Cosa Vuoi Fare Da Grande |Ivan Baio e Angelo Meloni

Ciao lettori,

Ultimaemente ho ricominciato a leggere ed uno degli ebook dai quali sono ripartita è Cosa vuoi fare da grande, di Del Vecchio Editore.

A. O. Meloni, Cosa vuoi fare da grandeDa dietro questo titolo furbetto dal retrogusto allo stesso tempo indagatorio e manualistico, Angelo Orlando Meloni ed Ivan Baio si scagliano con divertente ironia verso diversi strati della società italiana.

La trama principale del libro è la riforma della pubblica istruzione, attraverso l’installazione nelle scuole di una macchina fenomenale chiamata futorometro, inventata da un ingegnere del MIT un po’ genialoide, un po’ inetto, Volkan Kursat Bayraktar. Ma a farla da padrone qui non è la trama, né ci sono eroi, in sottofondo si legge infatti una spietata critica al mondo degli adulti, fatto di ipocrisie e siparietti allo stesso tempo tragicomici e deprimenti. Il romanzo è in realtà una satira senza fine.

Tutti i difetti e le mancanze del sistema sono messe a nudo, mentre si prepara lo “sbarco” del futurometro nelle scuole italiane, a partire dalla scuola elementare Attilio Regolo di Milano. Ma proprio quando, nella palestra, ci si prepara all’evento con festoni e celebrazioni di ogni sorta, gli alunni Guido Pennisi e Giovanni Serra, ragazzini un po’ incompresi nonché vittime designate del futurometro, hanno qualcosa in serbo…

Tra stagisti non pagati, sedicenti fenomeni, scandali, aspirazioni flebili, rivalità tra gli adulti, il ritratto che si fa dell’Italia è caricaturale ma veritiero, tanto da susciate risate sì, ma spesso amare.

Cara, carissima Italia…

Stay Tuned

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Cosa Vuoi Fare Da Grande |Ivan Baio e Angelo Meloni

Gli ultimi due libri che ho messo da parte senza finirli

Ciao lettori,

Ebbene sì, anche a me capita di lasciare i libri a metà (o di mollarli anche molto prima della metà) se proprio non riesco a proseguire. È una scelta che mi procura sempre molto rammarico, ma necessaria quando la lettura si trasforma in obbligo forzato e non è più un piacere.

001-david-foster-wallaceCome molti forse sospetteranno, nel 2014 il primo libro che ho lasciato dopo l’equivalente di un centinaio di pagine (il 10% della versione ebook) è stato Infinite Jest di David Foster Wallace. Forse per questo su di me pioveranno gli insulti: non ce l’ho fatta ad andare avanti, non riuscivo a seguirlo e a concentrarmi. La verità è presto detta: pensavo che DFW scrivesse in modo lineare, ma non è così. Pensare di continuare ed affrontare un tomo di mille pagine scritto alla sua maniera, mi sembrava un’impresa insormontabile. Tuttavia non voglio accantonare questo autore, ma ho un piano B: dietro suggerimento di diverse persone, lo approccerò in modo più semplice, meno azzardato, e cioè partendo da testi più brevi e quindi più amichevoli, quali Una cosa divertente che non farò mai più, La ragazza dai capelli strani, La scopa del sistema. Per Infinite Jest rimando a quest’estate. O, in alternativa, a quando sarò in pensione.

1174239 matteo renzi a torino per le elezioni primarie del centro sinistraIl secondo libro che ho lasciato a metà nel 2014 è stato Oceano Mare di Alessandro Baricco. Devo ammettere che, in precedenza, avevo letto tre libri di Baricco, e tutti e tre mi erano piaciuti, anche per come erano scritti: I Barbari, Seta e Novecento. A dire il vero ho riletto di recente anche Omero, Iliade, e non è un granché. In casa mia ci sono tutti i libri di Baricco, ma non sono miei. È per questo che nel 2013 ne ho letti molti. Ogni tanto ho bisogno di leggere libri cartacei. Libri appartenenti a qualcun altro, con dentro dediche scritte per qualcun altro. Alla fine, mi sono detta che era ora di affrontare il romanzo più celebre di Baricco, Oceano Mare. Eppure, qualcosa è andato storto fin dall’inizio. Le frasi mi sembravano troppo lambiccate per girare bene. Come se l’autore volesse fare troppo sfoggio del linguaggio, ma non capivo dove volesse andare a parare. Eppure, anche quello ad Oceano Mare non voglio sia un addio, ma casomai un arrivederci ad un momento in cui saprò apprezzarlo. E, per consolare tutti i fan di Baricco che stanno leggendo questo articolo, vi lascio con la mia citazione di Novecento preferita:

