Macchie d’inchiostro

#5 Torna

E mi pare di vederti ancora, con la sciarpa che mettevi quando eravamo al liceo e andavamo in manifestazione a gridare gli slogan sotto le finestre di quelli che non ci ascoltavano, a tirare le uova. Di quando tu ed io eravamo giovani, adolescenti con i capelli spettinati e abiti comprati ai mercati degli alternativi lungo i navigli, nei sabati pomeriggi degli inverni freddi e del cielo grigio di una Milano che sono sicuro tu abbia amato moltissimo, anche se non hai mai voluto ammetterlo.

I pomeriggi sui motorini e fuori dalla biblioteca a fumare le sigarette fatte a mano, e i mangianastri con le cassette che ci passavamo e che duplicavi con il tuo stereo vecchio, che ascoltavamo nella macchina di tua madre, di quando hai preso la patente e mi sei venuto a prendere fuori da scuola parcheggiando su un divieto di fermata o al sabato sera sui parcheggi quelli nei posti riservati ai residenti.

I nostri ritorni notturni, le lunghe sere a parlare in macchina, le lunghe sere a parlare di niente, delle ragazze che non ci volevano, della mia moto sempre rotta, di questo o quel film del cinema di nicchia e mai, durante quelle sere, avevo visto nei tuoi occhi, sebbene li avessi sempre visti tristi, l’idea di andartene via un giorno. Ti ho sempre visto come quello che si stringeva nelle spalle e si tirava su la sciarpa a coprirsi la faccia solo per cercare di difendersi dal pensiero che fosse qualcun altro di importante ad andarsene via dalla tua vita, presto o tardi, ma per sempre.

Le tue mani in tasca che comunque erano sempre fredde, le cuffie nelle orecchie.
Le biciclette legate ai pali della luce, con il cellophane a righe bianche e rosse tra i raggi, i coni di plastica rubati dai lavori stradali per allestire improbabili discoteche nei saloni dei sottosuoli dei centri sociali, i pomeriggi distesi al parco e i giornali letti sotto il banco la mattina.
I concerti dei gruppi alternativi di rock italiano e la tua maglietta nera con su scritto NO.

Manchi, adesso che a dividerci ci sono più di mille chilometri e persino una striscia di mare. Dopo anni in cui ti ho visto chiuderti in te stesso, tu che avevi deciso contro la tua natura di studiare una scienza fatta di numeri e di formule che il mio cervello troppo umanistico, o forse semplicemente troppo umano, si è sempre rifiutato di capire.

Tu che non ti cambiavi nemmeno le scarpe da tennis quelle rotte, quelle che avevi alle superiori, perché ci eri affezionato.

Tu che, ossessionato dalla tua privacy, persino in vacanza non sopportavi di dover dividere la tua stanza con me.

Adesso condividi un appartamento con cinque persone che vengono da quattro paesi diversi e che non sanno neanche pronunciare bene il tuo nome.

E mi racconti che mandi una media di cento mail al giorno, e la tua vita è scandita da un calendario di outlook pieno di meeting, di briefing, di training, di brainstorming session.

Esci di casa con un paio di scarpe da tennis e il vestito del lavoro, e te le cambi e ti metti le scarpe eleganti quando entri in ufficio, e ti rimetti le scarpe da tennis per andare in palestra a correre con i tuoi colleghi guardando la BBC nello schermo davanti a te e lo smartphone ogni tanto perché non si sa mai che il tuo boss ti scriva una mail di quelle con «Urgent» nell’oggetto.

I tuoi ormai quasi mille amici di Facebook, mentre diminuisce drasticamente tra di loro la percentuale di quelli con un nome italiano, e hai smesso di fumare perché lì non è politicamente corretto e i fumatori fumano nascosti negli angoli tra i palazzi, nelle rientranze, che se cammini a passo svelto per la strada con il tuo bicchiere di cartone con dentro un caffè che fa schifo, passi davanti a una rientranza e di colpo di spaventi perché dentro c’è una persona e pensi: O mio dio, è un assassino di un film di Hitchcock. No: è un poveretto che fuma da solo.

Le tue serate nei club che ti costano più in ritorno in taxi che nel bere.

