Padania

Il rumore dell’ accendino all’inizio di “Padania” è il rumore di quell’accendino rotto che tante volte abbiamo cercato di accendere nel buio, in macchina, o fuori da un esame. Quell’accendino che proprio non ne voleva sapere di fare la fiamma, come tante altre cose in una “Padania” che in fondo è stata, e talvolta ancora è, anche la mia.

Quella “Padania” che, nella mente di Manuel Agnelli e soci e nei loro dichiarati intenti, è lo stato mentale della chiusura, dell’affanno per raggiungere obiettivi in realtà vani, mentre “un sogno si attacca come una colla all’anima” e “tutto diventa vero, tu invece no”. E’ la desolazione delle “due ciminiere e un campo di neve fradicia”, immagine quantomai evocativa che mi ricorda i giorni in cui d’inverno si andava in macchina in posti che si chiamavano Melzo, Mezzago, Osnago, Carate Brianza, e la luce dei fari delle nostre prime macchine tagliava la strada e cantavamo gli Afterhours nell’autoradio e tentavamo di accendere le sigarette tutte e due dallo stesso accendino che faceva solo un rumore nel vuoto. E non so perchè nei miei ricordi era sempre inverno.

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L’altro colpo di fulmine la canzone numero dieci, Manuel all’inizio conta fino a quattro in tedesco e poi parla di un amore che non ha avuto nè lo spazio nè il tempo per esistere, ma c’è, da qualche parte, come un veleno, come un lutto al braccio, che sopravvive orgogliosamente sotto forma di dolore mentre si sta con un’altra persona, che più o meno incosciente aspetta a casa.

“Nostro anche se ci fa male” è la ballata tragica che parla di una possibilità non realizzata che rimane lì, nascosta come la polvere sotto il tappeto, un altro accendino nel vuoto che non si accende, o almeno non più.

In fondo non si accende neanche questo disco, che è complesso ed eccentrico al punto da risultare difficile da ascoltare, anche se oltre alle due canzoni di cui sopra mi viene (per affetto) da salvare anche “La Tempesta è in Arrivo”, che eppure però mi fa rimpiangere i  tempi di “Hai Paura del Buio?”, perchè di certi bei pezzi rock è una versione “un po’ così”.

Se ne parlava, se ne parlava e si diceva che alla fine continueremo ad amare gli Afterhours “perchè son gli Afterhours”. Ascoltare questo disco è come rincontrare una persona con cui ci siamo lasciati tanto tempo fa o tornare in un posto in cui abbiamo passato tanto tempo. Poche cose ce la fanno pur intensamente ritrovare, ce la fanno riconoscere negli sguardi, nel rivedere i nostri angoli. In queste cose rivediamo dei noi stessi che forse non ci sono più.

Ma. Anche se la copertina è bella non riuscirò ad amare del tutto questo album.

Solo, mi riportano indietro nel tempo dei pezzi.

Quelli che ascolto a ripetizione.

“Puoi quasi averlo sai, e non ricordi cos’è che vuoi” (cit.)

“Una di quelle rockstar che ormai il disco più bello della loro carriera l’hanno già fatto.” (cit. n2)

E comunque la “R” fantastica di Manuel Agnelli.

Stay Tuned

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Padania

Nuvole Rapide

Dici Subsonica e vedi tu, seduta sotto la scrivania di un’ aula computer di un liceo troppo vecchio, ad ascoltare Amorematico da un lettore CD della Sony color argento. Erano i giorni del compito di greco sull’ Odissea, era l’ultima settimana della Prima Liceo, che adesso si chiama terza come in tutte le altre scuole.

Farsi le foto con i Subsonica dietro il palco di un concerto gratis a Trescore Balneario, aspettare l’ MTV Day su un pratone in un giorno di settembre a Bologna, spintoni al Forum di Assago in un giorno di Aprile.

Dici Subsonica ed erano feste negli pseudo centri sociali di Besana Brianza, e salti altissimi su Albascura e una serie di primi indirizzi email imbarazzanti.

Erano i giorni gloriosi dei tuoi diciassette anni.

Dici Subsonica e ti chiedi se domani a Camden Town saranno ancora uguali, le facce di Samuel Umberto Romano e Max Casacci, nove anni e mezzo dopo quelle fotografie a Trescore Balneario.

