Due libri che parlano di calcio

Prima e dopo l’estate, ho letto due libri che parlano di calcio, da due punti di vista opposti. Uno è una storia di fantasia, anche se condita da dettagli molti realistici, l’altro è autobiografico. Uno è scritto da una donna, l’altro da un uomo. Uno è ambientato in Italia, paese latino in cui il calcio è religione. L’altro, in Inghilterra, dove la gente stravede per il calcio e dove questo sport è stato terreno fertile per lo svilupparsi di movimenti sociali di ribellione violenta.

Ma andiamo con ordine.

LadomenicaLa domenica lasciami sola, Simonetta Sciandivasci, Baldini & Castoldi. S, la protagonista di questo romanzo, si trova in una situazione simile a quella di molte donzelle dello Stivale: si innamora di un uomo innamorato del calcio a tal punto da preferire la finale di Champions League al primo vero appuntamento con lei. Che fare, dunque, per alleviare la convivenza forzata con stadio, pallone e fanatismo da tifoso? Questo romanzo, che ha vinto la Coppa dei Lettori di Finzioni la scorsa estate, cerca una risposta con ironia, costruendo un prontuario per donne che vogliono sopravvivere alla passione per il calcio dei propri amati, cercando anzi alcuni lati positivi in questa passione cieca. Per esempio, la possibilità di sfruttare i momenti di rabbia e disperazione dell’amato, successivi ad una sconfitta della sua squadra, per fargli entrare in odio un capo di abbigliamento o un accessorio orrendo, assicurandosi così che non lo indossi più. Tra echi di vecchie canzoni (Perché, perché, la domenica mi lasci sempre sola?), stratagemmi e cliché da evitare (Mai chiedere cosa sia il fuorigioco!), S si batte per riuscire a conquistare il suo Alessandro (detto Baghdad) pur nell’anno immediatamente precedente ai Mondiali in Brasile. La sua storia fungerà da esempio per tante altre giovani e meno giovani donne italiane.

coverFebbre a 90′, Nick Hornby, Guanda. Il celebre autore inglese Nick Hornby, in questo libro autobiografico racconta la propria condizione di inguaribile tifoso dell’Arsenal, squadra della Londra Nord. Il racconto è diviso in tanti brevi capitoli, che raccontano ciascuno una partita dell’Arsenal: gli aneddoti sono relativi alle annate tra il 1962 al 1991. Tra essi, spiccano il fanatismo dell’infanzia, con la capacità incredibile di ricordare date e dettagli sulle squadre e sui giocatori, gli sbalzi d’umore causati più dal calcio che dagli accadimenti della vita vera, l’associazione forse insana tra i successi dell’Arsenal e i successi personali dell’autore. C’è spazio anche per i dettagli relativi al periodo storico in cui si svolge la vicenda: la nascita del fenomeno degli hooligans nell’Inghilterra Tatcheriana, i drammi dell’Heysel e di Hillsborough, le modifiche agli stadi, il conseguente aumento del prezzo dei biglietti e dunque il cambiamento nel tipo di pubblico. Tutto questo, fermandosi ai primi anni ’90, quindi senza arrivare all’ingresso nel mondo del calcio dei capitali provenienti dagli Emirati o dalla Russia, all’esistenza di «tifosi» cinesi o indonesiani per le squadre europee più forti nel marketing, ai dibattiti intorno agli status dei giocatori sui social network. Hornby è un tifoso inguaribilmente romantico, per il quale gli aneddoti relativi alle partite del suo Arsenal hanno un ruolo fondamentale tra i ricordi di una vita. Schiavi del suo fanatismo, amici e conoscenti cercano di organizzare incontri e cene in giorni in cui non giochi l’Arsenal, e rivolgono a lui il loro pensiero in occasione delle più eclatanti vittorie e sconfitte dei Gunners.

Questi libri mi hanno entrambi incuriosita, anche se il primo cavalca uno stereotipo, il secondo dimostra che lo stereotipo, con tutti i suoi eccessi, corrisponde alla verità. Inutile dire che, tra i due, quello in cui mi sono riconosciuta maggiormente è Febbre a 90′. Con un passato da abbonata allo stadio, fatto di esaltazione e pianti per la mia squadra, non avrebbe potuto essere altrimenti.

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