Film, adolescenti disturbati e canzoni

C’erano una volta libri, letteratura e macchie d’inchiostro. E poi ci sono stati momenti in cui di scrivere proprio no, non c’era verso, per vari motivi, come vita, lavoro vero, presenza di sole all’esterno, serie TV.

Ma ci sono anche i momenti in cui, anziché dedicarmi ai libri, mi dedico ai film. Ed è così che mi sono voltata ed ho notato che, nel corso delle ultime tre settimane, ho visto tre film al cinema, tutti e tre tristi. Tutti e tre parlano di adolescenti disturbati e sono stati realizzati da registi più o meno trentenni.

Xavier Dolan ha venticinque anni ed il suo Mommy  è un film in Québécois stretto che, per la maggior parte della sua durata, confina l’immagine in un formato quadrato, alla Instagram (in realtà si tratta di un 1:1 preso in prestito dal primo cinema muto). La schermata diventa piena solamente durante quei momenti di rara felicità che Steve, Diane e Kyla riescono a trovare.

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Steve è iperattivo, se ne frega di tutto, fino a diventare violento. Eppure sua madre, Diane (è lei, in realtà, il vero perno di questo film), si rifiuta di abbandonarlo a se stesso in un istituto psichiatrico e, quando lui viene espulso dal collegio, se lo porta a casa, nuovo arrivato in una vita già devastata dalla perdita del marito, dal lavoro precario, dai problemi economici. Kyla, la vicina di casa, insegnante che si è presa un periodo sabbatico, diventa il terzo elemento di questo improbabile trio, e finisce per mostrare grande carisma nonostante l’aria fragile e le difficoltà ad esprimersi (ha perso quasi completamente la parola ed è tormentata dalla balbuzie, a causa di un trauma passato che viene solo accennato).
La scena più bella è quella in cui i tre protagonisti, proprio nel momento in cui la loro sinergia si fonde, cantano in cucina On Ne Change Pas di Céline Dion, cantante meglio nota al mondo per Titanic, québécoise e definita «notre trésor national». La canzone parla di una donna che guarda indietro e si rivede ragazzina, nella propria città natale. E, per un attimo, le urla, i drammi e le tristezze delle vite di Steve, Diane e Kyla spariscono: loro sono solo tre persone che si godono il momento dopo una cena e qualche bicchiere di vino, ed è tutto perfetto.

Cantano anche Mariem, Lady e le loro amiche, ragazze della banlieue parigina, in una scena che non può non restare in testa. Per passare una serata tra amiche e divertirsi, le ragazze prendono una camera in un motel e spettegolano sul lettone, ridono, cantano Diamonds di Rihanna ballando e atteggiandosi come se fossero in un video di MTV. Questo basta a farle sentire lontane da una realtà squallida, violenta.

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Bande de Filles di Céline Sciamma, trentasei anni, già nota per Naissance des Pieuvres e Tomboy, non racconta solo dei pomeriggi al Forum Des Halles e degli avanti-indietro da Parigi in RER, ma anche di quello che rovina la vita di queste adolescenti: i pestaggi, famigliari assenti o violenti, le lotte tra le bande di quartiere.
Tutto scorre liscio (anche se, a tratti, prevedibile) nella prima parte del film, capace di strappare anche qualche sorriso. Non si può dire però che questa sia la migliore prova della regista francese, che aveva ritratto molto bene un’insolita infanzia con Tomboy e un’inquieta preadolescenza con Naissance des Pieuvres; la seconda parte di Bande de Filles si perde un po’ in un eccessivo cliché.

È forse da un cliché che inizia anche Respire di Mélanie Laurent, anni trentuno. Il film racconta infatti dell’amicizia morbosa tra Charlie (tranquilla, studiosa) e Sarah (fascinosa, caratteriale). In seguito ad una vacanza al mare organizzata dalla mamma di Charlie, Vanessa (anche lei alle prese con una relazione burrascosa con il marito e con una situazione sentimentale quindi instabile), l’amicizia tra le due ragazze si trasforma in una passione a senso unico, in cui Charlie si lascia sempre di più prendere dal carisma e dall’esuberanza di Sarah, fino a commettere un passo falso per comprendere fino in fondo il motivo delle incoerenze e degli sbalzi d’umore dell’amica.

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Da lì in poi, tutto sembra diventare un inferno per Charlie, e c’è quel fischio forte che arriva all’orecchio dello spettatore a simboleggiare la rabbia che la protagonista inizia a covare dentro e che è senz’altro comune a tanti adolescenti che si sentono perseguitati dai coetanei, al punto da vivere la quotidianità scolastica come un’ossessione ed un malessere più intenso di quello che i genitori possono provare a scovare dietro ad un comportamento taciturno e schivo tra le mura di casa.
La Laurent ridipinge al meglio una dinamica spesso presente in film che ritraggono giovani amicizie femminili, ma il pregio di questo film è quello di saper scatenare nello spettatore un’angoscia vera, che diventa quasi fastidio fisico e che è davvero capace di togliere il fiato.
La storia è tratta da un libro pubblicato nel 2001 e scritto dall’allora diciassettenne Anne-Sophie Brasme, che però vi sconsiglio di leggere prima di vedere il film (così come vi sconsiglio di cercare qualsiasi informazione relativa alla trama del libro), perché questo vi impedirebbe di provare lo stesso effetto che ho descritto prima e che potreste ritrovare solo ad un primo impatto con la pellicola senza conoscenza pregressa della trama.

Cos’hanno in comune questi tre film? Tutti e tre mi hanno resa triste e mi hanno lasciata senza parole all’uscita dal cinema e con essi, tre persone più o meno appartenenti alla mia generazione descrivono un’età – l’adolescenza – e i suoi drammi. Probabilmente, lo fanno per lo stesso motivo per il quale anche io tendo a guardare indietro così spesso a questo momento della vita così difficile (e a tratti orrendo) da vivere ma così intenso e pazzesco da analizzare ed osservare: tutte le emozioni sono dilatate, enormi, non sottoposte alla razionalità regalata solo in seguito dalle prime piccole rughe d’espressione, dal tempo che inizia a passare in fretta e dal momento in cui si appendono le cuffie troppo grandi al chiodo e d’improvviso ci si ritrova catapultati in un turbine di matrimoni e baby-showers.
Sembra non ci sia neanche il tempo di voltarsi a guardare vecchie foto e mettere su vecchie canzoni per arrestare questo cambiamento, ma in realtà gli adolescenti che siamo stati si ritrovano in modo molto evidente nei comportamenti di ognuno di noi. É questo – credo – il motivo per il quale questi film parlano a tutti, e quindi a maggior ragione alla mia generazione, che, all’alba dei trent’anni, le cuffie troppo grosse di tanto in tanto le porta ancora, e che, dall’adolescenza, ha l’impressione di essere uscita giusto ieri.

More to come,

Stay Tuned.

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