Cose che ti fanno credere che il passato ti insegue, in qualche modo.

Quei Subsonica che sentivi vicini perchè cantavano di un cielo del Norditalia grigio come il tuo, e tantissime altre cose che non riesci a scrivere.

Nuvole Rapide e un attimo che.

Passerà.

Stay Tuned

Nuvole Rapide

2 become 1

Lui aveva detto che gli anni novanta erano più spensierati, ed era per quello che erano usciti tutti quei gruppi pop che noi guardavamo nei video quando MTV era arrivata sulle nostre televisioni di allora, quelle che erano degli scatoloni, non erano piatte come quelle di adesso. Poi erano arrivati gli anni zero con le loro crisi, e le reunion dei gruppi degli anni novanta, comunque, erano fallite tutte.

A Londra ci sono almeno sei gradi in più che a Milano al giorno, mentre un anno fa, oggi nevicava. Di questo inverno atipico e di un Novembre con te oltremodo generoso, e intanto sono quattro settimane a Natale, come nel film Love Actually che iniziava a Heathrow e finiva a Heathrow, come la metà della tua vita che vive su un’isola.

Heathrow, dove lui aveva fatto imbarcare una chitarra in una scatola, tra i bagagli fragili. Che è la stessa cosa che un giorno farai tu, ma non sarà una chitarra, sarà una vita.

Appoggiato ad un portone verde che ormai non si chiude più se non lo sbatti, ti aveva fatto capire che anche se perdiamo le cose, i pezzi la memoria li ritrova tutti. E che ti stupirai nel ricordare le parole di una canzone che non ascoltavi da forse dieci anni, e di cui avevi rimosso l’esistenza. E anche se a cantarla ti vergogni, sai che in fondo a te piaceva, che non ti pareva così male. Gli anni come le canzoni: gli anni rinnegati, gli anni bellissimi.

L’anello che ti eri accorta di aver perso nel cinema.
Comprarne un altro al Camden Market, in mancanza della fiera di Senigallia.

‘Cause tonight is the night
When 2 become 1.

When 3 become 1.

Stay Tuned.

2 become 1

Razzi arpia inferno e fiamme

Con sulla faccia un’espressione tipo quella dei Verdena nelle loro foto di quando erano più giovani, o tipo quella dei Verdena in tutte le loro foto dalla fine degli anni ’90 a oggi, più o meno. Accorgersi che piove e fa freddo e che un’altra estate è finita e un’altra estate è stata sprecata, e in vacanza si va troppo tardi, come troppo tardi tutte le altre cose.

Razzi arpia, danni miei, più che mai ai danni miei.

Più di dieci anni senza cambiare espressione nelle foto e senza mai riuscire a capire un testo, che però tutti hanno quell’aria di malinconia e di alternativi da liceo, alternativi come quelli di quando andavo al liceo io. Io che sono troppo vecchia per essere emo, la Robi dei Verdena nella foto con noi al concerto degli Afterhours al live di Trezzo, alla fine di un’estate che vorrei che fosse adesso e che era stata la mia ultima estate al mare.

E poi tutte quelle canzoni urlate come Tuuuuuu, tu mi spegni.

Ma Bergamo è troppo lontana.

Stay Tuned.

Razzi arpia inferno e fiamme

Per ora noi la chiameremo felicità

Che non fosse un allegrone, il nostro Vasco Brondi, si era già capito da quel Canzoni da Spiaggia Deturpata che nel 2008 vinceva la Targa Tenco come Miglior Opera Prima cantautorale dell’anno.

Non ci stupisce allora che il suo disco di ritorno si intitoli “Per ora noi la chiameremo felicità”, da una citazione di Leo Ferrè, poeta monegasco. La copertina, due omini in una città grigia, con la testa coperta da un sacchetto, è del fumettista Andrea Bruno e l’album è disponibile anche in fighettissimo vinile bianco.

Facciamolo girare e salutiamo questa Cara Catastrofe, in cui Vasco ci invita a vedere l’avanzata dei deserti. Due anni fa per lo meno ci invitava a vedere le Luci della Centrale Elettrica, che è anche il nome scelto per il suo progetto, e che ingannevolmente può far pensare a uno di quei gruppi numerosissimi, ma in realtà solo di lui si tratta.

