Diario di Bordo

#1 Le case uguali

Scorgere foto delle case degli amici su Facebook e Instagram, e bloccare il consueto slide down verso il fondo della timeline per soffermarmi sui dettagli delle immagini e per individuare tutti gli arredi dell’Ikea che presto o tardi nella vita ho incrociato anche io. Lo faccio in maniera automatica anche con le case di AirBnb, e credo lo facciano tutti. Adesso che siamo invecchiati non è più come prima, cioè a sfondo delle nostre foto casalinghe non ci sono più sedie quadri e tappeti palesemente scelti da qualcuno con trent’anni più di noi, ma ci sono – tendenzialmente – arredi scelti da noi, nelle case arredate da noi, oppure arredi scelti da persone che affittano case pensando che il target di affittuario ideale siamo noi.

Noi è quel tipo di persona le cui papille gustative sensibili all’interior design si emozionano per le New York tiles, i tavoloni di legno un po’ grezzi, le sedie stile industrial o «da vecchia scuola elementare» o ancora copie accettabili delle Victoria Ghost. Insomma, tutte quelle scelte di arredamento a cui su Instagram si possano attribuire hashtag destinati a mettere uno accanto all’altro e far sembrare uguali il salone un AirBnb di Amsterdam che ho prenotato due anni fa e un posto che fa il ramen a Boston dove ho mangiato l’inverno scorso.

Tutto questo mi è venuto in mente perché in settimana ho festeggiato l’anniversario della casa in cui vivo da due anni, e che presto diventerà la casa in cui ho vissuto più a lungo dopo casa dei miei in Italia. Io che ero abituata all’idea che una casa fosse quella, punto, per la vita. Che quello che mettevi in cantina quando avevi otto anni ti sarebbe ricapitato in mano durante un momento di raptus di ordine e pulizie (o qualche ricerca compulsiva di chissà quale aggeggio effettuata dieci anni dopo), perché semplicemente, tutto era lì, la tua vita era lì. Il concetto di trasloco inteso come «spostamento di una vita» a quell’epoca non mi apparteneva.

È stato solo dopo che ho iniziato ad entrare nell’ottica degli spazi piccoli e limitati nel tempo, in cui avrei potuto avere poche cose e dovuto buttare tutto quello che non usavo da più di dieci mesi, essere pronta a sbaraccare tutto nel giro di un anno, e soprattutto a mettere i miei vestiti in armadi che non fossero miei e riempire almeno le pareti di robe ritagliate e attaccate con lo scotch per dare un minimo di personalizzazione a scatole provvisorie che poi sarebbero diventate la casa di qualcun altro. Era come se il concetto stesso di casa fosse diventato più sfuggente, meno importante.

IKEA

Foto Ikea.com, ma come blog di arredamento e “vita indoor” vi consiglio vivamente thesocialitefamily.com

Poi è arrivata questa casa, la prima con qualche possibilità di essere considerata un po’ più definitiva. E, con essa, l’emozione di poter scegliere come arredarla, che colori darle, quale divano o quali quadri sarebbero stati i protagonisti delle stanze. Ed è bello, se non che poi ti rendi conto che in realtà la tua testa è formattata su un catalogo Ikea o qualcosa di simile, e quindi va a finire che i tuoi amici hanno lo stesso lampadario e le stesse mensole Lack e che la casa del tuo ex collega che lavora a Singapore ha la stessa vetrinetta Fabrikör di casa tua e pure le stesse poltroncine che avevi nella tua casa di Londra nel 2012. E poi capisci che in realtà tutte le case sono uguali e quindi boh, che in realtà non hai una casa solo tua e speciale o che, forse, abiti in una filter bubble delle case, un pattern che ti ospita un po’ dappertutto.

Stay Tuned

 

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Parte delle cose che ho detto sono state scritte meglio su Pagina 99. Ricordo che quando ho letto questo articolo ho pensato «È tutto vero»: Il mondo piatto dell’estetica AirBnb, Pagina 99

Cose che ho scritto e fatto nell’ultimo mesetto mentre non scrivevo sulla Stanza Bianca: un paio di articoli a quattro mani su Rivista Undici, questo pezzo in inglese su Tony Cascarino, e lancio di un travel blog come progetto parallelo, Eat the Road, che potete seguire anche su Facebook e Instagram.

Il tizio che lavorava agli effetti speciali

Questa è sempre una storia che appartiene al lungo e tortuoso periodo che ho passato a Londra, ma la racconto ogni volta che ci sono discussioni sull’annosa diatriba tra l’avere un lavoro vero e l’inseguire i sogni.

