Il tizio che lavorava agli effetti speciali

Questa è sempre una storia che appartiene al lungo e tortuoso periodo che ho passato a Londra, ma la racconto ogni volta che ci sono discussioni sull’annosa diatriba tra l’avere un lavoro vero e l’inseguire i sogni.

Era un sabato fine gennaio (o inizio febbraio) 2012 e nevicava come non mai, probabilmente la neve più neve che io abbia fatto in tempo a vedere nei miei due anni e mezzo a Londra. Incurante di tutto ciò, e soprattutto della probabilità che al ritorno potesse non esserci alcun mezzo di trasporto available, uscii con un’amica per andare al concerto di un altro amico che suonava una band di cui non ricordo il nome e che faceva musica rock-folk. Suonavano in un posto penso a Shoreditch che ho cercato di ritrovare attraverso una mappa dei graffiti di Bansky, perché mi ricordo che proprio davanti c’era appunto un graffito di Bansky, forse uno dei suoi tipici ratti, ma non so; fatto sta che non sono riuscita a ricordarmi il graffito e, di conseguenza, non ho trovato il pub.

Questo è solo il contesto, e se volessi dettagliarlo un po’ di più potrei anche dire che la mia amica era di Roma e non era molto avvezza alla neve e quindi le avevo fatto un video in cui camminava trascinando i piedi in questi cinque centimetri buoni, un po’ imprecando, un po’ ridendo.

Al concerto, dato che il mio amico stava suonando, ci siamo messe a parlare con altri suoi amici che non avevamo mai visto prima, le solite cose da Italians in London, cosa fai, in che zona vivi, di dove sei in Italia. Mentre io raccontavo come al solito che lavoravo in quella che continueremo a chiamare la mia banca, un tizio di cui nemmeno ricordo il nome mi disse che lui lavorava in una piccola società che faceva gli effetti speciali dei film. Mi disse, in particolare, che in quel periodo stava lavorando sul film di Tim Burton che sarebbe uscito di lì a poco, ma che non poteva dirmi di più per il segreto professionale (era Dark Shadows).

Rimasi molto colpita dal fatto che questo ragazzo di cui non ricordo il nome facesse un lavoro così figo, ma soprattutto dal fatto che facesse esattamente il lavoro che aveva sempre sognato di fare.

«E come hai fatto a farcela?», gli avevo chiesto. Praticamente mi spiegò che aveva imparato da solo, attraverso corsi online e forum e altre mille cose da nerd, confrontandosi quotidianamente con un sottobosco informatico/creativo da cui aveva attinto per sviluppare conoscenze, esercitarsi, cercare consigli e feedback. Aveva poi inviato CV ad alcune società che gli interessavano (non è che ce ne siano propriamente moltissime), finché questo studio di Piccadilly gli aveva risposto, e le cose erano andate come dovevano andare. In università aveva studiato lingue orientali. «Ma non mi è servito a niente». E, di fatto, aveva studiato quelle robe lì degli effetti speciali di notte, da solo, sacrificando il suo tempo libero.

La morale di questa storia è: se nevica un botto e decidi di stare a casa perché non hai sbatta di uscire, non lamentarti cinque anni dopo se ancora non stai facendo il lavoro della tua vita.

Stay Tuned

***

P.S. Penso che il graffito fosse questo, il che vorrebbe dire che il pub era a Fitzrovia e che ora (o anche allora?) si chiama The Lucky Pig.

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Il tizio che lavorava agli effetti speciali

Cosa è stata, in verità, Londra

Oggi Facebook mi ha riproposto una foto di quattro anni fa, scattata agli scatoloni che avevo fatto quando ho lasciato Londra.

Non è vero, non ho mai pubblicato una foto di questo tipo, ma soprattutto ho disattivato quella funzione di Facebook che ripropone ricordi non richiesti più o meno ogni dì. Però, è vero che ho lasciato Londra circa quattro anni fa, postando questo video del signor Banks quando mi sono licenziata da quella che chiamerò la mia banca, e questo saluto qui, che accumulava mi piace mentre io ero uscita a salutare per l’ultima volta la centrale di Battersea.