Non si capisce. È una di quelle cose che è meglio se non ci pensi, se no ci esci matto. Quando cade un quadro. Quando ti svegli, un mattino, e non la ami più. Quando apri il giornale e leggi è scoppiata la guerra. Quando vedi un treno e pensi io devo andarmene da qui. Quando ti guardi allo specchio e ti accorgi che sei vecchio. Quando, in mezzo all’Oceano, Novecento alzò lo sguardo dal piatto e mi disse: «A New York, fra tre giorni, io scenderò da questa nave».

Stay Tuned

Gli ultimi due libri che ho messo da parte senza finirli

#wehaveadream di Telecom e Scuola Holden

Ho scritto questo racconto a novembre, per il concorso #wehaveadream di Telecom Italia e Scuola Holden. La giuria della Scuola Holden l’ha scelto come uno dei quattro vincitori sul tema della Giustizia.

Domani avrei dovuto partecipare, a Torino, all’evento conclusivo dell’iniziativa, ma purtroppo ho rinunciato per il semplice fatto che recarmici da Parigi mi sarebbe costato troppo. Ho perso un’occasione per vedere la Holden, per tornare dopo tanto tempo a Torino e per vivere una giornata che sarebbe stata senza dubbio entusiasmante. Non è sempre bello vivere lontani, ma c’est la vie.

Sul sito di #weaveadream, sarà possibile seguire l’evento in streaming a partire dalle 15.00.

Qui sotto ritrovate il mio racconto, presente nella sezione dedicata alla Giustizia.

In principio ci vestirono tutti di bianco

In principio ci vestirono tutti di bianco. Venne un giorno in cui mia madre mi disse: «Da domani si va all’asilo» e mi mostrò il primo grembiulino. Si allacciava sul davanti o sulla schiena, non ricordo.
Ricordo solo che era bianco, e mi andava leggermente lungo. «Così ti dura almeno due anni», diceva lei. Oltre al grembiulino, portavamo tute colorate e scarpe comode, per lo più. Vestiti in quel modo, non c’erano distinzioni.
Ricordo anche di aver pensato, per mesi, che alcune bambine con i capelli a caschetto corti fossero maschietti, e che un maschietto con i capelli biondi alle spalle fosse una bambina. Scoprii la verità quando per caso li sentii chiamare dalla maestra e associai i loro volti ai loro nomi. Il cambiamento di prospettiva, allora, faceva poca differenza. E poi c’erano quelli con i genitori alti, bassi, giovani, anziani, italiani o stranieri: ma non ci facevamo caso.
Eravamo tutti uguali.

Al mattino, prima di pranzo, spesso cantavamo. La maestra ci faceva scegliere tra tre o quattro audiocassette che tutti noi conoscevamo a memoria. Ce n’era una con le canzoni dei cartoni animati del pomeriggio. I cartoni giapponesi, per intenderci. Poi ce n’era una con le colonne sonore dei cartoni Disney. E ancora, mi pare di ricordare, una dello Zecchino d’Oro.
La mia preferita era quella con le canzoni dei cartoni giapponesi, perché c’era la sigla di un cartone coi robot che mi piaceva tanto. Solitamente, la maestra ci lasciava votare per decidere quale cassetta volessimo mettere, e quali canzoni volessimo cantare. Io votavo sempre per quella dei cartoni giapponesi. Ricordo che alcuni bambini, come me, erano piuttosto ripetitivi nelle loro votazioni, altri cambiavano idea spesso. Non vi so dire perché.
Fatto sta che c’era una certa varietà nelle canzoni che finivamo per cantare.
Quasi mai le stesse per due giorni consecutivi. Eppure, anche quando non vinceva l’audiocassetta per cui avevo votato io, cantavo lo stesso con piacere, ad alta voce. Mi divertivo. Ci divertivamo. Diciamo che sapevamo accettare le scelte degli altri in un modo pacifico.

