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#2 Litigare con Jonathan Coe, riconciliarsi con Jonathan Coe

Il primo libro di Jonathan Coe che ho letto, La Casa del Sonno, mi aveva stregata. L’ho ricevuto in regalo da un amico che avevo ospitato a Londra e l’ho letto proprio nel periodo in cui sapevo che presto avrei lasciato la città. Mi ha lasciato, quindi, una sorta di nostalgia del Regno Unito prima ancora di essermene andata. E, con essa, la sensazione che con questo romanzo Coe avesse tirato un colpo di biliardo al triangolo di palline posato al centro del tavolo; talmente perfetto da dover poi soltanto stare a guardare mentre piano piano tutte le palline andavano in buca. Ricordo di averlo letto a settembre 2012, un po’ sulla Victoria Line un po’ nei giardini della Tate a Pimlico. E di aver pensato che Coe sarebbe diventato uno dei miei scrittori preferiti.

Eppure ci ho messo più di un anno per leggere un altro suo romanzo, trovato per caso in biblioteca, Donna per caso, o forse il titolo suona ancora più bello in inglese: Accidental Woman. Ne ho parlato qui, nell’ottobre 2013, consapevole che fosse un romanzo d’esordio, e a cui quindi potevo perdonare alcune cose, come certi margini non perfettamente definiti, mentre la vita della protagonista scorreva senza infamia e senza lode e il narratore assumeva in modo forse eccessivo quel ruolo di osservatore esterno che non manca di puntellare la storia con osservazioni ironiche e saccenti. Promosso, però.

E poche settimane dopo, nel novembre 2013, mi sono lasciata tentare da Expo ’58, che allora era il romanzo più recente di Coe e che ricordo di aver letto su un Eurostar. Ma questo libro mi ha deluso, come ho scritto anche qui, in parte perché l’avevo trovato troppo banale rispetto a La Casa del Sonno, in parte perché mi erano mancate troppo le tipiche atmosfere british di Coe (è ambientato a Bruxelles).

È stato così che ho iniziato ad abbandonare questo autore, per poi iniziare La Famiglia Winshaw una prima volta a febbraio 2015, lasciarlo a metà, e poi riprenderlo in mano solo molto tempo dopo, nel dicembre 2016. Il motivo per cui avevo iniziato La Famiglia Winshaw è molto semplice: normalmente adoro le saghe familiari, quindi per me questo romanzo prometteva bene. Ma era troppo lento, con troppe sovrapposizioni e storie parallele che intralciavano quello che a me interessava veramente: lo scavare nel passato dei rampolli Winshaw. Lasciato (neanche) a metà una prima volta, mi sono convinta a riprendere in mano questo romanzo perché volevo leggere Numero 11, che è uscito nella primavera del 2016 e che contiene appunto accenni a La Famiglia Winshaw (ma non è un sequel, potrebbe essere letto tranquillamente in ogni caso, perdendo solo qualche succulento rimando alle vicende che furono). L’ho finito veramente a fatica, ed è stato il punto più basso della mia passione per Jonathan Coe, reo di avermi tradito con un romanzo pieno di lungaggini, inserti e rimandi storici, stralci di lettere perdute.

Ma veniamo a Numero 11, che non solo è il libro più recente di Coe, ma anche l’ultimo libro che ho letto in assoluto. Sulla copertina ci sono un ragno e un grosso «11», elementi che tornano più volte durante la narrazione, diventandone veri e propri fili conduttori. Per la prima volta dopo tanto tempo, ho avuto di nuovo la sensazione che Coe sia riuscito a rispedire in buca tutte le palline del biliardo, anche se con giri più macchinosi e meno fluidi rispetto a quanto avvenuto con La Casa del Sonno, sicuramente per la decisione di toccare molte tematiche socio-politiche durante il tragitto: la politica di Blair, la ricchezza sfrenata della City londinese, i reality show, l’hate speech sui social. Eppure mi ha convinta, ce l’ha fatta, e mi ha riportato anche un po’ di quella sana malinconia british che con Expo ’58 era mancata e con La Famiglia Winshaw era passata in secondo piano perché ho odiato ogni altra cosa. Numero 11 è stato un libro che ho letto con piacere e che mi ha fatto riconciliare con Coe. E ora mi sento meglio.