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Il primo gennaio del 2013 mi sono ritrovata a Parigi e poi il tempo ha iniziato a passare in maniera troppo frenetica. Solo recentemente mi è venuta voglia di tornare a fare un giro a Londra «per piacere», e ripensare a quella che di fatto è stata allo stesso tempo l’esperienza più difficile della mia vita da expat e il motivo per cui ho deciso di continuare la mia vita da expat.

Alle feste tra expat a Londra (quasi tutte le feste sono tra expat perché gli inglesi amano vivere nel Surrey et similia e io per esempio di londinese vero ne ho conosciuto solo uno) ci sono sempre due gruppi di persone: quelle che sono appena arrivate e sono entusiaste, e quelle che sono a Londra da un po’ e stanno pensando di andarsene, per tornare a Milano o traslocare in altre città europee a dimensione più umana o, nella versione più estrema, in America o a Singapore. Si può dire che il mio shift dal gruppo degli entusiasti al gruppo di quelli che ne avevano abbastanza di Londra sia avvenuto molto presto, in parte anche perché, pur avendo già più di venticinque anni, ero ancora una fluorescent adolescent con la tendenza ad annoiarsi in fretta, in parte perché trascorrevo molte ore al lavoro e nel tempo libero andavo ai concerti da sola.

Anche tra gli italiani a Londra ci sono sempre due gruppi di persone: quelli che hanno fatto la Bocconi e lavorano in finance o in altri settori o posti dove c’è un dress code «business casual», stipendi belli e ore di lavoro generalmente assurde, e quelli che sono arrivati a Londra per inseguire i loro sogni e lavorare nella musica o in qualsiasi altro campo creativo. Generalmente, i primi hanno appartamenti eleganti, in centro, che però non si godono mai perché lavorano sempre e quando non lavorano dormono o vanno fuori ad ubriacarsi. I secondi vivono fuori dalle zone 1 e 2, in appartamenti condivisi con quattro o cinque persone, e lavorano da Caffé Nero oltre che inseguire i loro sogni. Sempre generalmente, i primi si stufano piuttosto in fretta di Londra, e dopo un po’ iniziano a dire che vogliono trasferirsi in Svizzera. I secondi mantengono un entusiasmo e un amore per la loro vita londinese che gli ho sempre invidiato,  nonostante i rientri lunghissimi con i mezzi pubblici per tornare a nord di Kilburn alle due di notte al sabato sera.

Londra, in un certo senso, è stata una scintilla esplosa in fretta ma anche un sogno che ho lasciato accartocciare su se stesso. Ma è stato anche il posto in cui sono successe tutta una serie di cose carine. Per esempio, ho vinto i biglietti per un concerto dei Placebo il giorno dopo il mio compleanno, e ho fatto entrare degli amici in un club di Chelsea urlando loro «Dite che siete alla festa di Laetitia!». Il buttafuori non voleva farli entrare, perché il club era pieno, e io ero lì alla festa di Laetitia, una ragazza francese che in realtà neanche conoscevo. Al che, il buttafuori mi ha chiesto «Are you Laetitia?», e io ho risposto sì. E lui ha iniziato a scusarsi dicendomi «I’m sorry, love, I know it’s your birthday and it sucks, but the club is full and I can’t let your friends in…», finché io ho fatto una faccia dispiaciuta e il suo collega ha fatto cenno ai miei amici di entrare.

È stato il posto delle spese fugaci da Tesco alle nove di sera, di quando vivevo in una scatola di 17 metri quadrati in un residence universitario a Barbican e ascoltavo moltissimo Vasco Brondi, tant’è vero che avevo iniziato a scrivere un po’ come lui. Era quasi una figata, ma una figata triste, il residence che è ancora indicato come mio indirizzo sulla carta d’identità che uso tutt’ora e sarà valida fino al 2021, e dove ho visto con mio padre la finale della Coppa del Mondo del 2010.

E quando ho deciso di cambiare casa e dovevo liberarmi della scatola di 17 metri quadrati e avevo messo un annuncio su Gumtree, era arrivato a vederla un ragazzino che di lì a poco avrebbe cominciato uno stage in finance,  ed era il giorno dopo il Royal Wedding e qualcuno aveva vomitato nell’atrio, giù da basso, e io non avevo fatto in tempo a passare l’aspirapolvere nella mia camera, ma nonostante tutto lui mi aveva detto che l’«appartamento» era bellissimo e pulitissimo e che io non avevo idea di cosa fosse la sporcizia di un residence universitario vero.

