#5 Torna

E mi pare di vederti ancora, con la sciarpa che mettevi quando eravamo al liceo e andavamo in manifestazione a gridare gli slogan sotto le finestre di quelli che non ci ascoltavano, a tirare le uova. Di quando tu ed io eravamo giovani, adolescenti con i capelli spettinati e abiti comprati ai mercati degli alternativi lungo i navigli, nei sabati pomeriggi degli inverni freddi e del cielo grigio di una Milano che sono sicuro tu abbia amato moltissimo, anche se non hai mai voluto ammetterlo.

I pomeriggi sui motorini e fuori dalla biblioteca a fumare le sigarette fatte a mano, e i mangianastri con le cassette che ci passavamo e che duplicavi con il tuo stereo vecchio, che ascoltavamo nella macchina di tua madre, di quando hai preso la patente e mi sei venuto a prendere fuori da scuola parcheggiando su un divieto di fermata o al sabato sera sui parcheggi quelli nei posti riservati ai residenti.

I nostri ritorni notturni, le lunghe sere a parlare in macchina, le lunghe sere a parlare di niente, delle ragazze che non ci volevano, della mia moto sempre rotta, di questo o quel film del cinema di nicchia e mai, durante quelle sere, avevo visto nei tuoi occhi, sebbene li avessi sempre visti tristi, l’idea di andartene via un giorno. Ti ho sempre visto come quello che si stringeva nelle spalle e si tirava su la sciarpa a coprirsi la faccia solo per cercare di difendersi dal pensiero che fosse qualcun altro di importante ad andarsene via dalla tua vita, presto o tardi, ma per sempre.

Le tue mani in tasca che comunque erano sempre fredde, le cuffie nelle orecchie.
Le biciclette legate ai pali della luce, con il cellophane a righe bianche e rosse tra i raggi, i coni di plastica rubati dai lavori stradali per allestire improbabili discoteche nei saloni dei sottosuoli dei centri sociali, i pomeriggi distesi al parco e i giornali letti sotto il banco la mattina.
I concerti dei gruppi alternativi di rock italiano e la tua maglietta nera con su scritto NO.

Manchi, adesso che a dividerci ci sono più di mille chilometri e persino una striscia di mare. Dopo anni in cui ti ho visto chiuderti in te stesso, tu che avevi deciso contro la tua natura di studiare una scienza fatta di numeri e di formule che il mio cervello troppo umanistico, o forse semplicemente troppo umano, si è sempre rifiutato di capire.

Tu che non ti cambiavi nemmeno le scarpe da tennis quelle rotte, quelle che avevi alle superiori, perché ci eri affezionato.

Tu che, ossessionato dalla tua privacy, persino in vacanza non sopportavi di dover dividere la tua stanza con me.

Adesso condividi un appartamento con cinque persone che vengono da quattro paesi diversi e che non sanno neanche pronunciare bene il tuo nome.

E mi racconti che mandi una media di cento mail al giorno, e la tua vita è scandita da un calendario di outlook pieno di meeting, di briefing, di training, di brainstorming session.

Esci di casa con un paio di scarpe da tennis e il vestito del lavoro, e te le cambi e ti metti le scarpe eleganti quando entri in ufficio, e ti rimetti le scarpe da tennis per andare in palestra a correre con i tuoi colleghi guardando la BBC nello schermo davanti a te e lo smartphone ogni tanto perché non si sa mai che il tuo boss ti scriva una mail di quelle con «Urgent» nell’oggetto.

I tuoi ormai quasi mille amici di Facebook, mentre diminuisce drasticamente tra di loro la percentuale di quelli con un nome italiano, e hai smesso di fumare perché lì non è politicamente corretto e i fumatori fumano nascosti negli angoli tra i palazzi, nelle rientranze, che se cammini a passo svelto per la strada con il tuo bicchiere di cartone con dentro un caffè che fa schifo, passi davanti a una rientranza e di colpo di spaventi perché dentro c’è una persona e pensi: O mio dio, è un assassino di un film di Hitchcock. No: è un poveretto che fuma da solo.