Stay Tuned.

Eva Dorme

evadormeSulla copertina di questo libro c’è una donna bionda che guarda verso le montagne, verso la valle. E io non sapevo niente. L’unica cosa che sapevo del Trentino-Alto Adige era quella faccenda della regione «a statuto speciale» che ci avevano insegnato alle elementari, e sempre alle elementari collezionavo le schede telefoniche e quelle destinate al Trentino avevano le scritte in due lingue, oltre che essere più rare e valere di più. E poi sapevo anche che quasi tutti i nostri sciatori e gli altri atleti di sport invernali sono italiani ma hanno nomi e cognomi tedeschi, e quando vengono intervistati fanno fatica a parlare la nostra lingua. «È strano parlare con te in italiano», ho sentito dire una volta a Carolina Kostner, che parlava a Isolde Kostner durante un programma sportivo in cui Carolina era intervistata dopo una gara e Isolde era ospite in studio. Carolina e Isolde Kostner sono di Bolzano, che si trova in Alto Adige – Südtirol, e questo libro vi spiegherà qual è la differenza, chi chiama questa regione Alto Adige, chi la chiama Südtirol e perché con il tempo si è mescolato tutto.

E vi spiegherà anche tante altre cose sui Sudtirolesi/Altoatesini, le loro battaglie, le loro pene, la loro identità, concedendosi pochissime licenze rispetto alla storia, il tutto attraverso una saga familiare che vede il suo principio agli inizi del XX secolo e, passando attraverso tre generazioni, arriva fino a Eva, che adesso ha quarant’anni ed è stanca di sentirsi chiedere «Ti senti più italiana o più tedesca?»

La chiave di tutto è Gerda, la madre di Eva, vero personaggio centrale del romanzo, se non altro perché è la più presente, dall’inizio alla fine. E poi è bellissima, è una ragazza madre in un momento storico in cui essere una ragazza madre non era proprio il massimo, e riesce, inspiegabilmente, a resistere ad ogni tipo di difficoltà. A tratti, si ha la percezione che la resistenza di Gerda abbia reso Eva ancora più impermeabile, dal momento che alcune delle scelte della figlia sembrano voler evitare in anticipo alcune sofferenze che sono capitate alla madre. Ed è mentre Eva viaggia verso Sud per riallacciare un ponte con il passato, che al lettore viene narrata la storia di una famiglia che, come tutte, è piena di personaggi dai contorni ben definiti, le cui scelte e comportamenti individuali sono dettati anche dal contesto storico in cui capita loro di vivere.

Le saghe familiari sono il mio tipo di romanzo preferito, quindi Eva Dorme partiva avvantaggiato. Però, sono l’ambientazione e l’inserimento nel contesto storico a rendere questo libro speciale.

Stay Tuned

La questione più che altro

Da quando ho cambiato lavoro passo più tempo in treno, il che non mi dispiace perché ho molto più tempo per leggere, e sto riuscendo a recuperare tutti i romanzi che erano nella mia lista di cose da leggere da mesi.

cover-la-questioneCirca un anno dopo averlo acquistato, sono finalmente riuscita a leggere La questione più che altro di Ginevra Lamberti, edizioni Nottetempo. Di questo libro mi avevano colpito molto già le prime recensioni (tra cui quelle dei miei amici il Sesta e Nellie che hanno parlato bene di questo libro, rispettivamente qui e qui), perché avevo capito che parlava di qualcosa di molto, molto vicino a me e alla mia generazione. La lettura ha confermato queste impressioni:  il romanzo di Ginevra Lamberti mi ha colpita molto perché parla di noi.

Protagonista, al di là della storia, è la mia generazione, quella degli attuali trentenni (o millennials, se preferite), dello stanco trascinarsi per finire l’università per poi non sapere comunque cosa fare, trovare lavori non solo precari ma anche brutti, trasferirsi in città e vivere in case piccole in città grandi, con coinquilini improbabili. Forse non si tratta (più) della fase attuale delle nostre vite, ma sono situazioni che molti di noi hanno vissuto e vivono ancora.