Allora fumavo, e con la mia amica giapponese che come prima cosa quando ci siamo conosciute mi aveva detto «I’ve been to Concorezzo!» fumavamo come delle scappate di casa le sigarette fatte a mano, prima di andare a prendere per pranzo il sushi e i falafel dispatchati in contenitori plasticosi, pagati un rene, e consumati poi davanti ai doppi schermi dei nostri desk.

Poi era arrivata l’età dell’oro, cioè il momento in cui mi sono trasferita verso Pimlico con un’amica che mi attaccava grossi cartelli con scritto LOL sulla porta della camera e aveva il bel vizio di chiudersi fuori di casa facendo il bucato proprio quando io il weekend ero tornata a Milano. I vicini al piano di sopra erano due pakistani, uno consulente e l’altro medico. Con il primo, tifoso del Manchester, avevo visto Juventus-Chelsea 3-0 con terzo gol di Giovinco («the atomic ant», gli avevo spiegato) e lui che in quell’occasione tifava Juventus. Con il secondo una volta stavo camminando per andare verso la metro e lui si è dovuto fermare a soccorrere una persona accasciatasi a terra per strada, e io per non arrivare tardi al lavoro ho dovuto tirare dritto senza salutarlo.

Abitavo già verso Pimlico quando Amy Winehouse è morta, quando ho deciso di appendere al muro della mia stanza la foto del bacio nella rivolta di Vancouver che in seguito è finita sulla copertina di un album dei Placebo, quando ho dovuto passare il Natale a Londra e per pena una mia collega mi ha prestato un albero di Natale che ho fatto con gli amici che erano venuti a trovarmi. Quando ho fatto volontariato nella scuola ebraica, quando da Le Luci della Centrale Elettrica ho iniziato ad ascoltare gli Amor Fou. Quando è andata a fuoco la lavanderia di fronte a casa (che adesso è una specie di caffetteria fighetta) la domenica notte dopo la mia visita in solitaria alle scogliere di Dover, e quando ho capito che stavolta questa storia di Londra era finita davvero.

Era iniziata vicino a Saint Paul’s e a quel ponte che c’è sulla copertina del Senso di Una Fine, con me che lo percorrevo dopo una serata con i colleghi, tenendo ancora in mano una bottiglia di Corona che ho abbandonato davanti al parco con le targhe in memoria di quelli che sono morti per qualcun altro. È continuata con io che per tutto il tempo che ero là cercavo di trovare il modo più rapido e indolore di ritornare a Milano. Ed è finita che quando finalmente avevo iniziato ad amare Londra, non di quell’entusiasmo incontenibile delle prime settimane, ma di un affetto un po’ pacifico un po’ rassegnato che può durare, mi sono trasferita a Parigi.

È andata avanti due anni e mezzo ma mi sembra siano stati dieci. Prendere quel treno subacqueo sarà sempre un po’ così.

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Stay Tuned

Cosa è stata, in verità, Londra

Eva Dorme

evadormeSulla copertina di questo libro c’è una donna bionda che guarda verso le montagne, verso la valle. E io non sapevo niente. L’unica cosa che sapevo del Trentino-Alto Adige era quella faccenda della regione «a statuto speciale» che ci avevano insegnato alle elementari, e sempre alle elementari collezionavo le schede telefoniche e quelle destinate al Trentino avevano le scritte in due lingue, oltre che essere più rare e valere di più. E poi sapevo anche che quasi tutti i nostri sciatori e gli altri atleti di sport invernali sono italiani ma hanno nomi e cognomi tedeschi, e quando vengono intervistati fanno fatica a parlare la nostra lingua. «È strano parlare con te in italiano», ho sentito dire una volta a Carolina Kostner, che parlava a Isolde Kostner durante un programma sportivo in cui Carolina era intervistata dopo una gara e Isolde era ospite in studio. Carolina e Isolde Kostner sono di Bolzano, che si trova in Alto Adige – Südtirol, e questo libro vi spiegherà qual è la differenza, chi chiama questa regione Alto Adige, chi la chiama Südtirol e perché con il tempo si è mescolato tutto.

