Friday Weekly Experiment 2017

#5 Torna

E mi pare di vederti ancora, con la sciarpa che mettevi quando eravamo al liceo e andavamo in manifestazione a gridare gli slogan sotto le finestre di quelli che non ci ascoltavano, a tirare le uova. Di quando tu ed io eravamo giovani, adolescenti con i capelli spettinati e abiti comprati ai mercati degli alternativi lungo i navigli, nei sabati pomeriggi degli inverni freddi e del cielo grigio di una Milano che sono sicuro tu abbia amato moltissimo, anche se non hai mai voluto ammetterlo.

I pomeriggi sui motorini e fuori dalla biblioteca a fumare le sigarette fatte a mano, e i mangianastri con le cassette che ci passavamo e che duplicavi con il tuo stereo vecchio, che ascoltavamo nella macchina di tua madre, di quando hai preso la patente e mi sei venuto a prendere fuori da scuola parcheggiando su un divieto di fermata o al sabato sera sui parcheggi quelli nei posti riservati ai residenti.

I nostri ritorni notturni, le lunghe sere a parlare in macchina, le lunghe sere a parlare di niente, delle ragazze che non ci volevano, della mia moto sempre rotta, di questo o quel film del cinema di nicchia e mai, durante quelle sere, avevo visto nei tuoi occhi, sebbene li avessi sempre visti tristi, l’idea di andartene via un giorno. Ti ho sempre visto come quello che si stringeva nelle spalle e si tirava su la sciarpa a coprirsi la faccia solo per cercare di difendersi dal pensiero che fosse qualcun altro di importante ad andarsene via dalla tua vita, presto o tardi, ma per sempre.

Le tue mani in tasca che comunque erano sempre fredde, le cuffie nelle orecchie.
Le biciclette legate ai pali della luce, con il cellophane a righe bianche e rosse tra i raggi, i coni di plastica rubati dai lavori stradali per allestire improbabili discoteche nei saloni dei sottosuoli dei centri sociali, i pomeriggi distesi al parco e i giornali letti sotto il banco la mattina.
I concerti dei gruppi alternativi di rock italiano e la tua maglietta nera con su scritto NO.

Manchi, adesso che a dividerci ci sono più di mille chilometri e persino una striscia di mare. Dopo anni in cui ti ho visto chiuderti in te stesso, tu che avevi deciso contro la tua natura di studiare una scienza fatta di numeri e di formule che il mio cervello troppo umanistico, o forse semplicemente troppo umano, si è sempre rifiutato di capire.

Tu che non ti cambiavi nemmeno le scarpe da tennis quelle rotte, quelle che avevi alle superiori, perché ci eri affezionato.

Tu che, ossessionato dalla tua privacy, persino in vacanza non sopportavi di dover dividere la tua stanza con me.

Adesso condividi un appartamento con cinque persone che vengono da quattro paesi diversi e che non sanno neanche pronunciare bene il tuo nome.

E mi racconti che mandi una media di cento mail al giorno, e la tua vita è scandita da un calendario di outlook pieno di meeting, di briefing, di training, di brainstorming session.

Esci di casa con un paio di scarpe da tennis e il vestito del lavoro, e te le cambi e ti metti le scarpe eleganti quando entri in ufficio, e ti rimetti le scarpe da tennis per andare in palestra a correre con i tuoi colleghi guardando la BBC nello schermo davanti a te e lo smartphone ogni tanto perché non si sa mai che il tuo boss ti scriva una mail di quelle con «Urgent» nell’oggetto.

I tuoi ormai quasi mille amici di Facebook, mentre diminuisce drasticamente tra di loro la percentuale di quelli con un nome italiano, e hai smesso di fumare perché lì non è politicamente corretto e i fumatori fumano nascosti negli angoli tra i palazzi, nelle rientranze, che se cammini a passo svelto per la strada con il tuo bicchiere di cartone con dentro un caffè che fa schifo, passi davanti a una rientranza e di colpo di spaventi perché dentro c’è una persona e pensi: O mio dio, è un assassino di un film di Hitchcock. No: è un poveretto che fuma da solo.

Le tue serate nei club che ti costano più in ritorno in taxi che nel bere.