Era un sabato fine gennaio (o inizio febbraio) 2012 e nevicava come non mai, probabilmente la neve più neve che io abbia fatto in tempo a vedere nei miei due anni e mezzo a Londra. Incurante di tutto ciò, e soprattutto della probabilità che al ritorno potesse non esserci alcun mezzo di trasporto available, uscii con un’amica per andare al concerto di un altro amico che suonava una band di cui non ricordo il nome e che faceva musica rock-folk. Suonavano in un posto penso a Shoreditch che ho cercato di ritrovare attraverso una mappa dei graffiti di Bansky, perché mi ricordo che proprio davanti c’era appunto un graffito di Bansky, forse uno dei suoi tipici ratti, ma non so; fatto sta che non sono riuscita a ricordarmi il graffito e, di conseguenza, non ho trovato il pub.

Questo è solo il contesto, e se volessi dettagliarlo un po’ di più potrei anche dire che la mia amica era di Roma e non era molto avvezza alla neve e quindi le avevo fatto un video in cui camminava trascinando i piedi in questi cinque centimetri buoni, un po’ imprecando, un po’ ridendo.

Al concerto, dato che il mio amico stava suonando, ci siamo messe a parlare con altri suoi amici che non avevamo mai visto prima, le solite cose da Italians in London, cosa fai, in che zona vivi, di dove sei in Italia. Mentre io raccontavo come al solito che lavoravo in quella che continueremo a chiamare la mia banca, un tizio di cui nemmeno ricordo il nome mi disse che lui lavorava in una piccola società che faceva gli effetti speciali dei film. Mi disse, in particolare, che in quel periodo stava lavorando sul film di Tim Burton che sarebbe uscito di lì a poco, ma che non poteva dirmi di più per il segreto professionale (era Dark Shadows).

Rimasi molto colpita dal fatto che questo ragazzo di cui non ricordo il nome facesse un lavoro così figo, ma soprattutto dal fatto che facesse esattamente il lavoro che aveva sempre sognato di fare.

«E come hai fatto a farcela?», gli avevo chiesto. Praticamente mi spiegò che aveva imparato da solo, attraverso corsi online e forum e altre mille cose da nerd, confrontandosi quotidianamente con un sottobosco informatico/creativo da cui aveva attinto per sviluppare conoscenze, esercitarsi, cercare consigli e feedback. Aveva poi inviato CV ad alcune società che gli interessavano (non è che ce ne siano propriamente moltissime), finché questo studio di Piccadilly gli aveva risposto, e le cose erano andate come dovevano andare. In università aveva studiato lingue orientali. «Ma non mi è servito a niente». E, di fatto, aveva studiato quelle robe lì degli effetti speciali di notte, da solo, sacrificando il suo tempo libero.

La morale di questa storia è: se nevica un botto e decidi di stare a casa perché non hai sbatta di uscire, non lamentarti cinque anni dopo se ancora non stai facendo il lavoro della tua vita.

Stay Tuned

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P.S. Penso che il graffito fosse questo, il che vorrebbe dire che il pub era a Fitzrovia e che ora (o anche allora?) si chiama The Lucky Pig.

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Cosa è stata, in verità, Londra

Oggi Facebook mi ha riproposto una foto di quattro anni fa, scattata agli scatoloni che avevo fatto quando ho lasciato Londra.

Non è vero, non ho mai pubblicato una foto di questo tipo, ma soprattutto ho disattivato quella funzione di Facebook che ripropone ricordi non richiesti più o meno ogni dì. Però, è vero che ho lasciato Londra circa quattro anni fa, postando questo video del signor Banks quando mi sono licenziata da quella che chiamerò la mia banca, e questo saluto qui, che accumulava mi piace mentre io ero uscita a salutare per l’ultima volta la centrale di Battersea.

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Il primo gennaio del 2013 mi sono ritrovata a Parigi e poi il tempo ha iniziato a passare in maniera troppo frenetica. Solo recentemente mi è venuta voglia di tornare a fare un giro a Londra «per piacere», e ripensare a quella che di fatto è stata allo stesso tempo l’esperienza più difficile della mia vita da expat e il motivo per cui ho deciso di continuare la mia vita da expat.

Alle feste tra expat a Londra (quasi tutte le feste sono tra expat perché gli inglesi amano vivere nel Surrey et similia e io per esempio di londinese vero ne ho conosciuto solo uno) ci sono sempre due gruppi di persone: quelle che sono appena arrivate e sono entusiaste, e quelle che sono a Londra da un po’ e stanno pensando di andarsene, per tornare a Milano o traslocare in altre città europee a dimensione più umana o, nella versione più estrema, in America o a Singapore. Si può dire che il mio shift dal gruppo degli entusiasti al gruppo di quelli che ne avevano abbastanza di Londra sia avvenuto molto presto, in parte anche perché, pur avendo già più di venticinque anni, ero ancora una fluorescent adolescent con la tendenza ad annoiarsi in fretta, in parte perché trascorrevo molte ore al lavoro e nel tempo libero andavo ai concerti da sola.

