Un libro che ho letto #2

Circa un mese fa ho letto, dopo troppo tempo, un libro di Michael Cunningham, autore che avevo scoperto a inizi duemila, quando in Italia uscirono il film The Hours e la traduzione italiana del romanzo da cui la pellicola era tratta. Quindi sì, in passato ho letto Le Ore, poi Dove la terra finisce (12 anni fa), e Giorni memorabili. Ma mi mancavano le prime opere di Cunningham e, non so perché, a un certo momento l’ho messo da parte e non l’ho più ripreso.

Michael Cunningham è speciale. Innanzitutto perché scrive benissimo, e poi perché riesce ad affrescare personaggi mai banali pur ritornando su tematiche ricorrenti: un certo tipo di America, l’adolescenza, le mamme che preparano la torta in cucine anni ’50/’60, l’omosessualità, la malattia, invecchiare, invecchiare in un certo tipo di America, la famiglia. Ricordo che di Le Ore mi aveva anche colpito l’intrecciarsi delle storie, il senso di circolarità, il trovare punti in comune tra tre donne per certi versi simili ma vissute in epoche e contesti diversi. A me queste cose piacciono, tanti racconti apparentemente slegati che in qualche modo si toccano, o un filo conduttore che passa attraverso più generazioni e ci accompagna in una storia dall’inizio alla fine.

Una casa alla fine del mondo è del 1990 ed è apparso in italiano nel 2003 (con Bompiani, come quasi tutte le opere di Cunningham). Il filo conduttore che ci vedo io è quello della famiglia, del dramma, dell’incompletezza. Siamo a Cleveland, Ohio, Bobby ha un fratello più grande che sperimenta con le droghe e una costellazione di sciagure pronte ad abbattersi su di lui. Jonathan apparentemente ha una famiglia più normale, dove però iniziano a intravedersi delle crepe. I due si incontrano a scuola e nasce un legame che – lo si capisce subito – è destinato a sfilacciarsi a tratti, ma senza sciogliersi mai, neanche quando da Cleveland i due si spostano a New York, Jonathan prima, Bobby poi. I due condividono il loro appartamento con l’eccentrica Clare.

Con l’entrata in scena di Clare c’è nuova figura a fare da ago da bilancia nella relazione tra i due, donna amata da entrambi e a tratti contesa, posizione che durante l’adolescenza dei protagonisti era stata propria della madre di Jonathan. Ma, soprattutto, nel momento in cui gli equilibri tra Jonathan, Bobby e Clare sembrano assestarsi, la tematica della famiglia e di una sua forma non convenzionale diventa centrale, portandoci su tematiche molto più alla moda oggi rispetto al momento dell’uscita del libro.

Un po’ perché amo le storie malinconiche in cui conosciamo i personaggi da adolescenti e ce li portiamo dietro per un numero indefinito di anni, un po’ perché questa lettura ha risvegliato la mia passione per la bella scrittura di Cunningham, Una casa alla fine del mondo ha guadagnato non pochi punti nella mia classifica personale.

Non è una cosa che faccio spesso, ma ho realizzato di averla già fatta per Cunningham nel 2005 e quindi a maggior ragione non dovrei farmi problemi a rifarlo ora: vi riporto uno scambio del romanzo che mi ha particolarmente colpita, è di quando i protagonisti lasciano il loro appartamento di New York e decidono di sbarazzarsi di alcuni mobili abbandonandoli per strada. Questa scena mi ha fatto pensare a tutte le volte che ho cambiato casa da quando vivo all’estero, a tutte le volte che ho lasciato le mie robe o ho trovato le robe lasciate da altri e le ho usate in casa mia, ma anche a tutte le volte che in giro a Parigi ho visto cose abbandonate sul marciapiede, pronte ad essere recuperate per vivere la loro seconda (o terza) vita.

Guardammo viaggiare il divano sulla Quarta Strada Est. Sul marciapiede sotto la nostra finestra un uomo e una donna in giacca di pelle lanciarono un urlo di gioia alla vista della vecchia pendola da cucina di Clare – una specie di boomerang di plastica gialla coperto di elettroni rossi e rosa.
«Non riesco a credere di essermi fatta convincere a buttar via la pendola. – disse Clare – Adesso scendo e gli dico che mi sono sbagliata».
«Lascia perdere – disse Jonathan – T’ammazzerebbero».
«Jonathan, quella pendola è un pezzo da collezione. Vale un capitale».
«Tesoro, non funziona», disse lui. «Non segna più il tempo. Lascia che se la tengano».