La protagonista del romanzo, Gaia, col suo racconto un po’ disilluso un po’ ironico, parla di call center in cui si incitano gli impiegati con finte competizioni e slogan motivazionali, di caffé mattutini consumati nei centri commerciali, e di luoghi in teoria bellissimi, come piazza San Marco a Venezia, diventati solo vetrine acchiappa-turisti. Anche la famiglia non è più vista come un luogo in cui sentirsi sicuri e coccolati, ma diventa anche la fonte di pensieri tristi e preoccupazioni.

L’ambientazione del romanzo è un personaggio a parte: il posto che la protagonista (tante volte durante la lettura mi è capitato di sovrapporla all’autrice) chiama «la valle dove vivo» è in Veneto, e questo luogo «permeato dalla morte civile, ma esteticamente pregevole» a me ricorda tanto la Brianza che, come sanno quelli che leggevano già questo blog dieci anni fa, è stato lo scenario un po’ nebbioso e un po’ rock’n’roll della mia adolescenza e degli anni dell’università. L’atmosfera da luogo tranquillo e un po’ catatonico e l’avanti e indietro dall’università mi hanno riportata indietro, facendomi venire in mente anche i personaggi di Vasco Brondi (che ad un certo punto della mia vita ascoltavo spesso): perduti nella nebbia, spettri della desolazione dei trentenni anni ’10. La valle dove vive Gaia è quindi una culla che, da rassicurante, diventa un po’ stantia e un po’ tossica, mentre lei muove i primi passi verso un futuro che non sembra avere molto di roseo.

E poi grazie a questo libro, ho scoperto finalmente una cosa molto importante.

Quindi grazie Ginevra Lamberti per averci ritratti in maniera un po’ impietosa ma così vera, nel passaggio strascicato tra quella che è la fine degli studi e l’inizio di un lavoro che non è mai quello che si sognava, per aver raccontato con mestizia la fine di un paio di gatti domestici, e per avermi finalmente insegnato «il termine tecnico per designare la R di Manuel Agnelli».

Stay Tuned

Libri Primavera / Estate (Parte II)

Tra poco è Halloween e, una volta sparite le zucche, nelle vetrine inizieranno ad apparire i gadget natalizi (alcuni, a dire il vero, già li ho visti). Nel frattempo ci ho messo solo un mese per pubblicare la seconda puntata di questo articolo, e quindi, a ottobre inoltrato, posso parlarvi dei libri che ho letto quest’estate. Ma ce l’ho fatta prima del passaggio all’orario solare, quindi sono ancora in tempo.

Parte II – Estate

OITNB BookOrange is the New Black: My year in a women’s prison, Piper Kerman, Spiegel & Brau. Ho acquistato questo libro in un Urban Outfitters a New York, nell’inverno 2015, ovvero in un momento in cui Orange is The New Black era uno dei telefilm che amavo di più in assoluto. Avevo visto solo la prima e la seconda stagione e, dopo aver visto la terza e la quarta, forse non è più molto vero. Comunque, se i telefilm, come è logico che sia, con il passare delle stagioni si usurano, resta il fatto che ho deciso di leggere le memorie dell’anno di reclusione di Piper Kerman perché ho adorato il telefilm che ne è stato tratto (ma che poi ha sviluppato la propria trama in maniera molto libera e indipendente). Non bisogna aspettarsi, però, di trovare nel libro lo stesso elemento di humor che caratterizza il telefilm. Il memoir della Kerman è il racconto della vita in carcere vissuto dal punto di vista di una detenuta “inusuale”, ex brava ragazza wasp che commette un errore e lo paga caro. Oltre al racconto della routine della prigione, con le sue difficoltà, le sue ingiustizie, la solitudine, ci si ferma spesso a riflettere sull’uscita dal carcere (molto più frequentemente rispetto a quanto accade nel telefilm, dove è ovvio che non si possa “far uscire” i personaggi con frequenza). Questo momento è presentato come un’ulteriore difficoltà, oltre che come un traguardo da raggiungere: reintegrarsi nella società non è semplice, specialmente per le detenute che non hanno un posto dove andare e a cui la famiglia ha voltato le spalle. L’aver visto prima il telefilm mi ha forse “rovinato” la lettura, ma penso che, in generale, la serie di Netflix ispirata a questo memoir resti nel suo genere un prodotto molto più brillante rispetto al libro.

