Football

Due libri che parlano di calcio

Prima e dopo l’estate, ho letto due libri che parlano di calcio, da due punti di vista opposti. Uno è una storia di fantasia, anche se condita da dettagli molti realistici, l’altro è autobiografico. Uno è scritto da una donna, l’altro da un uomo. Uno è ambientato in Italia, paese latino in cui il calcio è religione. L’altro, in Inghilterra, dove la gente stravede per il calcio e dove questo sport è stato terreno fertile per lo svilupparsi di movimenti sociali di ribellione violenta.

Ma andiamo con ordine.

LadomenicaLa domenica lasciami sola, Simonetta Sciandivasci, Baldini & Castoldi. S, la protagonista di questo romanzo, si trova in una situazione simile a quella di molte donzelle dello Stivale: si innamora di un uomo innamorato del calcio a tal punto da preferire la finale di Champions League al primo vero appuntamento con lei. Che fare, dunque, per alleviare la convivenza forzata con stadio, pallone e fanatismo da tifoso? Questo romanzo, che ha vinto la Coppa dei Lettori di Finzioni la scorsa estate, cerca una risposta con ironia, costruendo un prontuario per donne che vogliono sopravvivere alla passione per il calcio dei propri amati, cercando anzi alcuni lati positivi in questa passione cieca. Per esempio, la possibilità di sfruttare i momenti di rabbia e disperazione dell’amato, successivi ad una sconfitta della sua squadra, per fargli entrare in odio un capo di abbigliamento o un accessorio orrendo, assicurandosi così che non lo indossi più. Tra echi di vecchie canzoni (Perché, perché, la domenica mi lasci sempre sola?), stratagemmi e cliché da evitare (Mai chiedere cosa sia il fuorigioco!), S si batte per riuscire a conquistare il suo Alessandro (detto Baghdad) pur nell’anno immediatamente precedente ai Mondiali in Brasile. La sua storia fungerà da esempio per tante altre giovani e meno giovani donne italiane.

coverFebbre a 90′, Nick Hornby, Guanda. Il celebre autore inglese Nick Hornby, in questo libro autobiografico racconta la propria condizione di inguaribile tifoso dell’Arsenal, squadra della Londra Nord. Il racconto è diviso in tanti brevi capitoli, che raccontano ciascuno una partita dell’Arsenal: gli aneddoti sono relativi alle annate tra il 1962 al 1991. Tra essi, spiccano il fanatismo dell’infanzia, con la capacità incredibile di ricordare date e dettagli sulle squadre e sui giocatori, gli sbalzi d’umore causati più dal calcio che dagli accadimenti della vita vera, l’associazione forse insana tra i successi dell’Arsenal e i successi personali dell’autore. C’è spazio anche per i dettagli relativi al periodo storico in cui si svolge la vicenda: la nascita del fenomeno degli hooligans nell’Inghilterra Tatcheriana, i drammi dell’Heysel e di Hillsborough, le modifiche agli stadi, il conseguente aumento del prezzo dei biglietti e dunque il cambiamento nel tipo di pubblico. Tutto questo, fermandosi ai primi anni ’90, quindi senza arrivare all’ingresso nel mondo del calcio dei capitali provenienti dagli Emirati o dalla Russia, all’esistenza di «tifosi» cinesi o indonesiani per le squadre europee più forti nel marketing, ai dibattiti intorno agli status dei giocatori sui social network. Hornby è un tifoso inguaribilmente romantico, per il quale gli aneddoti relativi alle partite del suo Arsenal hanno un ruolo fondamentale tra i ricordi di una vita. Schiavi del suo fanatismo, amici e conoscenti cercano di organizzare incontri e cene in giorni in cui non giochi l’Arsenal, e rivolgono a lui il loro pensiero in occasione delle più eclatanti vittorie e sconfitte dei Gunners.

Questi libri mi hanno entrambi incuriosita, anche se il primo cavalca uno stereotipo, il secondo dimostra che lo stereotipo, con tutti i suoi eccessi, corrisponde alla verità. Inutile dire che, tra i due, quello in cui mi sono riconosciuta maggiormente è Febbre a 90′. Con un passato da abbonata allo stadio, fatto di esaltazione e pianti per la mia squadra, non avrebbe potuto essere altrimenti.

Stay Tuned

La Rivelazione di un Perdente: La Vita Segreta di Tony Cascarino

Circa due anni fa mentre ero in gita alle scogliere di Dover, comprai ad un banchetto un libro usato. Era la storia, tra alti e bassi (bassi, per lo più) di Tony Cascarino, giocatore mediocre in Inghilterra, più o meno rispettato in Francia, nazionale di un’Irlanda per la quale non avrebbe mai dovuto giocare. Mogli, paure, depressione e un cognome inequivocabilmente italiano: The Secret Life of Tony Cascarino.

Circa un anno e mezzo fa, andai in gita alle scogliere di Dover che, più note come Bianche Scogliere di Dover, costituiscono il punto in cui l’Inghilterra finisce a sud-est. Dopo una striscia di mare che gli inglesi si ostinano a chiamare English Channel e tutti gli altri chiamano La Manica, inizia la Francia.