E vi spiegherà anche tante altre cose sui Sudtirolesi/Altoatesini, le loro battaglie, le loro pene, la loro identità, concedendosi pochissime licenze rispetto alla storia, il tutto attraverso una saga familiare che vede il suo principio agli inizi del XX secolo e, passando attraverso tre generazioni, arriva fino a Eva, che adesso ha quarant’anni ed è stanca di sentirsi chiedere «Ti senti più italiana o più tedesca?»

La chiave di tutto è Gerda, la madre di Eva, vero personaggio centrale del romanzo, se non altro perché è la più presente, dall’inizio alla fine. E poi è bellissima, è una ragazza madre in un momento storico in cui essere una ragazza madre non era proprio il massimo, e riesce, inspiegabilmente, a resistere ad ogni tipo di difficoltà. A tratti, si ha la percezione che la resistenza di Gerda abbia reso Eva ancora più impermeabile, dal momento che alcune delle scelte della figlia sembrano voler evitare in anticipo alcune sofferenze che sono capitate alla madre. Ed è mentre Eva viaggia verso Sud per riallacciare un ponte con il passato, che al lettore viene narrata la storia di una famiglia che, come tutte, è piena di personaggi dai contorni ben definiti, le cui scelte e comportamenti individuali sono dettati anche dal contesto storico in cui capita loro di vivere.

Le saghe familiari sono il mio tipo di romanzo preferito, quindi Eva Dorme partiva avvantaggiato. Però, sono l’ambientazione e l’inserimento nel contesto storico a rendere questo libro speciale.

Stay Tuned

Eva Dorme

La questione più che altro

Da quando ho cambiato lavoro passo più tempo in treno, il che non mi dispiace perché ho molto più tempo per leggere, e sto riuscendo a recuperare tutti i romanzi che erano nella mia lista di cose da leggere da mesi.

cover-la-questioneCirca un anno dopo averlo acquistato, sono finalmente riuscita a leggere La questione più che altro di Ginevra Lamberti, edizioni Nottetempo. Di questo libro mi avevano colpito molto già le prime recensioni (tra cui quelle dei miei amici il Sesta e Nellie che hanno parlato bene di questo libro, rispettivamente qui e qui), perché avevo capito che parlava di qualcosa di molto, molto vicino a me e alla mia generazione. La lettura ha confermato queste impressioni:  il romanzo di Ginevra Lamberti mi ha colpita molto perché parla di noi.

Protagonista, al di là della storia, è la mia generazione, quella degli attuali trentenni (o millennials, se preferite), dello stanco trascinarsi per finire l’università per poi non sapere comunque cosa fare, trovare lavori non solo precari ma anche brutti, trasferirsi in città e vivere in case piccole in città grandi, con coinquilini improbabili. Forse non si tratta (più) della fase attuale delle nostre vite, ma sono situazioni che molti di noi hanno vissuto e vivono ancora.

La protagonista del romanzo, Gaia, col suo racconto un po’ disilluso un po’ ironico, parla di call center in cui si incitano gli impiegati con finte competizioni e slogan motivazionali, di caffé mattutini consumati nei centri commerciali, e di luoghi in teoria bellissimi, come piazza San Marco a Venezia, diventati solo vetrine acchiappa-turisti. Anche la famiglia non è più vista come un luogo in cui sentirsi sicuri e coccolati, ma diventa anche la fonte di pensieri tristi e preoccupazioni.

L’ambientazione del romanzo è un personaggio a parte: il posto che la protagonista (tante volte durante la lettura mi è capitato di sovrapporla all’autrice) chiama «la valle dove vivo» è in Veneto, e questo luogo «permeato dalla morte civile, ma esteticamente pregevole» a me ricorda tanto la Brianza che, come sanno quelli che leggevano già questo blog dieci anni fa, è stato lo scenario un po’ nebbioso e un po’ rock’n’roll della mia adolescenza e degli anni dell’università. L’atmosfera da luogo tranquillo e un po’ catatonico e l’avanti e indietro dall’università mi hanno riportata indietro, facendomi venire in mente anche i personaggi di Vasco Brondi (che ad un certo punto della mia vita ascoltavo spesso): perduti nella nebbia, spettri della desolazione dei trentenni anni ’10. La valle dove vive Gaia è quindi una culla che, da rassicurante, diventa un po’ stantia e un po’ tossica, mentre lei muove i primi passi verso un futuro che non sembra avere molto di roseo.

