Film

Film, adolescenti disturbati e canzoni

C’erano una volta libri, letteratura e macchie d’inchiostro. E poi ci sono stati momenti in cui di scrivere proprio no, non c’era verso, per vari motivi, come vita, lavoro vero, presenza di sole all’esterno, serie TV.

Ma ci sono anche i momenti in cui, anziché dedicarmi ai libri, mi dedico ai film. Ed è così che mi sono voltata ed ho notato che, nel corso delle ultime tre settimane, ho visto tre film al cinema, tutti e tre tristi. Tutti e tre parlano di adolescenti disturbati e sono stati realizzati da registi più o meno trentenni.

Xavier Dolan ha venticinque anni ed il suo Mommy  è un film in Québécois stretto che, per la maggior parte della sua durata, confina l’immagine in un formato quadrato, alla Instagram (in realtà si tratta di un 1:1 preso in prestito dal primo cinema muto). La schermata diventa piena solamente durante quei momenti di rara felicità che Steve, Diane e Kyla riescono a trovare.

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Steve è iperattivo, se ne frega di tutto, fino a diventare violento. Eppure sua madre, Diane (è lei, in realtà, il vero perno di questo film), si rifiuta di abbandonarlo a se stesso in un istituto psichiatrico e, quando lui viene espulso dal collegio, se lo porta a casa, nuovo arrivato in una vita già devastata dalla perdita del marito, dal lavoro precario, dai problemi economici. Kyla, la vicina di casa, insegnante che si è presa un periodo sabbatico, diventa il terzo elemento di questo improbabile trio, e finisce per mostrare grande carisma nonostante l’aria fragile e le difficoltà ad esprimersi (ha perso quasi completamente la parola ed è tormentata dalla balbuzie, a causa di un trauma passato che viene solo accennato).
La scena più bella è quella in cui i tre protagonisti, proprio nel momento in cui la loro sinergia si fonde, cantano in cucina On Ne Change Pas di Céline Dion, cantante meglio nota al mondo per Titanic, québécoise e definita «notre trésor national». La canzone parla di una donna che guarda indietro e si rivede ragazzina, nella propria città natale. E, per un attimo, le urla, i drammi e le tristezze delle vite di Steve, Diane e Kyla spariscono: loro sono solo tre persone che si godono il momento dopo una cena e qualche bicchiere di vino, ed è tutto perfetto.

Cantano anche Mariem, Lady e le loro amiche, ragazze della banlieue parigina, in una scena che non può non restare in testa. Per passare una serata tra amiche e divertirsi, le ragazze prendono una camera in un motel e spettegolano sul lettone, ridono, cantano Diamonds di Rihanna ballando e atteggiandosi come se fossero in un video di MTV. Questo basta a farle sentire lontane da una realtà squallida, violenta.

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Bande de Filles di Céline Sciamma, trentasei anni, già nota per Naissance des Pieuvres e Tomboy, non racconta solo dei pomeriggi al Forum Des Halles e degli avanti-indietro da Parigi in RER, ma anche di quello che rovina la vita di queste adolescenti: i pestaggi, famigliari assenti o violenti, le lotte tra le bande di quartiere.
Tutto scorre liscio (anche se, a tratti, prevedibile) nella prima parte del film, capace di strappare anche qualche sorriso. Non si può dire però che questa sia la migliore prova della regista francese, che aveva ritratto molto bene un’insolita infanzia con Tomboy e un’inquieta preadolescenza con Naissance des Pieuvres; la seconda parte di Bande de Filles si perde un po’ in un eccessivo cliché.

È forse da un cliché che inizia anche Respire di Mélanie Laurent, anni trentuno. Il film racconta infatti dell’amicizia morbosa tra Charlie (tranquilla, studiosa) e Sarah (fascinosa, caratteriale). In seguito ad una vacanza al mare organizzata dalla mamma di Charlie, Vanessa (anche lei alle prese con una relazione burrascosa con il marito e con una situazione sentimentale quindi instabile), l’amicizia tra le due ragazze si trasforma in una passione a senso unico, in cui Charlie si lascia sempre di più prendere dal carisma e dall’esuberanza di Sarah, fino a commettere un passo falso per comprendere fino in fondo il motivo delle incoerenze e degli sbalzi d’umore dell’amica.