I tuoi pranzi nelle vaschette di plastica davanti agli otto schermi colorati del tuo computer, l’insalata scondita o il tramezzino di pan carré con la salsa di tonno ed un formaggio che non sa di niente, o la pasta col sugo pronto la sera, quando apri Facebook e mentre crolli dal sonno vedi le nostre foto ritoccate con effetti finto lomo per far sembrare la nostra vita un poco più interessante.
Hai mandato all’aria tutto quello che una volta eri, mentre noi siamo rimasti sempre uguali.

Le domeniche a piedi o in bicicletta in cui ci si accorge che Milano è bella. Le zanzare d’estate sui ponti dei navigli, l’asfalto che si scioglie e parcheggiare la moto sui tombini. Gli occhiali da sole portati a oltranza per non far vedere le occhiaie delle notti passate insonni a pensare a cosa fare della nostra vita. L’università da cui non siamo mai usciti, per fare i dottorati, per vedere che ora le matricole sono giovani, sono nate negli anni Novanta, anni dei quali noi abbiamo già dei ricordi.
Tu che un giorno guardando fuori dalla finestra della tua stanza hai visto il vuoto, e sei diventato un fuggiasco, e non sei più contro corrente neanche in questo, visto che adesso anche dei giovani che emigrano si parla tanto, i cervelli in fuga sono di moda.

I tuoi momenti di malinconia quando dalla finestra della tua casa nuova ascolti le canzoni che ascoltavi quando tornavi in macchina con noi, accovacciato sul sedile posteriore della mia macchina o davanti a darmi indicazioni con la cartina illuminata dal vetro del tuo cellulare che avevi prima. Quando non esistevano i navigatori satellitari e le strade si facevano a memoria o a caso.
I libri che leggevi in treno, i libri che scrivevi in treno.

E ogni volta che torni per poco, noi che cerchiamo di capire se sei veramente felice o no.
Della tua fuga in quel mondo dorato dove i giovani hanno successo e sono la ruota motrice, non la ruota di scorta.

Del nostro restare in questo mondo d’asfalto e di tricolori calpestati.

E il risultato di tutto questo è che né io né te abbiamo più qualcuno con cui restare in macchina a parlare per ore nei sabati sera che diventano domeniche mattina.

E poi pomeriggi della domenica in cui non saper cosa fare.

La cosa che resta uguale, è che nessuno di noi sa cosa sarà tra dieci anni, io per la paura che niente si evolva e che la mia vita diventi un lavoro di routine e uno scialbo patto matrimoniale senza emozioni, tu per la paura che tutto si evolva troppo, e la tua vita diventi un filo di Arianna che si srotola da solo portandoti troppo lontano dal posto in cui una volta, ma ora sempre meno spesso e con sempre meno convinzione, dicevi di voler tornare.

Ti invidio un po’, tuttavia non farei cambio.

Non so se ci voglia più coraggio per andare o per restare.

E con quelli che incontro al solito pub parlo di te come di un eroe di guerra, con toni orgogliosi, e mi illumino quando vedo che, tra le centinaia di mail che mandi al giorno, una è ancora per me, per parlare di calcio, dei libri in italiano che vuoi che ti spedisca, delle sigarette fatte a mano che non sei più capace di farti.

Per chiedermi come stanno gli altri, gli amici e le ragazze che un tempo non ti volevano e che ora sicuramente ti rimpiangono.

Com’è difficile dirti in bocca al lupo, salutami Londra e stammi bene, quando tutto quello che vorrei dirti è

torna in Italia,

torna a Milano,

torna.

 

Straight outta 2011, quando Vasco Brondi nuoceva gravemente alla salute.
Stay Tuned.

# 4 Lavanderia Automatica

Che i panni sporchi si lavano in casa, o almeno, così era sempre stato.
La lavanderia automatica era stata il primo posto in cui si era sentita veramente sola. Fino a quel momento, tutto il resto era andato bene: il viaggio, la casa, la città, il lavoro. Gli amici, eh. Gli amici. Quelli erano in Italia, su Skype, una o due sere su sette.

Una sera si era trovata davanti l’inconfutabile fatto: la mancanza di magliette. Si era reso necessario fare questo borsone ed andare alla lavanderia automatica. In tasca, solo le monete, le chiavi e la sua musica.
Tardo pomeriggio e ormai era buio pesto da qualche ora, poche persone in giro e no, non sembravano svedesi. La lavanderia automatica era ancora illuminata. La luce al neon sfondava la vetrina e creava una piccola aureola sulla strada, sul marciapiede nero.