PS: come potete vedere dalla foto di copertina, esiste anche un film. Ma è meglio il libro, ça va sans dire.

Stay Tuned

Annunci

Un libro che ho letto #1

Un paio d’anni fa, un amico con cui sono stata in vacanza in Islanda mi ha regalato un libro per Natale, accompagnato dal biglietto: «Iceland was nothing – Idee per i prossimi viaggi». Il libro era Atlante delle Isole Remote: Cinquanta isole dove non sono mai stata e mai andrò, di Judith Schalansky. Me l’ha fatto spedire per posta e l’ho ricevuto diverse settimane dopo quel Natale. È un libro bello da vedere e da tenere in mano: grande ma sottile, carta un po’ spessa, copertina rigida, scelte cromatiche e illustrazioni che fanno pensare un po’ alle mappe del tesoro dei pirati e un po’ a certi mappamondi anticati.

Più o meno così

Schalansky è nata nel 1980 a Greifswald, nell’ex DDR, e infatti nell’introduzione al libro scrive che ad un certo punto il suo paese natale «sparì dalle carte, insieme con i suoi confini, tracciati e sentiti». Dice di essere «cresciuta con l’atlante»; avendo avuto raramente occasione di viaggiare da bambina, immaginare città lontane era per lei un gioco, mentre il tempo le avrebbe poi insegnato a diffidare dei planisferi politici, abituata com’era ad un atlante che si chiamava L’atlante per tutti ma, essendo vincolato a un’ideologia, separava la Repubblica Federale di Germania dalla DDR mettendole su due pagine diverse, per evitare di disegnare il muro. A causa di questa cosa, che non mi sento di poter capire fino in fondo non avendola mai vissuta, l’autrice di Atlante delle Isole Remote sviluppa quindi una passione per altri tipi di rappresentazioni cartografiche, orientate a riprodurre la topografia fisica dei continenti, seppure con le imprecisioni dovute a gamme cromatiche limitate.

Oggi insegnante di tipografia al Potsdam Technical Institute, Schalansky inizia a cadere vittima del fascino delle isole remote proprio grazie ad un libro custodito in un armadio per grafici.

Nel risvolto della copertina scoprii un foglio staccato, di piccolo formato. Vi era raffigurata la carta di un’isola. […]. Questa macchia di terra, dai contorni così ben definiti, era assolutamente perfetta e allo stesso tempo sperduta, come il foglio staccato sulla quale era stata disegnata. Qualsiasi rapporto con la terraferma era andato smarrito. Il resto del mondo era semplicemente taciuto. Non avevo mai visto un’isola più solitaria.

Le isole remote, quelle rappresentate in un angolino, stipate in un angolo dentro la cornice di un riquadro, relegate a fondo pagina e disegnate con una scala tutta loro perché troppo lontane dalla madrepatria, diventano per l’autrice tedesca una vera passione, al punto da spingerla a raccoglierle in questo volume, con le loro stranezze e le loro leggende. Seguono le storie di queste isole, divise per macroaree geografiche e accomunate dal loro essere sperdute e dimenticate. Popolate oppure no, le isole remote hanno storie che sembrano leggendarie, fatte di prigioni, vulcani, epidemie in grado di sterminare tutti gli abitanti fino a farle diventare completamente disabitate e inospitali, mentre le visite dalla terraferma e i tentativi di raggiungerle con spedizioni, viaggi e conquiste si contano sulle dita di una mano. Atlante delle Isole Remote è come un annuario fatto di passati incredibili e coste dalla forma strana. Floreana, una delle Isole Galapagos, sembra una luna bitorzoluta. Rapa Iti, nella Polinesia Francese, ricorda un padiglione auricolare o un girino di dinosauro.

Ho trovato che questo libro sia stato un regalo azzeccato, un po’ perché sia io che questo mio amico possiamo avere la tendenza a cercare l’isolamento e a rimanere quindi affascinati da questo tipo di posti e da questo tipo di storie, un po’ perché esteticamente e al tatto trovo che sia un libro molto bello da tenere in casa e da regalare, e un po’ perché, a modo suo, è un libro che si può leggere in parte tenendo gli occhi chiusi.