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Da lì in poi, tutto sembra diventare un inferno per Charlie, e c’è quel fischio forte che arriva all’orecchio dello spettatore a simboleggiare la rabbia che la protagonista inizia a covare dentro e che è senz’altro comune a tanti adolescenti che si sentono perseguitati dai coetanei, al punto da vivere la quotidianità scolastica come un’ossessione ed un malessere più intenso di quello che i genitori possono provare a scovare dietro ad un comportamento taciturno e schivo tra le mura di casa.
La Laurent ridipinge al meglio una dinamica spesso presente in film che ritraggono giovani amicizie femminili, ma il pregio di questo film è quello di saper scatenare nello spettatore un’angoscia vera, che diventa quasi fastidio fisico e che è davvero capace di togliere il fiato.
La storia è tratta da un libro pubblicato nel 2001 e scritto dall’allora diciassettenne Anne-Sophie Brasme, che però vi sconsiglio di leggere prima di vedere il film (così come vi sconsiglio di cercare qualsiasi informazione relativa alla trama del libro), perché questo vi impedirebbe di provare lo stesso effetto che ho descritto prima e che potreste ritrovare solo ad un primo impatto con la pellicola senza conoscenza pregressa della trama.

Cos’hanno in comune questi tre film? Tutti e tre mi hanno resa triste e mi hanno lasciata senza parole all’uscita dal cinema e con essi, tre persone più o meno appartenenti alla mia generazione descrivono un’età – l’adolescenza – e i suoi drammi. Probabilmente, lo fanno per lo stesso motivo per il quale anche io tendo a guardare indietro così spesso a questo momento della vita così difficile (e a tratti orrendo) da vivere ma così intenso e pazzesco da analizzare ed osservare: tutte le emozioni sono dilatate, enormi, non sottoposte alla razionalità regalata solo in seguito dalle prime piccole rughe d’espressione, dal tempo che inizia a passare in fretta e dal momento in cui si appendono le cuffie troppo grandi al chiodo e d’improvviso ci si ritrova catapultati in un turbine di matrimoni e baby-showers.
Sembra non ci sia neanche il tempo di voltarsi a guardare vecchie foto e mettere su vecchie canzoni per arrestare questo cambiamento, ma in realtà gli adolescenti che siamo stati si ritrovano in modo molto evidente nei comportamenti di ognuno di noi. É questo – credo – il motivo per il quale questi film parlano a tutti, e quindi a maggior ragione alla mia generazione, che, all’alba dei trent’anni, le cuffie troppo grosse di tanto in tanto le porta ancora, e che, dall’adolescenza, ha l’impressione di essere uscita giusto ieri.

More to come,

Stay Tuned.

La Vie d’Adèle

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Questa volta ho deciso di affezionarmi ad un film che non è il solito film scandinavo o islandese mai doppiato neanche in inglese, ma un film francese che ha vinto Cannes, ha portato Léa Seydoux ed Adèle Excharchopoulos a diventare star, in coppia, del nuovo ad di Miuccia Prada, e la stessa Seydoux, inizialmente la più nota tra le due  attrici protagoniste, ad essere la persona più nominata dalla stampa di Francia in questo mese (le cede provvisoriamente il posto Zlatan Ibrahimovic).

La prima reazione dopo aver visto La Vie d’Adèle è stato un senso di spiazzamento, mi aspettavo più fedeltà al fumetto, mentre allo spunto di Julie Maroh, Kechiche resta fedele solo in parte, durante il Capitolo 1 del film. Qui trovano spazio, assieme al primo manifestarsi del tormento amoroso, gli interrogativi e i disagi causati in Adèle dallo scoprirsi innamorata di una donna.