Era aperta fino a mezzanotte, tra il call center e il kebabbaro. Dentro, seduto su una panchina, c’era solo un ragazzo con una felpa rossa con il cappuccio tirato su, sulla testa, e un sacco vuoto, sgonfiato, ai piedi. Leggeva. Uno di quei gialli, uno di quei libri che a lei, a leggerlo quando era buio e poi a dover tornare a casa da sola a piedi, avrebbe fatto paura.

Si avvicinò ad una delle lavatrici, gettò il borsone a terra ed iniziò a tirare fuori i suoi vestiti ed introdurli attraverso l’oblò, uno per uno. Nella maglietta verde vide il primo giorno delle vacanze, in Spagna, qualche anno prima. Gli esami erano appena finiti e Davide quell’estate le sembrava più bello di sempre, coi capelli biondo cenere e gli occhi azzurri. E lei ora era in quella stupida lavanderia a gettoni, non sapeva neanche più che fine avesse fatto, Davide.

Nella camicia bianca vide il primo colloquio di lavoro. Si rivide arrossire, giocherellare con un bottone di quella camicia. Risentì il tono asettico della voce dell’impiegata delle risorse umane che le diceva «Mi dispiace informarla che». C’erano stati tanti «No», prima di quell’aereo di sola andata.

La lavatrice iniziò a girare e rimescolare i suoi ricordi a ritmo regolare, il rumore del cestello che si intrecciava con quello della lavatrice in cui giravano i panni del ragazzo con il cappuccio rosso. Lui continuava a leggere. Lei, senza dire nulla, gli si sedette accanto.

Tirò fuori dalla tasca la sua musica e scelse una canzone che la fece subito diventare triste. O forse, scelse proprio quella canzone perché triste, lo era già. Continuava a fissare le macchie di colore che giravano dentro all’oblò.

In quel momento il ragazzo col cappuccio rosso chiuse il libro e la guardò.

 

Piccola delizia dall’ottobre 2013.

Stay Tuned

#3 Oggi mi annoio

È difficile spiegare quello che lei era. Io me ne accorgevo da tante cose, per esempio quando di notte si alzava, le gambe magre e la camicia da notte ampia, e apriva il frigo. Dallo sportello aperto usciva la luce e lei, in piedi, prendeva qualcosa. Io non riuscivo mai a vedere cosa. La casa in cui vivevo da studente era molto piccola ma dal divano l’interno del frigo non si vedeva.
La bestia nei suoi occhi era talmente affamata da convincermi a traslocare. Non era stato facile assemblare tutti quegli scatoloni al pensiero di mia madre su quel letto di ospedale. Mio padre non me l’avrebbe mai perdonato, ma in quel momento era l’unica cosa che potessi fare. Un giorno mi aveva chiamato e mi aveva detto «La mamma è morta. E tu ti sei portato via pure la macchina».

Lei era una sfinge e semplicemente aveva detto «Vai tu, non mi piacciono i funerali». Quando ero tornato a casa lei non c’era, ma l’orologio sul comodino non era il mio. Il caricabatterie del cellulare di un altro.

Quando ho preso tutte quelle pastiglie mio padre pensava che avessi tentato di uccidermi, ma non era vero. Volevo semplicemente dormire. Erano passati circa sei mesi, e ancora non riuscivo a dormire più di due-tre ore per notte. La rabbia era troppa, la rabbia di quando nonostante tutto era stata lei a tenersi la casa. Avevo trovato una camera in un dormitorio, e mi mancavano ancora quattro esami. Un semestre intero, e qualche giorno prima dell’ultima prova avevo veramente bisogno di dormire. Non ci riuscivo più, risucchiato dalle immagini di quando avevamo litigato e io me n’ero andato, e nonostante tutto qualche settimana dopo mi aveva invitato per parlare e mi aveva chiesto di prestarle la macchina; il semestre non l’avrebbe finito e dopo poco anche lei avrebbe traslocato. Non ero stato io a spingerla contro il tavolino di vetro, era caduta da sola. Si era alzata con il sangue che colava da un polpaccio e mi aveva tirato contro qualcosa, forse un un libro, mentre cercavo di calmarla. Quella notte avevo veramente, veramente bisogno di dormire.

Oggi mi annoio. È la prima volta che la sblocco su Facebook, dopo sette anni. Non ho più visto né saputo nulla. Dal suo profilo non si vede quasi niente, solo una foto dove ha i capelli di un colore diverso rispetto a quello che mi ricordavo io, e non ride. Visibile solo il nome dell’università, la stessa dove ci siamo conosciuti. Non si riesce a capire nient’altro. Ma oggi mi annoio e devo saperlo. Le chiedo l’amicizia.