Anzi, a mio parere è proprio questo l’intento di Schalansky, che d’altra parte sceglie come sottotitolo quel Cinquanta isole dove non sono mai stata e mai andrò. Questi posti sono belli e hanno fascino perché irraggiungibili e deserti, ma allora forse non è così importante sapere che davvero esistono e se davvero centinaia di anni fa ci hanno vissuto prigionieri politici o una fauna poi estinta. Quello che è importante è che attraverso le illustrazioni, i nomi in corsivo e le coordinate geografiche, l’Atlante riesca a farci visitare luoghi dove non metteremo mai piede, restituendoci però un’esperienza che ha lo stesso realismo di un sogno da cui ci siamo svegliati di soprassalto, facendoci credere di essere usciti da un libro di storia o da un videogioco. Leggendo di ciascuna di queste isole, strisciamo sulla sabbia bollente dopo aver raggiunto la riva, o compiamo passi goffi con indosso una tenuta da esploratore artico. Questo per me è un libro perfetto per i bambini un po’ cresciuti, per i solitari e per gli intrepidi, anche se c’è ancora un difetto dietro la copertina azzurra e i due centimetri abbondanti di rilegatura in tessuto nero: quello di metterci di fronte ai nostri limiti in maniera troppo lampante. Perché già sappiamo che il mondo è troppo grande e il tempo e le risorse che abbiamo a disposizione sono troppo poche per visitarlo tutto. Ma mostrare in maniera così palese che esistono posti stupefacenti e sperduti dove è praticamente impossibile andare, è allo stesso tempo ammirevole e crudele.

Cantami del diritto alla segretezza, la distanza, la timidezza
Cantami dei posti dove il Wi-Fi non arriverà mai
Mai e poi mai mai e poi mai
(cit.)

Stay Tuned.

Litigare con Jonathan Coe, riconciliarsi con Jonathan Coe

Il primo libro di Jonathan Coe che ho letto, La Casa del Sonno, mi aveva stregata. L’ho ricevuto in regalo da un amico che avevo ospitato a Londra e l’ho letto proprio nel periodo in cui sapevo che presto avrei lasciato la città. Mi ha lasciato, quindi, una sorta di nostalgia del Regno Unito prima ancora di essermene andata. E, con essa, la sensazione che con questo romanzo Coe avesse tirato un colpo di biliardo al triangolo di palline posato al centro del tavolo; talmente perfetto da dover poi soltanto stare a guardare mentre piano piano tutte le palline andavano in buca. Ricordo di averlo letto a settembre 2012, un po’ sulla Victoria Line un po’ nei giardini della Tate a Pimlico. E di aver pensato che Coe sarebbe diventato uno dei miei scrittori preferiti.

Eppure ci ho messo più di un anno per leggere un altro suo romanzo, trovato per caso in biblioteca, Donna per caso, o forse il titolo suona ancora più bello in inglese: Accidental Woman. Ne ho parlato qui, nell’ottobre 2013, consapevole che fosse un romanzo d’esordio, e a cui quindi potevo perdonare alcune cose, come certi margini non perfettamente definiti, mentre la vita della protagonista scorreva senza infamia e senza lode e il narratore assumeva in modo forse eccessivo quel ruolo di osservatore esterno che non manca di puntellare la storia con osservazioni ironiche e saccenti. Promosso, però.

E poche settimane dopo, nel novembre 2013, mi sono lasciata tentare da Expo ’58, che allora era il romanzo più recente di Coe e che ricordo di aver letto su un Eurostar. Ma questo libro mi ha deluso, come ho scritto anche qui, in parte perché l’avevo trovato troppo banale rispetto a La Casa del Sonno, in parte perché mi erano mancate troppo le tipiche atmosfere british di Coe (è ambientato a Bruxelles).