Anche tra gli italiani a Londra ci sono sempre due gruppi di persone: quelli che hanno fatto la Bocconi e lavorano in finance o in altri settori o posti dove c’è un dress code «business casual», stipendi belli e ore di lavoro generalmente assurde, e quelli che sono arrivati a Londra per inseguire i loro sogni e lavorare nella musica o in qualsiasi altro campo creativo. Generalmente, i primi hanno appartamenti eleganti, in centro, che però non si godono mai perché lavorano sempre e quando non lavorano dormono o vanno fuori ad ubriacarsi. I secondi vivono fuori dalle zone 1 e 2, in appartamenti condivisi con quattro o cinque persone, e lavorano da Caffé Nero oltre che inseguire i loro sogni. Sempre generalmente, i primi si stufano piuttosto in fretta di Londra, e dopo un po’ iniziano a dire che vogliono trasferirsi in Svizzera. I secondi mantengono un entusiasmo e un amore per la loro vita londinese che gli ho sempre invidiato,  nonostante i rientri lunghissimi con i mezzi pubblici per tornare a nord di Kilburn alle due di notte al sabato sera.

Londra, in un certo senso, è stata una scintilla esplosa in fretta ma anche un sogno che ho lasciato accartocciare su se stesso. Ma è stato anche il posto in cui sono successe tutta una serie di cose carine. Per esempio, ho vinto i biglietti per un concerto dei Placebo il giorno dopo il mio compleanno, e ho fatto entrare degli amici in un club di Chelsea urlando loro «Dite che siete alla festa di Laetitia!». Il buttafuori non voleva farli entrare, perché il club era pieno, e io ero lì alla festa di Laetitia, una ragazza francese che in realtà neanche conoscevo. Al che, il buttafuori mi ha chiesto «Are you Laetitia?», e io ho risposto sì. E lui ha iniziato a scusarsi dicendomi «I’m sorry, love, I know it’s your birthday and it sucks, but the club is full and I can’t let your friends in…», finché io ho fatto una faccia dispiaciuta e il suo collega ha fatto cenno ai miei amici di entrare.

È stato il posto delle spese fugaci da Tesco alle nove di sera, di quando vivevo in una scatola di 17 metri quadrati in un residence universitario a Barbican e ascoltavo moltissimo Vasco Brondi, tant’è vero che avevo iniziato a scrivere un po’ come lui. Era quasi una figata, ma una figata triste, il residence che è ancora indicato come mio indirizzo sulla carta d’identità che uso tutt’ora e sarà valida fino al 2021, e dove ho visto con mio padre la finale della Coppa del Mondo del 2010.

E quando ho deciso di cambiare casa e dovevo liberarmi della scatola di 17 metri quadrati e avevo messo un annuncio su Gumtree, era arrivato a vederla un ragazzino che di lì a poco avrebbe cominciato uno stage in finance,  ed era il giorno dopo il Royal Wedding e qualcuno aveva vomitato nell’atrio, giù da basso, e io non avevo fatto in tempo a passare l’aspirapolvere nella mia camera, ma nonostante tutto lui mi aveva detto che l’«appartamento» era bellissimo e pulitissimo e che io non avevo idea di cosa fosse la sporcizia di un residence universitario vero.

Allora fumavo, e con la mia amica giapponese che come prima cosa quando ci siamo conosciute mi aveva detto «I’ve been to Concorezzo!» fumavamo come delle scappate di casa le sigarette fatte a mano, prima di andare a prendere per pranzo il sushi e i falafel dispatchati in contenitori plasticosi, pagati un rene, e consumati poi davanti ai doppi schermi dei nostri desk.

Poi era arrivata l’età dell’oro, cioè il momento in cui mi sono trasferita verso Pimlico con un’amica che mi attaccava grossi cartelli con scritto LOL sulla porta della camera e aveva il bel vizio di chiudersi fuori di casa facendo il bucato proprio quando io il weekend ero tornata a Milano. I vicini al piano di sopra erano due pakistani, uno consulente e l’altro medico. Con il primo, tifoso del Manchester, avevo visto Juventus-Chelsea 3-0 con terzo gol di Giovinco («the atomic ant», gli avevo spiegato) e lui che in quell’occasione tifava Juventus. Con il secondo una volta stavo camminando per andare verso la metro e lui si è dovuto fermare a soccorrere una persona accasciatasi a terra per strada, e io per non arrivare tardi al lavoro ho dovuto tirare dritto senza salutarlo.

