Un libro che ho letto #2

Circa un mese fa ho letto, dopo troppo tempo, un libro di Michael Cunningham, autore che avevo scoperto a inizi duemila, quando in Italia uscirono il film The Hours e la traduzione italiana del romanzo da cui la pellicola era tratta. Quindi sì, in passato ho letto Le Ore, poi Dove la terra finisce (12 anni fa), e Giorni memorabili. Ma mi mancavano le prime opere di Cunningham e, non so perché, a un certo momento l’ho messo da parte e non l’ho più ripreso.

Michael Cunningham è speciale. Innanzitutto perché scrive benissimo, e poi perché riesce ad affrescare personaggi mai banali pur ritornando su tematiche ricorrenti: un certo tipo di America, l’adolescenza, le mamme che preparano la torta in cucine anni ’50/’60, l’omosessualità, la malattia, invecchiare, invecchiare in un certo tipo di America, la famiglia. Ricordo che di Le Ore mi aveva anche colpito l’intrecciarsi delle storie, il senso di circolarità, il trovare punti in comune tra tre donne per certi versi simili ma vissute in epoche e contesti diversi. A me queste cose piacciono, tanti racconti apparentemente slegati che in qualche modo si toccano, o un filo conduttore che passa attraverso più generazioni e ci accompagna in una storia dall’inizio alla fine.

Una casa alla fine del mondo è del 1990 ed è apparso in italiano nel 2003 (con Bompiani, come quasi tutte le opere di Cunningham). Il filo conduttore che ci vedo io è quello della famiglia, del dramma, dell’incompletezza. Siamo a Cleveland, Ohio, Bobby ha un fratello più grande che sperimenta con le droghe e una costellazione di sciagure pronte ad abbattersi su di lui. Jonathan apparentemente ha una famiglia più normale, dove però iniziano a intravedersi delle crepe. I due si incontrano a scuola e nasce un legame che – lo si capisce subito – è destinato a sfilacciarsi a tratti, ma senza sciogliersi mai, neanche quando da Cleveland i due si spostano a New York, Jonathan prima, Bobby poi. I due condividono il loro appartamento con l’eccentrica Clare.

Con l’entrata in scena di Clare c’è nuova figura a fare da ago da bilancia nella relazione tra i due, donna amata da entrambi e a tratti contesa, posizione che durante l’adolescenza dei protagonisti era stata propria della madre di Jonathan. Ma, soprattutto, nel momento in cui gli equilibri tra Jonathan, Bobby e Clare sembrano assestarsi, la tematica della famiglia e di una sua forma non convenzionale diventa centrale, portandoci su tematiche molto più alla moda oggi rispetto al momento dell’uscita del libro.

Un po’ perché amo le storie malinconiche in cui conosciamo i personaggi da adolescenti e ce li portiamo dietro per un numero indefinito di anni, un po’ perché questa lettura ha risvegliato la mia passione per la bella scrittura di Cunningham, Una casa alla fine del mondo ha guadagnato non pochi punti nella mia classifica personale.

Non è una cosa che faccio spesso, ma ho realizzato di averla già fatta per Cunningham nel 2005 e quindi a maggior ragione non dovrei farmi problemi a rifarlo ora: vi riporto uno scambio del romanzo che mi ha particolarmente colpita, è di quando i protagonisti lasciano il loro appartamento di New York e decidono di sbarazzarsi di alcuni mobili abbandonandoli per strada. Questa scena mi ha fatto pensare a tutte le volte che ho cambiato casa da quando vivo all’estero, a tutte le volte che ho lasciato le mie robe o ho trovato le robe lasciate da altri e le ho usate in casa mia, ma anche a tutte le volte che in giro a Parigi ho visto cose abbandonate sul marciapiede, pronte ad essere recuperate per vivere la loro seconda (o terza) vita.

Guardammo viaggiare il divano sulla Quarta Strada Est. Sul marciapiede sotto la nostra finestra un uomo e una donna in giacca di pelle lanciarono un urlo di gioia alla vista della vecchia pendola da cucina di Clare – una specie di boomerang di plastica gialla coperto di elettroni rossi e rosa.
«Non riesco a credere di essermi fatta convincere a buttar via la pendola. – disse Clare – Adesso scendo e gli dico che mi sono sbagliata».
«Lascia perdere – disse Jonathan – T’ammazzerebbero».
«Jonathan, quella pendola è un pezzo da collezione. Vale un capitale».
«Tesoro, non funziona», disse lui. «Non segna più il tempo. Lascia che se la tengano».

PS: come potete vedere dalla foto di copertina, esiste anche un film. Ma è meglio il libro, ça va sans dire.

Stay Tuned

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Un libro che ho letto #1

Un paio d’anni fa, un amico con cui sono stata in vacanza in Islanda mi ha regalato un libro per Natale, accompagnato dal biglietto: «Iceland was nothing – Idee per i prossimi viaggi». Il libro era Atlante delle Isole Remote: Cinquanta isole dove non sono mai stata e mai andrò, di Judith Schalansky. Me l’ha fatto spedire per posta e l’ho ricevuto diverse settimane dopo quel Natale. È un libro bello da vedere e da tenere in mano: grande ma sottile, carta un po’ spessa, copertina rigida, scelte cromatiche e illustrazioni che fanno pensare un po’ alle mappe del tesoro dei pirati e un po’ a certi mappamondi anticati.