Stay Tuned

#2 Litigare con Jonathan Coe, riconciliarsi con Jonathan Coe

Il primo libro di Jonathan Coe che ho letto, La Casa del Sonno, mi aveva stregata. L’ho ricevuto in regalo da un amico che avevo ospitato a Londra e l’ho letto proprio nel periodo in cui sapevo che presto avrei lasciato la città. Mi ha lasciato, quindi, una sorta di nostalgia del Regno Unito prima ancora di essermene andata. E, con essa, la sensazione che con questo romanzo Coe avesse tirato un colpo di biliardo al triangolo di palline posato al centro del tavolo; talmente perfetto da dover poi soltanto stare a guardare mentre piano piano tutte le palline andavano in buca. Ricordo di averlo letto a settembre 2012, un po’ sulla Victoria Line un po’ nei giardini della Tate a Pimlico. E di aver pensato che Coe sarebbe diventato uno dei miei scrittori preferiti.

Eppure ci ho messo più di un anno per leggere un altro suo romanzo, trovato per caso in biblioteca, Donna per caso, o forse il titolo suona ancora più bello in inglese: Accidental Woman. Ne ho parlato qui, nell’ottobre 2013, consapevole che fosse un romanzo d’esordio, e a cui quindi potevo perdonare alcune cose, come certi margini non perfettamente definiti, mentre la vita della protagonista scorreva senza infamia e senza lode e il narratore assumeva in modo forse eccessivo quel ruolo di osservatore esterno che non manca di puntellare la storia con osservazioni ironiche e saccenti. Promosso, però.

E poche settimane dopo, nel novembre 2013, mi sono lasciata tentare da Expo ’58, che allora era il romanzo più recente di Coe e che ricordo di aver letto su un Eurostar. Ma questo libro mi ha deluso, come ho scritto anche qui, in parte perché l’avevo trovato troppo banale rispetto a La Casa del Sonno, in parte perché mi erano mancate troppo le tipiche atmosfere british di Coe (è ambientato a Bruxelles).

È stato così che ho iniziato ad abbandonare questo autore, per poi iniziare La Famiglia Winshaw una prima volta a febbraio 2015, lasciarlo a metà, e poi riprenderlo in mano solo molto tempo dopo, nel dicembre 2016. Il motivo per cui avevo iniziato La Famiglia Winshaw è molto semplice: normalmente adoro le saghe familiari, quindi per me questo romanzo prometteva bene. Ma era troppo lento, con troppe sovrapposizioni e storie parallele che intralciavano quello che a me interessava veramente: lo scavare nel passato dei rampolli Winshaw. Lasciato (neanche) a metà una prima volta, mi sono convinta a riprendere in mano questo romanzo perché volevo leggere Numero 11, che è uscito nella primavera del 2016 e che contiene appunto accenni a La Famiglia Winshaw (ma non è un sequel, potrebbe essere letto tranquillamente in ogni caso, perdendo solo qualche succulento rimando alle vicende che furono). L’ho finito veramente a fatica, ed è stato il punto più basso della mia passione per Jonathan Coe, reo di avermi tradito con un romanzo pieno di lungaggini, inserti e rimandi storici, stralci di lettere perdute.

Ma veniamo a Numero 11, che non solo è il libro più recente di Coe, ma anche l’ultimo libro che ho letto in assoluto. Sulla copertina ci sono un ragno e un grosso «11», elementi che tornano più volte durante la narrazione, diventandone veri e propri fili conduttori. Per la prima volta dopo tanto tempo, ho avuto di nuovo la sensazione che Coe sia riuscito a rispedire in buca tutte le palline del biliardo, anche se con giri più macchinosi e meno fluidi rispetto a quanto avvenuto con La Casa del Sonno, sicuramente per la decisione di toccare molte tematiche socio-politiche durante il tragitto: la politica di Blair, la ricchezza sfrenata della City londinese, i reality show, l’hate speech sui social. Eppure mi ha convinta, ce l’ha fatta, e mi ha riportato anche un po’ di quella sana malinconia british che con Expo ’58 era mancata e con La Famiglia Winshaw era passata in secondo piano perché ho odiato ogni altra cosa. Numero 11 è stato un libro che ho letto con piacere e che mi ha fatto riconciliare con Coe. E ora mi sento meglio.