Abitavo già verso Pimlico quando Amy Winehouse è morta, quando ho deciso di appendere al muro della mia stanza la foto del bacio nella rivolta di Vancouver che in seguito è finita sulla copertina di un album dei Placebo, quando ho dovuto passare il Natale a Londra e per pena una mia collega mi ha prestato un albero di Natale che ho fatto con gli amici che erano venuti a trovarmi. Quando ho fatto volontariato nella scuola ebraica, quando da Le Luci della Centrale Elettrica ho iniziato ad ascoltare gli Amor Fou. Quando è andata a fuoco la lavanderia di fronte a casa (che adesso è una specie di caffetteria fighetta) la domenica notte dopo la mia visita in solitaria alle scogliere di Dover, e quando ho capito che stavolta questa storia di Londra era finita davvero.

Era iniziata vicino a Saint Paul’s e a quel ponte che c’è sulla copertina del Senso di Una Fine, con me che lo percorrevo dopo una serata con i colleghi, tenendo ancora in mano una bottiglia di Corona che ho abbandonato davanti al parco con le targhe in memoria di quelli che sono morti per qualcun altro. È continuata con io che per tutto il tempo che ero là cercavo di trovare il modo più rapido e indolore di ritornare a Milano. Ed è finita che quando finalmente avevo iniziato ad amare Londra, non di quell’entusiasmo incontenibile delle prime settimane, ma di un affetto un po’ pacifico un po’ rassegnato che può durare, mi sono trasferita a Parigi.

È andata avanti due anni e mezzo ma mi sembra siano stati dieci. Prendere quel treno subacqueo sarà sempre un po’ così.

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Stay Tuned

Cosa ho letto questa primavera

Vi delizierò oggi con le recensioni brevi dei libri che mi hanno fatto compagnia durante la primavera, ovvero la stagione che teoricamente dovrebbe essere caratterizzata da giornate di sole e dai primi caldi. Non è andata proprio così, quindi è più corretto dire che questi sono alcuni dei libri che ho letto all’incirca tra il 21 marzo e il 21 giugno di quest’anno.

taglioAlta_001321Robert Galbraith, Il Baco da Seta, Salani. Chiaramente non è Harry Potter, ed è assai improbabile che io avrei mai letto uno solo di questi libri se non si fosse scoperto che Robert Galbraith è in realtà J.K. Rowling. Tuttavia, devo ammettere che per me i romanzi della saga dell’investigatore privato Cormoran Strike sono ormai diventati un must-read. Ho dunque divorato in un paio di giorni il racconto dell’indagine sul caso della scomparsa dello scrittore Owen Quine, noto per essere uno sboccato provocatore. La seconda avventura di Strike è ambientata nel mondo dell’editoria londinese, tra rancori repressi, personaggi ambigui e colpi di scena alla Rowling. Devo ammettere, però, che Il Baco da Seta si è rivelato per me meno avvincente del suo predecessore Il Canto del Cuculo, forse a causa dell’ambiente in cui la vicenda si svolge, forse per la caratterizzazione e la descrizione di Londra meglio riuscita e più presente nella prima opera firmata da JKR con lo pseudonimo Robert Galbraith. Il fatto che il secondo capitolo di un’opera sia meno avvincente del primo è un po’ fisiologico, e immagino che più la saga (potenzialmente infinita) andrà avanti, più i romanzi perderanno smalto, ma resto fiduciosa e sicuramente sarò tra i lettori del prossimo capitolo, Career of Evil, in uscita il 22 ottobre.

nottiregrandeArnaldur Inridason, Le Notti Di Reykjavíc, Guanda. Chi mi conosce e chi segue questo blog da un po’ sa bene che l’Islanda è uno dei miei paesi preferiti senza esserci mai stata. Questo è successo principalmente a causa dei Sigur Rós, che ascoltavo spesso durante gli ultimi anni di università e che restano tutt’ora una delle poche band che riesco ad ascoltare senza perdere la concentrazione mentre scrivo o lavoro. Evocare il nome dei Sigur Rós farà venire in mente a molti di voi un’Islanda fatta di paesaggi surreali, montagne e cieli verdi, in cui trovare la pace e l’ispirazione, nonostante il freddo. Molto bene; Le Notti di Reykjavíc mi ha portata molto lontano da tutto ciò, facendomi vivere, attraverso le peripezie del poliziotto Erlendur Sveinsson, una vicenda dura, triste, ambientata in una città in cui nessuno sembra voler dare troppa confidenza e la dipendenza dall’alcool è una piaga vera. Il libro, come tutti i gialli, si legge in fretta e fa venir voglia di arrivare alla fine. Se siete appassionati di gialli nordici, probabilmente questo è un libro che vi piacerà nella stessa misura in cui possono esservi piaciuti, per dirne una, i libri della collana Giallo Svezia di Marsilio. Ammetto di averlo letto più per l’ambientazione che per il genere o la trama, tuttavia mi sono affezionata al protagonista, uomo ermetico e solitario, caratterizzato dall’ossessione per le persone scomparse. Lo seguirò ancora leggendo presto Le Abitudini delle Volpi, romanzo che è sulla lista delle letture previste per quest’estate.