murgiaAcabadora, Michela Murgia, Einaudi. Questo libro l’ho ricevuto in regalo da un amico; era il primo libro di Michela Murgia che leggevo, e sicuramente non sarà l’ultimo. Una prima cosa colpisce subito: la Sardegna. L’atmosfera sarda è una costante nel romanzo, avvolge il lettore, che si ritrova catapultato in una realtà atemporale: Soreni, il luogo della narrazione, è intrappolata in un passato che appare costantemente attuale. I protagonisti sembrano parte di un mondo non avvezzo al progresso: gli abiti, la cura dei campi, la terra brulla, tutto sembra richiamare il passato, portarci indietro di qualche decennio, ancora più indietro degli anni cinquanta in cui la storia è realmente ambientata, anche se quel tempo potrebbe essere ieri, oggi, sempre. Infatti ci rendiamo conto che il passato è ancora qui, perché il tema principale del romanzo, l’eutanasia, è ancora parte del dibattito attuale, almeno in Italia. L’autrice lo tratta in maniera delicata ed empatica, attraverso gli occhi della protagonista, la giovane Maria, impegnata a svolgere la matassa del mistero legato all’attività notturna della madre adottiva, la vedova benestante Bonaria Urrai, che ufficialmente è la sarta del paese, si veste sempre di nero, e a volte, quando si fa buio, scompare in segreto. A Maria servirà del tempo, per arrivare a giustificare i silenzi della Urrai.

estasi-culinarieEstasi Culinarie, Muriel Barbery, e/o Edizioni. Questo libro l’ho trovato ad un mercatino dell’usato, lo stesso giorno in cui ho comprato una macchina da scrivere. Mi sono ricordata de L’Eleganza del Riccio e l’ho acquistato sulla fiducia, per scoprire una storia ambientata nello stesso quartiere altolocato di Parigi, dove alla portinaia Renée e al clochard Gégène, personaggi ripresi ne L’Eleganza del Riccio, viene riservato un cameo. Estasi Culinarie è il romanzo d’esordio della Barbery, uscito in realtà sei anni prima rispetto al suo più celebre best seller. È la storia di un critico culinario sgarbato e pieno di sé che, sul letto di morte, cerca di ritrovare «Il Sapore» che gli ha cambiato la vita. In questo scenario, che mi ha ricordato un po’ anche Ratatouille, si alternano monologhi del protagonista, che indaga i propri ricordi, tra aneddoti del passato e degustazioni, e pensieri a ruota libera dei personaggi che con lui hanno condiviso alcuni momenti o una vita intera: la moglie, figli e nipoti, l’allievo prediletto, persino il gatto e, come si è detto, la portinaia ed il barbone che spesso lo incrociavano mentre rientrava a casa. Si tratta di un romanzo leggero, dal finale forse un po’ prevedibile, ma sicuramente piacevole. Unico inconveniente (se si vuole vederlo come tale): fa venire fame!

untitledChanson d’ailleur, Kim Ae-Ran, Decrescenzo. È un libro di racconti, che ho acquistato al Salone del Libro di Parigi, dove nel 2016 il Paese Ospite era la Corea. Le storie di Chanson d’ailleurs sono delicati racconti inseriti in un contesto che, personalmente, non posso dire di conoscere: l’Asia è lontana, Giappone e Cina esportano molti più prodotti culturali nel mondo occidentale e non ho mai visitato la Corea. Gli unici due Coreani che ho conosciuto nella mia vita sono stati una mia compagna di calcio e un tizio che abitava nel micro appartamento accanto al mio a Londra (ma aveva traslocato quasi subito). I protagonisti dei racconti di Kim Ae-Ran hanno tutti un tratto in comune: sono anime infelici e sospese: un tassista che ha troppo tempo per riflettere, una donna delle pulizie che lavora in un aeroporto e vede passare gente di ogni tipo, due amiche con l’ossessione per la manicure ed un viaggio in Thailandia un po’ sfortunato. I personaggi sono puntini dispersi, la linea che li congiunge è il senso di incompletezza che li pervade, un mix di solitudine, nostalgia e disillusione, mentre la fiamma di un affetto o di un obiettivo splende fievole davanti a loro, destinata a scomparire un attimo dopo.

In estate ho letto anche un bel po’ di gialli, ma quelli sono guilty pleasures e, forse, ne parleremo un’altra volta.