È stato così che ho iniziato ad abbandonare questo autore, per poi iniziare La Famiglia Winshaw una prima volta a febbraio 2015, lasciarlo a metà, e poi riprenderlo in mano solo molto tempo dopo, nel dicembre 2016. Il motivo per cui avevo iniziato La Famiglia Winshaw è molto semplice: normalmente adoro le saghe familiari, quindi per me questo romanzo prometteva bene. Ma era troppo lento, con troppe sovrapposizioni e storie parallele che intralciavano quello che a me interessava veramente: lo scavare nel passato dei rampolli Winshaw. Lasciato (neanche) a metà una prima volta, mi sono convinta a riprendere in mano questo romanzo perché volevo leggere Numero 11, che è uscito nella primavera del 2016 e che contiene appunto accenni a La Famiglia Winshaw (ma non è un sequel, potrebbe essere letto tranquillamente in ogni caso, perdendo solo qualche succulento rimando alle vicende che furono). L’ho finito veramente a fatica, ed è stato il punto più basso della mia passione per Jonathan Coe, reo di avermi tradito con un romanzo pieno di lungaggini, inserti e rimandi storici, stralci di lettere perdute.

Ma veniamo a Numero 11, che non solo è il libro più recente di Coe, ma anche l’ultimo libro che ho letto in assoluto. Sulla copertina ci sono un ragno e un grosso «11», elementi che tornano più volte durante la narrazione, diventandone veri e propri fili conduttori. Per la prima volta dopo tanto tempo, ho avuto di nuovo la sensazione che Coe sia riuscito a rispedire in buca tutte le palline del biliardo, anche se con giri più macchinosi e meno fluidi rispetto a quanto avvenuto con La Casa del Sonno, sicuramente per la decisione di toccare molte tematiche socio-politiche durante il tragitto: la politica di Blair, la ricchezza sfrenata della City londinese, i reality show, l’hate speech sui social. Eppure mi ha convinta, ce l’ha fatta, e mi ha riportato anche un po’ di quella sana malinconia british che con Expo ’58 era mancata e con La Famiglia Winshaw era passata in secondo piano perché ho odiato ogni altra cosa. Numero 11 è stato un libro che ho letto con piacere e che mi ha fatto riconciliare con Coe. E ora mi sento meglio.

Stay Tuned.

Eva Dorme

evadormeSulla copertina di questo libro c’è una donna bionda che guarda verso le montagne, verso la valle. E io non sapevo niente. L’unica cosa che sapevo del Trentino-Alto Adige era quella faccenda della regione «a statuto speciale» che ci avevano insegnato alle elementari, e sempre alle elementari collezionavo le schede telefoniche e quelle destinate al Trentino avevano le scritte in due lingue, oltre che essere più rare e valere di più. E poi sapevo anche che quasi tutti i nostri sciatori e gli altri atleti di sport invernali sono italiani ma hanno nomi e cognomi tedeschi, e quando vengono intervistati fanno fatica a parlare la nostra lingua. «È strano parlare con te in italiano», ho sentito dire una volta a Carolina Kostner, che parlava a Isolde Kostner durante un programma sportivo in cui Carolina era intervistata dopo una gara e Isolde era ospite in studio. Carolina e Isolde Kostner sono di Bolzano, che si trova in Alto Adige – Südtirol, e questo libro vi spiegherà qual è la differenza, chi chiama questa regione Alto Adige, chi la chiama Südtirol e perché con il tempo si è mescolato tutto.

E vi spiegherà anche tante altre cose sui Sudtirolesi/Altoatesini, le loro battaglie, le loro pene, la loro identità, concedendosi pochissime licenze rispetto alla storia, il tutto attraverso una saga familiare che vede il suo principio agli inizi del XX secolo e, passando attraverso tre generazioni, arriva fino a Eva, che adesso ha quarant’anni ed è stanca di sentirsi chiedere «Ti senti più italiana o più tedesca?»

La chiave di tutto è Gerda, la madre di Eva, vero personaggio centrale del romanzo, se non altro perché è la più presente, dall’inizio alla fine. E poi è bellissima, è una ragazza madre in un momento storico in cui essere una ragazza madre non era proprio il massimo, e riesce, inspiegabilmente, a resistere ad ogni tipo di difficoltà. A tratti, si ha la percezione che la resistenza di Gerda abbia reso Eva ancora più impermeabile, dal momento che alcune delle scelte della figlia sembrano voler evitare in anticipo alcune sofferenze che sono capitate alla madre. Ed è mentre Eva viaggia verso Sud per riallacciare un ponte con il passato, che al lettore viene narrata la storia di una famiglia che, come tutte, è piena di personaggi dai contorni ben definiti, le cui scelte e comportamenti individuali sono dettati anche dal contesto storico in cui capita loro di vivere.

