Un libro che mi ha fatto sentire in colpa

Scrivere un libro è un po’ come correre una maratona, la motivazione in sostanza è della stessa natura: uno stimolo interiore silenzioso e preciso, che non cerca conferma in un giudizio esterno.

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Quando ho iniziato a leggere L’Arte di Correre di Murakami, temevo che non mi sarebbe piaciuto. Innanzitutto, perché da tempo stavo attraversando una fase di stanca e distacco cronico da Murakami, dopo un periodo in cui avevo letto avidamente diversi suoi romanzi. Poi, perché non si trattava di un romanzo, cioè non era il tipo di testo che leggo di solito.

Poi è arrivato questo incipit:

Oggi è il 5 agosto 2005, un venerdì. Isola di Kauai, arcipelago delle Hawaii, costa nord. Il tempo è così bello che quasi viene a noia. Al momento non c’è una nuvola in cielo, non c’è nemmeno un’allusione all’idea di nuvola. Sono arrivato qui alla fine di luglio e come al solito ho preso in affitto un appartamento.

La prima sensazione che ho provato è stata l’invidia. A Murakami basta una frase per farci immaginare di essere al mare, circondati da un senso di pace, liberi di dedicarsi alla scrittura – si tratta di un lavoro, sì, ma un lavoro amato – e poi di uscire a correre per sfogarsi. È la situazione ideale, idilliaca rispetto alla realtà di tutti i giorni, all’ufficio e al jogging praticato al chiuso, in palestra, o sui marciapiedi, respirando inquinamento.

Andando avanti, L’Arte di Correre mi ha fatto provare senso di inadeguatezza. Perché la chiave di tutto, sia nella scrittura che nello sforzo fisico della corsa, è la volontà. Per far nascere una storia, dar vita ai personaggi, costruire un romanzo, ma anche, più semplicemente, per scrivere con continuità, ci vuole la volontà. Una volontà che Murakami ha trovato a partire dai trent’anni, dopo aver deciso di concludere la propria avventura come proprietario e gestore del jazz bar The Peter Cat. La stessa volontà che, a partire dal trentatreesimo anno di età, l’ha reso un formidabile atleta, capace di imprese quali la maratona sul percorso originale ma in direzione ostinata e contraria, cioè da Atene a Maratona, e l’ultra-maratona (100 kilometri), a Hokkaido. Una volontà che io fatico a trovare, mentre Murakami sta seduto e scrive, e poi, quando ha bisogno di rimettere in moto il proprio corpo, corre o si dedica al triathlon. Il sacrificio e il desiderio di superare l’ennesimo limite lo sostengono nell’impresa. I risultati solo raramente lo deludono.

La fusione perfetta tra il Murakami scrittore e il Murakami maratoneta lo fa apparire come un modello. È impossibile non desiderare di poter raggiungere questo equilibrio quasi sovrannaturale.

La sensazione che questo libro mi ha lasciato, infine, è un forte senso di colpa. Per non avere la stessa volontà di scrivere e di dedicarmi allo sport, due attività che, praticate con costanza, mi farebbero stare meglio. Per non avere la forza di trasformare un’attività saltuaria in un ritmo.

Un ritmo costante, capace di regalare serenità e libertà.

Murakami Haruki, L’Arte di Correre, Einaudi.

Stay Tuned

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2 comments

  1. Secondo me puoi evitare di sentirti in colpa. Se lo devi forzare, semplicemente non è il tuo ritmo 😉 (detto da uno che va lento da una vita).

    1. La questione non è quella, è che io ho un lavoro da ufficio. Quindi per essere come Murakami mi servirebbero giornate da 48 ore. O avere una vita parallela…

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