I tuoi pranzi nelle vaschette di plastica davanti agli otto schermi colorati del tuo computer, l’insalata scondita o il tramezzino di pan carré con la salsa di tonno ed un formaggio che non sa di niente, o la pasta col sugo pronto la sera, quando apri Facebook e mentre crolli dal sonno vedi le nostre foto ritoccate con effetti finto lomo per far sembrare la nostra vita un poco più interessante.
Hai mandato all’aria tutto quello che una volta eri, mentre noi siamo rimasti sempre uguali.

Le domeniche a piedi o in bicicletta in cui ci si accorge che Milano è bella. Le zanzare d’estate sui ponti dei navigli, l’asfalto che si scioglie e parcheggiare la moto sui tombini. Gli occhiali da sole portati a oltranza per non far vedere le occhiaie delle notti passate insonni a pensare a cosa fare della nostra vita. L’università da cui non siamo mai usciti, per fare i dottorati, per vedere che ora le matricole sono giovani, sono nate negli anni Novanta, anni dei quali noi abbiamo già dei ricordi.
Tu che un giorno guardando fuori dalla finestra della tua stanza hai visto il vuoto, e sei diventato un fuggiasco, e non sei più contro corrente neanche in questo, visto che adesso anche dei giovani che emigrano si parla tanto, i cervelli in fuga sono di moda.

I tuoi momenti di malinconia quando dalla finestra della tua casa nuova ascolti le canzoni che ascoltavi quando tornavi in macchina con noi, accovacciato sul sedile posteriore della mia macchina o davanti a darmi indicazioni con la cartina illuminata dal vetro del tuo cellulare che avevi prima. Quando non esistevano i navigatori satellitari e le strade si facevano a memoria o a caso.
I libri che leggevi in treno, i libri che scrivevi in treno.

E ogni volta che torni per poco, noi che cerchiamo di capire se sei veramente felice o no.
Della tua fuga in quel mondo dorato dove i giovani hanno successo e sono la ruota motrice, non la ruota di scorta.

Del nostro restare in questo mondo d’asfalto e di tricolori calpestati.

E il risultato di tutto questo è che né io né te abbiamo più qualcuno con cui restare in macchina a parlare per ore nei sabati sera che diventano domeniche mattina.

E poi pomeriggi della domenica in cui non saper cosa fare.

La cosa che resta uguale, è che nessuno di noi sa cosa sarà tra dieci anni, io per la paura che niente si evolva e che la mia vita diventi un lavoro di routine e uno scialbo patto matrimoniale senza emozioni, tu per la paura che tutto si evolva troppo, e la tua vita diventi un filo di Arianna che si srotola da solo portandoti troppo lontano dal posto in cui una volta, ma ora sempre meno spesso e con sempre meno convinzione, dicevi di voler tornare.

Ti invidio un po’, tuttavia non farei cambio.

Non so se ci voglia più coraggio per andare o per restare.

E con quelli che incontro al solito pub parlo di te come di un eroe di guerra, con toni orgogliosi, e mi illumino quando vedo che, tra le centinaia di mail che mandi al giorno, una è ancora per me, per parlare di calcio, dei libri in italiano che vuoi che ti spedisca, delle sigarette fatte a mano che non sei più capace di farti.

Per chiedermi come stanno gli altri, gli amici e le ragazze che un tempo non ti volevano e che ora sicuramente ti rimpiangono.

Com’è difficile dirti in bocca al lupo, salutami Londra e stammi bene, quando tutto quello che vorrei dirti è

torna in Italia,

torna a Milano,

torna.

 

Straight outta 2011, quando Vasco Brondi nuoceva gravemente alla salute.
Stay Tuned.

# 4 Lavanderia Automatica

Che i panni sporchi si lavano in casa, o almeno, così era sempre stato.
La lavanderia automatica era stata il primo posto in cui si era sentita veramente sola. Fino a quel momento, tutto il resto era andato bene: il viaggio, la casa, la città, il lavoro. Gli amici, eh. Gli amici. Quelli erano in Italia, su Skype, una o due sere su sette.