61Qgf3lIAkLPatrick Modiano, Bijou, Einaudi. Il mio primo Modiano è stato un libro breve e, dato che per un po’ mi sembrava di non capire dove volesse andare a parare, arrivata circa a metà l’ho ricominciato da capo, convinta di essermi persa qualcosa di fondamentale. Ma non mi ero persa niente, era davvero tutto un onirico rincorrere una persona forse davvero morta, forse semplicemente scomparsa: la madre della protagonista. L’estenuante ricerca, che si consuma in zone più o meno centrali della capitale francese, fino alle scale e ai corridoi stretti degli antichi palazzi haussmanien, è inframmezzata dai ricordi insistenti di un passato che non c’è più, dalle voci in tutte le lingue che escono dalla radio ascoltata dal compagno di Bijou, traduttore. Esplorare Parigi e vedersela letteralmente davanti agli occhi è possibile, in quanto, leggendo queste pagine, si ha la sensazione che i luoghi siano la sola cosa a non essere avvolta da un’aura di immaginazione. Su tutto il resto, si rimane incerti e, per la maggior parte del tempo, scettici e pessimisti. La madre di Bijou è morta davvero? Bijou la troverà? Chi sono gli amici veri o fantomatici che la ragazza incontra durante la propria ricerca? Perdetevi.

9782253153641Anne-Sophie Brasme, Respire, Le Livre de Poche. Normalmente la regola vuole che il libro sia sempre più bello del film, ma in questo caso non è così. In un articolo dello scorso novembre vi ho parlato del film Respire di Mélanie Laurent e, dopo aver letto il libro, posso confermare il consiglio datovi allora: guardate prima il film e poi, se volete, leggete il libro. La vicenda resta più o meno la stessa, anche se una delle due protagoniste, Sarah, nel libro ha un background differente rispetto a quanto proposto nel film, cosa che influenza in parte gli sviluppi della storia. Inoltre, l’ordine con cui vengono narrati gli avvenimenti toglie un po’ di pathos al racconto di Anne-Sophie Brasme. L’autrice resta però giustificabile: aveva solo diciassette anni quando ha scritto Respire, nel 2001. È inevitabile, dunque, che la seppur giovane regista (Mélanie Laurent ha 32 anni) abbia saputo fare di meglio dal punto di vista della narrazione e dell’intrattenimento, pur attingendo alla stessa base. Raccontare l’adolescenza viene un po’ più facile quando se ne è usciti e tutto quell’universo fatto di pulsioni, crisi di identità e follie sembra un po’ più lontano. D’altra parte, per coloro che raccontano storie (scrittori o registi che siano) è necessario calcare un po’ la mano, quando i protagonisti sono i teenager: si tratta infatti dell’unico modo possibile per raccontare l’esageratezza (reale o percepita) della loro rabbia e delle loro emozioni.

copertinamurodicasseVanni Santoni, Muro di Casse, Laterza. E qui cito me stessa e la mia recensione su Finzioni, che vi invito a leggere qui e che vi raccomando, per farvi una vera idea di cosa sia e di cosa rappresenti questo libro.

«Immaginate di trovarvi per la prima volta di fronte a qualcosa che vi è stato sempre dipinto solo in un altro modo, da un altro punto di vista. La vostra situazione sarebbe allora simile a quella in cui mi sono trovata io, mentre leggevo questo libro ed imparavo a conoscere e comprendere la cultura rave e cosa c’è dietro ai suoi protagonisti. A proposito di questo movimento, nato negli anni ’90, ricordo servizi diffidenti ed anche un po’ allarmati dei telegiornali, che lasciavano intendere, senza mezzi termini, che i raver fossero un po’ unamassa di drogati. Ricordo anche la presa in giro, o meglio, la necessità di stabilire una certa distanza rispetto al popolo dei rave, in atto nel mio liceo e in quasi tutti gli ambienti che di conseguenza ho teso a frequentare in seguito, dove nessuno ascoltava la musica tekno o portava le Osiris D3 (Ok, forse qualche skater le indossava. Però, loro ascoltavano Bassi Maestro o Eminem). Grazie a Muro di Casse, ho preso questo mondo e l’ho guardato dall’interno. Attraverso il racconto in prima persona messo in atto prima da Iacopo, e poi da Cleo e Veridiana, ho potuto immaginare di trovarmi con loro a Christiania e poi su un’auto che partiva dall’Italia ed arrivava a Portalegre per un rave. Ho visto Beauvais, tappa d’obbligo per chi arriva a Parigi con la Ryanair, con occhi diversi. C’è tanta avventura dietro ai racconti dei protagonisti di questo libro. C’è libertà, c’è appartenenza».