E poi grazie a questo libro, ho scoperto finalmente una cosa molto importante.

Quindi grazie Ginevra Lamberti per averci ritratti in maniera un po’ impietosa ma così vera, nel passaggio strascicato tra quella che è la fine degli studi e l’inizio di un lavoro che non è mai quello che si sognava, per aver raccontato con mestizia la fine di un paio di gatti domestici, e per avermi finalmente insegnato «il termine tecnico per designare la R di Manuel Agnelli».

Stay Tuned

La questione più che altro

Libri Primavera / Estate (Parte II)

Tra poco è Halloween e, una volta sparite le zucche, nelle vetrine inizieranno ad apparire i gadget natalizi (alcuni, a dire il vero, già li ho visti). Nel frattempo ci ho messo solo un mese per pubblicare la seconda puntata di questo articolo, e quindi, a ottobre inoltrato, posso parlarvi dei libri che ho letto quest’estate. Ma ce l’ho fatta prima del passaggio all’orario solare, quindi sono ancora in tempo.

Parte II – Estate

OITNB BookOrange is the New Black: My year in a women’s prison, Piper Kerman, Spiegel & Brau. Ho acquistato questo libro in un Urban Outfitters a New York, nell’inverno 2015, ovvero in un momento in cui Orange is The New Black era uno dei telefilm che amavo di più in assoluto. Avevo visto solo la prima e la seconda stagione e, dopo aver visto la terza e la quarta, forse non è più molto vero. Comunque, se i telefilm, come è logico che sia, con il passare delle stagioni si usurano, resta il fatto che ho deciso di leggere le memorie dell’anno di reclusione di Piper Kerman perché ho adorato il telefilm che ne è stato tratto (ma che poi ha sviluppato la propria trama in maniera molto libera e indipendente). Non bisogna aspettarsi, però, di trovare nel libro lo stesso elemento di humor che caratterizza il telefilm. Il memoir della Kerman è il racconto della vita in carcere vissuto dal punto di vista di una detenuta “inusuale”, ex brava ragazza wasp che commette un errore e lo paga caro. Oltre al racconto della routine della prigione, con le sue difficoltà, le sue ingiustizie, la solitudine, ci si ferma spesso a riflettere sull’uscita dal carcere (molto più frequentemente rispetto a quanto accade nel telefilm, dove è ovvio che non si possa “far uscire” i personaggi con frequenza). Questo momento è presentato come un’ulteriore difficoltà, oltre che come un traguardo da raggiungere: reintegrarsi nella società non è semplice, specialmente per le detenute che non hanno un posto dove andare e a cui la famiglia ha voltato le spalle. L’aver visto prima il telefilm mi ha forse “rovinato” la lettura, ma penso che, in generale, la serie di Netflix ispirata a questo memoir resti nel suo genere un prodotto molto più brillante rispetto al libro.

murgiaAcabadora, Michela Murgia, Einaudi. Questo libro l’ho ricevuto in regalo da un amico; era il primo libro di Michela Murgia che leggevo, e sicuramente non sarà l’ultimo. Una prima cosa colpisce subito: la Sardegna. L’atmosfera sarda è una costante nel romanzo, avvolge il lettore, che si ritrova catapultato in una realtà atemporale: Soreni, il luogo della narrazione, è intrappolata in un passato che appare costantemente attuale. I protagonisti sembrano parte di un mondo non avvezzo al progresso: gli abiti, la cura dei campi, la terra brulla, tutto sembra richiamare il passato, portarci indietro di qualche decennio, ancora più indietro degli anni cinquanta in cui la storia è realmente ambientata, anche se quel tempo potrebbe essere ieri, oggi, sempre. Infatti ci rendiamo conto che il passato è ancora qui, perché il tema principale del romanzo, l’eutanasia, è ancora parte del dibattito attuale, almeno in Italia. L’autrice lo tratta in maniera delicata ed empatica, attraverso gli occhi della protagonista, la giovane Maria, impegnata a svolgere la matassa del mistero legato all’attività notturna della madre adottiva, la vedova benestante Bonaria Urrai, che ufficialmente è la sarta del paese, si veste sempre di nero, e a volte, quando si fa buio, scompare in segreto. A Maria servirà del tempo, per arrivare a giustificare i silenzi della Urrai.