Adèle adolescente piange in cameretta e divora una barretta di cioccolato estratta da una preziosa riserva di merendine nascosta sotto il letto. In questo gesto, mostrato in modo insistito da una macchina da presa che ama osservare i protagonisti molto da vicino in tutte le loro manifestazioni fisiche, c’è il dramma della giovane protagonista che, più tardi, si trova invece a posare per il primo delicato ritratto, che Emma le fa mentre chiacchierano sedute su una panchina.

Il cibo è una chiave ricorrente nel film e diviene metafora della causa principale del progressivo allontanamento delle due amanti. Ospite a casa della famiglia benestante e liberale di Emma, Adèle mangia per la prima volta le ostriche, che diventano, oltre che metafora sessuale, simbolo di uno status sociale. A casa di Adèle, dove viene presentata come amica più grande che dà ripetizioni di filosofia, Emma invece mangia semplici spaghetti, finge di avere un fidanzato che lavora in ambito commerciale e si sente dire che comunque per campare serve avere «un lavoro vero». Quel «lavoro vero» che Adèle si trova per poter vivere al fianco di Emma, ma che per Emma non sembra abbastanza per sentirsi davvero felici, realizzati. Adèle insegna all’asilo, ma ad Emma questo sembra un mestiere troppo umile. Ed è per questo che, davanti ai propri amici intellettuali, ci tiene a dire che Adèle scrive molto bene, come se la stessa Adèle coltivasse, di nascosto, questa velleità, destinata un giorno ad esplodere insieme al suo talento. Ad Adèle invece questo non interessa, e durante la serata si fa notare solo in quanto cuoca e “angelo del focolare”. È infatti lei a sfamare i pretenziosi ospiti, che mentre discutono di Schiele e Klimt divorano, tra buffe espressioni facciali e macchie di sugo, la semplice pastasciutta da lei preparata. In questo senso è quasi spiazzante che Emma riporti Adèle al centro dell’attenzione definendola: «la mia musa» durante il brindisi. Anche i ritratti si sono infatti trasformati, pur rimanendo una costante. A partire da quel viso accennato a matita su una panchina nel parco, Emma, allora studente e adesso sulla strada dell’affermazione artistica, ha iniziato a rappresentare Adèle come una dea, spesso discinta, destinata a restare nei suoi dipinti (e dunque nei suoi pensieri) anche dopo la separazione.

Oltre alle lacrime, al cibo, ai numerosi dettagli blu (a parte i capelli di Emma, troviamo le unghie della prima ragazzina che bacia Adèle, la panchina sulla quale Adèle è seduta mentre lascia il fidanzatino Thomas, moltissime porte sulle strade percorse dalle protagoniste, le lenzuola delle loro stanze, le copertine dei bambini della scuola materna, il vestito di Adèle nell’ultima scena), un’altra cosa da notare sono le scene trascorse in classe. L’insegnamento è importante per Adèle. A cena con la famiglia di Emma, spiega di volersi dedicare all’insegnamento perché per lei andare a scuola è stato fondamentale per conoscere tante cose che i suoi non le avevano insegnato. E nel film, moltissime scene si svolgono in classe.

Anzi, dalla classe si inizia, nella prima scena una compagna di liceo di Adèle legge un pezzo di La Vie de Marianne di Marivaux, lo stesso libro che Adèle sta leggendo sul bus quando Thomas le si avvicina per la prima volta. Già dalle conversazioni iniziali con lui, si avverte un’incompatibilità, che culimina proprio nella discussione che i due hanno a proposito di questo libro in particolare e della lettura in generale. Adèle adora leggere, per Thomas i libri sono solo un peso; non fanno per lui.

Kechiche fa suo anche un estratto di La Princesse de Clèves di Madame de La Fayette. Si parla del colpo di fulmine, del fatto che possa farci sentire come se qualcosa ci mancasse, tutto ad un tratto. Adèle ascolta la discussione tra i suoi compagni, e mentre gli adolescenti incerti si interrogano sui significati della letteratura, lei sta già vivendo ciò di cui si parla, in lei si manifesta il desiderio per la ragazza dai capelli blu che ha incrociato attraversando la strada.