Mentre passeggiavo sulle scogliere mi arrivò un SMS del mio operatore telefonico (allora inglese). Diceva «Welcome to France!» e mi informava sulle tariffe all’estero e sui numeri di emergenza. Mentre tornavo indietro, verso il paese e la fermata del bus per rientrare a Londra, mi imbattei in una caffetteria (l’unica) che aveva, al suo esterno, uno scaffale di libri usati, in vendita al prezzo di una piccola offerta dettata dal buon cuore. Così, lasciai tre pounds, e presi gli unici tre libri di calcio presenti:

  • Woody and Nord, a Football Friendhip, di Gareth Southgate ed Andy Woodman, che narra di come il nazionale inglese Southgate e lo sconosciuto Woodman rimasero amici, dopo gli inizi al Crystal Palace, nonostante il successo internazionale di uno e la discesa nelle serie minori dell’altro.
  • Brilliant Orange: The Neurotic Genius of Dutch Football, di David Winner, che narra le meraviglie del calcio all’olandese che ha portato al successo squadre di club quali Milan, Barcellona, Arsenal e Chelsea.
  • Full Time, The Secret Life of Tony Cascarino as told to Paul Kimmage, di Paul Kimmage, autobiografia dell’attaccante della Repubblica d’Irlanda Tony Cascarino, definita dal Guardian, secondo i commenti in quarta di copertina «Molto più interessante di quella di David Beckham», uscita nello stesso anno (2001).

Forse per il colore della cover (il verde è sempre stato uno dei miei colori preferiti, ma non per lo stesso motivo che lo rende caro a Borghezio), forse perchè la storia di questo giocatore si svolge a metà tra l’Inghilterra e la Francia, e cioè nel luogo in cui, casualmente, trovai la sua biografia come un manoscritto dimenticato, mi buttai sull’autobiofrafia di Cascarino, scritta dal giornalista irlandese (ed amico personale del giocatore) Paul Kimmage. Fu una storia che, pochi giorni dopo aver letto Io, Ibra, per contrasto, mi colpì molto. Per questo, oggi vi parlo di un libro che parla di calcio e di un uomo che, nel pallone come nella vita, non ha mai avuto una grande fortuna e capacità di dominare gli eventi.

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All’inizio dell’autobiografia, troviamo Tony Cascarino nelle nebbie di Nancy: corre l’anno 2000. Giocatore professionista dal 1982, Tony non si diverte più a giocare a pallone. Vive con la seconda moglie francese, Virginie, e la figlia di cinque anni avuta da lei, Maeva. Mentre accompagna la figlia a scuola per andare agli allenamenti, ripassa i calcoli fatti per sommare tutti i guadagni della sua vita di calciatore e sottrarre tutte le spese che deve affrontare e che lo aspetteranno nel futuro, ben sapendo che tra poco dovrà, come si dice, appendere gli scarpini al chiodo. Sommando tutto, ha paura di non farcela. Ansia, depressione, un costante senso di inadeguatezza. Questi sentimenti saranno sempre presenti in Cascarino, sul campo e fuori. Leggendo la sua biografia, si può trarre facilmente la conclusione che essere un calciatore non sia sempre sinonimo di vita da star.

Ripercorriamo la sua carriera in un piccolo momento da album Panini.

Dopo i primi anni nel Gillingham (‘81/’87, 219 presenze e 78 gol) e nel Millwall (‘87/’90, 105 presenze e 42 gol), Cascarino passò attraverso tre importanti team in Inghilterra e Scozia (Aston Villa, Celtic Glasgow, Chelsea), ma sprecò queste opportunità senza mai lasciare il segno:

  • Aston Villa, 1990/91, 46 presenze, 11 gol. Cartoline da questa esperienza: un infortunio al ginocchio a inizio stagione, la capacità di guadagnarsi la sfiducia dei tifosi in un tempo rapidissimo.
  • Celtic, 1991/92, 24 presenze, 4 gol. Cartoline da questa esperienza: arrivato al Celtic grazie all’agente e amico Liam Brady (vecchia conoscenza del calcio italiano) prima si accattivò i favori della tifoseria per aver malmenato uno degli Hearts durante una partita (gli Hearts sono la squadra di Edinburgo corrispondente ai Rangers, in contrapposizione agli Hibs, gli equivalenti del Celtic). Poi, a partire da una gara drammatica in UEFA contro il Neuchatel persa 5-1, iniziò la discesa agli inferi, culminata con la rottura del rapporto idilliaco con Brady e con i rimproveri per le uscite a bere con i giocatori dei Rangers, mal viste dai tifosi (rischio serio di essere puniti con un’aggressione fisica) e dal resto della squadra. (Consentitemi a questo punto una piccola parentesi per dire R.I.P. e onore ai Rangers di Glasgow come ce li ricordavamo prima del fallimento, e ricordiamoci che tra essi ha militato uno dei più grandi mattacchioni del calcio: Paul Gascoigne. Lo stesso Gazza, nella sua recente intervista a So Foot, nel luglio 2013, ha ricordato come folle la rivalità tra le due squadre di Glasgow, dicendo addirittura che nei locali pro-Rangers, i tavoli da biliardo avevano il tappeto blu e non c’era la pallina verde, il contrario nei locali pro-Celtic).
  • Chelsea, 1992/94, 40 presenze, 8 gol. Cartoline da questa esperienza: mai entrato in stato di forma eccezionale, pressato dai tifosi e dal manager Ken Bates, un giorno sentì quest’ultimo dire al telefono, a proposito del potenziale acquisto di Robert Fleck dal Norwich «I don’t want another f***ing disaster like Cascarino[1]». Quando si dice circondato dai consensi.