Le saghe familiari sono il mio tipo di romanzo preferito, quindi Eva Dorme partiva avvantaggiato. Però, sono l’ambientazione e l’inserimento nel contesto storico a rendere questo libro speciale.

Stay Tuned

La questione più che altro

Da quando ho cambiato lavoro passo più tempo in treno, il che non mi dispiace perché ho molto più tempo per leggere, e sto riuscendo a recuperare tutti i romanzi che erano nella mia lista di cose da leggere da mesi.

cover-la-questioneCirca un anno dopo averlo acquistato, sono finalmente riuscita a leggere La questione più che altro di Ginevra Lamberti, edizioni Nottetempo. Di questo libro mi avevano colpito molto già le prime recensioni (tra cui quelle dei miei amici il Sesta e Nellie che hanno parlato bene di questo libro, rispettivamente qui e qui), perché avevo capito che parlava di qualcosa di molto, molto vicino a me e alla mia generazione. La lettura ha confermato queste impressioni:  il romanzo di Ginevra Lamberti mi ha colpita molto perché parla di noi.

Protagonista, al di là della storia, è la mia generazione, quella degli attuali trentenni (o millennials, se preferite), dello stanco trascinarsi per finire l’università per poi non sapere comunque cosa fare, trovare lavori non solo precari ma anche brutti, trasferirsi in città e vivere in case piccole in città grandi, con coinquilini improbabili. Forse non si tratta (più) della fase attuale delle nostre vite, ma sono situazioni che molti di noi hanno vissuto e vivono ancora.

La protagonista del romanzo, Gaia, col suo racconto un po’ disilluso un po’ ironico, parla di call center in cui si incitano gli impiegati con finte competizioni e slogan motivazionali, di caffé mattutini consumati nei centri commerciali, e di luoghi in teoria bellissimi, come piazza San Marco a Venezia, diventati solo vetrine acchiappa-turisti. Anche la famiglia non è più vista come un luogo in cui sentirsi sicuri e coccolati, ma diventa anche la fonte di pensieri tristi e preoccupazioni.

L’ambientazione del romanzo è un personaggio a parte: il posto che la protagonista (tante volte durante la lettura mi è capitato di sovrapporla all’autrice) chiama «la valle dove vivo» è in Veneto, e questo luogo «permeato dalla morte civile, ma esteticamente pregevole» a me ricorda tanto la Brianza che, come sanno quelli che leggevano già questo blog dieci anni fa, è stato lo scenario un po’ nebbioso e un po’ rock’n’roll della mia adolescenza e degli anni dell’università. L’atmosfera da luogo tranquillo e un po’ catatonico e l’avanti e indietro dall’università mi hanno riportata indietro, facendomi venire in mente anche i personaggi di Vasco Brondi (che ad un certo punto della mia vita ascoltavo spesso): perduti nella nebbia, spettri della desolazione dei trentenni anni ’10. La valle dove vive Gaia è quindi una culla che, da rassicurante, diventa un po’ stantia e un po’ tossica, mentre lei muove i primi passi verso un futuro che non sembra avere molto di roseo.

E poi grazie a questo libro, ho scoperto finalmente una cosa molto importante.

Quindi grazie Ginevra Lamberti per averci ritratti in maniera un po’ impietosa ma così vera, nel passaggio strascicato tra quella che è la fine degli studi e l’inizio di un lavoro che non è mai quello che si sognava, per aver raccontato con mestizia la fine di un paio di gatti domestici, e per avermi finalmente insegnato «il termine tecnico per designare la R di Manuel Agnelli».

Stay Tuned

Libri Primavera / Estate (Parte II)

Tra poco è Halloween e, una volta sparite le zucche, nelle vetrine inizieranno ad apparire i gadget natalizi (alcuni, a dire il vero, già li ho visti). Nel frattempo ci ho messo solo un mese per pubblicare la seconda puntata di questo articolo, e quindi, a ottobre inoltrato, posso parlarvi dei libri che ho letto quest’estate. Ma ce l’ho fatta prima del passaggio all’orario solare, quindi sono ancora in tempo.