È con Antigone che si chiudono le citazioni letterarie della vita scolastica rappresentata nel Capitolo 1 della vita di Adèle, quello in cui lei è studentessa. La professoressa spiega che Antigone morirà, nel giorno in cui dirà di no e parla dell’infanzia come l’età in cui non si è ancora sufficientemente maturi né forti. Ed aggiunge, ironica, rivolta ai ragazzi: «Spero che voi ne stiate uscendo».

Nel Capitolo 2 della sua storia, Adèle ritorna in classe come insegnante. La scuola è di nuovo quella parte del suo universo in cui Emma non c’è, solo che, mentre prima Emma rappresentava la sua fuga da casa e dalle sue abitudini, ora Emma è la sua casa e la sua famiglia. E la scuola è nuovamente il posto in cui si possono manifestare tentazioni fallaci e le lezioni si portano avanti nonostante gli stati d’umore altalenanti.

All’innocenza e alla tenerezza dei bambini alunni di Adèle, Kechiche sembra far recitare una sentenza che ben si adatta alla storia delle protagoniste e al modo in cui il regista ha scelto di raccontarcela. Una strofa a testa, i bimbi leggono Pas Besoin di Alain Bosquet, ed è ad una bambina con grossi occhiali, dall’aria indifesa e dolcissima, che tocca l’ultima frase «Le poème du poète, c’est pour dire tout cela et mille autres choses: pas besoin de comprendre». [«La poesia del poeta è per dire tutto questo e mille altre cose: non c’è bisogno di capire»]

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In questi giorni ho letto moltissime interviste e recensioni relative a questo film, principalmente francesi, americane ed italiane. Per gli interessati, le ho ritwittate quasi tutte. Lo sguardo che mi ha colpito di più è stato questo, italiano, da Le Parole e Le Cose.

Del fumetto Il blu è un colore caldo, ho parlato qui, su Finzioni Magazine.

Stay Tuned

Jobs

Sono andata al cinema a vedere Jobs aspettandomi di vedere una replica di The Social Network e questo è infatti, più o meno, quello che è successo. Ma ci sono andata perchè è inutile non ammetterlo: i prodotti Apple sono icone degli ultimi decenni e sono parte integrante della vita di molte delle persone della mia generazione. Io stessa, nel mio ultimo articolo, per rimarcare il passare degli anni ho usato l’evoluzione di uno strumento prodotto da Apple che mi ha accompagnato ogni giorno, attraverso gli anni, in vari modelli, sempre più aggiornati, al punto da non essere più solo un lettore mp3. Col tempo, è diventato anche cellulare e device primario per accedere a internet, ai social network, e altre amenità. Quellacosalì, è un prodotto di Steve Jobs.

Il film inizia con Ashton Kutcher, invecchiato a dovere, che recita una scena già vista molte volte in versione originale. Presentazione alla stampa dell’ultimo prodotto Apple. Jeans, cardigan grigio a collo alto. L’ultima meraviglia mostrata al pubblico. A Jobs va il merito di aver saputo creare, al di là delle caratteristiche tecniche del prodotto, la coolness. L’aver portato la moda, l’importanza del marchio come segno di appartenza, nell’informatica. Di aver lanciato prodotti che hanno cambiato le nostre abitudini, Digital Disruptors, come direbbe qualcuno di mia conoscenza.

Non ci sono mezzi termini, Steve Jobs era genio e, in quanto tale, sregolatezza. Questo film lo ritrae ragazzo, unico visionario e comunicatore in un gruppo di geek impacciati e non tutti fiduciosi di aver creato, con la Apple Computers, qualcosa di veramente diverso, che sarebbe rimasto nella storia e destinato a differenziarsi dal resto del mercato. Jobs è ritratto in tutte le sue ossessioni, nei comportamenti sopra le righe, che lo hanno portato a rendere grande la sua compagnia ma allo stesso tempo a perdere amici e fidanzata (con piccola figlia annessa). L’egocentrismo e il cattivo rapporto con i suoi investitori lo portarono, alla fine, ad essere “fatto fuori” dai suoi stessi investitori. Visto come un peso, più che un valore aggiunto, nella società da lui stesso creata, Steve fu costretto ad andarsene.