Alla fine Cascarino ricevette una viscida telefonata da Tapie e scappò in Francia. Qui, finalmente, riuscì a farsi soprannominare Tony Goal, dopo essersi trasformato in goleador per il Marsiglia (appena retrocesso per uno scadalo relativo a una partita arrangiata) e per il Nancy.

A Marsiglia, Tony divenne fier d’être Marseillais[2], ma soprattutto, dietro il volere di Tapie, acconsentì a farsi iniettare una non meglio identificata sostanza che, definita legale dal fisioterapista, creava nei giocatori uno stato particolare di eccitazione e adrenalina.

L’arrivo in Francia fu anche crocevia della sua vita fuori dal campo. La sua vita personale si divise infatti tra due famiglie. Di nuovo, una inglese e una francese. il suo comportamento infedele lo portò a rompere con la prima moglie, Sarah. Infatti, dopo il trasloco in Francia, Cascarino decise di lasciare lei e i due figli che avevano avuto insieme (il secondo dei quali si chiamava Teddy in onore dell’amico di una vita e ben più fortunato giocatore Teddy Sheringham). Al suo posto, scelse Virginie, una donna francese che gli diede una bambina, Maeva. Rimane doloroso, per il giocatore, non essere mai riuscito ad essere un buon padre e ad avere una buona relazione con i due figli maschi avuti da Sarah. La sua infedeltà e l’incapacità di stare vicino ai figli, nell’autobiografia vengono da lui stesso additate come ulteriori prove della sua inettitudine.

Con il Marsiglia, tra il ’94 e il ’97, Cascarino collezionò 84 presenze e 61 gol, prima di passare al Nancy, dove giocò tra il ’97 e il 2000, collezionando 109 presenze e 44 gol. In questo club, celebre per essere stato la prima squadra di Michel Platini, Cascarino, seppur vecchiotto e depresso, si mantenne sulla soglia della decenza, come durante tutto il suo periodo francese.

La carriera di Cascarino può essere riassunta da una metafora da lui stesso creata: «It has often been said that the joy of scoring goals is greater than sex, but personally I’d compare it more with masturbation. I’ve always found sex to be an absolute pleasure, but scoring goals has only ever brought me relief[3]». Questo è il pensiero di un attaccante che faticò molto per dimostrare il suo valore, e finalmente riuscì ad ottenere stima e riconoscimento solo in un campionato nazionale che per sua stessa ammissione era  molto meno interessante e remunerativo a livello di ingaggi rispetto al campionato inglese, ma che per lui fu un’oasi accettabile per sé e per i suoi livelli di gioco.

All’età di trentotto anni, Cascarino decise di chiudere la sua carriera con la Red Star, un team di Saint-Ouen (un comune a nord di Parigi) che giocava in quei giorni nella terza divisione francese. Questa esperienza finì però molto presto: Tony lasciò la squadra dopo solo due partite e con questo abbandono concluse anche la sua carriera di giocatore professionista.

Non vi ho ancora parlato, però, della più grande rivelazione presente in questo libro, probabilmente il motivo principale per il quale lui stesso decise di scriverlo e pubblicarlo. Si tratta della confessione relativa alla sua carriera di internazionale. Tra il 1985 e il 1999 Tony collezionò 88 presenze e 19 gol con la nazionale irlandese.

Direttamente dal libro: «How could a man called Tony Cascarino play football for the Republic of Ireland? Good Question. Ask the punters at Samford Bridge and they’ll say: “Well, he wasn’t going to play for Italy, now, was he?” A trouch cruel, perhaps, but undeniably true. I did qualify to play for Italy but then I qualified to play for England and Scotland as well. Why did I choose the Republic of Ireland? Well, to be honest, I suppose because they chose me[4]».

Cascarino poteva giocare per la nazionale irlandese secondo quella che era chiamata la grandparents rule. Sua madre, Theresa O’Malley, era la più giovane delle quattro figlie di Agnes e Michael Joseph O’Malley, nativo di Westport, County Mayo, contea nord-occidentale dell’Irlanda. Michael si era trasferito a Londra da teenager. Il padre di Tony, come rivela il cognome, era di origini italiane.

L’avventura di Cascarino in nazionale fu tutt’altro che gloriosa, anche se gli consentì di far parte dell’Irlanda che partecipò ai Mondiali 1990 e, contro ogni aspettativa, arrivò ai quarti, prima di essere eliminata dall’Italia, paese ospitante. Nel libro vi è una descrizione appassionata del caldo benvenuto ricevuto dai giocatori al rientro in Irlanda dopo quella Coppa del Mondo: erano considerati alla stregua di eroi. Lui fu parte di questo successo, dal momento che, nonostante i suoi nervi instabili e un tiro piuttosto rischioso, riuscì a segnare uno dei rigori che permise all’Irlanda di battere la Romania e passare ai quarti.

