18.

L’abbronzatura le rendeva ancora più evidenti. Correvano sotto le braccia, dove i bicipiti non si erano mai trasformati in muscoli. Quelle strisce bianche che gli ricordavano gli sguardi schifati delle ragazze, puntati sul cuscinetto di grasso sopra la cintura, i pettorali flaccidi, le braccia molli. In quei giorni di fronte lucida e capelli perennemente bagnati, le macchie di sudore sulla polo, in corrispondenza delle pieghe del suo corpo, l’avevano guardato impietose dallo specchio e l’avevano obbligato a prendere la decisione che gli avrebbe cambiato la vita. Era il primo giorno di vacanze dopo la fine della scuola.
Nessuno l’aveva riconosciuto quando era tornato a scuola a settembre; per tre mesi si era negato ai suoi pochi amici e dopo un’estate di esercizi e di digiuni persino loro avevano stentato a riconoscerlo. Per non far preoccupare sua madre aveva usato la scusa del caldo: «Mi fa passare la fame».
Il corpo di Andrea si era asciugato, il torace ballava in una polo troppo grande, le cosce non si toccavano più tra di loro. Le braccia erano le prime a mostrare i segni di quell’estate di resistenza e reclusione, esibendo smagliature bianche che, sfilata la maglia, si sarebbero potute ritrovare sotto l’ombelico e sui fianchi. Portare i segni di come era evaso dal suo vecchio corpo era per Andrea motivo di orgoglio. Ma scoprirsi carino e iniziare ad accorgersi che le ragazze lo trovassero tale gli aveva aperto un mondo troppo grande per non essere esplorato. Il quarto anno di liceo gli era passato attraverso con una leggerezza che non aveva mai conosciuto negli anni passati, e ora fissava immobile i risultati appesi fuori dalla scuola, le scarpe da tennis incollate all’asfalto bollente.

. . .

Caterina si dondolava sul gonfiabile a forma di fenicottero che galleggiava al centro della piscina. Con i capelli castani tirati su, gli occhiali sulla fronte e avvolta da più strati di crema solare, interpretava a suo modo l’evasione dall’afa di una pianura che d’estate diventava gialla e asfissiante. Ad interrompere il suo galleggiare, solo il fastidio che aveva provato nel sentire il rumore di una bicicletta appoggiata al cancello dell’ingresso, e della porta a vetri che si era aperta per lasciar affacciare sua madre che le diceva «C’è Andrea per te».
Lui era apparso così, la fronte sudata e i capelli appiccicosi. Lei, sbattendo i piedi nell’acqua aveva condotto il gonfiabile a bordo piscina ed era scesa senza bagnarsi, si era infilata un paio di shorts color menta, e un po’ si era ritratta quando lui le aveva posato una mano umida di sudore su un fianco per salutarla. Andrea aveva la testa bassa e lei, senza intonazione, gli aveva detto «Vuoi qualcosa».
Mentre la tartaruga che viveva nel giardino scavava dietro a una pianta per poi fermarsi a guardarli immobile, Caterina aveva finto che la bocciatura di Andrea non fosse importante, gli aveva offerto una limonata ghiacciata ma si era poi sottratta dall’abbraccio di lui perché «Fa troppo caldo».
Fingendo di passare sopra quello che per lei era a tutti gli effetti un fallimento, aveva trascinato una sdraio all’ombra per lui, muovendosi con passi rapidi, quasi in punta di piedi, sulle piastrelle di cotto roventi. Andrea era il suo primo ragazzo, e lei si ricordava come era prima – il ragazzo grasso, che tutte prendevano in giro – ma questo non aveva avuto importanza nel momento in cui lui si era mostrato l’unico capace di passare sopra al tempo che lei dedicava in maniera quasi marziale allo studio e all’obbligo di sottoporsi fin da subito agli interrogatori dei suoi genitori. Lui si era tolto la maglietta e si era addormentato all’ombra, declinando la proposta di farsi prima un bagno in piscina – «Non ho il costume» – mentre Caterina, la pelle che sapeva di crema solare, era salita in camera, con la scusa di andare a prendere un libro.
Ma una volta di sopra, mentre un fascio di luce sottile ma insistente filtrava dalle tende che pendevano immobili nell’afa, Caterina non aveva resistito alla sua più grande tentazione. Anziché recuperare dallo scaffale una delle letture estive assegnate dai professori, aveva estratto dal fondo di un cassetto il diario di Emma, la sua lettura preferita di quell’inizio estate, e si era lasciata andare a pancia in giù sul letto, i polpacci striati da quell’unico fascio di luce. Emma scriveva raffiche di parole, schiaffi alla reputazione della maggior parte delle persone in orbita intorno alle loro vite di liceali. In perenne lite con la madre, aveva confidato il proprio diario all’amica per paura che i genitori, trovandolo, lo leggessero. «Ti direi di non leggerlo, ma so che lo farai».
Impossibile da rifiutare come un frutto fresco dopo una giornata trascorsa su una spiaggia assolata, quel quaderno arancione che Emma chiamava diario aveva aperto a Caterina gli abissi dell’amica fino al punto di non ritorno: quello in cui non sarebbe più riuscita a considerarla tale. Arrivata ad uno dei numerosi passaggi in cui Emma raccontava di come si sentiva in presenza di un ragazzo la cui identità restava misteriosa, Caterina aveva forzato sui bordi del quaderno con i polpastrelli umidi di crema, costringendolo a stare aperto mentre la sua mano destra si infilava sotto la pancia a tormentare il bottone dei pantaloncini color menta.