Ma se uno è genio, può essere abbastanza.

Per noi la chiameremo felicità non verrà certo ricordato per la varietà delle sue melodie, l’ ampia scelta di accordi o strumenti utilizzati, ci sono sempre le solite schitarrate in minore sulle quali Vasco sussurra e urla le sue poesie create da accostamenti insoliti e scioccanti.

Il secondo brano, Quando tornerai dall’estero, è la storia toccante di due innamorati da occupazione liceale separati dalla partenza di lei per una terra straniera non meglio definita: un argomento abbastanza attuale in questo periodo di Cervelli in Fuga.

Dalle contorte (ma non troppo) lyrics emergono i due i filoni conduttori dell’album. Il primo è la rabbia verso un paese che sembra non offrire prospettive ai giovani, i quali restano “con le transenne tra le costole, che il nostro ridere fa male al presidente” e che viene senza appello condannato dal nostro eroe in Anidride Carbonica, in cui le frecce tricolori vengono fatte schiantare in cielo “come quella sera”. Il secondo è l’amore che, ai tempi dei licenziamenti dei metalmeccanici, non può essere felice: ci sono camere separate e impossibilità di raggiungersi perché ci sono le targhe dispari a fare da ostacolo.

E’ verso i tre quarti del disco che, dopo la canzone più urlata (la sopracitata Anidride Carbonica) e la canzone più romantica (Le Petroliere) arriva il capolavoro: Per Respingerti in Mare, che si avvolge su se stessa e nei momenti in cui sembra mettersi in pausa riparte come il motore eterno del nostro furgone, per poi girare sul finale come una vera turbina da centrale elettrica, mescolando tutto: tristezze personali e la desolazione di un paese, l’immigrazione, l’inquinamento, le guerre, l’addio drammatico dei due amanti e le frasi sussurrate alla fine che non ci resta che leggere nel booklet del cd, altrimenti non capiremmo: “Avremmo fatto una figura migliore ad annegare ubriachi io e te nel Tevere”.

Le Luci della Centrale Elettrica si riconferma un progetto destinato a esaltare molti per la ricercatezza dei testi di Brondi, che nel frattempo è diventato anche scrittore per Baldini & Castoldi Dalai (“Cosa racconteremo di questi cazzo di anni zero”, 2009), e ad essere snobbato ed etichettato da altri come gli inutili vaneggiamenti di uno che non sa suonare e probabilmente non è nemmeno tanto apposto.

Si tratta solo di capire da che parte volete stare.

Io ho già deciso: amo questo mio quasi coetaneo ferrarese, che spicca proprio perché, in contrapposizione al suo molto più famoso ma prosaico omonimo, parla difficile. Ma comunque parla di noi.

Stay Tuned.

Per ora noi la chiameremo felicità

Don’t tell me that it’s over

Ieri andai a vedere questa bella donna qui.

Dicesi Amy MacDonald, cantante scozzese venuta alla ribalta l’anno scorso con This is The Life,  che mi fa venire in mente me che l’ascoltavo tornando sullo Stansted Express dopo colloquio Londinese in seguito al quale, esattamente un anno fa, ottenni risposta positiva, e cioè che Londra mi amava.

Lei si esibì ieri a La Cigale di Parigi, un amabile loco tra Pigalle e Anvers piccolo e delizioso tipo un teatro con poltroncine rosse e balconate, ove io mi sistemai con la mia amichetta inglese. Tutto era fin troppo anglosassone per essere parigino, ma d’altra parte l’anglosassinismo (o anglosassonità?) sembra una costante di tutto questo periodo in realtà passato en France.

C’est la vie, o meglio, this is the life, come diceva Amy MacDonald nella terza canzone interpretata ieri sera, dopo essere arrivata sul palco con un opinabile vestitino sbarluscicante e calze nere, ma sfoderando una voce all’altezza della situazione che prontamente facevo sentire a Stivo durante la telefonata di rito.

Piccolo grande neo di questo concerto, Amy, per sua stessa ammissione proclamata in accento scozzese a dir poco discutibile (nonchè a tratti incomprensibile), non voleva molto bene a noialtri spettatori in quanto suddivideva il concerto in questo modo: solo tre canzoni del vecchio album (insieme alla hit This is the Life, Run e Mr. Rock and Roll) e tutte le altre dal nuovo album che esce l’8 marzo, e che dunque nessuno conosceva.