Questa primavera ho letto anche i quattro libri della saga de L’Amica Geniale di Elena Ferrante. Ma, siccome è una storia lunga, di questo parleremo prossimamente.

Stay Tuned.

La mia maratona di Game of Thrones: tra rito collettivo e traversata epica

*** Contiene spoiler fino alla Quinta Stagione di Game of Thrones ***

Questa primavera ha segnato per me una rivoluzione. Per la prima volta, dopo cinque anni da expat, dopo più di millecinquecento serate spese in salotti più o meno improvvisati, ho a disposizione, davanti al divano, una televisione degna di questo nome. Ciò ha significato, per me, un cambiamento enorme nelle modalità di fruizione dei principali contenuti video di lunga durata con cui mi intrattengo: le serie TV e le partite di calcio. Dopo anni in cui pensavo che non avere la TV ma usare solo il PC rappresentasse il progresso, ho riabbracciato con commozione la comodità di un vero schermo televisivo.

Il destino mi ha premiata in maniera singolare, permettendomi di godere ancor di più di questa esperienza di ritorno all’uso della televisione: gli ultimi mesi sono infatti stati segnati per me da due cose che, per un certo verso, si sono somigliate. Entrambe iniziano con una musica da eroi, entrambe sono durate tanto e sono finite in modo doloroso. Durante questa primavera, per me, la sigla di Game of Thrones e l’inno della Champions League si sono alternati. Entrambi i cammini sono durati moltissimo e si sono conclusi con un misto rabbia, tristezza e disappunto.

Sì, sono da sempre tifosa della Juventus. Ed è per questo che la delusione calcistica è stata di gran lunga superiore. Ma non era di questo che volevo parlare.

Game of Thrones, dunque.

Tempo fa ho letto questo bellissimo articolo di Jacopo Cirillo su Studio. Sono rimasta colpita dalla sua capacità di descrivere così bene, attraverso la definizione di «respiro del mondo», il senso di attesa collettiva, di bisogno di rispettare un appuntamento, provato anni fa dai fan della serie Lost. Il binge-watching è ormai sdoganato grazie a Netflix e, come si legge giustamente nell’articolo, «ci sta liberando dalla schiavitù dell’attesa ma, allo stesso momento, ci sta anche negando il piacere di aspettare tutti insieme».

Forse io ho sbagliato tutto, perché anche Lost l’ho vista in binge-watching, in pochi mesi, nel 2010. Era un momento della mia vita piuttosto piatto, tra la discussione della tesi specialistica e la partenza per Londra.  Facendomi prestare i cofanetti DVD ho consumato, in un arco di tempo ridotto, le emozioni provate dai veri fan nel corso di diversi anni. Stavo ancora vedendo la quarta serie, mentre su Facebook (che nel frattempo era nato e si era diffuso) iniziavano a comparire commenti delusi sull’ultimissima puntata. Quando ho guardato Lost, sono corsa dietro ai fan della prima ora, ma non abbastanza rapidamente da fare ancora in tempo ad esser parte del rituale, del fenomeno di costume, del «respiro del mondo».

Anche con Game of Thrones sono corsa dietro a tutti. Qualche sorpresa del telefilm è stata rovinata in corso d’opera. Da me stessa, consapevolmente, perché avevo letto il primo libro e dunque ero già rimasta sconvolta dal fatto che la testa di quell’uomo che credevo fosse il protagonista di tutta la serie sarebbe rotolata via prima della fine della prima stagione. A causa di commenti e meme condivisi sui social dai miei contatti, sapevo che Catelyn Stark sarebbe stata sgozzata, che qualcuno sarebbe morto con i pollici affondati in profondità nelle orbite, che per Sansa non ci sarebbe stata #maiunagioia. Grazie a Dimentica il mio nome di Zerocalcare, pensavo di sapere che Jon Snow sarebbe morto molto prima e che Ghost sarebbe stato al suo fianco in quel momento. Ma soprattutto, dettaglio non indifferente in una serie come Game of Thrones, in ogni serie sapevo chi sicuramente non sarebbe morto, perché c’era nelle locandine e della serie successiva.

Nonostante l’impossibilità di restare totalmente indenne agli spoiler, con Game of Thrones sono corsa dietro a tutti e sono riuscita a riprenderli giusto in tempo per la fine della quinta stagione. Lo scorso lunedì sera, la soddisfazione è stata quella di poter dire «Ma noooooo!» insieme a tutti gli altri, di poter finalmente cercare l’hashtag #GoTfinale su Twitter senza paura. E, finalmente, sentirmi parte di un rito collettivo, di quella massa di persone emotivamente scosse dai fatti di Westeros.

