La mia maratona di Game of Thrones: tra rito collettivo e traversata epica

*** Contiene spoiler fino alla Quinta Stagione di Game of Thrones ***

Questa primavera ha segnato per me una rivoluzione. Per la prima volta, dopo cinque anni da expat, dopo più di millecinquecento serate spese in salotti più o meno improvvisati, ho a disposizione, davanti al divano, una televisione degna di questo nome. Ciò ha significato, per me, un cambiamento enorme nelle modalità di fruizione dei principali contenuti video di lunga durata con cui mi intrattengo: le serie TV e le partite di calcio. Dopo anni in cui pensavo che non avere la TV ma usare solo il PC rappresentasse il progresso, ho riabbracciato con commozione la comodità di un vero schermo televisivo.

Il destino mi ha premiata in maniera singolare, permettendomi di godere ancor di più di questa esperienza di ritorno all’uso della televisione: gli ultimi mesi sono infatti stati segnati per me da due cose che, per un certo verso, si sono somigliate. Entrambe iniziano con una musica da eroi, entrambe sono durate tanto e sono finite in modo doloroso. Durante questa primavera, per me, la sigla di Game of Thrones e l’inno della Champions League si sono alternati. Entrambi i cammini sono durati moltissimo e si sono conclusi con un misto rabbia, tristezza e disappunto.

Sì, sono da sempre tifosa della Juventus. Ed è per questo che la delusione calcistica è stata di gran lunga superiore. Ma non era di questo che volevo parlare.

Game of Thrones, dunque.

Tempo fa ho letto questo bellissimo articolo di Jacopo Cirillo su Studio. Sono rimasta colpita dalla sua capacità di descrivere così bene, attraverso la definizione di «respiro del mondo», il senso di attesa collettiva, di bisogno di rispettare un appuntamento, provato anni fa dai fan della serie Lost. Il binge-watching è ormai sdoganato grazie a Netflix e, come si legge giustamente nell’articolo, «ci sta liberando dalla schiavitù dell’attesa ma, allo stesso momento, ci sta anche negando il piacere di aspettare tutti insieme».

Forse io ho sbagliato tutto, perché anche Lost l’ho vista in binge-watching, in pochi mesi, nel 2010. Era un momento della mia vita piuttosto piatto, tra la discussione della tesi specialistica e la partenza per Londra.  Facendomi prestare i cofanetti DVD ho consumato, in un arco di tempo ridotto, le emozioni provate dai veri fan nel corso di diversi anni. Stavo ancora vedendo la quarta serie, mentre su Facebook (che nel frattempo era nato e si era diffuso) iniziavano a comparire commenti delusi sull’ultimissima puntata. Quando ho guardato Lost, sono corsa dietro ai fan della prima ora, ma non abbastanza rapidamente da fare ancora in tempo ad esser parte del rituale, del fenomeno di costume, del «respiro del mondo».

Anche con Game of Thrones sono corsa dietro a tutti. Qualche sorpresa del telefilm è stata rovinata in corso d’opera. Da me stessa, consapevolmente, perché avevo letto il primo libro e dunque ero già rimasta sconvolta dal fatto che la testa di quell’uomo che credevo fosse il protagonista di tutta la serie sarebbe rotolata via prima della fine della prima stagione. A causa di commenti e meme condivisi sui social dai miei contatti, sapevo che Catelyn Stark sarebbe stata sgozzata, che qualcuno sarebbe morto con i pollici affondati in profondità nelle orbite, che per Sansa non ci sarebbe stata #maiunagioia. Grazie a Dimentica il mio nome di Zerocalcare, pensavo di sapere che Jon Snow sarebbe morto molto prima e che Ghost sarebbe stato al suo fianco in quel momento. Ma soprattutto, dettaglio non indifferente in una serie come Game of Thrones, in ogni serie sapevo chi sicuramente non sarebbe morto, perché c’era nelle locandine e della serie successiva.