. . .

Emma era sdraiata nel prato, la testa appoggiata sulla borsa di tela ripiegata e i folti capelli rossi sparsi tutt’intorno. Contava i giorni che mancavano alla partenza, l’anno in America l’avrebbe salvata dalla sua famiglia e da quella pianura troppo banale persino per essere sulle carte geografiche. Non era dispiaciuta per ciò che avrebbe lasciato alle proprie spalle, in fondo nulla le importava davvero. Si sentiva solo un po’ in colpa solo per non aver detto nulla a Caterina; l’amica l’avrebbe scoperto leggendo fino in fondo il diario che le aveva lasciato.

Emma leggeva il libro che Alberto le aveva prestato, spostandosi verso il grande albero man mano che il sole avanzava. La sua pelle tempestata di lentiggini non le permetteva di restare troppo a lungo sdraiata al sole. Il primo messaggio di Alberto aveva interrotto la sua lettura, ma Emma aveva atteso deliberatamente un secondo, e poi un terzo messaggio, prima di rispondere, circa un’ora dopo. A diciotto anni appena compiuti, Emma sapeva di essere un pianeta intorno a cui tutti giravano come satelliti disperati. Le era bastato mettere a punto alcuni dettagli: il modo di toccarsi i capelli, la cadenza nel parlare, l’andatura, la scelta di vestiti che lasciassero scoperti i punti giusti. Pensava che nessuno, in fondo, fosse alla sua altezza, ma forse con Alberto era diverso.
Si annoiava, quindi aveva deciso di raggiungerlo a casa di lui, che le aveva aperto a torso nudo, dicendo «Scusa, è che fa molto caldo. Non pensavo fossi tu». Lei si era seduta sul divano, lasciando cadere i sandali per terra e rannicchiandosi tra i cuscini, mentre lui tirava fuori dal frigo due birre ghiacciate. Lei aveva iniziato a parlare del libro, per sembrare più grande e per darsi un tono, lui la sentiva parlare ma non la ascoltava veramente, perso nel disegno formato dalle ossa delle sue clavicole, dalle lentiggini che le screziavano le spalle, dalla pelle liscia di quel viso imperfetto. Era sollevato dal fatto che ormai lei avesse compiuto diciotto anni, e gli occhi gli si stavano annebbiando al punto da non riuscire più a controllarsi. Così, alla prima pausa, senza fare domande si era sporto in avanti per baciarla.

. . .

