Mese: febbraio 2017

#2 Litigare con Jonathan Coe, riconciliarsi con Jonathan Coe

Il primo libro di Jonathan Coe che ho letto, La Casa del Sonno, mi aveva stregata. L’ho ricevuto in regalo da un amico che avevo ospitato a Londra e l’ho letto proprio nel periodo in cui sapevo che presto avrei lasciato la città. Mi ha lasciato, quindi, una sorta di nostalgia del Regno Unito prima ancora di essermene andata. E, con essa, la sensazione che con questo romanzo Coe avesse tirato un colpo di biliardo al triangolo di palline posato al centro del tavolo; talmente perfetto da dover poi soltanto stare a guardare mentre piano piano tutte le palline andavano in buca. Ricordo di averlo letto a settembre 2012, un po’ sulla Victoria Line un po’ nei giardini della Tate a Pimlico. E di aver pensato che Coe sarebbe diventato uno dei miei scrittori preferiti.

Eppure ci ho messo più di un anno per leggere un altro suo romanzo, trovato per caso in biblioteca, Donna per caso, o forse il titolo suona ancora più bello in inglese: Accidental Woman. Ne ho parlato qui, nell’ottobre 2013, consapevole che fosse un romanzo d’esordio, e a cui quindi potevo perdonare alcune cose, come certi margini non perfettamente definiti, mentre la vita della protagonista scorreva senza infamia e senza lode e il narratore assumeva in modo forse eccessivo quel ruolo di osservatore esterno che non manca di puntellare la storia con osservazioni ironiche e saccenti. Promosso, però.

E poche settimane dopo, nel novembre 2013, mi sono lasciata tentare da Expo ’58, che allora era il romanzo più recente di Coe e che ricordo di aver letto su un Eurostar. Ma questo libro mi ha deluso, come ho scritto anche qui, in parte perché l’avevo trovato troppo banale rispetto a La Casa del Sonno, in parte perché mi erano mancate troppo le tipiche atmosfere british di Coe (è ambientato a Bruxelles).

È stato così che ho iniziato ad abbandonare questo autore, per poi iniziare La Famiglia Winshaw una prima volta a febbraio 2015, lasciarlo a metà, e poi riprenderlo in mano solo molto tempo dopo, nel dicembre 2016. Il motivo per cui avevo iniziato La Famiglia Winshaw è molto semplice: normalmente adoro le saghe familiari, quindi per me questo romanzo prometteva bene. Ma era troppo lento, con troppe sovrapposizioni e storie parallele che intralciavano quello che a me interessava veramente: lo scavare nel passato dei rampolli Winshaw. Lasciato (neanche) a metà una prima volta, mi sono convinta a riprendere in mano questo romanzo perché volevo leggere Numero 11, che è uscito nella primavera del 2016 e che contiene appunto accenni a La Famiglia Winshaw (ma non è un sequel, potrebbe essere letto tranquillamente in ogni caso, perdendo solo qualche succulento rimando alle vicende che furono). L’ho finito veramente a fatica, ed è stato il punto più basso della mia passione per Jonathan Coe, reo di avermi tradito con un romanzo pieno di lungaggini, inserti e rimandi storici, stralci di lettere perdute.

Ma veniamo a Numero 11, che non solo è il libro più recente di Coe, ma anche l’ultimo libro che ho letto in assoluto. Sulla copertina ci sono un ragno e un grosso «11», elementi che tornano più volte durante la narrazione, diventandone veri e propri fili conduttori. Per la prima volta dopo tanto tempo, ho avuto di nuovo la sensazione che Coe sia riuscito a rispedire in buca tutte le palline del biliardo, anche se con giri più macchinosi e meno fluidi rispetto a quanto avvenuto con La Casa del Sonno, sicuramente per la decisione di toccare molte tematiche socio-politiche durante il tragitto: la politica di Blair, la ricchezza sfrenata della City londinese, i reality show, l’hate speech sui social. Eppure mi ha convinta, ce l’ha fatta, e mi ha riportato anche un po’ di quella sana malinconia british che con Expo ’58 era mancata e con La Famiglia Winshaw era passata in secondo piano perché ho odiato ogni altra cosa. Numero 11 è stato un libro che ho letto con piacere e che mi ha fatto riconciliare con Coe. E ora mi sento meglio.

