Il tizio che lavorava agli effetti speciali

Questa è sempre una storia che appartiene al lungo e tortuoso periodo che ho passato a Londra, ma la racconto ogni volta che ci sono discussioni sull’annosa diatriba tra l’avere un lavoro vero e l’inseguire i sogni.

Era un sabato fine gennaio (o inizio febbraio) 2012 e nevicava come non mai, probabilmente la neve più neve che io abbia fatto in tempo a vedere nei miei due anni e mezzo a Londra. Incurante di tutto ciò, e soprattutto della probabilità che al ritorno potesse non esserci alcun mezzo di trasporto available, uscii con un’amica per andare al concerto di un altro amico che suonava una band di cui non ricordo il nome e che faceva musica rock-folk. Suonavano in un posto penso a Shoreditch che ho cercato di ritrovare attraverso una mappa dei graffiti di Bansky, perché mi ricordo che proprio davanti c’era appunto un graffito di Bansky, forse uno dei suoi tipici ratti, ma non so; fatto sta che non sono riuscita a ricordarmi il graffito e, di conseguenza, non ho trovato il pub.

Questo è solo il contesto, e se volessi dettagliarlo un po’ di più potrei anche dire che la mia amica era di Roma e non era molto avvezza alla neve e quindi le avevo fatto un video in cui camminava trascinando i piedi in questi cinque centimetri buoni, un po’ imprecando, un po’ ridendo.

Al concerto, dato che il mio amico stava suonando, ci siamo messe a parlare con altri suoi amici che non avevamo mai visto prima, le solite cose da Italians in London, cosa fai, in che zona vivi, di dove sei in Italia. Mentre io raccontavo come al solito che lavoravo in quella che continueremo a chiamare la mia banca, un tizio di cui nemmeno ricordo il nome mi disse che lui lavorava in una piccola società che faceva gli effetti speciali dei film. Mi disse, in particolare, che in quel periodo stava lavorando sul film di Tim Burton che sarebbe uscito di lì a poco, ma che non poteva dirmi di più per il segreto professionale (era Dark Shadows).

Rimasi molto colpita dal fatto che questo ragazzo di cui non ricordo il nome facesse un lavoro così figo, ma soprattutto dal fatto che facesse esattamente il lavoro che aveva sempre sognato di fare.

«E come hai fatto a farcela?», gli avevo chiesto. Praticamente mi spiegò che aveva imparato da solo, attraverso corsi online e forum e altre mille cose da nerd, confrontandosi quotidianamente con un sottobosco informatico/creativo da cui aveva attinto per sviluppare conoscenze, esercitarsi, cercare consigli e feedback. Aveva poi inviato CV ad alcune società che gli interessavano (non è che ce ne siano propriamente moltissime), finché questo studio di Piccadilly gli aveva risposto, e le cose erano andate come dovevano andare. In università aveva studiato lingue orientali. «Ma non mi è servito a niente». E, di fatto, aveva studiato quelle robe lì degli effetti speciali di notte, da solo, sacrificando il suo tempo libero.

La morale di questa storia è: se nevica un botto e decidi di stare a casa perché non hai sbatta di uscire, non lamentarti cinque anni dopo se ancora non stai facendo il lavoro della tua vita.

Stay Tuned

***

P.S. Penso che il graffito fosse questo, il che vorrebbe dire che il pub era a Fitzrovia e che ora (o anche allora?) si chiama The Lucky Pig.

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