Cosa è stata, in verità, Londra

Oggi Facebook mi ha riproposto una foto di quattro anni fa, scattata agli scatoloni che avevo fatto quando ho lasciato Londra.

Non è vero, non ho mai pubblicato una foto di questo tipo, ma soprattutto ho disattivato quella funzione di Facebook che ripropone ricordi non richiesti più o meno ogni dì. Però, è vero che ho lasciato Londra circa quattro anni fa, postando questo video del signor Banks quando mi sono licenziata da quella che chiamerò la mia banca, e questo saluto qui, che accumulava mi piace mentre io ero uscita a salutare per l’ultima volta la centrale di Battersea.

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Il primo gennaio del 2013 mi sono ritrovata a Parigi e poi il tempo ha iniziato a passare in maniera troppo frenetica. Solo recentemente mi è venuta voglia di tornare a fare un giro a Londra «per piacere», e ripensare a quella che di fatto è stata allo stesso tempo l’esperienza più difficile della mia vita da expat e il motivo per cui ho deciso di continuare la mia vita da expat.

Alle feste tra expat a Londra (quasi tutte le feste sono tra expat perché gli inglesi amano vivere nel Surrey et similia e io per esempio di londinese vero ne ho conosciuto solo uno) ci sono sempre due gruppi di persone: quelle che sono appena arrivate e sono entusiaste, e quelle che sono a Londra da un po’ e stanno pensando di andarsene, per tornare a Milano o traslocare in altre città europee a dimensione più umana o, nella versione più estrema, in America o a Singapore. Si può dire che il mio shift dal gruppo degli entusiasti al gruppo di quelli che ne avevano abbastanza di Londra sia avvenuto molto presto, in parte anche perché, pur avendo già più di venticinque anni, ero ancora una fluorescent adolescent con la tendenza ad annoiarsi in fretta, in parte perché trascorrevo molte ore al lavoro e nel tempo libero andavo ai concerti da sola.

Anche tra gli italiani a Londra ci sono sempre due gruppi di persone: quelli che hanno fatto la Bocconi e lavorano in finance o in altri settori o posti dove c’è un dress code «business casual», stipendi belli e ore di lavoro generalmente assurde, e quelli che sono arrivati a Londra per inseguire i loro sogni e lavorare nella musica o in qualsiasi altro campo creativo. Generalmente, i primi hanno appartamenti eleganti, in centro, che però non si godono mai perché lavorano sempre e quando non lavorano dormono o vanno fuori ad ubriacarsi. I secondi vivono fuori dalle zone 1 e 2, in appartamenti condivisi con quattro o cinque persone, e lavorano da Caffé Nero oltre che inseguire i loro sogni. Sempre generalmente, i primi si stufano piuttosto in fretta di Londra, e dopo un po’ iniziano a dire che vogliono trasferirsi in Svizzera. I secondi mantengono un entusiasmo e un amore per la loro vita londinese che gli ho sempre invidiato,  nonostante i rientri lunghissimi con i mezzi pubblici per tornare a nord di Kilburn alle due di notte al sabato sera.

Londra, in un certo senso, è stata una scintilla esplosa in fretta ma anche un sogno che ho lasciato accartocciare su se stesso. Ma è stato anche il posto in cui sono successe tutta una serie di cose carine. Per esempio, ho vinto i biglietti per un concerto dei Placebo il giorno dopo il mio compleanno, e ho fatto entrare degli amici in un club di Chelsea urlando loro «Dite che siete alla festa di Laetitia!». Il buttafuori non voleva farli entrare, perché il club era pieno, e io ero lì alla festa di Laetitia, una ragazza francese che in realtà neanche conoscevo. Al che, il buttafuori mi ha chiesto «Are you Laetitia?», e io ho risposto sì. E lui ha iniziato a scusarsi dicendomi «I’m sorry, love, I know it’s your birthday and it sucks, but the club is full and I can’t let your friends in…», finché io ho fatto una faccia dispiaciuta e il suo collega ha fatto cenno ai miei amici di entrare.