Stay Tuned.

#1 Le case uguali

Scorgere foto delle case degli amici su Facebook e Instagram, e bloccare il consueto slide down verso il fondo della timeline per soffermarmi sui dettagli delle immagini e per individuare tutti gli arredi dell’Ikea che presto o tardi nella vita ho incrociato anche io. Lo faccio in maniera automatica anche con le case di AirBnb, e credo lo facciano tutti. Adesso che siamo invecchiati non è più come prima, cioè a sfondo delle nostre foto casalinghe non ci sono più sedie quadri e tappeti palesemente scelti da qualcuno con trent’anni più di noi, ma ci sono – tendenzialmente – arredi scelti da noi, nelle case arredate da noi, oppure arredi scelti da persone che affittano case pensando che il target di affittuario ideale siamo noi.

Noi è quel tipo di persona le cui papille gustative sensibili all’interior design si emozionano per le New York tiles, i tavoloni di legno un po’ grezzi, le sedie stile industrial o «da vecchia scuola elementare» o ancora copie accettabili delle Victoria Ghost. Insomma, tutte quelle scelte di arredamento a cui su Instagram si possano attribuire hashtag destinati a mettere uno accanto all’altro e far sembrare uguali il salone un AirBnb di Amsterdam che ho prenotato due anni fa e un posto che fa il ramen a Boston dove ho mangiato l’inverno scorso.

Tutto questo mi è venuto in mente perché in settimana ho festeggiato l’anniversario della casa in cui vivo da due anni, e che presto diventerà la casa in cui ho vissuto più a lungo dopo casa dei miei in Italia. Io che ero abituata all’idea che una casa fosse quella, punto, per la vita. Che quello che mettevi in cantina quando avevi otto anni ti sarebbe ricapitato in mano durante un momento di raptus di ordine e pulizie (o qualche ricerca compulsiva di chissà quale aggeggio effettuata dieci anni dopo), perché semplicemente, tutto era lì, la tua vita era lì. Il concetto di trasloco inteso come «spostamento di una vita» a quell’epoca non mi apparteneva.

È stato solo dopo che ho iniziato ad entrare nell’ottica degli spazi piccoli e limitati nel tempo, in cui avrei potuto avere poche cose e dovuto buttare tutto quello che non usavo da più di dieci mesi, essere pronta a sbaraccare tutto nel giro di un anno, e soprattutto a mettere i miei vestiti in armadi che non fossero miei e riempire almeno le pareti di robe ritagliate e attaccate con lo scotch per dare un minimo di personalizzazione a scatole provvisorie che poi sarebbero diventate la casa di qualcun altro. Era come se il concetto stesso di casa fosse diventato più sfuggente, meno importante.

IKEA

Foto Ikea.com, ma come blog di arredamento e “vita indoor” vi consiglio vivamente thesocialitefamily.com

Poi è arrivata questa casa, la prima con qualche possibilità di essere considerata un po’ più definitiva. E, con essa, l’emozione di poter scegliere come arredarla, che colori darle, quale divano o quali quadri sarebbero stati i protagonisti delle stanze. Ed è bello, se non che poi ti rendi conto che in realtà la tua testa è formattata su un catalogo Ikea o qualcosa di simile, e quindi va a finire che i tuoi amici hanno lo stesso lampadario e le stesse mensole Lack e che la casa del tuo ex collega che lavora a Singapore ha la stessa vetrinetta Fabrikör di casa tua e pure le stesse poltroncine che avevi nella tua casa di Londra nel 2012. E poi capisci che in realtà tutte le case sono uguali e quindi boh, che in realtà non hai una casa solo tua e speciale o che, forse, abiti in una filter bubble delle case, un pattern che ti ospita un po’ dappertutto.

Stay Tuned

 

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Parte delle cose che ho detto sono state scritte meglio su Pagina 99. Ricordo che quando ho letto questo articolo ho pensato «È tutto vero»: Il mondo piatto dell’estetica AirBnb, Pagina 99

Cose che ho scritto e fatto nell’ultimo mesetto mentre non scrivevo sulla Stanza Bianca: un paio di articoli a quattro mani su Rivista Undici, questo pezzo in inglese su Tony Cascarino, e lancio di un travel blog come progetto parallelo, Eat the Road, che potete seguire anche su Facebook e Instagram.