Stay Tuned.

#1 Le case uguali

Scorgere foto delle case degli amici su Facebook e Instagram, e bloccare il consueto slide down verso il fondo della timeline per soffermarmi sui dettagli delle immagini e per individuare tutti gli arredi dell’Ikea che presto o tardi nella vita ho incrociato anche io. Lo faccio in maniera automatica anche con le case di AirBnb, e credo lo facciano tutti. Adesso che siamo invecchiati non è più come prima, cioè a sfondo delle nostre foto casalinghe non ci sono più sedie quadri e tappeti palesemente scelti da qualcuno con trent’anni più di noi, ma ci sono – tendenzialmente – arredi scelti da noi, nelle case arredate da noi, oppure arredi scelti da persone che affittano case pensando che il target di affittuario ideale siamo noi.

Noi è quel tipo di persona le cui papille gustative sensibili all’interior design si emozionano per le New York tiles, i tavoloni di legno un po’ grezzi, le sedie stile industrial o «da vecchia scuola elementare» o ancora copie accettabili delle Victoria Ghost. Insomma, tutte quelle scelte di arredamento a cui su Instagram si possano attribuire hashtag destinati a mettere uno accanto all’altro e far sembrare uguali il salone un AirBnb di Amsterdam che ho prenotato due anni fa e un posto che fa il ramen a Boston dove ho mangiato l’inverno scorso.

Tutto questo mi è venuto in mente perché in settimana ho festeggiato l’anniversario della casa in cui vivo da due anni, e che presto diventerà la casa in cui ho vissuto più a lungo dopo casa dei miei in Italia. Io che ero abituata all’idea che una casa fosse quella, punto, per la vita. Che quello che mettevi in cantina quando avevi otto anni ti sarebbe ricapitato in mano durante un momento di raptus di ordine e pulizie (o qualche ricerca compulsiva di chissà quale aggeggio effettuata dieci anni dopo), perché semplicemente, tutto era lì, la tua vita era lì. Il concetto di trasloco inteso come «spostamento di una vita» a quell’epoca non mi apparteneva.

È stato solo dopo che ho iniziato ad entrare nell’ottica degli spazi piccoli e limitati nel tempo, in cui avrei potuto avere poche cose e dovuto buttare tutto quello che non usavo da più di dieci mesi, essere pronta a sbaraccare tutto nel giro di un anno, e soprattutto a mettere i miei vestiti in armadi che non fossero miei e riempire almeno le pareti di robe ritagliate e attaccate con lo scotch per dare un minimo di personalizzazione a scatole provvisorie che poi sarebbero diventate la casa di qualcun altro. Era come se il concetto stesso di casa fosse diventato più sfuggente, meno importante.

IKEA

Foto Ikea.com, ma come blog di arredamento e “vita indoor” vi consiglio vivamente thesocialitefamily.com

Poi è arrivata questa casa, la prima con qualche possibilità di essere considerata un po’ più definitiva. E, con essa, l’emozione di poter scegliere come arredarla, che colori darle, quale divano o quali quadri sarebbero stati i protagonisti delle stanze. Ed è bello, se non che poi ti rendi conto che in realtà la tua testa è formattata su un catalogo Ikea o qualcosa di simile, e quindi va a finire che i tuoi amici hanno lo stesso lampadario e le stesse mensole Lack e che la casa del tuo ex collega che lavora a Singapore ha la stessa vetrinetta Fabrikör di casa tua e pure le stesse poltroncine che avevi nella tua casa di Londra nel 2012. E poi capisci che in realtà tutte le case sono uguali e quindi boh, che in realtà non hai una casa solo tua e speciale o che, forse, abiti in una filter bubble delle case, un pattern che ti ospita un po’ dappertutto.

Stay Tuned

 

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Parte delle cose che ho detto sono state scritte meglio su Pagina 99. Ricordo che quando ho letto questo articolo ho pensato «È tutto vero»: Il mondo piatto dell’estetica AirBnb, Pagina 99

Cose che ho scritto e fatto nell’ultimo mesetto mentre non scrivevo sulla Stanza Bianca: un paio di articoli a quattro mani su Rivista Undici, questo pezzo in inglese su Tony Cascarino, e lancio di un travel blog come progetto parallelo, Eat the Road, che potete seguire anche su Facebook e Instagram.