè accusato di un tentativo di omicidio della moglie Virginie.

Nel 2011, ha partecipato, per una rete televisiva irlandese, al reality Celebrity Bainisteoir, una competizione tra manager di squadre di football gaelico.

Full Time, The Secret Life of Tony Cascarino, as told to Paul Kimmage“, di Paul Kimmage. (Scribner / Town House Edition 2001, Simon & Schuster 2013).

[1]«Non voglio un altro f****to disastro come Cascarino»

[2] Fiero di essere Marsigliese

[3]«Si dice spesso che la gioia di segnare sia meglio del sesso, ma personalmente lo comparerei di più con la masturbazione. Ho sempre trovato il sesso un piacere assoluto, ma segnare mi è servito solo a darmi sollievo»

[4] «Come poteva un uomo chiamato Tony Cascarino giocare nella Repubblica d’Irlanda? È una buona domanda. Chiedi agli scommettitori di Stamford Bridge e loro risponderanno: “Beh, non avrebbe mai potuto giocare nell’Italia, no?” Forse un po’ crudele, ma innegabilmente vero. Mi qualificavo per giocare per l’Italia ma mi qualificavo anche per giocare per l’Inghilterra e la Scozia. Perché scelsi l’Irlanda? Beh, ad essere onesto, credo che sia perché loro scelsero me»

[5] «Come potevo giocare contro l’Inghilterra? Avevo tifato per l’Inghilterra da ragazzo; l’Inghilterra era la mia squadra, la terra in cui ero nato. Ma questo è ciò che accadde: otto anni dopo, in una serata ventosa a Cagliari, scesi in campo per il mio paese, per fronteggiare il mio paese, nella più grande partita della mia carriera»

[6] «Sei un uomo o un f****to topo?»

[7] «E in quel momento vidi tutto chiaro di fronte a me. Il desiderio che abbiamo di essere qualcuno. Il magnetico richiamo della fama»

[8] «La nozione di “Irlandesità” non è primariamente una questione di nascita, sangue o lingua, è la condizione di essere coinvolti nella situazione irlandese e, solitamente, restarne segnati»

Il Libraccio

Dopo avervi parlato di librerie che si trovano dall’altra parte del mondo, vorrei parlarvi della mia libreria di Monza preferita, il Libraccio di Via Vittorio Emanuele. Questa libreria quando ero giovane non esisteva, ma penso siano pochi i monzesi della mia generazione a non aver mai comprato (o venduto) un libro delle superiori di seconda mano al Libraccio di Piazza Indipendenza.

Di solito quando torno nella città in cui ho passato la mia gioventù, faccio sempre un salto in questa libreria, che adoro più che altro per la sua vasta scelta di libri d’occasione.

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Oltre ai libri di seconda mano, ci sono testi di tutti i tipi, ed anche una sezione dedicata a DVD e CD.

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L’ultima volta che sono stata al Libraccio, durante le vacanze di Natale, accanto al banchetto dove i commessi incartavano i libri in confezione natalizia, ho notato questo libro, dedicato al mio liceo. Questa scoperta mi ha portato un po’ indietro nel tempo, al giorno in cui io e i miei compagni di classe trovammo un gran numero di esemplari di questo testo in un armadio a scuola. Non pensavo che fosse ancora in commercio (a dire il vero non pensavo che fosse mai stato in commercio). Anche io a casa ne ho una copia, ma ammetto di non averlo mai letto.

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Il Libraccio
Via Vittorio Emanuele 15
20900 Monza (MB)

Scusate se ultimamente non sto parlando molto di libri, ma non ho più avuto tempo di leggere. Arriveranno giorni migliori…

Stay Tuned

Le migliori librerie del Massachusetts

Lettori!

Nell’ultimo mese non ho scritto quasi nulla, ma sono recentemente tornata da un viaggio negli Stati Uniti durante il quale, tra le altre cose, ho sfidato il gelo per girare Boston e la vicina Salem (più nota al mondo come la città delle streghe).

Come al solito, tra un giro turistico e l’altro, ho trovato un paio di librerie davvero meritevoli, ovvero:

Derby Square Bookshop (Salem, MA)

Dopo aver girato per tutto il giorno nella neve (ma sotto un sole luminosissimo, è da dire), io e i miei compagni di viaggio ci siamo lasciati attrarre da una vetrina stipata di libri e siamo entrati nel Derby Square Bookshop (ho recuperato il nome di questa libreria solo ora, cercando su internet), in cerca di qualche scatto prezioso e di un po’ di caldo. Non ci siamo arresi al fatto che il libraio, un omone barbuto che si vedeva solo parzialmente da dietro un muro di libri, ci avesse chiesto di non fare foto. E così, approfittando del labirinto di corridoi creato dalle pile di libri, ecco il risultato.

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Questa libreria è senz’altro incredibile per quanto riguarda l’aspetto, tuttavia il principale neo è che la maggior parte dei libri che vi sono ammucchiati siano best seller americani dal valore letterario abbastanza scarso. L’unico libro davvero bello che ho intravisto è stato il mio adorato Middlesex di Eugenides.

Per i fan del famigerato «odore della carta», questo posto è un must: i libri di questo bookshop hanno un odore talmente intenso da risultare dopo un po’ persino eccessivo.

Ah, c’è lo sconto del 75% tipo su tutto.