estasi-culinarieEstasi Culinarie, Muriel Barbery, e/o Edizioni. Questo libro l’ho trovato ad un mercatino dell’usato, lo stesso giorno in cui ho comprato una macchina da scrivere. Mi sono ricordata de L’Eleganza del Riccio e l’ho acquistato sulla fiducia, per scoprire una storia ambientata nello stesso quartiere altolocato di Parigi, dove alla portinaia Renée e al clochard Gégène, personaggi ripresi ne L’Eleganza del Riccio, viene riservato un cameo. Estasi Culinarie è il romanzo d’esordio della Barbery, uscito in realtà sei anni prima rispetto al suo più celebre best seller. È la storia di un critico culinario sgarbato e pieno di sé che, sul letto di morte, cerca di ritrovare «Il Sapore» che gli ha cambiato la vita. In questo scenario, che mi ha ricordato un po’ anche Ratatouille, si alternano monologhi del protagonista, che indaga i propri ricordi, tra aneddoti del passato e degustazioni, e pensieri a ruota libera dei personaggi che con lui hanno condiviso alcuni momenti o una vita intera: la moglie, figli e nipoti, l’allievo prediletto, persino il gatto e, come si è detto, la portinaia ed il barbone che spesso lo incrociavano mentre rientrava a casa. Si tratta di un romanzo leggero, dal finale forse un po’ prevedibile, ma sicuramente piacevole. Unico inconveniente (se si vuole vederlo come tale): fa venire fame!

untitledChanson d’ailleur, Kim Ae-Ran, Decrescenzo. È un libro di racconti, che ho acquistato al Salone del Libro di Parigi, dove nel 2016 il Paese Ospite era la Corea. Le storie di Chanson d’ailleurs sono delicati racconti inseriti in un contesto che, personalmente, non posso dire di conoscere: l’Asia è lontana, Giappone e Cina esportano molti più prodotti culturali nel mondo occidentale e non ho mai visitato la Corea. Gli unici due Coreani che ho conosciuto nella mia vita sono stati una mia compagna di calcio e un tizio che abitava nel micro appartamento accanto al mio a Londra (ma aveva traslocato quasi subito). I protagonisti dei racconti di Kim Ae-Ran hanno tutti un tratto in comune: sono anime infelici e sospese: un tassista che ha troppo tempo per riflettere, una donna delle pulizie che lavora in un aeroporto e vede passare gente di ogni tipo, due amiche con l’ossessione per la manicure ed un viaggio in Thailandia un po’ sfortunato. I personaggi sono puntini dispersi, la linea che li congiunge è il senso di incompletezza che li pervade, un mix di solitudine, nostalgia e disillusione, mentre la fiamma di un affetto o di un obiettivo splende fievole davanti a loro, destinata a scomparire un attimo dopo.

In estate ho letto anche un bel po’ di gialli, ma quelli sono guilty pleasures e, forse, ne parleremo un’altra volta.

Stay Tuned

Libri Primavera / Estate (Parte II)

Libri Primavera / Estate (Parte I)

Non sono allineata con il mondo della moda e non mi sto preparando a lanciare trend per l’anno prossimo, in questo momento in cui è ancora agosto ma in realtà è già settembre e tutti ci stiamo nuovamente rendendo conto di come l’estate, da quando lavoriamo, sia troppo corta rispetto a quando eravamo al liceo. Tre mesi senza obblighi e senza vedere nessuno, nemmeno attraverso internet: ma quanto era bello? Gli adolescenti di oggi, quel vuoto cosmico non l’avranno più.

Negli ultimi mesi ho scritto altrove, di libri su Finzioni, di calcio su Undici, Unusual Efforts e Ateralbus, ma ho pure letto qualche libro meritevole. Ecco qua.