Durante la fase a gironi, l’Irlanda incontrò l’Inghilterra, in una partita che terminò 1-1. Sei giocatori di quell’Irlanda erano nati in Inghilterra. Tra essi, lo stesso Cascarino. («How could I play against England? I’d supported England as a boy; England was my team, the land of my birth. But that’s exactly what transpired: eight years later, on a wet and windy night in Cagliari, I walked out for my country, to face my country, in the biggest game of my career[5]»). L’episodio che Cascarino ricorda maggiormente di quel match, fu un suo errore in marcatura su Terry Butcher, che gli sfuggì e si avviòverso il fondo guadagnando un’occasione da gol. Ma, come lui stesso sottolinea, dato che l’1-1 era un risultato più favorevole all’Irlanda che all’Inghilterra, il suo errore passò pressoché inosservato.

Fu a Genova che Cascarino visse un suo piccolo momento di gloria, sebbene, come di consueto, segnato dal brivido. Quando, dopo un estenuante zero a zero, si prospettarono i calci di rigore, Ray Hougthon si avvicinò ai compagni domandando chi si volesse assumere l’onere. E propose a Cascarino di tirare uno dei penalties, dal momento che i due rigoristi designati, John Aldridge e Ronnie Whelan, erano stati sostituiti nel corso della partita e si faticava a trovare volontari. L’invito ad andare sul dischetto fu quantomeno intimidatorio: «Are you a men or a f***ing mouse[6]?»

Eppure, nonostante quella strafottente vocina interiore che gli ricordava le sue insicurezze e i suoi insuccessi e nonostante un rigore tirato malissimo, la palla calciata da Tony scivolò sotto il braccio di Lung, il portiere rumeno, e si infilò in rete.

Fu l’Italia di Totò Schillaci, a Roma, a mettere fine al sogno irlandese. Eppure, quella qualificazione ai quarti, per l’Irlanda fu talmente inattesa che i giocatori di quella squadra vennero visti come eroi in patria. Una volta tornati, ci furono festeggiamenti degni di una squadra campione del mondo e le donne si gettavano ai loro piedi. Il buon Tony ammette di aver opposto ben poca resistenza alle lusinghe delle sue compaesane, desiderose di raccontare alle amiche di essere state a letto con uno dei campioni di Italia ’90. Il mito si esaurì inequivocabilmente pochi anni dopo: nel 1995, affacciatosi alla finestra di un hotel a Limerick, Tony si rassegnò al fatto che le fan, appostate in attesa dei campioni, volessero solo i più giovani Jason McAteer, Gary Kelly e Phil Babb. E, alla loro richiesta di gettare un ricordino dei tre dalla finestra, afferrò un paio di slip sporchi e li gettò giù. Nell’osservare la mini-rissa per accaparrarsi il cimelio e lo sguardo trionfante della vincitrice, Tony fu preso dal suo consueto senso di stupore misto a depressione. La sua mistica conclusione fu: «And in that moment it was all there in front of me. The craving we have to be someone. The magnetic lure of fame[7]». E tutta la magia della fama post Italia ’90 svanì, in un paio di mutande non proprio pulite gettate dalla finestra.

Ben 88 presenze dunque (e solo 19 gol, come già detto, ma, sempre come già detto, essere decisivo in occasioni importanti non era esattamente il suo forte), ma forse Tony Cascarino non avrebbe mai dovuto giocare per l’Irlanda. Nel 1996, la FIFA cambiò le regole per i giocatori internazionali e rese necessario, per i giocatori, il possesso del passaporto erogato da un determinato stato, per poter giocare nella corrispettiva nazionale. Lui aveva sempre avuto un passaporto inglese, giocava per l’Irlanda solo sotto la grandparents rule che, come dice il nome, è una regola che attribuisce la nazionalità in base a quella di uno dei nonni.

Tuttavia, nei giorni in cui si apprestava a chiedere ufficialmente il suo passaporto irlandese, Tony scoprì da sua madre che lei era stata adottata. Dunque, lui non aveva mai avuto un legame di sangue col presunto nonno irlandese. La grandparents rule che gli aveva consentito di vestire la maglia verde dell’Irlanda veniva dunque a cadere.

Ma, dopotutto, «The notion of Irishness is not primarily a question of birth or blood or language, it is the condition of being involved in the Irish situation, and usually of being marked by it[8]» (secondo Conor Cruise O’Brien, politico, scrittore e storico irlandese). Anche Eamon Dunphy, ex giocatore e ora personaggio televisivo, afferma che Cascarino era spiritualmente qualificato a giocare per l’Irlanda.

Ma cos’è questa Irishness? L’idea di essere considerati sempre un po’ più poveri e un po’ meno destinati al successo, che va spesso e volentieri ricercato altrove. Nel 1996, probabilmente per la sua notorietà come calciatore e i servizi resi alla causa nazionale, a Cascarino venne concesso comunque il passaporto Irlandese che gli era stato negato nel 1985. Allora, non avendone la necessità, il giocatore non si era preoccupato di andare fino in fondo per risolvere gli intoppi burocratici che gli avevano impedito di ottenere il documento.