Finché non lo supplicarono di ritornare. E, da quel momento in poi, iniziò la storia di Apple come me e la maggior parte dei miei lettori la ricorda e l’ha vissuta. Di questo però, il film non ci dice, a parte il cameo del Jobs anni 2000 dell’inizio, ci si concentra solo sullo Steve giovane, egocentrico, immaturo. Genio sì, ma totalmente inadatto alla convivenza con gli altri, sia sul lavoro che fuori. Non si parla della risalita, delle intuizioni che hanno permesso ad Apple di tornare grande e hanno messo l’iPod in così tante tasche, l’iPad in così tante borse, e reso una mela morsicata un simbolo notissimo e, in molti casi, agognato.

Ma, forse, non se ne parla perchè i video dei suoi discorsi, delle sue presentazioni ad effetto, li abbiamo già visti tutti. Non c’era bisogno di farli recitare ad Ashton Kutcher. Come The Social NetworkJobs mostra che prima del CEO di una compagnia di successo, c’era un adolescente egotico e a tratti ingiusto e crudele verso amici e colleghi. Jobs ha saputo trasformare la sua intelligenza, furbizia ed esperienza in un grandissimo successo, sebbene mi sia lecito pensare che, al di là del mago che ci ha donato prodotti tecnologici funzionali e belli da vedere, sicuramente anche col passare degli anni, Jobs non sarà diventato una bella persona, e quindi sia da considerare un genio, forse un’ispirazione, ma probabilmente non un modello a livello umano. E questo sia detto con tutto il rispetto per la sua figura, vista la sfortuna che lo ha portato a una prematura morte.

Su Zuckerberg, è troppo presto per esprimersi. Il suo prodotto ha creato una piccola grande rivoluzione, ma, data la volatilità dei prodotti informatici e delle abitudini di adattamento degli umani  agli stessi, sicuramente, per affermarsi alla stregua di Jobs, ha ancora tanta strada da fare.

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PS: Leggete un po’ cosa ne pensa Franzen della coolness degli Apple.

PPS: “Tre milioni di persone, consumano un mese di vita tra le code dei nuovi iPhone. Hanno più o meno trent’anni e probabilmente hanno a casa un libro di Saviano” (Cit.)”

PPPS: Per i lettori parigini: dentro il Forum Les Halles ci sono due cinema diversi su due piani diversi, che hanno due programmazioni diverse. Indovinate perchè ce l’ho fatta solo per un pelo ad entrare? Faites gaffe

Stay Tuned

L’Ultimo Harry

Onestamente, non pensavo che l’avrei presa così male anche perchè in fondo, per me Harry era già finito il 19 Agosto del 2007 quando in un pomeriggio du quelle lunghissime estati al mare, avevo chiuso l’ultimo libro.

Ricordo che quel libro una mia amica me l’ aveva comprato alla Mondadori e portato in biblioteca mentre io ero lì a studiare per l’ultimo esame della triennale e l’altro amico mio, seduto di fronte a me, scriveva la tesi al computer.

In fondo, però, il fatto che continuassero a uscire i film, teneva viva una saga durata dieci anni, i cosiddetti anni zero.

Io che in quel giorno in cui facevo ancora il liceo risposi con un “bah” ai miei compagni di classe che mi avevano chiesto di andare a vedere Harry Potter con loro, non seppi poi resistere al primo film visto in videocassetta prestata. Come prestati mi furono i libri, all’inizio, quelli letti tutto d’un fiato, dal primo al quarto, al cominciamento dell’estate 2003, estate durante la quale uscì l’Ordine della Fenice che lessi in inglese e stavo rileggendo in italiano mentre aspettavo di fare l’esame pratico della patente.