Parte I – Primavera 

Disrupted_My_Misadventure_in_the_Start-Up_Bubble_2016_Book_CoverDisrupted! My Disadventure in the Start-up Bubble, Dan Lyons, Hachette. L’autore di Disrupted! è un ex redattore di Newsweek, dove teneva una rubrica ironica sul mondo della tecnologia. In questo libro, racconta senza mezze misure la propria esperienza nel dipartimento Marketing di HubSpot, startup della Silicon Valley. Lyons ha più cinquant’anni quando entra a far parte del mondo dei techies, degli unicorns, e dei manager twenty-something che arrivano in ufficio in skateboard. Inutile dire che si sente un pesce fuor d’acqua, un po’ per l’età un po’ per il sistema di “valori” tipico delle startup, e in Disrupted! ha parole taglienti per tutti, dalle colleghe descritte come mean girls agli eventi organizzati gigante del software Salesforce, ai millennials per che sono «pronti a rinunciare a un salario più alto perché pensano che avere un distributore di caramelle in ufficio sia cool». Sicuramente, questa lettura fa cambiare percezione sul mondo delle startup, presentando HubSpot come una realtà disorganizzata, in cui nessuno sa cosa fare e i manager non hanno in mente una direttiva di business chiara, e la Silicon Valley come un mondo di squali, invaso da speculatori finanziari che però, a differenza di ciò che avviene a Wall Street, vogliono presentarsi come imprenditori che hanno come obiettivo quello di portare avanti progetti destinati a “rendere il mondo un posto migliore”. Ho deciso di leggere questo libro perché spesso ci viene propinato il mito della Silicon Valley, facendoci pensare che le startup siano il migliore degli outcome di carriera possibili, un vero mix di coolness, potere e possibilità di fare i soldi con “un’idea carina”. Lyons smonta tutto, svelando meccanismi ancor più crudeli di quelli messi in atto dalle grosse corporate e mettendo alla berlina i colleghi di HubSpot e tutti gli attori del mondo della Silicon Valley. La prima parte del libro (che non sarebbe corretto chiamare romanzo, perché racconta una storia vera, mascherando solo i nomi, ma solo in alcuni casi) risulta coinvolgente e divertente, si ha l’impressione che si squarci un velo destinato a farci scoprire gli aspetti oscuri di un mondo che la mia generazione normalmente idealizza. Ad un certo punto, però, subentra la razionalità, insieme alle considerazioni sull’ego dell’autore e sul suo punto di vista univoco e inflessibile, tant’è che sul finale si arriva a mal sopportarlo. Resta comunque una lettura interessante, anche dal momento che Lyons è un riferimento per quanto riguarda la satira sul mondo Tech e le parodie witty: per anni è stato autore del blog parodia Fake Steve Jobs e, chicca per gli appassionati delle serie TV, è stato anche coautore di un episodio di Silicon Valley.

il-grande-animale-d475Il Grande Animale, Gabriele Di Fronzo, Nottetempo. Probabilmente in molti avete già sentito parlare di questo libro, magari grazie a questo articolo di Studio. Il protagonista de Il Grande Animale è un tassodermista molto dedito al lavoro, che narra nei minimi particolari le “operazioni” svolte sugli animali, come se ogni volta si trattasse di un rituale, una cerimonia. Il vero protagonista di questo romanzo, però, è il concetto di vuoto. Nella descrizione dei “lavori” del tassodermista si esplorano i concetti di vuoto e morte che gli strisciano accanto, non solo per l’attività che si trova a svolgere nel quotidiano, ma anche perché, nel frattempo, si ritrova a dover accudire il padre malato. Ciò che colpisce di questo libro è senz’altro il modo insolito di arrivare a trattare un interrogativo esistenziale abbastanza comune, ribaltando le prospettive sul vuoto e sulla morte. Leggendo, io ho avuto l’impressione che la storia mi venisse raccontata direttamente dal narratore. A bassa voce, facendo scorrere le parole lentamente, davanti a un bicchiere, seduti a un tavolo di legno. Da leggere per esplorare le nuove frontiere della narrativa italiana.