Stay Tuned

Libri Primavera / Estate (Parte I)

Non sono allineata con il mondo della moda e non mi sto preparando a lanciare trend per l’anno prossimo, in questo momento in cui è ancora agosto ma in realtà è già settembre e tutti ci stiamo nuovamente rendendo conto di come l’estate, da quando lavoriamo, sia troppo corta rispetto a quando eravamo al liceo. Tre mesi senza obblighi e senza vedere nessuno, nemmeno attraverso internet: ma quanto era bello? Gli adolescenti di oggi, quel vuoto cosmico non l’avranno più.

Negli ultimi mesi ho scritto altrove, di libri su Finzioni, di calcio su Undici, Unusual Efforts e Ateralbus, ma ho pure letto qualche libro meritevole. Ecco qua.

Parte I – Primavera 

Disrupted_My_Misadventure_in_the_Start-Up_Bubble_2016_Book_CoverDisrupted! My Disadventure in the Start-up Bubble, Dan Lyons, Hachette. L’autore di Disrupted! è un ex redattore di Newsweek, dove teneva una rubrica ironica sul mondo della tecnologia. In questo libro, racconta senza mezze misure la propria esperienza nel dipartimento Marketing di HubSpot, startup della Silicon Valley. Lyons ha più cinquant’anni quando entra a far parte del mondo dei techies, degli unicorns, e dei manager twenty-something che arrivano in ufficio in skateboard. Inutile dire che si sente un pesce fuor d’acqua, un po’ per l’età un po’ per il sistema di “valori” tipico delle startup, e in Disrupted! ha parole taglienti per tutti, dalle colleghe descritte come mean girls agli eventi organizzati gigante del software Salesforce, ai millennials per che sono «pronti a rinunciare a un salario più alto perché pensano che avere un distributore di caramelle in ufficio sia cool». Sicuramente, questa lettura fa cambiare percezione sul mondo delle startup, presentando HubSpot come una realtà disorganizzata, in cui nessuno sa cosa fare e i manager non hanno in mente una direttiva di business chiara, e la Silicon Valley come un mondo di squali, invaso da speculatori finanziari che però, a differenza di ciò che avviene a Wall Street, vogliono presentarsi come imprenditori che hanno come obiettivo quello di portare avanti progetti destinati a “rendere il mondo un posto migliore”. Ho deciso di leggere questo libro perché spesso ci viene propinato il mito della Silicon Valley, facendoci pensare che le startup siano il migliore degli outcome di carriera possibili, un vero mix di coolness, potere e possibilità di fare i soldi con “un’idea carina”. Lyons smonta tutto, svelando meccanismi ancor più crudeli di quelli messi in atto dalle grosse corporate e mettendo alla berlina i colleghi di HubSpot e tutti gli attori del mondo della Silicon Valley. La prima parte del libro (che non sarebbe corretto chiamare romanzo, perché racconta una storia vera, mascherando solo i nomi, ma solo in alcuni casi) risulta coinvolgente e divertente, si ha l’impressione che si squarci un velo destinato a farci scoprire gli aspetti oscuri di un mondo che la mia generazione normalmente idealizza. Ad un certo punto, però, subentra la razionalità, insieme alle considerazioni sull’ego dell’autore e sul suo punto di vista univoco e inflessibile, tant’è che sul finale si arriva a mal sopportarlo. Resta comunque una lettura interessante, anche dal momento che Lyons è un riferimento per quanto riguarda la satira sul mondo Tech e le parodie witty: per anni è stato autore del blog parodia Fake Steve Jobs e, chicca per gli appassionati delle serie TV, è stato anche coautore di un episodio di Silicon Valley.

il-grande-animale-d475Il Grande Animale, Gabriele Di Fronzo, Nottetempo. Probabilmente in molti avete già sentito parlare di questo libro, magari grazie a questo articolo di Studio. Il protagonista de Il Grande Animale è un tassodermista molto dedito al lavoro, che narra nei minimi particolari le “operazioni” svolte sugli animali, come se ogni volta si trattasse di un rituale, una cerimonia. Il vero protagonista di questo romanzo, però, è il concetto di vuoto. Nella descrizione dei “lavori” del tassodermista si esplorano i concetti di vuoto e morte che gli strisciano accanto, non solo per l’attività che si trova a svolgere nel quotidiano, ma anche perché, nel frattempo, si ritrova a dover accudire il padre malato. Ciò che colpisce di questo libro è senz’altro il modo insolito di arrivare a trattare un interrogativo esistenziale abbastanza comune, ribaltando le prospettive sul vuoto e sulla morte. Leggendo, io ho avuto l’impressione che la storia mi venisse raccontata direttamente dal narratore. A bassa voce, facendo scorrere le parole lentamente, davanti a un bicchiere, seduti a un tavolo di legno. Da leggere per esplorare le nuove frontiere della narrativa italiana.