Una sera si era trovata davanti l’inconfutabile fatto: la mancanza di magliette. Si era reso necessario fare questo borsone ed andare alla lavanderia automatica. In tasca, solo le monete, le chiavi e la sua musica.
Tardo pomeriggio e ormai era buio pesto da qualche ora, poche persone in giro e no, non sembravano svedesi. La lavanderia automatica era ancora illuminata. La luce al neon sfondava la vetrina e creava una piccola aureola sulla strada, sul marciapiede nero.

Era aperta fino a mezzanotte, tra il call center e il kebabbaro. Dentro, seduto su una panchina, c’era solo un ragazzo con una felpa rossa con il cappuccio tirato su, sulla testa, e un sacco vuoto, sgonfiato, ai piedi. Leggeva. Uno di quei gialli, uno di quei libri che a lei, a leggerlo quando era buio e poi a dover tornare a casa da sola a piedi, avrebbe fatto paura.

Si avvicinò ad una delle lavatrici, gettò il borsone a terra ed iniziò a tirare fuori i suoi vestiti ed introdurli attraverso l’oblò, uno per uno. Nella maglietta verde vide il primo giorno delle vacanze, in Spagna, qualche anno prima. Gli esami erano appena finiti e Davide quell’estate le sembrava più bello di sempre, coi capelli biondo cenere e gli occhi azzurri. E lei ora era in quella stupida lavanderia a gettoni, non sapeva neanche più che fine avesse fatto, Davide.

Nella camicia bianca vide il primo colloquio di lavoro. Si rivide arrossire, giocherellare con un bottone di quella camicia. Risentì il tono asettico della voce dell’impiegata delle risorse umane che le diceva «Mi dispiace informarla che». C’erano stati tanti «No», prima di quell’aereo di sola andata.

La lavatrice iniziò a girare e rimescolare i suoi ricordi a ritmo regolare, il rumore del cestello che si intrecciava con quello della lavatrice in cui giravano i panni del ragazzo con il cappuccio rosso. Lui continuava a leggere. Lei, senza dire nulla, gli si sedette accanto.

Tirò fuori dalla tasca la sua musica e scelse una canzone che la fece subito diventare triste. O forse, scelse proprio quella canzone perché triste, lo era già. Continuava a fissare le macchie di colore che giravano dentro all’oblò.

In quel momento il ragazzo col cappuccio rosso chiuse il libro e la guardò.

 

Piccola delizia dall’ottobre 2013.

Stay Tuned

#3 Oggi mi annoio

È difficile spiegare quello che lei era. Io me ne accorgevo da tante cose, per esempio quando di notte si alzava, le gambe magre e la camicia da notte ampia, e apriva il frigo. Dallo sportello aperto usciva la luce e lei, in piedi, prendeva qualcosa. Io non riuscivo mai a vedere cosa. La casa in cui vivevo da studente era molto piccola ma dal divano l’interno del frigo non si vedeva.
La bestia nei suoi occhi era talmente affamata da convincermi a traslocare. Non era stato facile assemblare tutti quegli scatoloni al pensiero di mia madre su quel letto di ospedale. Mio padre non me l’avrebbe mai perdonato, ma in quel momento era l’unica cosa che potessi fare. Un giorno mi aveva chiamato e mi aveva detto «La mamma è morta. E tu ti sei portato via pure la macchina».

Lei era una sfinge e semplicemente aveva detto «Vai tu, non mi piacciono i funerali». Quando ero tornato a casa lei non c’era, ma l’orologio sul comodino non era il mio. Il caricabatterie del cellulare di un altro.

Quando ho preso tutte quelle pastiglie mio padre pensava che avessi tentato di uccidermi, ma non era vero. Volevo semplicemente dormire. Erano passati circa sei mesi, e ancora non riuscivo a dormire più di due-tre ore per notte. La rabbia era troppa, la rabbia di quando nonostante tutto era stata lei a tenersi la casa. Avevo trovato una camera in un dormitorio, e mi mancavano ancora quattro esami. Un semestre intero, e qualche giorno prima dell’ultima prova avevo veramente bisogno di dormire. Non ci riuscivo più, risucchiato dalle immagini di quando avevamo litigato e io me n’ero andato, e nonostante tutto qualche settimana dopo mi aveva invitato per parlare e mi aveva chiesto di prestarle la macchina; il semestre non l’avrebbe finito e dopo poco anche lei avrebbe traslocato. Non ero stato io a spingerla contro il tavolino di vetro, era caduta da sola. Si era alzata con il sangue che colava da un polpaccio e mi aveva tirato contro qualcosa, forse un un libro, mentre cercavo di calmarla. Quella notte avevo veramente, veramente bisogno di dormire.