Con Game of Thrones, ho potuto dunque sperimentare le due cose: il rush emozionale, il bisogno e il fanatismo da tossici scatenato dal binge-watching, e il senso di appartenenza ad una comunità generato dalla ritualità, dal vedere la puntata tutti allo stesso momento e sentire il bisogno di parlarne con qualcuno. E se ai tempi di Dawson’s Creek il gruppo di persone con cui si poteva parlare della puntata di un telefilm il giorno successivo alla messa in onda era ristretto a qualche compagno di classe, ora, con Twitter, si possono scoprire le reazioni di tutto il mondo.

Ma tutta questa cosa ha avuto un senso perché, effettivamente, Game of Thrones è uno show che ti invoglia a tifare per un personaggio, emozionarti, sperare che i tuoi preferiti non muoiano. La storia ti incolla allo schermo per continuare a seguire da una parte la lotta sul campo di battaglia, dall’altra la danza degli intrighi amorosi e politici.

In tutto ciò, bisogna anche considerare che io detesto guardare le scene di violenza e di sangue, quindi ci sono stati momenti in cui ho visto ben poco. Questo ha senz’altro influenzato il mio percorso. Del red wedding, per esempio, non ho visto nulla. Ho chiuso gli occhi appena è partita The Rains of Castamere e ho detto: «Raccontami cosa succede!». Per poi sentire chi guardava con me urlare: «Hanno ucciso la moglie! È morto! È morto Rob! È morta la madre… SONO MORTI TUTTI!!!»

Ci sono stati, poi, momenti in cui lo streaming ci ha tradito. Come nella puntata 4×02 in cui, poco dopo aver detto «Ma quelli sono i Sigur Ròs!» ho visto il video arrancare e poi interrompersi. E ho detto «Andiamo a letto, mancano solo dieci minuti. Cosa vuoi che succeda in dieci minuti». In quei dieci minuti, visti il giorno successivo, mi sono trovata ad esultare come allo stadio per la morte di Joffrey.

E ci sono stati momenti in cui ho pensato che fossimo ormai alla frutta. Come quando, tirando fuori le pentole dalla lavastoviglie, la persona che lo stava guardando con me ha detto con fare serio, ammirando la lucentezza di una padella: «Valyrian Steel». O come quando, in ufficio, mi sono ritrovata questa proprio dietro la porta del bagno.

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L’aveva appesa,  al momento giusto, un mio collega irreprensibile che ormai da settimane ascoltava i miei racconti a senso unico senza rivelarmi nulla. Lui intanto stava vedendo la stagione cinque; era in pari col resto del mondo.

Non mi piace che muoiano sempre tutti, ma in fondo, non posso farne a meno. Reduce dal binge-watching compulsivo, e per questo ancora più in astinenza, non vedo l’ora che si riattivi il «respiro del mondo». Non vedo l’ora che la musica incalzante riprenda, mentre le città cominciano a formarsi come nel miglior gioco di costruzioni per i grandi. Non vedo l’ora che il fanatismo riprenda sui social, tra le pagine ironiche e i lamenti e i social-drammi per chi è morto questa volta.

Mancano nove mesi.

Valar morghulis.

Stay Tuned.

Un libro che mi ha fatto sentire in colpa

Scrivere un libro è un po’ come correre una maratona, la motivazione in sostanza è della stessa natura: uno stimolo interiore silenzioso e preciso, che non cerca conferma in un giudizio esterno.

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Quando ho iniziato a leggere L’Arte di Correre di Murakami, temevo che non mi sarebbe piaciuto. Innanzitutto, perché da tempo stavo attraversando una fase di stanca e distacco cronico da Murakami, dopo un periodo in cui avevo letto avidamente diversi suoi romanzi. Poi, perché non si trattava di un romanzo, cioè non era il tipo di testo che leggo di solito.

Poi è arrivato questo incipit:

Oggi è il 5 agosto 2005, un venerdì. Isola di Kauai, arcipelago delle Hawaii, costa nord. Il tempo è così bello che quasi viene a noia. Al momento non c’è una nuvola in cielo, non c’è nemmeno un’allusione all’idea di nuvola. Sono arrivato qui alla fine di luglio e come al solito ho preso in affitto un appartamento.

La prima sensazione che ho provato è stata l’invidia. A Murakami basta una frase per farci immaginare di essere al mare, circondati da un senso di pace, liberi di dedicarsi alla scrittura – si tratta di un lavoro, sì, ma un lavoro amato – e poi di uscire a correre per sfogarsi. È la situazione ideale, idilliaca rispetto alla realtà di tutti i giorni, all’ufficio e al jogging praticato al chiuso, in palestra, o sui marciapiedi, respirando inquinamento.