Quando Andrea si era svegliato, Caterina l’aveva congedato rapidamente, dicendo che aveva da fare, che avrebbe visto Emma a fine giornata. Non erano tornati a parlare della bocciatura, ma Andrea aveva capito che il giudizio di Caterina nei suoi confronti era ormai compromesso, come se la ragazza avesse visto nel suo primo fallimento scolastico l’ombra di un’incapacità di riuscire che l’avrebbe accompagnato per tutta la vita. Aveva tentato di salutarla con un bacio che lei prontamente aveva rifiutato offrendogli la guancia, ed era poi scappato via in bici, gli auricolari nelle orecchie, la vista appannata dalla cortina di umidità che il caldo e il sudore stavano creando sulle lenti degli occhiali da sole. Era già diretto a tutta velocità verso il canale, mentre la macchia di sudore si allargava sulla sua schiena, sotto lo zainetto, e Caterina si tuffava nella piscina e, tornata di slancio fuori dall’acqua, cercava di scrollarsi di dosso un capitolo che ormai nella sua testa sentiva concluso.

. . .

Alberto si era pentito subito. L’aveva capito dal modo in cui Emma si era ritratta e, infilandosi in fretta i sandali, si era diretta verso la porta con lo sguardo dimesso e implorante da animaletto ferito. Lui si era scusato, accennando un passo per avvicinarsi, scusarsi, rincuorarla, ma urtando il tavolino aveva fatto cadere una birra, e mentre la bottiglia rotolava per terra spruzzandogli i piedi con la schiuma, Emma si era chiusa la porta alle spalle, uscendo di slancio. Affacciatosi alla finestra, l’aveva vista allontanarsi a passo svelto, il braccio destro avvolto intorno al torace come ad abbracciare sé stessa, il sinistro che già portava il cellulare all’orecchio.

Aveva deciso di uscire a fare un giro in macchina; aria condizionata, musica a tutto volume e un po’ di velocità, per allontanare i pensieri. Si era accomodato sul sedile con i boxer, una maglietta bianca e un paio di scarpe da tennis consumate. Non aveva in programma di incontrare nessuno, d’altra parte nessuno avrebbe capito il modo in cui pensava di essere ormai al sicuro, con l’arrivo dell’estate e la partenza imminente di Emma. Consapevole del fatto che l’età di lei avrebbe potuto essere un problema, si era sentito sollevato all’idea che lei avesse compiuto diciott’anni, ma aveva sottovalutato la capacità di Emma di apparire molto più sfrontata di quello che in realtà quel pomeriggio gli aveva rivelato. Stava pensando al libro che lei aveva abbandonato sul tavolino accanto all’altra bottiglia di birra, quella che era rimasta in piedi. Aveva guardato un momento il cruscotto per cambiare canzone, ed era così che aveva finito per investirlo.

Andrea non si era accorto dell’auto in arrivo sulla strada perpendicolare al canale. La musica aveva coperto tutto, e ad un certo punto aveva solo pensato che un tornado l’avesse fatto volare via. Gli auricolari si erano staccati dalle orecchie, c’era stato un rumore forte, e ora era per terra, dolorante. Non sentiva più la gamba sinistra. Strozzando in gola un urlo di dolore, i palmi delle mani piantati sulla strada che sembrava sul punto di fondersi, si era girato verso la macchina che l’aveva investito, da cui era sceso un uomo coi boxer che si era tirato su gli occhiali da sole sulla fronte. Gli occhiali di Andrea erano volati un metro e mezzo più lontano, e stringendo le palpebre per mettere a fuoco quell’uomo tra le gocce di sudore e i giochi di luce della calura, con un sussulto l’aveva riconosciuto: «Professore».

Questo racconto fa parte di C A L D O, una raccolta pubblicata da Finzioni Magazine nel luglio 2017. Oltre al mio, contiene racconti di Francesca Modena, Silvia Pelizzari, Andrea Meregalli, Giulia Muscatelli, Antonella Airoldi, Michela Capra, Federico Tamburini. Potete scaricarla gratuitamente qui.

Stay Tuned

Annunci
18.