Oggi mi annoio. È la prima volta che la sblocco su Facebook, dopo sette anni. Non ho più visto né saputo nulla. Dal suo profilo non si vede quasi niente, solo una foto dove ha i capelli di un colore diverso rispetto a quello che mi ricordavo io, e non ride. Visibile solo il nome dell’università, la stessa dove ci siamo conosciuti. Non si riesce a capire nient’altro. Ma oggi mi annoio e devo saperlo. Le chiedo l’amicizia.

Stay Tuned

Cosa è stata, in verità, Londra

Oggi Facebook mi ha riproposto una foto di quattro anni fa, scattata agli scatoloni che avevo fatto quando ho lasciato Londra.

Non è vero, non ho mai pubblicato una foto di questo tipo, ma soprattutto ho disattivato quella funzione di Facebook che ripropone ricordi non richiesti più o meno ogni dì. Però, è vero che ho lasciato Londra circa quattro anni fa, postando questo video del signor Banks quando mi sono licenziata da quella che chiamerò la mia banca, e questo saluto qui, che accumulava mi piace mentre io ero uscita a salutare per l’ultima volta la centrale di Battersea.

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Il primo gennaio del 2013 mi sono ritrovata a Parigi e poi il tempo ha iniziato a passare in maniera troppo frenetica. Solo recentemente mi è venuta voglia di tornare a fare un giro a Londra «per piacere», e ripensare a quella che di fatto è stata allo stesso tempo l’esperienza più difficile della mia vita da expat e il motivo per cui ho deciso di continuare la mia vita da expat.

Alle feste tra expat a Londra (quasi tutte le feste sono tra expat perché gli inglesi amano vivere nel Surrey et similia e io per esempio di londinese vero ne ho conosciuto solo uno) ci sono sempre due gruppi di persone: quelle che sono appena arrivate e sono entusiaste, e quelle che sono a Londra da un po’ e stanno pensando di andarsene, per tornare a Milano o traslocare in altre città europee a dimensione più umana o, nella versione più estrema, in America o a Singapore. Si può dire che il mio shift dal gruppo degli entusiasti al gruppo di quelli che ne avevano abbastanza di Londra sia avvenuto molto presto, in parte anche perché, pur avendo già più di venticinque anni, ero ancora una fluorescent adolescent con la tendenza ad annoiarsi in fretta, in parte perché trascorrevo molte ore al lavoro e nel tempo libero andavo ai concerti da sola.

Anche tra gli italiani a Londra ci sono sempre due gruppi di persone: quelli che hanno fatto la Bocconi e lavorano in finance o in altri settori o posti dove c’è un dress code «business casual», stipendi belli e ore di lavoro generalmente assurde, e quelli che sono arrivati a Londra per inseguire i loro sogni e lavorare nella musica o in qualsiasi altro campo creativo. Generalmente, i primi hanno appartamenti eleganti, in centro, che però non si godono mai perché lavorano sempre e quando non lavorano dormono o vanno fuori ad ubriacarsi. I secondi vivono fuori dalle zone 1 e 2, in appartamenti condivisi con quattro o cinque persone, e lavorano da Caffé Nero oltre che inseguire i loro sogni. Sempre generalmente, i primi si stufano piuttosto in fretta di Londra, e dopo un po’ iniziano a dire che vogliono trasferirsi in Svizzera. I secondi mantengono un entusiasmo e un amore per la loro vita londinese che gli ho sempre invidiato,  nonostante i rientri lunghissimi con i mezzi pubblici per tornare a nord di Kilburn alle due di notte al sabato sera.