La_Lettre_a_HelgaLa lettre à Helga, Birgisson Bergsveinn, Zulma. Ho acquistato questo libro al Salone del Libro di Parigi perché, proprio nel periodo in cui mi apprestavo a preparare il mio viaggio in Islanda di quest’estate, sono capitata davanti al banco d’esposizione di Zulma, una casa editrice che pubblica voci da tutto il mondo e che propone copertine fichissime. La storia è quella di Bjarni, un pastore islandese che, ormai anziano, scrive una lettera all’amante di una vita, l’unica donna in grado di scaldarlo e generare in lui emozioni forti. Il lungo monologo del protagonista esplora, oltre alla passione per Helga, la semplice realtà che lo circonda: l’allevamento di montoni, le pesche in solitaria, i lunghi inverni. Il romanzo è del 2013 e ad oggi non mi risulta che sia stato tradotto in italiano (in inglese sì, però, e si intitola Reply to a letter from Helga). Qualche mese dopo aver letto questo libro, ho visto un film che mi ha fatto pensare alla storia di Bjarni, Rams – storia di due fratelli e otto pecore. Rams non ha la componente “storia d’amore tormentata” propria di La lettre à Helga, ma descrive una realtà simile: un piccolo paese, due anziani fratelli dediti all’allevamento dei montoni, una vita fatta di cose semplici, dove però sopravvivere all’inverno può essere un’impresa. La solitudine, il fatto di poter conoscere solo poche persone nell’arco di un’intera vita, com’è d’inverno quando non riesci neanche a uscire di casa perché è caduta troppa neve: queste cose non riusciremo mai a capirle appieno, sebbene sia facilissimo innamorarsi dei paesaggi islandesi fino ad arrivare a pensare che sarebbe bellissimo vivere in una fattoria sperduta nel verde, poco lontana da una cascata o un fiordo.

 

In Primavera, in realtà, ho letto anche Purity di Franzen, ma quello meriterebbe un articolo a parte. Poi ho letto una serie di libri prima e durante il mio viaggio in Giappone, ma di quelli ho parlato qui.

Stay Tuned

Libri Primavera / Estate (Parte I)

Gli Altri Settentrioni

Sono sempre stata affascinata dal Nord, da paesaggi e abitudini così lontane dalle nostre. Non so cosa mi piacesse, in particolare, dell’idea di Nord che avevo: forse il fatto che la gente fosse più riservata e scostante, forse i colori, forse il freddo, la presenza della neve. Adoravo tutte queste cose, specie prima di andare a vivere in città dove fa molto meno caldo e si vede meno spesso il sole, rispetto all’Italia.  Un affetto recondito e una passione inspiegabile per film e libri scandinavi sono rimasti, per questo ho accolto con interesse l’invito, da parte di un amico, a leggere L’isola pianeta.

L’isola pianeta – E altri settentrioni è un Adelphi pieno di sorprese, racchiude racconti di viaggio di Giorgio Manganelli, con tappe in Svezia, Norvegia, Danimarca, Islanda, Isole Far Øer, Finlandia. Anche la Germania trova però il suo spazio, con Lubecca e Amburgo.

Quello che c’è di speciale in questo libro è innanzitutto il fatto che a tratti sembri un libro fotografico: il racconto di viaggio sembra essere accompagnato da diapositive. Si descrivono i paesaggi naturali mozzafiato, le città, piccole e grandi, i quartieri «della perdizione» (Christiania, St. Pauli). Ciò che rende il libro veramente speciale è però lo sguardo così attento sui locali, sulle loro abitudini e credenze: è affascinante cercare di capire cosa rende questi popoli così simili e, allo stesso tempo, diversi tra loro. L’analisi delle varie lingue parlate in Scandinavia, in Finlandia, in Islanda e sulle Far Øer è già da sé una sorta di mappa che racchiude significati storici e culturali importantissimi per questi popoli in bilico tra la civiltà e i ghiacci.

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Attraverso questo libro, a tratti, si ha quasi l’impressione di entrare nelle case degli schivi abitanti del Nord, che nella nostra testa immaginiamo un po’ vichinghi, un po’ creature magiche. C’è spazio anche per cercare di capire qualcosa di più delle città del nord Germania, anche se in fondo sentiamo i tedeschi molto più vicini a noi.

Se l’«isola pianeta» è l’Islanda, con la sua natura selvaggia e i paesaggi estremi, ogni realtà del Nord è in realtà descritta da Manganelli come un piccolo mondo eccentrico. Il libro è una via di mezzo tra un diario di viaggio e un saggio, ed è un’ottima lettura per gli appassionati di cultura Nordica e per tutti coloro che siano in procinto di recarsi nel profondo Nord.

Stay Tuned

 

Gli Altri Settentrioni