Ricordo quel giocattolo per il quale io e quello che sarebbe poi diventato il mio migliore amico durante l’adolescenza litigammo. Allora, ci sembrava un giocattolo speciale. Era un camion dei pompieri. Era più grosso delle altre macchinine, e dotato di accessori. Emetteva suoni e aveva gli idranti, gli omini. Il camion dei pompieri, come tutti i giocattoli, era di tutti e di nessuno. Eppure, io un pomeriggio avevo cercato di nasconderlo dentro l’armadietto dove lasciavo le mie scarpe e la mia copertina. L’avevo fatto cosicché, nel pomeriggio, i miei compagni, non trovandolo nella zona giochi comune, avrebbero preso altri giochi, e il camion dei pompieri sarebbe stato solo per me. Però, quando ero andato a cercarlo, dopo l’ora della merenda, quel bambino mi aveva sorpreso. Ero stato colto in flagrante. «Volevi rubare il camion!» mi accusò. Cercò di strapparmelo dalle mani. Entrambi tirammo il giocattolo, aggrappandoci ad esso come meglio potevamo.
Infine, una delle rotelline che io avevo agguantato si staccò, ed entrambi finimmo a terra e scoppiammo a piangere. Io, stizzito, tirai contro il mio avversario la ruota di plastica del camion che mi era rimasta in mano. Lui accennò una reazione, una specie di manata nell’aria. Ma arrivò la maestra, che ci aveva sentiti piangere. «Cosa avete combinato, qui?»

Il giorno dopo, mentre gli altri furono portati in gita allo zoo, noi rimanemmo nell’asilo, con la maestra. Lei ci spiegò che, per farci perdonare dal resto della classe per aver rotto il camion dei pompieri, avremmo dovuto fare qualcosa di utile e bello per tutti. Per prima cosa, ci chiese di cercare e ripescare le biglie che erano cadute nei due bidoni di plastica in cui erano sistemavamo i Lego. Non fu facile, anzi. Ma ricordo che mi impegnai in quel compito. Mi concentrai davvero. Poi, la maestra ci chiese di aiutarla a decorare i segnaposto per il pranzo del giorno seguente. La aiutammo a ritagliare ed incollare pezzi di carta colorata sulle targhette di cartone rigido.
Infine, ci toccò aiutare ad apparecchiare la tavola per il pranzo del giorno successivo. Prendevamo i piattini da un carrellino e li sistemavamo sui piccoli tavoli esagonali.
Guardavo il mio compagno con aria rassegnata, cercando uno sguardo complice. Martino, si chiamava. Quando incrociò il mio sguardo, fece spallucce e continuò il suo lavoro. Come dire «Ce lo siamo meritato». Fu in quel giorno che diventammo amici.

Circa una quindicina di anni dopo, fummo in competizione per una ragazza e per un lavoro estivo: portare le pizze in motorino. L’unica pizzeria del quartiere cercava solo un ragazzo per le consegne, ma quei soldi servivano a tutti e due. Lui si prese il lavoro, io mi presi la ragazza, anche se era già uscita un paio di volte con lui. Dopo quell’estate, non ci parlammo più.

Da bambini, avevamo un altro modo di approcciare le cose e di distinguere il bene dal male. Avevamo occhi più grandi, ma non vedevamo le differenze.

E avevamo un senso diverso di giustizia.

Non so dirvi esattamente in quale momento della mia vita queste cose si siano perse.

Davvero, non lo so.

E dire che pensavamo di essere diventati grandi e di iniziare a capire tutto della vita, perché avevamo iniziato a leggere i libri.

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#wehaveadream di Telecom e Scuola Holden