Nonostante l’impossibilità di restare totalmente indenne agli spoiler, con Game of Thrones sono corsa dietro a tutti e sono riuscita a riprenderli giusto in tempo per la fine della quinta stagione. Lo scorso lunedì sera, la soddisfazione è stata quella di poter dire «Ma noooooo!» insieme a tutti gli altri, di poter finalmente cercare l’hashtag #GoTfinale su Twitter senza paura. E, finalmente, sentirmi parte di un rito collettivo, di quella massa di persone emotivamente scosse dai fatti di Westeros.

Con Game of Thrones, ho potuto dunque sperimentare le due cose: il rush emozionale, il bisogno e il fanatismo da tossici scatenato dal binge-watching, e il senso di appartenenza ad una comunità generato dalla ritualità, dal vedere la puntata tutti allo stesso momento e sentire il bisogno di parlarne con qualcuno. E se ai tempi di Dawson’s Creek il gruppo di persone con cui si poteva parlare della puntata di un telefilm il giorno successivo alla messa in onda era ristretto a qualche compagno di classe, ora, con Twitter, si possono scoprire le reazioni di tutto il mondo.

Ma tutta questa cosa ha avuto un senso perché, effettivamente, Game of Thrones è uno show che ti invoglia a tifare per un personaggio, emozionarti, sperare che i tuoi preferiti non muoiano. La storia ti incolla allo schermo per continuare a seguire da una parte la lotta sul campo di battaglia, dall’altra la danza degli intrighi amorosi e politici.

In tutto ciò, bisogna anche considerare che io detesto guardare le scene di violenza e di sangue, quindi ci sono stati momenti in cui ho visto ben poco. Questo ha senz’altro influenzato il mio percorso. Del red wedding, per esempio, non ho visto nulla. Ho chiuso gli occhi appena è partita The Rains of Castamere e ho detto: «Raccontami cosa succede!». Per poi sentire chi guardava con me urlare: «Hanno ucciso la moglie! È morto! È morto Rob! È morta la madre… SONO MORTI TUTTI!!!»

Ci sono stati, poi, momenti in cui lo streaming ci ha tradito. Come nella puntata 4×02 in cui, poco dopo aver detto «Ma quelli sono i Sigur Ròs!» ho visto il video arrancare e poi interrompersi. E ho detto «Andiamo a letto, mancano solo dieci minuti. Cosa vuoi che succeda in dieci minuti». In quei dieci minuti, visti il giorno successivo, mi sono trovata ad esultare come allo stadio per la morte di Joffrey.

E ci sono stati momenti in cui ho pensato che fossimo ormai alla frutta. Come quando, tirando fuori le pentole dalla lavastoviglie, la persona che lo stava guardando con me ha detto con fare serio, ammirando la lucentezza di una padella: «Valyrian Steel». O come quando, in ufficio, mi sono ritrovata questa proprio dietro la porta del bagno.

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L’aveva appesa,  al momento giusto, un mio collega irreprensibile che ormai da settimane ascoltava i miei racconti a senso unico senza rivelarmi nulla. Lui intanto stava vedendo la stagione cinque; era in pari col resto del mondo.

Non mi piace che muoiano sempre tutti, ma in fondo, non posso farne a meno. Reduce dal binge-watching compulsivo, e per questo ancora più in astinenza, non vedo l’ora che si riattivi il «respiro del mondo». Non vedo l’ora che la musica incalzante riprenda, mentre le città cominciano a formarsi come nel miglior gioco di costruzioni per i grandi. Non vedo l’ora che il fanatismo riprenda sui social, tra le pagine ironiche e i lamenti e i social-drammi per chi è morto questa volta.

Mancano nove mesi.

Valar morghulis.

Stay Tuned.

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La mia maratona di Game of Thrones: tra rito collettivo e traversata epica

Sul ritorno di Orange is the New Black

Più o meno ogni bookworm soffre anche di dipendenza da serie TV, quindi è probabile che una buona percentuale di voi sappia che domani è il giorno dell’uscita della terza stagione Orange is the New Black e non veda l’ora di cominciarla. Forse non è il momento migliore per tuffarsi su una serie, ma la maturità l’abbiamo già fatta da un pezzo e quest’estate non c’è nessuna competizione calcistica che induca a riti sociali collettivi, quindi incollarsi a Netflix si può.