Più o meno così

Schalansky è nata nel 1980 a Greifswald, nell’ex DDR, e infatti nell’introduzione al libro scrive che ad un certo punto il suo paese natale «sparì dalle carte, insieme con i suoi confini, tracciati e sentiti». Dice di essere «cresciuta con l’atlante»; avendo avuto raramente occasione di viaggiare da bambina, immaginare città lontane era per lei un gioco, mentre il tempo le avrebbe poi insegnato a diffidare dei planisferi politici, abituata com’era ad un atlante che si chiamava L’atlante per tutti ma, essendo vincolato a un’ideologia, separava la Repubblica Federale di Germania dalla DDR mettendole su due pagine diverse, per evitare di disegnare il muro. A causa di questa cosa, che non mi sento di poter capire fino in fondo non avendola mai vissuta, l’autrice di Atlante delle Isole Remote sviluppa quindi una passione per altri tipi di rappresentazioni cartografiche, orientate a riprodurre la topografia fisica dei continenti, seppure con le imprecisioni dovute a gamme cromatiche limitate.

Oggi insegnante di tipografia al Potsdam Technical Institute, Schalansky inizia a cadere vittima del fascino delle isole remote proprio grazie ad un libro custodito in un armadio per grafici.

Nel risvolto della copertina scoprii un foglio staccato, di piccolo formato. Vi era raffigurata la carta di un’isola. […]. Questa macchia di terra, dai contorni così ben definiti, era assolutamente perfetta e allo stesso tempo sperduta, come il foglio staccato sulla quale era stata disegnata. Qualsiasi rapporto con la terraferma era andato smarrito. Il resto del mondo era semplicemente taciuto. Non avevo mai visto un’isola più solitaria.

Le isole remote, quelle rappresentate in un angolino, stipate in un angolo dentro la cornice di un riquadro, relegate a fondo pagina e disegnate con una scala tutta loro perché troppo lontane dalla madrepatria, diventano per l’autrice tedesca una vera passione, al punto da spingerla a raccoglierle in questo volume, con le loro stranezze e le loro leggende. Seguono le storie di queste isole, divise per macroaree geografiche e accomunate dal loro essere sperdute e dimenticate. Popolate oppure no, le isole remote hanno storie che sembrano leggendarie, fatte di prigioni, vulcani, epidemie in grado di sterminare tutti gli abitanti fino a farle diventare completamente disabitate e inospitali, mentre le visite dalla terraferma e i tentativi di raggiungerle con spedizioni, viaggi e conquiste si contano sulle dita di una mano. Atlante delle Isole Remote è come un annuario fatto di passati incredibili e coste dalla forma strana. Floreana, una delle Isole Galapagos, sembra una luna bitorzoluta. Rapa Iti, nella Polinesia Francese, ricorda un padiglione auricolare o un girino di dinosauro.

Ho trovato che questo libro sia stato un regalo azzeccato, un po’ perché sia io che questo mio amico possiamo avere la tendenza a cercare l’isolamento e a rimanere quindi affascinati da questo tipo di posti e da questo tipo di storie, un po’ perché esteticamente e al tatto trovo che sia un libro molto bello da tenere in casa e da regalare, e un po’ perché, a modo suo, è un libro che si può leggere in parte tenendo gli occhi chiusi.

Anzi, a mio parere è proprio questo l’intento di Schalansky, che d’altra parte sceglie come sottotitolo quel Cinquanta isole dove non sono mai stata e mai andrò. Questi posti sono belli e hanno fascino perché irraggiungibili e deserti, ma allora forse non è così importante sapere che davvero esistono e se davvero centinaia di anni fa ci hanno vissuto prigionieri politici o una fauna poi estinta. Quello che è importante è che attraverso le illustrazioni, i nomi in corsivo e le coordinate geografiche, l’Atlante riesca a farci visitare luoghi dove non metteremo mai piede, restituendoci però un’esperienza che ha lo stesso realismo di un sogno da cui ci siamo svegliati di soprassalto, facendoci credere di essere usciti da un libro di storia o da un videogioco. Leggendo di ciascuna di queste isole, strisciamo sulla sabbia bollente dopo aver raggiunto la riva, o compiamo passi goffi con indosso una tenuta da esploratore artico. Questo per me è un libro perfetto per i bambini un po’ cresciuti, per i solitari e per gli intrepidi, anche se c’è ancora un difetto dietro la copertina azzurra e i due centimetri abbondanti di rilegatura in tessuto nero: quello di metterci di fronte ai nostri limiti in maniera troppo lampante. Perché già sappiamo che il mondo è troppo grande e il tempo e le risorse che abbiamo a disposizione sono troppo poche per visitarlo tutto. Ma mostrare in maniera così palese che esistono posti stupefacenti e sperduti dove è praticamente impossibile andare, è allo stesso tempo ammirevole e crudele.

Cantami del diritto alla segretezza, la distanza, la timidezza
Cantami dei posti dove il Wi-Fi non arriverà mai
Mai e poi mai mai e poi mai
(cit.)

Stay Tuned.