Parte II – Estate

OITNB BookOrange is the New Black: My year in a women’s prison, Piper Kerman, Spiegel & Brau. Ho acquistato questo libro in un Urban Outfitters a New York, nell’inverno 2015, ovvero in un momento in cui Orange is The New Black era uno dei telefilm che amavo di più in assoluto. Avevo visto solo la prima e la seconda stagione e, dopo aver visto la terza e la quarta, forse non è più molto vero. Comunque, se i telefilm, come è logico che sia, con il passare delle stagioni si usurano, resta il fatto che ho deciso di leggere le memorie dell’anno di reclusione di Piper Kerman perché ho adorato il telefilm che ne è stato tratto (ma che poi ha sviluppato la propria trama in maniera molto libera e indipendente). Non bisogna aspettarsi, però, di trovare nel libro lo stesso elemento di humor che caratterizza il telefilm. Il memoir della Kerman è il racconto della vita in carcere vissuto dal punto di vista di una detenuta “inusuale”, ex brava ragazza wasp che commette un errore e lo paga caro. Oltre al racconto della routine della prigione, con le sue difficoltà, le sue ingiustizie, la solitudine, ci si ferma spesso a riflettere sull’uscita dal carcere (molto più frequentemente rispetto a quanto accade nel telefilm, dove è ovvio che non si possa “far uscire” i personaggi con frequenza). Questo momento è presentato come un’ulteriore difficoltà, oltre che come un traguardo da raggiungere: reintegrarsi nella società non è semplice, specialmente per le detenute che non hanno un posto dove andare e a cui la famiglia ha voltato le spalle. L’aver visto prima il telefilm mi ha forse “rovinato” la lettura, ma penso che, in generale, la serie di Netflix ispirata a questo memoir resti nel suo genere un prodotto molto più brillante rispetto al libro.

murgiaAcabadora, Michela Murgia, Einaudi. Questo libro l’ho ricevuto in regalo da un amico; era il primo libro di Michela Murgia che leggevo, e sicuramente non sarà l’ultimo. Una prima cosa colpisce subito: la Sardegna. L’atmosfera sarda è una costante nel romanzo, avvolge il lettore, che si ritrova catapultato in una realtà atemporale: Soreni, il luogo della narrazione, è intrappolata in un passato che appare costantemente attuale. I protagonisti sembrano parte di un mondo non avvezzo al progresso: gli abiti, la cura dei campi, la terra brulla, tutto sembra richiamare il passato, portarci indietro di qualche decennio, ancora più indietro degli anni cinquanta in cui la storia è realmente ambientata, anche se quel tempo potrebbe essere ieri, oggi, sempre. Infatti ci rendiamo conto che il passato è ancora qui, perché il tema principale del romanzo, l’eutanasia, è ancora parte del dibattito attuale, almeno in Italia. L’autrice lo tratta in maniera delicata ed empatica, attraverso gli occhi della protagonista, la giovane Maria, impegnata a svolgere la matassa del mistero legato all’attività notturna della madre adottiva, la vedova benestante Bonaria Urrai, che ufficialmente è la sarta del paese, si veste sempre di nero, e a volte, quando si fa buio, scompare in segreto. A Maria servirà del tempo, per arrivare a giustificare i silenzi della Urrai.

estasi-culinarieEstasi Culinarie, Muriel Barbery, e/o Edizioni. Questo libro l’ho trovato ad un mercatino dell’usato, lo stesso giorno in cui ho comprato una macchina da scrivere. Mi sono ricordata de L’Eleganza del Riccio e l’ho acquistato sulla fiducia, per scoprire una storia ambientata nello stesso quartiere altolocato di Parigi, dove alla portinaia Renée e al clochard Gégène, personaggi ripresi ne L’Eleganza del Riccio, viene riservato un cameo. Estasi Culinarie è il romanzo d’esordio della Barbery, uscito in realtà sei anni prima rispetto al suo più celebre best seller. È la storia di un critico culinario sgarbato e pieno di sé che, sul letto di morte, cerca di ritrovare «Il Sapore» che gli ha cambiato la vita. In questo scenario, che mi ha ricordato un po’ anche Ratatouille, si alternano monologhi del protagonista, che indaga i propri ricordi, tra aneddoti del passato e degustazioni, e pensieri a ruota libera dei personaggi che con lui hanno condiviso alcuni momenti o una vita intera: la moglie, figli e nipoti, l’allievo prediletto, persino il gatto e, come si è detto, la portinaia ed il barbone che spesso lo incrociavano mentre rientrava a casa. Si tratta di un romanzo leggero, dal finale forse un po’ prevedibile, ma sicuramente piacevole. Unico inconveniente (se si vuole vederlo come tale): fa venire fame!