Andando avanti, L’Arte di Correre mi ha fatto provare senso di inadeguatezza. Perché la chiave di tutto, sia nella scrittura che nello sforzo fisico della corsa, è la volontà. Per far nascere una storia, dar vita ai personaggi, costruire un romanzo, ma anche, più semplicemente, per scrivere con continuità, ci vuole la volontà. Una volontà che Murakami ha trovato a partire dai trent’anni, dopo aver deciso di concludere la propria avventura come proprietario e gestore del jazz bar The Peter Cat. La stessa volontà che, a partire dal trentatreesimo anno di età, l’ha reso un formidabile atleta, capace di imprese quali la maratona sul percorso originale ma in direzione ostinata e contraria, cioè da Atene a Maratona, e l’ultra-maratona (100 kilometri), a Hokkaido. Una volontà che io fatico a trovare, mentre Murakami sta seduto e scrive, e poi, quando ha bisogno di rimettere in moto il proprio corpo, corre o si dedica al triathlon. Il sacrificio e il desiderio di superare l’ennesimo limite lo sostengono nell’impresa. I risultati solo raramente lo deludono.

La fusione perfetta tra il Murakami scrittore e il Murakami maratoneta lo fa apparire come un modello. È impossibile non desiderare di poter raggiungere questo equilibrio quasi sovrannaturale.

La sensazione che questo libro mi ha lasciato, infine, è un forte senso di colpa. Per non avere la stessa volontà di scrivere e di dedicarmi allo sport, due attività che, praticate con costanza, mi farebbero stare meglio. Per non avere la forza di trasformare un’attività saltuaria in un ritmo.

Un ritmo costante, capace di regalare serenità e libertà.

Murakami Haruki, L’Arte di Correre, Einaudi.

Stay Tuned

Irish Goodbye

An Irish Goodbye involves leaving a gathering, perhaps at a pub, bar or boozing hole, without so much as a “good day, boyo” to your compatriots. (cit).

L’espressione Irish Goodbye viene usata per indicare il comportamento di chi lascia un evento, tipo una serata in un pub, senza passare a salutare gli altri. Insomma, andarsene da una festa senza salutare nessuno, per paura che ti convincano a prendere un altro drink. Conosco persone in grado di farlo, e le ho sempre invidiate per la loro capacità di abbandonare silenziosamente feste o serate con i colleghi che in realtà non si rivelavano così piacevoli come avrebbero dovuto. Il senso di colpa mi ha sempre fatta sentire obbligata a passare a salutare, cosa che implica, come è risaputo, la perdita di almeno un’ulteriore ora in chiacchiere, nonché l’ordinazione forzata della famosa ultima birra.

L’espressione, però, è anche usata per l’indicare il comportamento con cui si tronca una relazione a metà senza dare spiegazioni.

The IGB is also a powerful relationship technique. (sempre cit, e poi traduco)

Le cose vanno così: la persona A è stanca di uscire con la persona B, non per mancanze reali dalla parte della persona B (la maggior parte degli osservatori esterni si troverebbero concordi nel dire che la persona B ha abbastanza ragione). La persona A decide dunque di evitarsi un bel mal di testa ed una dovuta spiegazione, lasciando semplicemente cadere ogni contatto e dirigendosi verso nuovi lidi. La persona B si trova confusa a causa dell’improvvisa mancanza di contatti, non sentendosi colpevole di alcunché e avendo fino a quel momento pensato che la persona A avesse passato dei bei momenti durante il tempo trascorso insieme. 
La persona B cerca dunque di riprendere i contatti con domande semplici, e aspetta di avere una risposta. Non fidandosi dei mezzi di comunicazione moderni («forse non gli è arrivato il messaggio…»)  prova 2 o 3 volte a raggiungere la persona A, che tuttavia non diverge dal proprio piano iniziale […] . 

Pare, francamente, che l’Irish Goodbye permetta di risparmiarsi una conversazione imbarazzante, o un ancor più imbarazzante incontro faccia a faccia. O, ancor peggio, una lettera del tipo «Cara Persona B…». In questo modo, tutti escono vincitori, a nessuno tocca sentire frasi del tipo: «Non sei tu, sono io», o «Sono semplicemente troppo occupato per una relazione, in questo momento», o «Per qualche motivo, l’unica cosa che ho voglia di fare è prenderti a schiaffi».

Tutto questo, per dire che un Irish Goodbye è stato più o meno quello che è successo: ho smesso di scrivere senza dare spiegazioni, e senza un apparente motivo. A differenza di quello che facevo in gioventù, quando avevo l’abitudine di scrivere in un post per dire che avrei smesso il blog e poi ricominciare a scriverlo il giorno dopo.

Comunque, felici di tornare.

guinness1

«Cosa hai fatto in tutto questo tempo?

Sono andato a letto presto».

(Cit.)

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