È stato il posto delle spese fugaci da Tesco alle nove di sera, di quando vivevo in una scatola di 17 metri quadrati in un residence universitario a Barbican e ascoltavo moltissimo Vasco Brondi, tant’è vero che avevo iniziato a scrivere un po’ come lui. Era quasi una figata, ma una figata triste, il residence che è ancora indicato come mio indirizzo sulla carta d’identità che uso tutt’ora e sarà valida fino al 2021, e dove ho visto con mio padre la finale della Coppa del Mondo del 2010.

E quando ho deciso di cambiare casa e dovevo liberarmi della scatola di 17 metri quadrati e avevo messo un annuncio su Gumtree, era arrivato a vederla un ragazzino che di lì a poco avrebbe cominciato uno stage in finance,  ed era il giorno dopo il Royal Wedding e qualcuno aveva vomitato nell’atrio, giù da basso, e io non avevo fatto in tempo a passare l’aspirapolvere nella mia camera, ma nonostante tutto lui mi aveva detto che l’«appartamento» era bellissimo e pulitissimo e che io non avevo idea di cosa fosse la sporcizia di un residence universitario vero.

Allora fumavo, e con la mia amica giapponese che come prima cosa quando ci siamo conosciute mi aveva detto «I’ve been to Concorezzo!» fumavamo come delle scappate di casa le sigarette fatte a mano, prima di andare a prendere per pranzo il sushi e i falafel dispatchati in contenitori plasticosi, pagati un rene, e consumati poi davanti ai doppi schermi dei nostri desk.

Poi era arrivata l’età dell’oro, cioè il momento in cui mi sono trasferita verso Pimlico con un’amica che mi attaccava grossi cartelli con scritto LOL sulla porta della camera e aveva il bel vizio di chiudersi fuori di casa facendo il bucato proprio quando io il weekend ero tornata a Milano. I vicini al piano di sopra erano due pakistani, uno consulente e l’altro medico. Con il primo, tifoso del Manchester, avevo visto Juventus-Chelsea 3-0 con terzo gol di Giovinco («the atomic ant», gli avevo spiegato) e lui che in quell’occasione tifava Juventus. Con il secondo una volta stavo camminando per andare verso la metro e lui si è dovuto fermare a soccorrere una persona accasciatasi a terra per strada, e io per non arrivare tardi al lavoro ho dovuto tirare dritto senza salutarlo.

Abitavo già verso Pimlico quando Amy Winehouse è morta, quando ho deciso di appendere al muro della mia stanza la foto del bacio nella rivolta di Vancouver che in seguito è finita sulla copertina di un album dei Placebo, quando ho dovuto passare il Natale a Londra e per pena una mia collega mi ha prestato un albero di Natale che ho fatto con gli amici che erano venuti a trovarmi. Quando ho fatto volontariato nella scuola ebraica, quando da Le Luci della Centrale Elettrica ho iniziato ad ascoltare gli Amor Fou. Quando è andata a fuoco la lavanderia di fronte a casa (che adesso è una specie di caffetteria fighetta) la domenica notte dopo la mia visita in solitaria alle scogliere di Dover, e quando ho capito che stavolta questa storia di Londra era finita davvero.

Era iniziata vicino a Saint Paul’s e a quel ponte che c’è sulla copertina del Senso di Una Fine, con me che lo percorrevo dopo una serata con i colleghi, tenendo ancora in mano una bottiglia di Corona che ho abbandonato davanti al parco con le targhe in memoria di quelli che sono morti per qualcun altro. È continuata con io che per tutto il tempo che ero là cercavo di trovare il modo più rapido e indolore di ritornare a Milano. Ed è finita che quando finalmente avevo iniziato ad amare Londra, non di quell’entusiasmo incontenibile delle prime settimane, ma di un affetto un po’ pacifico un po’ rassegnato che può durare, mi sono trasferita a Parigi.

È andata avanti due anni e mezzo ma mi sembra siano stati dieci. Prendere quel treno subacqueo sarà sempre un po’ così.

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