Londra, in un certo senso, è stata una scintilla esplosa in fretta ma anche un sogno che ho lasciato accartocciare su se stesso. Ma è stato anche il posto in cui sono successe tutta una serie di cose carine. Per esempio, ho vinto i biglietti per un concerto dei Placebo il giorno dopo il mio compleanno, e ho fatto entrare degli amici in un club di Chelsea urlando loro «Dite che siete alla festa di Laetitia!». Il buttafuori non voleva farli entrare, perché il club era pieno, e io ero lì alla festa di Laetitia, una ragazza francese che in realtà neanche conoscevo. Al che, il buttafuori mi ha chiesto «Are you Laetitia?», e io ho risposto sì. E lui ha iniziato a scusarsi dicendomi «I’m sorry, love, I know it’s your birthday and it sucks, but the club is full and I can’t let your friends in…», finché io ho fatto una faccia dispiaciuta e il suo collega ha fatto cenno ai miei amici di entrare.

È stato il posto delle spese fugaci da Tesco alle nove di sera, di quando vivevo in una scatola di 17 metri quadrati in un residence universitario a Barbican e ascoltavo moltissimo Vasco Brondi, tant’è vero che avevo iniziato a scrivere un po’ come lui. Era quasi una figata, ma una figata triste, il residence che è ancora indicato come mio indirizzo sulla carta d’identità che uso tutt’ora e sarà valida fino al 2021, e dove ho visto con mio padre la finale della Coppa del Mondo del 2010.

E quando ho deciso di cambiare casa e dovevo liberarmi della scatola di 17 metri quadrati e avevo messo un annuncio su Gumtree, era arrivato a vederla un ragazzino che di lì a poco avrebbe cominciato uno stage in finance,  ed era il giorno dopo il Royal Wedding e qualcuno aveva vomitato nell’atrio, giù da basso, e io non avevo fatto in tempo a passare l’aspirapolvere nella mia camera, ma nonostante tutto lui mi aveva detto che l’«appartamento» era bellissimo e pulitissimo e che io non avevo idea di cosa fosse la sporcizia di un residence universitario vero.

Allora fumavo, e con la mia amica giapponese che come prima cosa quando ci siamo conosciute mi aveva detto «I’ve been to Concorezzo!» fumavamo come delle scappate di casa le sigarette fatte a mano, prima di andare a prendere per pranzo il sushi e i falafel dispatchati in contenitori plasticosi, pagati un rene, e consumati poi davanti ai doppi schermi dei nostri desk.

Poi era arrivata l’età dell’oro, cioè il momento in cui mi sono trasferita verso Pimlico con un’amica che mi attaccava grossi cartelli con scritto LOL sulla porta della camera e aveva il bel vizio di chiudersi fuori di casa facendo il bucato proprio quando io il weekend ero tornata a Milano. I vicini al piano di sopra erano due pakistani, uno consulente e l’altro medico. Con il primo, tifoso del Manchester, avevo visto Juventus-Chelsea 3-0 con terzo gol di Giovinco («the atomic ant», gli avevo spiegato) e lui che in quell’occasione tifava Juventus. Con il secondo una volta stavo camminando per andare verso la metro e lui si è dovuto fermare a soccorrere una persona accasciatasi a terra per strada, e io per non arrivare tardi al lavoro ho dovuto tirare dritto senza salutarlo.

Abitavo già verso Pimlico quando Amy Winehouse è morta, quando ho deciso di appendere al muro della mia stanza la foto del bacio nella rivolta di Vancouver che in seguito è finita sulla copertina di un album dei Placebo, quando ho dovuto passare il Natale a Londra e per pena una mia collega mi ha prestato un albero di Natale che ho fatto con gli amici che erano venuti a trovarmi. Quando ho fatto volontariato nella scuola ebraica, quando da Le Luci della Centrale Elettrica ho iniziato ad ascoltare gli Amor Fou. Quando è andata a fuoco la lavanderia di fronte a casa (che adesso è una specie di caffetteria fighetta) la domenica notte dopo la mia visita in solitaria alle scogliere di Dover, e quando ho capito che stavolta questa storia di Londra era finita davvero.

Era iniziata vicino a Saint Paul’s e a quel ponte che c’è sulla copertina del Senso di Una Fine, con me che lo percorrevo dopo una serata con i colleghi, tenendo ancora in mano una bottiglia di Corona che ho abbandonato davanti al parco con le targhe in memoria di quelli che sono morti per qualcun altro. È continuata con io che per tutto il tempo che ero là cercavo di trovare il modo più rapido e indolore di ritornare a Milano. Ed è finita che quando finalmente avevo iniziato ad amare Londra, non di quell’entusiasmo incontenibile delle prime settimane, ma di un affetto un po’ pacifico un po’ rassegnato che può durare, mi sono trasferita a Parigi.