Se anche voi sacrificherete qualche serata estiva per seguire le vicende del carcere di Litchfield, forse sarete d’accordo con me sui motivi di gioia per l’inizio della terza stagione.

Finalmente si ride (spero). Le principali serie che ho seguito negli ultimi mesi sono state Downton Abbey e Game of Thrones (per quanto riguarda quest’ultima, è stata una maratona mistica, di cui vi parlerò più dettagliatamente un’altra volta), quindi non esattamente il trionfo della gioia e dell’allegria. Non vedo l’ora di poter tornare a scoppiare a ridere per la gestualità da ghetto di Taystee, i siparietti delle detenute sudamericane e la follia di Pensatucky. Così come non vedo l’ora di assistere di nuovo a scene di ballo alla Run DMC nella sala comune, sperando che gli aspetti drammatici del telefilm, pur sempre presenti, non prendano il sopravvento.

Alex Vause. Durante la stagione due devono essersi dimenticati che Alex era, in teoria, una delle principali protagoniste di OITNB, dal momento che l’avremo vista comparire in due puntate a dir tanto. Finalmente ritorna in carcere, così sarà di nuovo alle prese con Piper e con tutte le vicende annesse e connesse.

Ruby Rose. La new entry della stagione due fu Soso, un personaggio che non mi ha mai entusiasmato e che anzi, ho sempre ritenuto piuttosto irritante. Durante la terza stagione, come rivelatoci da tempo dall’internet, la new entry sarà Stella Carlin, nuova detenuta sexy interpretata dalla modella e DJ australiana Ruby Rose. Non è mistero che il suo ruolo sarà quello di mettere del pepe tra Alex e Piper, anche se ho il presentimento che Stella / Ruby sarà presto destinata a vincere la palma di personaggio più insopportabile della nuova serie.

Ci siamo liberati dal male supremo. O almeno, così è sembrato, nell’ultima puntata della stagione due. Vee era una cattiva talmente perfetta da non lasciare tregua, ma con lei abbiamo assistito al passaggio al lato oscuro di Taystee e a tantissime violenze. Nei telefilm ci sono sempre cattivi goffi, a cui dopo un po’ ci si affeziona, ma ci sono anche cattivi stronzi che è impossibile non odiare. Scommetto che anche voi avete esultato a questa scena.


Because-Vee-Worst-Also-Super-Rude

L’inizio della stagione tre vedrà Vee rialzarsi dall’asfalto? Io personalmente spero di no, anche perché in ogni caso avremo a che fare con gli strascichi: chiedere al volto tumefatto di Red, alla povera Crazy Eyes e all’eroina nascosta nel muro (ma bramata da Nicky) per conferma.

Quindi veniamo a Chapman. La protagonista della serie è stato il personaggio più insipido della seconda stagione. Trasferita a Chicago per cinque minuti o poco più, è poi tornata per restare comunque ai margini delle principali lotte tra fazioni interne al carcere e stare al centro dell’attenzione solo per le sue battaglie sociali e ideologiche. Per non parlare della relazione bislacca tra Larry e l’odiosa Polly, ma per fortuna nella terza stagione Larry non ci sarà; ci siamo quindi liberati di tutto ciò. Spero che con il ritorno di Alex, Piper ridiventi utile, anche se a dire il vero non è mai stata tra i miei personaggi preferiti.

I miei veri idoli sono Red, Taystee, il gruppo delle latinas e Pensatucky (in particolare quando era molto pazza) e in fondo non chiedo molto a questa serie. Mi accontento delle battute dei comprimari, un paio di complotti e il trascinarsi della storia tra Chapman e Vause.

Non ho guardato nemmeno il trailer per evitare il rischio spoiler, ma se volete, potete trovarlo qui.

Stay Tuned

Sul ritorno di Orange is the New Black