Non tutti apprezzarono la rivelazione. L’ex CT Irlandese Jack Charlton commentò dicendo che la faccenda avrebbe dovuto rimanere segreta e dello stesso parere furono i compagni di nazionale Andy Townsend, Niall Quinn e Steve Staunton. Il primo, amico personale di Cascarino, si espresse così: «Quando Tony mi raccontò la storia rimasi scioccato e il mio consiglio fu di non rivelarla. In fondo, che bisogno c’era? La sua carriera volgeva al termine e nessuno poteva dubitare dell’impegno da lui profuso con la maglia irlandese. Qualcuno dirà che, in qualità di capitano della nazionale, avrei dovuto avvisare la nostra Federcalcio, ma Tony è mio amico fraterno e inoltre era stato tenuto all’oscuro della vicenda».

Allora, perchè rivelarsi? Alla luce della sua storia, così appassionatamente raccontata nella biografia scritta da Paul Kimmage, in questa rivelazione si legge la richiesta di attenzione di un uomo disperato, che, nonostante abbia fatto per lavoro ciò che è e sempre sarà il sogno di molti bambini, non è mai riuscito ad essere felice. Poca gloria e molte insoddisfazioni come calciatore, una vita privata piuttosto travagliata, rovinata da un comportamento non proprio irreprensibile, tra tradimenti, passione smodata per il poker e trascuratezza. L’impressione è che, nell’Irlanda, Cascarino si sia rifugiato, per cercare di sentirsi capito, orgoglioso almeno di qualcosa, legato alla madre (il padre era fuggito, dopo aver scelto una nuova compagna e una nuova vita) e a quel nonno che in realtà suo nonno non era. Nel suo dichiarare che in realtà era un «fake Irishman» c’è una parte di autocommiserazione, del tipo «in teoria non avrei avuto diritto neanche all’unica cosa a cui tenevo» e una parte di richiesta di comprensione e accoglienza, il bisogno di sentirsi dire «per noi, nel cuore e nello spirito, sei Irlandese lo stesso». Nella maglia verde di una squadra nazionale con poche ambizioni e rarissimi picchi di eccellenza, c’è la metafora della sua storia. In questa rivelazione c’è il bisogno di guadagnarsi le luci della ribalta per ricevere una sorta di abbraccio consolatorio.

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Al termine della sua carriera da calciatore, Tony Cascarino è diventato giocatore professionista di poker, partecipando al programma televisivo Celebrity Poker Club come giocatore e PartyPoker Poker Den, come commentatore.

Nel 2008, è stato arrestato perchè accusato di un tentativo di omicidio della moglie Virginie.

Nel 2011, ha partecipato, per una rete televisiva irlandese, al reality Celebrity Bainisteoir, una competizione tra manager di squadre di football gaelico.

Full Time, The Secret Life of Tony Cascarino, as told to Paul Kimmage“, di Paul Kimmage. (Scribner / Town House Edition 2001, Simon & Schuster 2013).

[1]«Non voglio un altro f****to disastro come Cascarino»

[2] Fiero di essere Marsigliese

[3]«Si dice spesso che la gioia di segnare sia meglio del sesso, ma personalmente lo comparerei di più con la masturbazione. Ho sempre trovato il sesso un piacere assoluto, ma segnare mi è servito solo a darmi sollievo»

[4] «Come poteva un uomo chiamato Tony Cascarino giocare nella Repubblica d’Irlanda? È una buona domanda. Chiedi agli scommettitori di Stamford Bridge e loro risponderanno: “Beh, non avrebbe mai potuto giocare nell’Italia, no?” Forse un po’ crudele, ma innegabilmente vero. Mi qualificavo per giocare per l’Italia ma mi qualificavo anche per giocare per l’Inghilterra e la Scozia. Perché scelsi l’Irlanda? Beh, ad essere onesto, credo che sia perché loro scelsero me»

[5] «Come potevo giocare contro l’Inghilterra? Avevo tifato per l’Inghilterra da ragazzo; l’Inghilterra era la mia squadra, la terra in cui ero nato. Ma questo è ciò che accadde: otto anni dopo, in una serata ventosa a Cagliari, scesi in campo per il mio paese, per fronteggiare il mio paese, nella più grande partita della mia carriera»

[6] «Sei un uomo o un f****to topo?»

[7] «E in quel momento vidi tutto chiaro di fronte a me. Il desiderio che abbiamo di essere qualcuno. Il magnetico richiamo della fama»

[8] «La nozione di “Irlandesità” non è primariamente una questione di nascita, sangue o lingua, è la condizione di essere coinvolti nella situazione irlandese e, solitamente, restarne segnati»

Cantona. Come è diventato leggenda | Daniele Manusia

Ho letto Cantona. Come è diventato Leggenda, di Daniele Manusia, Add Editore, per conoscere meglio un giocatore che, di fatto, non ho veramente visto in azione, avendo iniziato a seguire il calcio solo poco prima che lui lo abbandonasse.

Eric, che ora fa l’attore, ha costruito la sua figura, oltre che sulla sua bravura nel gioco del calcio, su quell’aria un po’ da filosofo un po’ da ribelle aggressivo. Daniele Manusia, romano e romanista, già autore di splendidi pezzi come per esempio questo, ne costruisce un ritratto che ci permette, allo stesso tempo, di ripercorrere le sue gesta di calciatore e meglio comprendere cosa sia stato Cantona fuori dal campo.