È andata avanti due anni e mezzo ma mi sembra siano stati dieci. Prendere quel treno subacqueo sarà sempre un po’ così.

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Stay Tuned

Irish Goodbye

An Irish Goodbye involves leaving a gathering, perhaps at a pub, bar or boozing hole, without so much as a “good day, boyo” to your compatriots. (cit).

L’espressione Irish Goodbye viene usata per indicare il comportamento di chi lascia un evento, tipo una serata in un pub, senza passare a salutare gli altri. Insomma, andarsene da una festa senza salutare nessuno, per paura che ti convincano a prendere un altro drink. Conosco persone in grado di farlo, e le ho sempre invidiate per la loro capacità di abbandonare silenziosamente feste o serate con i colleghi che in realtà non si rivelavano così piacevoli come avrebbero dovuto. Il senso di colpa mi ha sempre fatta sentire obbligata a passare a salutare, cosa che implica, come è risaputo, la perdita di almeno un’ulteriore ora in chiacchiere, nonché l’ordinazione forzata della famosa ultima birra.

L’espressione, però, è anche usata per l’indicare il comportamento con cui si tronca una relazione a metà senza dare spiegazioni.

The IGB is also a powerful relationship technique. (sempre cit, e poi traduco)

Le cose vanno così: la persona A è stanca di uscire con la persona B, non per mancanze reali dalla parte della persona B (la maggior parte degli osservatori esterni si troverebbero concordi nel dire che la persona B ha abbastanza ragione). La persona A decide dunque di evitarsi un bel mal di testa ed una dovuta spiegazione, lasciando semplicemente cadere ogni contatto e dirigendosi verso nuovi lidi. La persona B si trova confusa a causa dell’improvvisa mancanza di contatti, non sentendosi colpevole di alcunché e avendo fino a quel momento pensato che la persona A avesse passato dei bei momenti durante il tempo trascorso insieme. 
La persona B cerca dunque di riprendere i contatti con domande semplici, e aspetta di avere una risposta. Non fidandosi dei mezzi di comunicazione moderni («forse non gli è arrivato il messaggio…»)  prova 2 o 3 volte a raggiungere la persona A, che tuttavia non diverge dal proprio piano iniziale […] . 

Pare, francamente, che l’Irish Goodbye permetta di risparmiarsi una conversazione imbarazzante, o un ancor più imbarazzante incontro faccia a faccia. O, ancor peggio, una lettera del tipo «Cara Persona B…». In questo modo, tutti escono vincitori, a nessuno tocca sentire frasi del tipo: «Non sei tu, sono io», o «Sono semplicemente troppo occupato per una relazione, in questo momento», o «Per qualche motivo, l’unica cosa che ho voglia di fare è prenderti a schiaffi».

Tutto questo, per dire che un Irish Goodbye è stato più o meno quello che è successo: ho smesso di scrivere senza dare spiegazioni, e senza un apparente motivo. A differenza di quello che facevo in gioventù, quando avevo l’abitudine di scrivere in un post per dire che avrei smesso il blog e poi ricominciare a scriverlo il giorno dopo.

Comunque, felici di tornare.

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«Cosa hai fatto in tutto questo tempo?

Sono andato a letto presto».

(Cit.)

Stay Tuned

#wehaveadream di Telecom e Scuola Holden

Ho scritto questo racconto a novembre, per il concorso #wehaveadream di Telecom Italia e Scuola Holden. La giuria della Scuola Holden l’ha scelto come uno dei quattro vincitori sul tema della Giustizia.

Domani avrei dovuto partecipare, a Torino, all’evento conclusivo dell’iniziativa, ma purtroppo ho rinunciato per il semplice fatto che recarmici da Parigi mi sarebbe costato troppo. Ho perso un’occasione per vedere la Holden, per tornare dopo tanto tempo a Torino e per vivere una giornata che sarebbe stata senza dubbio entusiasmante. Non è sempre bello vivere lontani, ma c’est la vie.