Epoche. Durante le quali ho finito il liceo e l’uni e loro c’erano, c’erano sempre, Harry, Ron, Hermione e tutti gli altri, insieme a mamma JKR che ha fatto un mondo di buoni o cattivi, dove se sei buono o cattivo ce l’hai scritto sul distintivo, sulla sciarpa, sul cravattino. Fosse così semplice, ma in fondo neanche lei sembrava troppo convinta del fatto che il buono sia solo buono e il cattivo sia solo cattivo.

Tutti questi film usciti intorno al giorno del mio compleanno, nelle estati degli anni dispari. Tutti questi film usciti col caldo, nonostante Harry Potter sia un film che pare più adatto ad uscire sotto Natale. Come il quarto film che era uscito a novembre e che quando eravamo usciti dal cinema nevicava.

Tutti questi film usciti che mentre diventavano grandi gli attori diventavamo grandi noi, e il sesto e il settimo parte uno visti in solitudine a Londra, vedere Londra nel film e pensare che mentre vedevo il film prima non pensavo che un giorno ci avrei vissuto, tutti questi film che alla fine è arrivato il giorno in cui è uscito l’ultimo.

Vederlo a casa, con gli amici di sempre, in italiano, e pensare che insieme a questo non è finita solo la guerra tra Harry e Voldemort, ma molto di più.

Stay Tuned

Avatar

Avatar, con l’accento sulla prima A, sulla seconda in una pronuncia da noi inventata ai tempi in cui MSN entrò nelle nostre case, sulla terza nel paese in cui mi trovo e dove il film è uscito il 16 dicembre, un mese prima che in Italia.

L’ho visto in 3D perchè, effettivamente, di vederlo “normalmente” non ne vale la pena. L’ ho visto in inglese sottotitolato in francese per essere sicura (?) di non perdermi alcuna parola dei suoi pregnanti (?) dialoghi.

James Cameron si è proprio impegnato, in questi quindici anni, per regalarci una storia che di nuovo non ha niente. La storia del “bianco”, in questo caso “umano”, che parte nella spedizione per la conquista della terra selvaggia e inesplorata ma portatrice di ricchezze (in questo caso un minerale super prezioso) e per fare ciò è disposto a scontrarsi con quelli che una volta furono gli indiani pellerossa e ora sono gli alieni (fresco)blu. Una storia che ci avevano già raccontato in Balla coi Lupi e persino in Pocahontas. Incluso quel piccolo dettaglio che vuole che il nostro eroe s’innamori della principessa della tribù degli indigeni.

James Cameron cerca anche di farci capire che il protagonista si innamora assai anche della vita “selvaggia” ma più sana che i locali conducono in mezzo alla natura su Pandora, a differenza di ciò che fanno i poveri umani meschini che hanno divorato la Terra. E lo fa con un film che sublima la tecnologia e il progresso, cioè quello a cui in teoria la “morale” del film va contro (se era un film con la morale).

Ma va bene così, visto che se non ci fossero le teste di creature opinabili a sbucare dallo schermo grazie agli occhiali 3D che fanno sembrare tutto il pubblico una massa di deficienti, di questo film si ricorderebbe ben poco. Addirittura, ci sono alcune mosse spavalde a rimarcare che il bello del film è proprio questo: scene di profondità dimensionale gratuita regalate quando un tizio inutile gioca al “minigolf da interni” mandando la pallina verso il pubblico e dicendo, rivolto a un altro personaggio e ovviamente per un altro motivo “hai la testa dentro lo schermo praticamente”. In realtà sembra che stia parlando con noialtri pubblico pagante, vantandosi e auto-compiacendosi mentre la pallina va in buca a un dieci centimetri dalla nostra faccia.

Visto un cast di ben poco rilievo a parte Sigourney Weaver, direi di andarlo a vedere se non altro per “l’esperienza”, che ho avuto la fortuna di vivere in modo più affascinante in quanto fatta in un cinema a due passi da Opéra. Con tanto di lite finale tra la maschera e un tizio che non aveva restituito gli occhiali 3D. E’ sempre bello uscire dal cinema e vedere Parigi, anziché vedere il parcheggio delle Torri Bianche, ma so che questo potrà accadere ancora per poco.