untitledChanson d’ailleur, Kim Ae-Ran, Decrescenzo. È un libro di racconti, che ho acquistato al Salone del Libro di Parigi, dove nel 2016 il Paese Ospite era la Corea. Le storie di Chanson d’ailleurs sono delicati racconti inseriti in un contesto che, personalmente, non posso dire di conoscere: l’Asia è lontana, Giappone e Cina esportano molti più prodotti culturali nel mondo occidentale e non ho mai visitato la Corea. Gli unici due Coreani che ho conosciuto nella mia vita sono stati una mia compagna di calcio e un tizio che abitava nel micro appartamento accanto al mio a Londra (ma aveva traslocato quasi subito). I protagonisti dei racconti di Kim Ae-Ran hanno tutti un tratto in comune: sono anime infelici e sospese: un tassista che ha troppo tempo per riflettere, una donna delle pulizie che lavora in un aeroporto e vede passare gente di ogni tipo, due amiche con l’ossessione per la manicure ed un viaggio in Thailandia un po’ sfortunato. I personaggi sono puntini dispersi, la linea che li congiunge è il senso di incompletezza che li pervade, un mix di solitudine, nostalgia e disillusione, mentre la fiamma di un affetto o di un obiettivo splende fievole davanti a loro, destinata a scomparire un attimo dopo.

In estate ho letto anche un bel po’ di gialli, ma quelli sono guilty pleasures e, forse, ne parleremo un’altra volta.

Stay Tuned

Libri Primavera / Estate (Parte I)

Non sono allineata con il mondo della moda e non mi sto preparando a lanciare trend per l’anno prossimo, in questo momento in cui è ancora agosto ma in realtà è già settembre e tutti ci stiamo nuovamente rendendo conto di come l’estate, da quando lavoriamo, sia troppo corta rispetto a quando eravamo al liceo. Tre mesi senza obblighi e senza vedere nessuno, nemmeno attraverso internet: ma quanto era bello? Gli adolescenti di oggi, quel vuoto cosmico non l’avranno più.

Negli ultimi mesi ho scritto altrove, di libri su Finzioni, di calcio su Undici, Unusual Efforts e Ateralbus, ma ho pure letto qualche libro meritevole. Ecco qua.

Parte I – Primavera 

Disrupted_My_Misadventure_in_the_Start-Up_Bubble_2016_Book_CoverDisrupted! My Disadventure in the Start-up Bubble, Dan Lyons, Hachette. L’autore di Disrupted! è un ex redattore di Newsweek, dove teneva una rubrica ironica sul mondo della tecnologia. In questo libro, racconta senza mezze misure la propria esperienza nel dipartimento Marketing di HubSpot, startup della Silicon Valley. Lyons ha più cinquant’anni quando entra a far parte del mondo dei techies, degli unicorns, e dei manager twenty-something che arrivano in ufficio in skateboard. Inutile dire che si sente un pesce fuor d’acqua, un po’ per l’età un po’ per il sistema di “valori” tipico delle startup, e in Disrupted! ha parole taglienti per tutti, dalle colleghe descritte come mean girls agli eventi organizzati gigante del software Salesforce, ai millennials per che sono «pronti a rinunciare a un salario più alto perché pensano che avere un distributore di caramelle in ufficio sia cool». Sicuramente, questa lettura fa cambiare percezione sul mondo delle startup, presentando HubSpot come una realtà disorganizzata, in cui nessuno sa cosa fare e i manager non hanno in mente una direttiva di business chiara, e la Silicon Valley come un mondo di squali, invaso da speculatori finanziari che però, a differenza di ciò che avviene a Wall Street, vogliono presentarsi come imprenditori che hanno come obiettivo quello di portare avanti progetti destinati a “rendere il mondo un posto migliore”. Ho deciso di leggere questo libro perché spesso ci viene propinato il mito della Silicon Valley, facendoci pensare che le startup siano il migliore degli outcome di carriera possibili, un vero mix di coolness, potere e possibilità di fare i soldi con “un’idea carina”. Lyons smonta tutto, svelando meccanismi ancor più crudeli di quelli messi in atto dalle grosse corporate e mettendo alla berlina i colleghi di HubSpot e tutti gli attori del mondo della Silicon Valley. La prima parte del libro (che non sarebbe corretto chiamare romanzo, perché racconta una storia vera, mascherando solo i nomi, ma solo in alcuni casi) risulta coinvolgente e divertente, si ha l’impressione che si squarci un velo destinato a farci scoprire gli aspetti oscuri di un mondo che la mia generazione normalmente idealizza. Ad un certo punto, però, subentra la razionalità, insieme alle considerazioni sull’ego dell’autore e sul suo punto di vista univoco e inflessibile, tant’è che sul finale si arriva a mal sopportarlo. Resta comunque una lettura interessante, anche dal momento che Lyons è un riferimento per quanto riguarda la satira sul mondo Tech e le parodie witty: per anni è stato autore del blog parodia Fake Steve Jobs e, chicca per gli appassionati delle serie TV, è stato anche coautore di un episodio di Silicon Valley.