Sul sito di #weaveadream, sarà possibile seguire l’evento in streaming a partire dalle 15.00.

Qui sotto ritrovate il mio racconto, presente nella sezione dedicata alla Giustizia.

In principio ci vestirono tutti di bianco

In principio ci vestirono tutti di bianco. Venne un giorno in cui mia madre mi disse: «Da domani si va all’asilo» e mi mostrò il primo grembiulino. Si allacciava sul davanti o sulla schiena, non ricordo.
Ricordo solo che era bianco, e mi andava leggermente lungo. «Così ti dura almeno due anni», diceva lei. Oltre al grembiulino, portavamo tute colorate e scarpe comode, per lo più. Vestiti in quel modo, non c’erano distinzioni.
Ricordo anche di aver pensato, per mesi, che alcune bambine con i capelli a caschetto corti fossero maschietti, e che un maschietto con i capelli biondi alle spalle fosse una bambina. Scoprii la verità quando per caso li sentii chiamare dalla maestra e associai i loro volti ai loro nomi. Il cambiamento di prospettiva, allora, faceva poca differenza. E poi c’erano quelli con i genitori alti, bassi, giovani, anziani, italiani o stranieri: ma non ci facevamo caso.
Eravamo tutti uguali.

Al mattino, prima di pranzo, spesso cantavamo. La maestra ci faceva scegliere tra tre o quattro audiocassette che tutti noi conoscevamo a memoria. Ce n’era una con le canzoni dei cartoni animati del pomeriggio. I cartoni giapponesi, per intenderci. Poi ce n’era una con le colonne sonore dei cartoni Disney. E ancora, mi pare di ricordare, una dello Zecchino d’Oro.
La mia preferita era quella con le canzoni dei cartoni giapponesi, perché c’era la sigla di un cartone coi robot che mi piaceva tanto. Solitamente, la maestra ci lasciava votare per decidere quale cassetta volessimo mettere, e quali canzoni volessimo cantare. Io votavo sempre per quella dei cartoni giapponesi. Ricordo che alcuni bambini, come me, erano piuttosto ripetitivi nelle loro votazioni, altri cambiavano idea spesso. Non vi so dire perché.
Fatto sta che c’era una certa varietà nelle canzoni che finivamo per cantare.
Quasi mai le stesse per due giorni consecutivi. Eppure, anche quando non vinceva l’audiocassetta per cui avevo votato io, cantavo lo stesso con piacere, ad alta voce. Mi divertivo. Ci divertivamo. Diciamo che sapevamo accettare le scelte degli altri in un modo pacifico.

Ricordo quel giocattolo per il quale io e quello che sarebbe poi diventato il mio migliore amico durante l’adolescenza litigammo. Allora, ci sembrava un giocattolo speciale. Era un camion dei pompieri. Era più grosso delle altre macchinine, e dotato di accessori. Emetteva suoni e aveva gli idranti, gli omini. Il camion dei pompieri, come tutti i giocattoli, era di tutti e di nessuno. Eppure, io un pomeriggio avevo cercato di nasconderlo dentro l’armadietto dove lasciavo le mie scarpe e la mia copertina. L’avevo fatto cosicché, nel pomeriggio, i miei compagni, non trovandolo nella zona giochi comune, avrebbero preso altri giochi, e il camion dei pompieri sarebbe stato solo per me. Però, quando ero andato a cercarlo, dopo l’ora della merenda, quel bambino mi aveva sorpreso. Ero stato colto in flagrante. «Volevi rubare il camion!» mi accusò. Cercò di strapparmelo dalle mani. Entrambi tirammo il giocattolo, aggrappandoci ad esso come meglio potevamo.
Infine, una delle rotelline che io avevo agguantato si staccò, ed entrambi finimmo a terra e scoppiammo a piangere. Io, stizzito, tirai contro il mio avversario la ruota di plastica del camion che mi era rimasta in mano. Lui accennò una reazione, una specie di manata nell’aria. Ma arrivò la maestra, che ci aveva sentiti piangere. «Cosa avete combinato, qui?»