Tendenzialmente tutti tendono a ripetersi, non solo negli errori ma anche nei capolavori (o presunti tali), e ciò è confermato dal fatto che James Cameron abbia rifatto un Titanic. Tre ore di film in cui un’ ora e mezza si perde, senza la stessa brillantezza di Titanic, nella scoperta, da parte del protagonista, del “nuovo mondo”, da dentro la pelle blu del suo avatar (l’alieno di cui prende le sembianze per sopravvivere sul pianeta Pandora) e nella nascita della storia d’amore fra lui e la sua “bella”. La seconda ora e mezza del film è, come fu per Titanic, il prendere vita di una tragedia annunciata. Là dove furono onde e acqua gelida a creare morte e distruzione, ora ci sono armi, mitra ed elicotteri, e la cattiveria sfrenata non è quella del ghiaccio e del mare, ma quella del fuoco e della forza bruta di un uomo che in Titanic si credeva superiore alla natura (”Non affonderà mai!”) e qui anche, più o meno allo stesso modo, ma finisce poi per perdere.

Del protagonista di Titanic, il protagonista di Avatar conserva anche il nome: Jack. E come il Jack Dawson dei tempi, questo Jack Sully ha una caratteristica che lo rende sfigato e inadatto, in un primo momento. Il Jack che fu interpretato dall’indimenticato e indimenticabile Leonardo Di Caprio era un povero mentecatto capitato sul Titanic e nel mondo chich della prima classe per caso, il Jack che ora è interpretato da Sam Worthington è un ex marine paralizzato dalla vita in giù capitato su Pandora per caso in quanto l’unico in grado di poter utilizzare, per ragioni di DNA, l’avatar preparato per il fratello poi defunto. Ma, francamente, per quanto possano essere dolci gli sguardi “alieni” tra i personaggi blu, e per quanto possano essere drammatiche le scene della seconda parte del film, sapete cosa rimpiango?

E Kate Winslet e Leo che correvano con l’acqua alle ginocchia nei corridoi della Terza Classe.

Lo vidi a Sesto San Giovanni, era il 1998.

Il millenovecentonovantotto.

My heart will go on.

And on.

Stay Tuned.

Great Expectations

/* Nb questo è un articolo di repertorio, ovvero una sorta di coccodrillo scritto molto tempo fa in previsione di giorni in cui non avrei avuto voglia di dire niente. Oggi è stata complessivamente una bella giornata, ma è una giornata al termine della quale non ho voglia di dire niente */

Amore, ossessione, passione, emozioni spinte all’ estremo. Una storia che sembra essere senza fine e un bizzarro ma carismatico condannato a morte (DeNiro) che ritorna dal passato, con la sua figura impressionante ma allo stesso tempo ricca di fascino.

“Great Expectations”, del 1998, si ispira all’ omonimo romanzo di Charles Dickens. Ma da noi è stato tradotto come “Paradiso Perduto”, ovvero il nome del giardino in cui si incontreranno per la prima volta i protagonisti, Finn ed Estella (Hawke e Paltrow). La regia è di quell’ Alfonso Cuaron, messicano, che negli anni 2000 sconvolgerà con “Y tu mama tambièn”e il triangolo tra Maribel Verdù, Gael Garcia Bernal e Diego Luna per poi passare a dirigere ben altro trio: Daniel Radcliffe, Emma Watson e Rupert Grint in “Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban”.