La_Lettre_a_HelgaLa lettre à Helga, Birgisson Bergsveinn, Zulma. Ho acquistato questo libro al Salone del Libro di Parigi perché, proprio nel periodo in cui mi apprestavo a preparare il mio viaggio in Islanda di quest’estate, sono capitata davanti al banco d’esposizione di Zulma, una casa editrice che pubblica voci da tutto il mondo e che propone copertine fichissime. La storia è quella di Bjarni, un pastore islandese che, ormai anziano, scrive una lettera all’amante di una vita, l’unica donna in grado di scaldarlo e generare in lui emozioni forti. Il lungo monologo del protagonista esplora, oltre alla passione per Helga, la semplice realtà che lo circonda: l’allevamento di montoni, le pesche in solitaria, i lunghi inverni. Il romanzo è del 2013 e ad oggi non mi risulta che sia stato tradotto in italiano (in inglese sì, però, e si intitola Reply to a letter from Helga). Qualche mese dopo aver letto questo libro, ho visto un film che mi ha fatto pensare alla storia di Bjarni, Rams – storia di due fratelli e otto pecore. Rams non ha la componente “storia d’amore tormentata” propria di La lettre à Helga, ma descrive una realtà simile: un piccolo paese, due anziani fratelli dediti all’allevamento dei montoni, una vita fatta di cose semplici, dove però sopravvivere all’inverno può essere un’impresa. La solitudine, il fatto di poter conoscere solo poche persone nell’arco di un’intera vita, com’è d’inverno quando non riesci neanche a uscire di casa perché è caduta troppa neve: queste cose non riusciremo mai a capirle appieno, sebbene sia facilissimo innamorarsi dei paesaggi islandesi fino ad arrivare a pensare che sarebbe bellissimo vivere in una fattoria sperduta nel verde, poco lontana da una cascata o un fiordo.

 

In Primavera, in realtà, ho letto anche Purity di Franzen, ma quello meriterebbe un articolo a parte. Poi ho letto una serie di libri prima e durante il mio viaggio in Giappone, ma di quelli ho parlato qui.

Stay Tuned

Gli Altri Settentrioni

Sono sempre stata affascinata dal Nord, da paesaggi e abitudini così lontane dalle nostre. Non so cosa mi piacesse, in particolare, dell’idea di Nord che avevo: forse il fatto che la gente fosse più riservata e scostante, forse i colori, forse il freddo, la presenza della neve. Adoravo tutte queste cose, specie prima di andare a vivere in città dove fa molto meno caldo e si vede meno spesso il sole, rispetto all’Italia.  Un affetto recondito e una passione inspiegabile per film e libri scandinavi sono rimasti, per questo ho accolto con interesse l’invito, da parte di un amico, a leggere L’isola pianeta.

L’isola pianeta – E altri settentrioni è un Adelphi pieno di sorprese, racchiude racconti di viaggio di Giorgio Manganelli, con tappe in Svezia, Norvegia, Danimarca, Islanda, Isole Far Øer, Finlandia. Anche la Germania trova però il suo spazio, con Lubecca e Amburgo.

Quello che c’è di speciale in questo libro è innanzitutto il fatto che a tratti sembri un libro fotografico: il racconto di viaggio sembra essere accompagnato da diapositive. Si descrivono i paesaggi naturali mozzafiato, le città, piccole e grandi, i quartieri «della perdizione» (Christiania, St. Pauli). Ciò che rende il libro veramente speciale è però lo sguardo così attento sui locali, sulle loro abitudini e credenze: è affascinante cercare di capire cosa rende questi popoli così simili e, allo stesso tempo, diversi tra loro. L’analisi delle varie lingue parlate in Scandinavia, in Finlandia, in Islanda e sulle Far Øer è già da sé una sorta di mappa che racchiude significati storici e culturali importantissimi per questi popoli in bilico tra la civiltà e i ghiacci.