Derby Square Bookshop
215 Essex Street
01970 Salem, MA

Brattle Book Shop (Boston, MA)

Vi consiglio di guardare il video di presentazione sul sito del Brattle Book Shop per imparare qualcosa in più su questa libreria, uno dei negozi di libri usati ed antichi più vasti ed anziani d’America. Impossibile non rimanere colpiti dagli scaffali presenti anche all’esterno, sotto un grosso murale, e non farsi tentare a varcare l’ingresso col matitone.

Qui potete trovare antiche edizioni dei classici a prezzi molto convenienti, (tra 1 e 5 dollari) e perdervi tra gli scaffali degli enormi libri di arte, fotografia, cucina, viaggi. C’è un po’ di tutto, ed è una tappa da non mancare durante una visita a Boston anche perché il Brattle Book Shop si trova in una posizione assolutamente strategica, a poca distanza dal Boston Common.

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Ho trovato questa libreria davvero deliziosa e devo ammettere che ho dovuto trattenermi dall’acquistare troppi libri solo perché lo spazio che avevo in valigia era limitato (e perché poi avrei dovuto portarmeli dietro sulla Freedom Trail).

Brattle Book Shop
9 West Street
02111 Boston, MA

Un’altra delle cose da non perdersi assolutamente a Boston sono le aragoste, le ostriche e la zuppa di vongole, ma questo è un capitolo a parte!

Stay Tuned

La Libreria à Paris

È arrivato il momento del secondo capitolo della rubrica sulle librerie interessanti, e anche questa volta ne ho scelta una situata nel IX Arrondissement a Parigi, a due passi dalla fermata della Metro Poissonnière. L’ho visitata proprio poco dopo aver visitato Libellule et Coccinelle.

Si tratta de La Libreria, libreria italiana e francese che organizza anche, spesso e volentieri, eventi e gruppi di lettura legati alla letteratura italiana. Per rimanere informati su tutte queste iniziative, una buona idea può essere quella di iscriversi alla pagina de La Libreria su Facebook.

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Se al piano di sopra, per mantenersi aperti ad ogni tipo di pubblico, si è scelto di dedicare spazio ai libri in francese e in inglese, la parte più interessante per i cosiddetti Rital, è il piano di sotto. Qui è possibile trovare un’ampia selezione di libri italiani, oltre alle riviste Internazionale e La Voce, la rivista degli italiani in Francia. Una così vasta scelta di libri scritti nella lingua in cui amo leggere è sicuramente una grande tentazione per me, tuttavia mi sono trattenuta anche perché, per ragioni abbastanza ovvie, purtropo i libri italiani sono in genere dai 2 ai 4 euro più cari del loro abituale prezzo di copertina, fatto più che comprensibile ma che purtroppo, almeno per quanto mi riguarda, incoraggia l’acquisto solo in caso di estrema urgenza e desiderio di possedere una copia cartacea del libro prescelto.

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Ciò che mi piace di posti di questo tipo, è che riescano a far sentire gli immigrati a casa in un istante. Il pensiero di avere una libreria dedicata, che organizza tante iniziative interessanti per riunire una comunità di lettori italiani, è rassicurante.

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La Libreria
89 Rue du Faubourg Poissonnière
75009
Paris

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Libellule et Coccinelle

Ciao Lettori,

Dal momento che sono sicura che molti di voi amino le librerie, ho deciso di inaugurare una serie di post in cui parlerò, appunto, di librerie deliziose e meritevoli di una visita. Per iniziare, ecco una libreria che ho visitato a Parigi, poco prima di rientrare in Italia per Natale.

Libellule et Coccinelle è una libreria per bambini e adolescenti situata nel IX Arrondissement. Ci sono diverse cose che la rendono speciale. Innanzitutto, la creatività degli addobbi e i colori delle lampade e dei libri, disposti su tavoli e scaffali, la fanno subito saltare all’occhio.

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Ma soprattutto, Libellule et Coccinelle è molto di più che una semplice libreria: è infatti anche uno spazio di incontro in cui si organizzano numerosi ateliers per bambini e adolescenti,  gratuiti e non, animati da insegnanti e tutor professionisti. Per fare alcuni esempi, ci sono club di lettura, atelier di scrittura, corsi di inglese e tornei di scacchi per piccoli.

La cosa che mi ha colpito di più, però, è stato il piccolo angolo di lettura che si trova in una parte semi-nascosta della libreria. Sicuramente da bambina l’avrei adorato.

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Vedere tutti questi libri per bambini e adolescenti, mi ha fatto venire in mente come, in quegli anni, già fossi una lettrice molto appassionata. Molto spesso mi venivano regalati libri e, in particolare, possiedo ancora molti volumetti delle collane Il Battello a Vapore e I Piccoli Brividi. La mia autrice preferita era Christine Nöstlinger. Molti di voi probabilmente ricorderanno Furto a Scuola, del Battello a Vapore, collana con copertina rossa, dai quattordici anni in su. Lo lessi quando ero un po’ più piccola, cosa che mi aveva reso, allora, particolarmente orgogliosa.

Anche se in questa libreria non ho trovato niente per me, sicuramente è un posto che può dare tante ispirazioni per fare dei bei regali ai bambini e ai ragazzi. Avvicinarli fin da subito alla lettura è molto importante e librerie come questa, capaci di organizzare anche una serie di attività per i più piccoli legate alla cultura, meritano senz’altro grande attenzione.

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Libellule et Coccinelle,
2 Rue Turgot,
75009
Paris

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