L’autore si serve dei dettagli per dipingerci davanti agli occhi le scene di gioco e l’atteggiamento fuori dal campo (che a tratti sembra costruito) di un giocatore che, nonostante i numerosi gol, sceglie un assist come propria azione preferita di sempre. È l’assist a Irwin citato in Looking for Eric di Ken Loach, film in cui Cantona interpreta se stesso ed  appare, nei panni di figura ispiratrice, per incoraggiare un postino di Manchester alle prese con mille difficoltà.

Allo stesso tempo, Manusia si serve continuamente dicitura “brutto gesto” per indicare tutte le azioni che hanno fatto guadagnare a Cantona la fama di bad boy del calcio e che culminano con il famoso kung-fu kick a un tifoso del Crystal Palace. Come si dice, genio e sregolatezza.

Ma intanto fu Cantona, un francese, a dare una svolta al Manchester United, che non vinceva il campionato da ventisei anni prima del suo arrivo, e ad essere votato miglior giocatore dei Red Devils di sempre.

Leggete questo libro e, se siete troppo giovani per aver visto giocare Cantona, cercate i video su youtube. E ricordatevi del perché i bad boys del calcio finiscano per diventare idoli e di come Eric Cantona ci sia riuscito così bene.

ericcantona66

Daniele Manusia scrive anche su Ultimouomo, Minima&Moralia, Rivista Studio, Vice, e potete seguirlo su Twitter.

Add Editore è la casa editrice di Andrea Agnelli, Michele Dalai e Davide Dileo (alias Boosta). È la stessa casa editrice di Contro il Tiqui Taca, di cui ho parlato qui.

“Au Revoir” (Cit.)

Stay Tuned

#sulcampo | Massimo Zampini

Ho letto #sulcampo, di Massimo Zampini, avvocato, conduttore e opinionista radiotelevisivo, ma, soprattutto, Juventino e tra i fondatori del sito Juventibus.

Questo libro fa parte di una quaterna di libretti scritti da autori tifosi per lettori tifosi recentemente edita da Fandango: #daje (Roma), #amala (Inter), #chevisietepersi (Napoli) e, appunto #sulcampo (Juve).

Zampini, partendo da un episodio che divenne addirittura titolo del suo primo libro, Er go’ de Turone (si tratta di un  gol annullato ai giallorossi durante la partita Juve-Roma del 1980-81) e passando per il più recente rigore negato a Ronaldo a Torino nel 1998, difende a spada tratta i bianconeri elencando fatti, misfatti ed errori arbitrali che hanno favorito altre squadre negli ultimi quindici anni.

Forte del fatto che pressoché tutti i tifosi di calcio italiani che non sono Juventini sono anti-Juventini, Zampini illustra come la stampa sottolinei da sempre ad oltranza gli errori a favore della Vecchia Signora e trovi consensi perché a tutti piace pensare che la Juve vinca solo per quello. Mentre, in realtà, la Juve vince perché è più forte.

Zampini, avvocato e forse per questo particolarmente appassionato al genere “dibattito cavilloso”, nel 2012 ha anche pubblicato un libro intitolato Il Gol di Muntari. Storia dello scudetto più bello di sempre, in cui si fa riferimento ad un fatto che, se siete arrivati a leggere questo articolo fino a qui, credo conosciate benissimo. Durante la stessa partita venne anche annullato un gol regolare ad Alessandro Matri, che allora militava nella Juventus. Al primo episodio è stata data una rilevanza mediatica molto più altisonante rispetto al secondo. Eppure, i due gol si sarebbero annullati a vicenda, se entrambi convalidati nel corso della stessa partita.

Volete la lista di falli / rigori / scorrettezze varie / norme FIGC cambiate in corso di campionato che hanno permesso a squadre avversarie della Juve di schierare un determinato numero di giocatori stranieri fortissimi ma che in teoria non avrebbero potuto neanche giocare determinate partite? Leggete #sulcampo e, se siete Juventini, avrete mille nuovi argomenti con cui ribattere ai vostri amici / nemici ogni lunedì mattina. Se non siete Juventini e dunque, con ogni probabilità, siete anti-Juventini, vi innervosirete non poco.

Cosa mi è piaciuto di questo libro: il fatto che fosse scritto da un punto di vista che sento vicino, quello dell’unico Juventino circondato dagli anti-Juventini, che per lui, romano, sono in gran parte romanisti, per me sono sempre stati per lo più milanisti e interisti. E poi, il fatto che mi abbia fatto tornare in mente ricordi sparsi e grandi giocatori del passato.

Cosa non mi è piaciuto di questo libro: che ci fosse troppo poco calcio, e troppi strascichi alle polemiche. E il fatto che tutto questo, sia la fotografia della Serie A di oggi. Alla tele ci fanno vedere mille volte le immagini di rigori e fuorigioco perché di fuoriclasse veri da ammirare, #sulcampo, ne sono rimasti pochi.

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Stay Tuned

So Foot, So Good

La settimana scorsa ho acquistato per la prima volta So Foot, un mensile francese che parla di calcio. L’ ho fatto incuriosita dalla doppia copertina: Zidane o Platini, due giocatori francesi che (almeno per un certo periodo) hanno vestito anche la maglia della Juve. Non ho avuto dubbi nello scegliere la copertina con Platini, e non solo perchè nella foto Michel è in bianconero, ma anche perchè Zidane sarà anche stato autore di giocate bellissime, ma i primi piani di certo non sono il suo forte.