Comunque, promossa la piccola donnina che regalava – con una voce da nuova Dolores O’Riordan – atmosfere celtiche a una serata che, d’altra parte, mi aveva già offerto una crepe salée considerevole.

Nonchè, in apertura c’era questo suo nuovo singolo che ben si adatta all’atmosfera da chiusura di Erasmus Parigino che sta per finire (proprio come tutto il resto, aggiungerebbero gli Afterhours).

And I wanna see what it’s all about
And I wanna live, wanna give something back
Don’t tell me that it’s over
It’s only just begun
Don’t tell me that it’s over

Don’t tell me is over.

Gnam.

Stay Tuned

Don’t tell me that it’s over

No More Gaga – We’re plastic but we still have fun!

“Non lo so, una situazione di vita comune tipo NO MORE GAGA…..”

Questa frase, più o meno, chiudeva il nostro Capodanno, e adesso non ve la sto tanto qui a spiegare. Comunque, era come se lei fosse lì. Definita da tutti la vera Pop Star del 2009, Lady Gaga, o GaGa che dir si voglia, è stata protagonista indiscussa anche del nostro veglione, contornato da hit quali Bad Romance (che ho addirittura comprato su Itunes) e Paparazzi. Tant’è che quando hanno fatto i video su MTV ci siamo pure tutti fermati e siamo stati in religioso silenzio a guardarli, per non perderci neanche un minimo dettaglio. Tipo, per esempio.

Quando inizia la canzone lei stessa si tira indietro perchè si spaventa.

Ladi GaGa nacque Stefani (con la i) Joanne Angelina Germanotta nel 1986 (…) e crebbe nell’ Upper West Side di Manhattan, studiando piano classico e lavorando con il maestro di canto di Christina Aguilera. Suo padre era un ex musicista e non le parlò per sei mesi quando lei, finito il liceo, iniziò a cantare mezza biòta nelle bettole newyorkesi appena finito il college. Un passaggio molto squallor della sua vita, insieme agli anni passati in un miniappartamento del Lower East Side, poco più tardi.

Poi uscirono The Fame e The Fame Monster (In teoria perchè la fama ti divora, in pratica perchè lei è un mostro, tipo), arrivarono Po Po Po Poker Face, Papa Papa Razzi, e la mia preferita, Roma Roma Ma, GaGa Ullalah, e il resto è storia, più o meno. Ieri ho visto lo speciale su “DjTV ex All Music” e lei ha raccontato che ha scritto Bad Romance mentre era in macchina attraversando la Norvegia dopo aver suonato a un party privato con dei mafiosi russi. Che furbizia chi l’ ha inventata, questa bamboccia plasticosa che sa di chewing gum, con un look dove niente è lasciato al caso e una reputazione da bomba sexy nonostante un naso inguardabile!

Perchè amiamo tanto questa donna, (donna?) che ha dichiarato che il proprio disco potrebbe intitolarsi “L’ ispirazione per il cattivo gusto?”. Fondamentalmente, proprio per questo. Lei è performer, come dice Fra, non va mai in giro sciatta neanche quando va a fare la spesa, ha sempre delle tute di latex e delle stelline pitturate in faccia (nonostante i “deliziosi primi piani pathetic chic” dell’ultimo video). E’ oggettivamente brutta, e c’è chi dice che sia un uomo, un po’ per la voce un po’ per l’aspetto, che ricorda, a tratti, il suo amico Marylin Manson, e va in giro cantando ‘Cause I’m a free bi**h, baby! Cioè, è l’apoteosi del trash.

Ma è un personaggio, prima di essere una persona, ed incarna molto bene il concetto più volte da me espresso come pacchianità, pura, semplice, e tipicamente americana. Finiamola di arricciare il naso e ammettiamo che Lady GaGa, come un sacco di altre americanate, ci piace: Thank You America!

E poi, la sua stessa essenza non sarà moralmente irreprensibile, però, secondo me, lei si diverte tantissimo.

E ci fa divertire. Amo questa donna!

Stay Tuned.

No More Gaga – We’re plastic but we still have fun!