il-grande-animale-d475Il Grande Animale, Gabriele Di Fronzo, Nottetempo. Probabilmente in molti avete già sentito parlare di questo libro, magari grazie a questo articolo di Studio. Il protagonista de Il Grande Animale è un tassodermista molto dedito al lavoro, che narra nei minimi particolari le “operazioni” svolte sugli animali, come se ogni volta si trattasse di un rituale, una cerimonia. Il vero protagonista di questo romanzo, però, è il concetto di vuoto. Nella descrizione dei “lavori” del tassodermista si esplorano i concetti di vuoto e morte che gli strisciano accanto, non solo per l’attività che si trova a svolgere nel quotidiano, ma anche perché, nel frattempo, si ritrova a dover accudire il padre malato. Ciò che colpisce di questo libro è senz’altro il modo insolito di arrivare a trattare un interrogativo esistenziale abbastanza comune, ribaltando le prospettive sul vuoto e sulla morte. Leggendo, io ho avuto l’impressione che la storia mi venisse raccontata direttamente dal narratore. A bassa voce, facendo scorrere le parole lentamente, davanti a un bicchiere, seduti a un tavolo di legno. Da leggere per esplorare le nuove frontiere della narrativa italiana.

La_Lettre_a_HelgaLa lettre à Helga, Birgisson Bergsveinn, Zulma. Ho acquistato questo libro al Salone del Libro di Parigi perché, proprio nel periodo in cui mi apprestavo a preparare il mio viaggio in Islanda di quest’estate, sono capitata davanti al banco d’esposizione di Zulma, una casa editrice che pubblica voci da tutto il mondo e che propone copertine fichissime. La storia è quella di Bjarni, un pastore islandese che, ormai anziano, scrive una lettera all’amante di una vita, l’unica donna in grado di scaldarlo e generare in lui emozioni forti. Il lungo monologo del protagonista esplora, oltre alla passione per Helga, la semplice realtà che lo circonda: l’allevamento di montoni, le pesche in solitaria, i lunghi inverni. Il romanzo è del 2013 e ad oggi non mi risulta che sia stato tradotto in italiano (in inglese sì, però, e si intitola Reply to a letter from Helga). Qualche mese dopo aver letto questo libro, ho visto un film che mi ha fatto pensare alla storia di Bjarni, Rams – storia di due fratelli e otto pecore. Rams non ha la componente “storia d’amore tormentata” propria di La lettre à Helga, ma descrive una realtà simile: un piccolo paese, due anziani fratelli dediti all’allevamento dei montoni, una vita fatta di cose semplici, dove però sopravvivere all’inverno può essere un’impresa. La solitudine, il fatto di poter conoscere solo poche persone nell’arco di un’intera vita, com’è d’inverno quando non riesci neanche a uscire di casa perché è caduta troppa neve: queste cose non riusciremo mai a capirle appieno, sebbene sia facilissimo innamorarsi dei paesaggi islandesi fino ad arrivare a pensare che sarebbe bellissimo vivere in una fattoria sperduta nel verde, poco lontana da una cascata o un fiordo.

 

In Primavera, in realtà, ho letto anche Purity di Franzen, ma quello meriterebbe un articolo a parte. Poi ho letto una serie di libri prima e durante il mio viaggio in Giappone, ma di quelli ho parlato qui.

Stay Tuned