All’edicolante, che voleva rifilarmeli tutti e due, ho detto che Zidane se n’era andato dalla Juve troppo presto e quindi la copia con la sua copertina non la volevo.

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Come rivelato anche dal Corriere, si tratta di un numero speciale: per celebrare i 10 anni della rivista, So Foot ha intervistato alcuni grandi (o supposti tali) numeri 10 del calcio: Zidane, Savicevic, Hagi (altrimenti noto come “Il Maradona dei Carpazi”,  Platini, Zico, Ozil, Baggio, N’doram, Scifo, Ronaldinho, Sneijder, Gascoigne, Valderrama, Rivera, Litmanen, Stojkovic (altrimenti noto come “Il Maradona dell’Est”), Matthaus, Futre (altrimenti noto come “Il Maradona Bis”, ma solo secondo lui stesso).

La rivista mi è piaciuta molto, perchè parla di calcio in un modo che il Corriere definisce “fricchettone” (penso che vogliano dire che è ironica e cool) e risveglia quel sentimento presente in tutti gli appassionati, al di là del tifo per la propria squadra: fascinazione per le icone, interesse per gli aneddoti e le singole storie dei campioni (o dei bidoni) più eclatanti.

Nonostante in tredicesima pagina, sulla cartina geografica intotolata “Un Monde de 10”, per l’Italia compaiano, in quest’ordine, Rivera, Baggio, Zola, Totti, Del Piero, Mazzola, Antognoni e Giovinco (?!?), ignorando questo scivolone clamoroso ho proseguito nella lettura e ho finito per divorare la rivista (200 pagine). Così vi posso dire che:

– Edgar Davids a Torino usciva di casa di notte per mettersi a giocare con “i ragazzi della strada”, e a volte Zidane andava con lui.

– Dejan Savicevic in Montenegro ha atteggiamenti macchiettistici che ricalcano quelli di un boss della malavita, come il giornalista che l’ha intervistato non fa a meno di rimarcare più volte (ma mai esplicitamente) durante l’articolo.

– Il più penoso è sempre Roberto Baggio, con la sua incapacità di adattarsi nelle grandi e “la grande ferita che si risveglia sempre” del suo rigore a USA 94.

– Il più simpatico è Ronaldinho, il più antipatico Sneijder.

– Gazza: sono molto, molto sorpresa che sia ancora vivo.

– Valderrama: sono altrettanto sorpresa di sapere che sotto quel testone di capelli da rock star ci sia un “padre di famiglia”, uno che non si è mai dato agli eccessi fuori dal campo.

– Berlusconi è citato tre volte. Nei pezzo si Savicevic, Rivera e Futre. Riporto le ultime due citazioni.
So Foot: “Une constante dans sa vie politique comme dans sa vie tout court: Gianni Rivera a toujours été dans le camp opposé a celui de Silvio Berlusconi. Logique, tant le deux hommes les plus symboliques de l’histoire du Milan AC représentent deux Italie différentes, qui s’opposent et se méprisent. élégante, subtile et décontractée chez Rivera. Vulgaire, brutale et cocainée chez Berlusconi. […] Hélas pour l’ancien Bambino d’oro, avec le temps, c’est bien la vision de Silvio Berlusconi qui s’est imposée en Italie et au Milan AC. Depuis 1986, l’ancienne idole regarde, impuissant, son mythe être réduit à la portion congrue dans les livres officiels d’histoire publiés par le club, au profit d’autres noms glorieux et plus affiliés au Cavaliere, comme ceux de Van Basten ou Chevtchenko.” (ndr: quest’ultimo non è un giocatore sconosciuto, è Shevchenko in francese…)
Futre: “Berlusconi n’est pas l’homme que les gens imaginent. C’est un être humain avant tout. Pas un dictateur. Il adore le football plus que n’importe qui. Et puis, c’était un homme spectaculaire! à chaque fois, il débarquait à Milanello en hélicoptère, pour bien montrer qui était le boss, et c’était comme si le monde s’arrêtait. C’est complètement fou!

– C’è pure un mini articolo fotografico sui vent’anni di Totti alla Roma, che comprende una foto di D’Alema che dice che Totti “a grandi dans une famille de gauche, avec une éducation de gauche et une sensibilité de gauche“. Insomma: a detta di D’Alema, Totti, metaforicamente (visto che è meglio che non apra bocca), dice più cose di sinistra di lui.

Tante altre magnifiche sorprese vi aspettano se leggerete questa rivista: vi consiglio di procurarvela, se vi piace il calcio e se leggete decentemente il francese. Prendete la copertina con Platini, mi raccomando.

Chiedo scusa ai non appassionati di calcio per averli esclusi dalla conversazione, e agli appassionati suggerisco invece anche un blog che ho scoperto recentemente e pubblica articoli interessanti e ben scritti: si chiama Ultimo Uomo.

Fate i bravi.

Stay Tuned.

Contro il Tiqui Taca | Michele Dalai

Alle volte capita anche che qualcuno (nella fattispecie io) si trovi nella paradossale situazione di voler aumentare il proprio tempo di commuting giornaliero per avere il tempo di leggere. Stamattina ho preso il bus anzichè il treno per avere il tempo di finire un simpatico libretto sul calcio,  “Contro il Tiqui Taca”, di Michele Dalai.