Le tue serate nei club che ti costano più in ritorno in taxi che nel bere.

I tuoi pranzi nelle vaschette di plastica davanti agli otto schermi colorati del tuo computer, l’insalata scondita o il tramezzino di pan carré con la salsa di tonno ed un formaggio che non sa di niente, o la pasta col sugo pronto la sera, quando apri Facebook e mentre crolli dal sonno vedi le nostre foto ritoccate con effetti finto lomo per far sembrare la nostra vita un poco più interessante.
Hai mandato all’aria tutto quello che una volta eri, mentre noi siamo rimasti sempre uguali.

Le domeniche a piedi o in bicicletta in cui ci si accorge che Milano è bella. Le zanzare d’estate sui ponti dei navigli, l’asfalto che si scioglie e parcheggiare la moto sui tombini. Gli occhiali da sole portati a oltranza per non far vedere le occhiaie delle notti passate insonni a pensare a cosa fare della nostra vita. L’università da cui non siamo mai usciti, per fare i dottorati, per vedere che ora le matricole sono giovani, sono nate negli anni Novanta, anni dei quali noi abbiamo già dei ricordi.
Tu che un giorno guardando fuori dalla finestra della tua stanza hai visto il vuoto, e sei diventato un fuggiasco, e non sei più contro corrente neanche in questo, visto che adesso anche dei giovani che emigrano si parla tanto, i cervelli in fuga sono di moda.

I tuoi momenti di malinconia quando dalla finestra della tua casa nuova ascolti le canzoni che ascoltavi quando tornavi in macchina con noi, accovacciato sul sedile posteriore della mia macchina o davanti a darmi indicazioni con la cartina illuminata dal vetro del tuo cellulare che avevi prima. Quando non esistevano i navigatori satellitari e le strade si facevano a memoria o a caso.
I libri che leggevi in treno, i libri che scrivevi in treno.

E ogni volta che torni per poco, noi che cerchiamo di capire se sei veramente felice o no.
Della tua fuga in quel mondo dorato dove i giovani hanno successo e sono la ruota motrice, non la ruota di scorta.

Del nostro restare in questo mondo d’asfalto e di tricolori calpestati.

E il risultato di tutto questo è che né io né te abbiamo più qualcuno con cui restare in macchina a parlare per ore nei sabati sera che diventano domeniche mattina.

E poi pomeriggi della domenica in cui non saper cosa fare.

La cosa che resta uguale, è che nessuno di noi sa cosa sarà tra dieci anni, io per la paura che niente si evolva e che la mia vita diventi un lavoro di routine e uno scialbo patto matrimoniale senza emozioni, tu per la paura che tutto si evolva troppo, e la tua vita diventi un filo di Arianna che si srotola da solo portandoti troppo lontano dal posto in cui una volta, ma ora sempre meno spesso e con sempre meno convinzione, dicevi di voler tornare.

Ti invidio un po’, tuttavia non farei cambio.

Non so se ci voglia più coraggio per andare o per restare.

E con quelli che incontro al solito pub parlo di te come di un eroe di guerra, con toni orgogliosi, e mi illumino quando vedo che, tra le centinaia di mail che mandi al giorno, una è ancora per me, per parlare di calcio, dei libri in italiano che vuoi che ti spedisca, delle sigarette fatte a mano che non sei più capace di farti.

Per chiedermi come stanno gli altri, gli amici e le ragazze che un tempo non ti volevano e che ora sicuramente ti rimpiangono.

Com’è difficile dirti in bocca al lupo, salutami Londra e stammi bene, quando tutto quello che vorrei dirti è

torna in Italia,

torna a Milano,

torna.

 

Straight outta 2011, quando Vasco Brondi nuoceva gravemente alla salute.
Stay Tuned.

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