La questione più che altro

Da quando ho cambiato lavoro passo più tempo in treno, il che non mi dispiace perché ho molto più tempo per leggere, e sto riuscendo a recuperare tutti i romanzi che erano nella mia lista di cose da leggere da mesi.

cover-la-questioneCirca un anno dopo averlo acquistato, sono finalmente riuscita a leggere La questione più che altro di Ginevra Lamberti, edizioni Nottetempo. Di questo libro mi avevano colpito molto già le prime recensioni (tra cui quelle dei miei amici il Sesta e Nellie che hanno parlato bene di questo libro, rispettivamente qui e qui), perché avevo capito che parlava di qualcosa di molto, molto vicino a me e alla mia generazione. La lettura ha confermato queste impressioni:  il romanzo di Ginevra Lamberti mi ha colpita molto perché parla di noi.

Protagonista, al di là della storia, è la mia generazione, quella degli attuali trentenni (o millennials, se preferite), dello stanco trascinarsi per finire l’università per poi non sapere comunque cosa fare, trovare lavori non solo precari ma anche brutti, trasferirsi in città e vivere in case piccole in città grandi, con coinquilini improbabili. Forse non si tratta (più) della fase attuale delle nostre vite, ma sono situazioni che molti di noi hanno vissuto e vivono ancora.

La protagonista del romanzo, Gaia, col suo racconto un po’ disilluso un po’ ironico, parla di call center in cui si incitano gli impiegati con finte competizioni e slogan motivazionali, di caffé mattutini consumati nei centri commerciali, e di luoghi in teoria bellissimi, come piazza San Marco a Venezia, diventati solo vetrine acchiappa-turisti. Anche la famiglia non è più vista come un luogo in cui sentirsi sicuri e coccolati, ma diventa anche la fonte di pensieri tristi e preoccupazioni.

L’ambientazione del romanzo è un personaggio a parte: il posto che la protagonista (tante volte durante la lettura mi è capitato di sovrapporla all’autrice) chiama «la valle dove vivo» è in Veneto, e questo luogo «permeato dalla morte civile, ma esteticamente pregevole» a me ricorda tanto la Brianza che, come sanno quelli che leggevano già questo blog dieci anni fa, è stato lo scenario un po’ nebbioso e un po’ rock’n’roll della mia adolescenza e degli anni dell’università. L’atmosfera da luogo tranquillo e un po’ catatonico e l’avanti e indietro dall’università mi hanno riportata indietro, facendomi venire in mente anche i personaggi di Vasco Brondi (che ad un certo punto della mia vita ascoltavo spesso): perduti nella nebbia, spettri della desolazione dei trentenni anni ’10. La valle dove vive Gaia è quindi una culla che, da rassicurante, diventa un po’ stantia e un po’ tossica, mentre lei muove i primi passi verso un futuro che non sembra avere molto di roseo.

E poi grazie a questo libro, ho scoperto finalmente una cosa molto importante.

Quindi grazie Ginevra Lamberti per averci ritratti in maniera un po’ impietosa ma così vera, nel passaggio strascicato tra quella che è la fine degli studi e l’inizio di un lavoro che non è mai quello che si sognava, per aver raccontato con mestizia la fine di un paio di gatti domestici, e per avermi finalmente insegnato «il termine tecnico per designare la R di Manuel Agnelli».

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