L’autore, interista e fan di Mourinho, ci spiega in questo breve e divertente pamphlet “Come ha imparato a detestare il Barcellona”. Si inizia con la critica al modo di giocare dei blaugrana, definiti una squadra flipper, noiosa e pretenziosa nella sua ragnatela di passaggi, che non lascia spazio a elementi a lui molto cari, quali il catenaccio e contropiede, gli stopper ruvidi che spazzano in tribuna, i tiri da fuori dei centrocampisti. Si sottolinea poi la Messi-dipendenza dei blaugrana, evidenziando il fatto che Messi, nonostante i meriti in campo, non sarà mai una stella all’altezza di Maradona. Si continua con altri elementi (sicuramente già sentiti altrove, soprattutto nelle conferenze stampa di Mou) quali: la squadra di bravi ragazzi fatti con lo stampino con sponsor UNICEF che però si buttano in area, i favori arbitrali durante la Champions, l’espressione di una particolare antipatia verso Busquets, l’elenco delle sconfitte più clamorose subite dal Barcellona negli ultimi anni. La prima della lista è ovviamente, vista la fede calcistica dell’autore, l’eliminazione in semifinale di Champions 2010 ad opera dell’Inter di Mourinho.

Proprio la fede calcistica ha, a mio parere, impedito chi scriveva di essere totalmente obiettivo e lo stesso motivo impedisce anche a me di essere totalmente imparziale nella critica a questo testo. Io e Michele Dalai non abbiamo neanche lo stesso gusto in fatto di giocatori, in quanto lui si dice ancora ferito dalla dipartita di Ibra dall’Inter ed affascinato dall’arroganza di Cristiano Ronaldo: si tratta di due giocatori che, proprio per il loro atteggiamento, io cordialmente detesto (per non parlare di Mourinho). E quando si parla di clásico, per ragioni affettive (ricordi di vacanze giovanili a Barcellona e una finale di Champions persa dalla Juve con il Real nel 1998), non ho dubbi nel preferire i Blaugrana alle Merengues. Ma questo disaccordo non mi impedirà di ammettere che questa lettura mi è piaciuta, anche perchè “è calcio, e quando si tratta di calcio, la diagnosi è sempre grave ma non seria.” (cit.)

Una cosa è strana e cioè che, per quanto questo libro già dal titolo si definisca “Contro” il Barcellona, mi ha insegnato moltissime cose proprio sul Barcellona.

Per esempio, nel 1943 ebbe luogo una finale di Coppa del Generalissimo che il Barcellona, minacciato di morte prima di scendere in campo, perse 11-1. L’autore in questo guarda con simpatia quel Barcellona, costretto a piegarsi alle imposizioni del franchismo più che ad una squadra avversaria così nettamente superiore.

Come quella squadra, ma di fronte a situazioni diverse, il Barcellona di oggi è mes que un club proprio perchè fa da elemento cardine, unificatore, e anche vetrina mondiale, al movimento indipendentista della Catalunya, che nel Settembre 2012 si è riversato a fiume per le strade.

Per quante partite del Barça abbiate visto, sono sicura che pochi di voi abbiano notato che al minuto 17.14 di ogni partita in casa, ora i Catalani gridano “Indipendencia!”, perchè l’Indipendenza l’hanno persa proprio nel 1714.

Questo video, citato da Dalai nel libro, e segnalatomi anche da un caro amico catalano e innamorato dei blaugrana, cerca di spiegare il rapporto tra politica e calcio a cui ci troviamo di fronte. L’autore non si esprime in nessuna direzione riguardo alla questione politica, ma ci informa. E io mi limiterò a fare lo stesso.

Per sapere invece perchè i tifosi del Barça sono chiamati culé, vi invito a leggere il libro, la cui copertina porta i colori blaugrana, e che suggerirei come lettura a tutti gli amanti del giuoco del calcio.

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Peraltro, da questo libro ho scoperto anche una cosa che non riguarda il Barcellona, e cioè che esiste un saggio breve di David Foster Wallace chiamato Roger Federer as a Religious Experience, che potrebbe essere un pamphlet sportivo diametralmente opposto a quello scritto da Dalai.

O forse no.

Stay Tuned.

Addio Delle Alpi.

So che per molti di voi questo non vorrà dire niente, ma per me sì.

Oggi, dopo il doppio concerto di Vasco di ieri e l’ altro ieri, iniziano i lavori di demolizione dello Stadio Delle Alpi di Torino, struttura troppo ingombrante e troppo cara, di cui il comune si sbarazza, ora che la Juve e il Toro giocano allo Stadio Olimpico.

Da ex abbonata bianconera non posso non ricordare la scomodità del Delle Alpi: non si vedeva bene, e d’ inverno faceva un freddo cane.

Ma, tuttavia, per affetto, mi spiace che, del luogo dove nella mia infanzia passavo una domenica sì e una no (eh già) non resterà più nulla. Più o meno come del mio tifo per i bianconeri, a dire il vero, visto il mio distacco dopo le delusioni maturate nella mia ultima stagione da abbonata, 1998/99.

Io non tremo, è solo un po’ di me che se ne va….

Buona settimana a tutti.

Stay Tuned