Il giorno dopo, mentre gli altri furono portati in gita allo zoo, noi rimanemmo nell’asilo, con la maestra. Lei ci spiegò che, per farci perdonare dal resto della classe per aver rotto il camion dei pompieri, avremmo dovuto fare qualcosa di utile e bello per tutti. Per prima cosa, ci chiese di cercare e ripescare le biglie che erano cadute nei due bidoni di plastica in cui erano sistemavamo i Lego. Non fu facile, anzi. Ma ricordo che mi impegnai in quel compito. Mi concentrai davvero. Poi, la maestra ci chiese di aiutarla a decorare i segnaposto per il pranzo del giorno seguente. La aiutammo a ritagliare ed incollare pezzi di carta colorata sulle targhette di cartone rigido.
Infine, ci toccò aiutare ad apparecchiare la tavola per il pranzo del giorno successivo. Prendevamo i piattini da un carrellino e li sistemavamo sui piccoli tavoli esagonali.
Guardavo il mio compagno con aria rassegnata, cercando uno sguardo complice. Martino, si chiamava. Quando incrociò il mio sguardo, fece spallucce e continuò il suo lavoro. Come dire «Ce lo siamo meritato». Fu in quel giorno che diventammo amici.

Circa una quindicina di anni dopo, fummo in competizione per una ragazza e per un lavoro estivo: portare le pizze in motorino. L’unica pizzeria del quartiere cercava solo un ragazzo per le consegne, ma quei soldi servivano a tutti e due. Lui si prese il lavoro, io mi presi la ragazza, anche se era già uscita un paio di volte con lui. Dopo quell’estate, non ci parlammo più.

Da bambini, avevamo un altro modo di approcciare le cose e di distinguere il bene dal male. Avevamo occhi più grandi, ma non vedevamo le differenze.

E avevamo un senso diverso di giustizia.

Non so dirvi esattamente in quale momento della mia vita queste cose si siano perse.

Davvero, non lo so.

E dire che pensavamo di essere diventati grandi e di iniziare a capire tutto della vita, perché avevamo iniziato a leggere i libri.

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Stay Tuned

L’Uomo dei Carrelli

La luce artificiale fa sembrare tutto argento.

C’è silenzio, e io sono l’uomo dei carrelli.

Percorro a passi lenti l’aera delle partenze internazionali, il mio occhio azzurro vigile osserva l’aeroporto d’ argento. Tre di notte, un ragazzo e una ragazza sono sdraiati, addormentati, sulle panchine. Tengono vicini i bagagli, come se questo bastasse loro ad avere la certezza che nessun ladro sarà abbastanza silenzioso da rubargliele nel sonno. Mi avvicino, piano, voglio vedere le loro espressioni. Lui sembra tranquillo, lei invece corrucciata. Stanchi, stravolti, hanno anche un grosso zaino. Cerco di immaginare da dove vengono e dove andranno.

Due hostess in tailleur azzurro si affrettano verso l’ uscita, il loro passo svelto rompe il silenzio. Ridono fra loro, io le seguo con lo sguardo. Una volta uscite, accendono una sigaretta.

Il poliziotto col manganello appeso alla cintura si avvicina alla macchinetta per prendersi un caffè. Mi fa un cenno di saluto. Poi fa una smorfia: il caffè delle macchinette fa schifo. Un ragazzo sfoglia un giornale. Ma è il giornale di ieri, e probabilmente è scritto in una lingua che non è la sua. Continua a girarne le pagine forse solo per non addormentarsi.

Torno al mio lavoro, trovo un altro carrello. Mi avvicino, sempre con movimenti indolenti, e lo trascino verso la fila. Uno dopo l’ altro, uno dentro l’altro. Tutti in fila. Il primo che ho raccolto oggi, sarà l’ultimo ad esser preso domani.

Spingo i miei carrelli fuori, le porte scorrevoli si aprono maestosamente al mio passare, nella luce argentea artificiale. Fuori è notte fonda, un tassista attende silenzioso, con i fari spenti. Le rotelle dei miei carrelli, che scivolavano molto più armoniosamente all’interno dell’aeroporto, sull’asfalto fanno si agitano rumorosamente. Spingo i carrelli al loro posto, ed è un clangore di metallo.

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Resto lì in piedi lì accanto, per oggi ho finito.

Scritto nel 2006.

Stay Tuned