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Attraverso questo libro, a tratti, si ha quasi l’impressione di entrare nelle case degli schivi abitanti del Nord, che nella nostra testa immaginiamo un po’ vichinghi, un po’ creature magiche. C’è spazio anche per cercare di capire qualcosa di più delle città del nord Germania, anche se in fondo sentiamo i tedeschi molto più vicini a noi.

Se l’«isola pianeta» è l’Islanda, con la sua natura selvaggia e i paesaggi estremi, ogni realtà del Nord è in realtà descritta da Manganelli come un piccolo mondo eccentrico. Il libro è una via di mezzo tra un diario di viaggio e un saggio, ed è un’ottima lettura per gli appassionati di cultura Nordica e per tutti coloro che siano in procinto di recarsi nel profondo Nord.

Stay Tuned

 

Dave Eggers e l’ossessione moderna: Il Cerchio

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Il Cerchio è un libro per molti versi spaventoso. In questo romanzo, Dave Eggers ci racconta la storia di Mae Holland, una giovane appena assunta dal colosso tecnologico Il Cerchio, azienda immaginaria ispirata non tanto lontanamente a Facebook e Google.

L’ambiente intorno a Mae appare oppressivo fin dall’inizio: l’ufficio è un campus che comprende negozi, palestra, camere per restare a dormire e altre amenità, e gli impiegati (i Circler) sono obbligati a partecipare a diversi eventi serali che dovrebbero essere ricreativi, ma in realtà sono obbligatori. Mae si ritiene privilegiata per essere stata assunta dal Cerchio e pensa che questa sia una grandissima opportunità per la sua crescita personale, per questo tiene a farsi vedere sempre efficiente e a stringere amicizia con gli altri colleghi in ogni possibile occasione. Fin qui, però, tutto è relativamente normale, nel senso che chiunque abbia lavorato per una grande azienda (specie se americana) sa che queste dinamiche sono piuttosto comuni in questo tipo di realtà.

La parte veramente agghiacciante è quella che a poco a poco mette a nudo comportamenti di estrema condivisione di informazioni personali attraverso la tecnologia, secondo i diktat «La Privacy è un Furto» e «I Segreti sono Bugie». Il Cerchio fomenta la continua condivisione e la creazione di rapporti virtuali con le altre persone, attraverso un meccanismo perverso di tag e di flussi di status, link, fotografie. Gli impiegati, oltre che per la performance nei loro compiti lavorativi, sono valutati anche in base alla loro partecipazione attiva sui social network e alla loro capacità di saper influenzare gli acquisti dei loro follower. Sounds familiar? Certo, ricorda quello che viviamo tutti i giorni.

Il problema è ben identificato, fortemente radicato, ma nessuno riesce a sottrarsi: in cambio di servizi effettivamente efficienti e nella maggior parte dei casi gratuiti o comunque economicamente convenienti, diamo in pasto alle multinazionali una serie infinita di dati su di noi, e tutto questo ci rende tutti quanti un po’ meno umani e un po’ più ammasso di bit, con lo scopo ultimo di farci comprare e influenzare i gusti dei nostri contatti. Per creare vetrine che ci fanno sentire unici e al centro dell’attenzione, in realtà diventiamo una griglia di informazioni e preferenze destinate a spostare presto i nostri click dal tasto «like» al tasto «compra».

Eggers si spinge molto, molto più in là di queste riflessioni ormai talmente comuni da diventare scontate, raccontandoci dei progetti futuri del Cerchio e dunque ipotizzando quale potrebbe essere la deriva apocalittico/orwelliana della continua condivisione di informazioni che mettiamo in scena oggi.

Questo libro ha ricevuto molte critiche perché tacciato di faciloneria e imprecisione nei dettagli relativi alle tecnologie all’avanguardia, eppure secondo me dovrebbe essere una lettura fondamentale per capire meglio il nostro tempo, lo sdoppiamento di identità ormai caratteristico di ogni persona mediamente attiva sui social e la necessità di agire con meno leggerezza, riguardo alle tracce di sé che si danno in pasto alla rete, visibili da un audience potenzialmente indefinito e per moltissimi anni a venire.

Stay Tuned.