Perchè mi è piaciuto “Great Expectations” o “Paradiso Perduto” (chiamatelo come volete..)?
Innanzitutto, per l’ inizio. Il piccolo Finn si trova per caso nel giardino della villa della signora Nora Dinsmoor, una vecchia eccentrica, e fa la conoscenza di sua nipote Estella. Questa parte del film mi ha stregata. La casa in disfacimento da nobile decadente, dove c’ è edera su tutte le pareti e colonne, dove il vento soffia nel cortile cullando le foglie morte, dove nessuno entra mai, ma tuttavia la padrona di casa passa ore e ore a truccarsi minuziosamente, è secondo me un’ ambientazione fantastica e dipinta con fare quasi fiabesco. I due bambini sono molto belli, e rappresentano un po’ quello che i personaggi saranno da grandi: Finn un po’ impacciato, ma con grandi potenzialità, Estella fredda e determinata ad ottenere quello che vuole.
Mentre Finn ritrae per la prima volta Estella, Ms Dinsmoor glielo preannuncia: lui è destinato a innamorarsi di Estella e a soffrire molto. Pur sapendo che soffrirà, non potrà rinunciare a lei.
La scena più bella del film, a mio parere, arriva solo pochi minuti dopo, quando Estella bacia Finn alla fontanella.

I ragazzi crescono, i venti di mille stagioni soffiano nel cortile e nel giardino, Estella parte e Finn… Finn va a New York e diventa un famoso pittore. Ritrova Estella, ritrova la vecchia Dinsmoor, e ritrova un uomo che da bambino gli aveva fatto molta paura ma a cui lui aveva salvato la vita. E che, nonostante tutto, forse se n’ è ricordato e ha deciso di ricambiare.

E ritrova, naturalmente, le stesse labbra, come molti anni prima a una fontanella. Molte cose sono cambiate, ma i sentimenti no. Anche le persone, però, non sono cambiate: Estella ha sempre quel fare languido che fa impazzire Finn, ma allo stesso tempo sa essere fredda e le bastano poche parole o gesti per raggelarlo.

Quando ho letto Cime Tempestose a quindici anni ho pensato “Sì, io sono mezza matta come Catherine e mi innamorerò perdutamente di uno mezzo matto come Heathcliffe, e vivremo così, una storia d’ amore tormentatissima e malatissima, lasciandoci e riprendendoci a distanza di tempo, staremo male, nel frattempo io sposerò un uomo inutile tipo Linton, soffrirò tantissimo, e alla fine di tutto morirò giovane. ”
Dunque, in un certo senso, le storie d’ amore tormentate e incredibili in cui non si rompe mai la sottile linea che continua a collegare due persone che nel frattempo non si vedono per anni o stanno insieme ad altri, sono la mia passione e so, o forse mi auguro, che per me sarà così.
Possiamo innamorarci di qualcuno che lentamente ci distruggerà, ma non siamo capaci di resistere o di dire di no. è quello che capita a Finn con Estella, è quello che capita alle persone del tipo Wuthering Heights, di cui mi vanto di far parte.

C’ è solo una cosa che non ho digerito di “Great Expectations”, e scusate se ve lo anticipo, in caso non abbiate visto il film e abbiate intenzione di vederlo.
Il finale.
Il film finisce bene.

Secondo me, doveva finir male, perchè le storie di questo tipo non finiscono mai bene.

Stay Tuned.

Brokeback Mountain

Oggi è stato semplicemente un altro giorno che è passato. Ho la schiena a pezzi, perchè è un mese che praticamente studio e basta, sto quasi sempre in casa, non vado in piscina. E ieri oltretutto ho visto Brokeback Mountain. Vi vorrei dire che è fichissimo per assimilarmi al trend generale, invece vi dirò la verità e vi dirò che Gyllenhall e Ledger sono due fighi e che il film non l’ ho capito. Che restare innamorati per così tanto tempo di una persona che non si vede anche per quattro anni di fila è veramente difficile, un po’ troppo da film. E che per ovvi motivi non sono riuscita ad immedesimarmi. E che i film che durano più di un’ ora e mezza faccio fatica a vederli fino alla fine. E che il titolo italiano “I segreti di Brokeback Mountain” ha un che di ridicolo e di “I Misteri di Wisteria Lane”. Magari tra qualche tempo lo rivedrò e finalmente, come tutti gli altri, dirò che è una gran figata. Ora come ora dico boh.

Stay Tuned