Come Quando Fuori Piove

Questi pezzi sono usciti nel 2011 su un sito che è stato riaperto recentemente: Setteperuno.

Cuori

Cuori appesi ai rami degli alberi anoressici quando veniva l’inverno. Come gli ultimi arrampicati aquiloni incastrati, strappati da un vento ingeneroso e poi lasciati a riposare.

Nelle nostre case, vicino ai camini, nei posti dove continuiamo invano ad aspettare chi se n’è andato, dove conserviamo le scatole che non vogliamo più aprire ma che sarebbero le prime cose che porteremmo in salvo se dessero fuoco alla nostra casa. Affacciati alle finestre per vedere quando arriverà.

Cuori avvolti nei mantelli nel freddo islandese, di una terra di ghiaccio e di vulcani esplosi, nel freddo di quell’estate quando a luglio mi avevi detto che dovevamo parlare e poi avevamo litigato su Msn ed eri partita senza neanche salutarmi.

Dietro agli schermi dei portatili per guardare se siamo tutti e due online o nelle statistiche delle visite dei nostri vecchi blog di quando eravamo ancora studenti che non legge più nessuno, che non scrive più nessuno. Loggati nelle caselle di posta elettronica dei nostri ex a cercare quello che non c’è.

Cuori sui campi da calcio sterminati delle partite dei mondiali che eravamo ancora capaci di vincere. Le carovane di macchine non catalitiche con le targhe storte, ammaccate. I motorini con gli adesivi sulla carena, quando mi portavi in giro sui nostri viali infiniti, le nostre vie di tutti i giorni.

Sui prati d’erba bruciata dove stendevamo gli asciugamani della spiaggia, quando dopo gli esami eravamo andati al mare e c’erano fotografie di noi che ridevamo. Le fotografie dove portavamo ancora gli occhiali da sole e avevamo le sigarette in mano, le fotografie che non ritoccavamo perché non dovevamo metterle su social network, che non esistevano. Esistevamo noi e cercavamo l’ombra quando era mezzogiorno.

Cuori accampati ai bordi delle periferie come i nomadi, alle periferie delle grandi città come New York che ti aveva portato via da me quel giorno in cui io avevo un esame di sabato e all’università non c’era nessuno e avevo parcheggiato proprio in mezzo alla piazza, lì davanti.

Nelle fermate capolinea delle metropolitane, dove non si capisce se scendi perché ci devi scendere davvero o perché ti sei addormentato sul treno. Ascoltando sempre la stessa canzone facendo finta di essere in un video, un video di Mtv che quando andava di moda la mia antenna non la prendeva e adesso che la prende non va di moda più. I programmi televisivi che lasciamo accesi di notte, senza volume.

Cuori lanciati nelle stelle, dai tetti degli alberghi, dai finestrini degli aeroplani, dai cerchi fatti col fumo. Dai cerchi disegnati appoggiando la matita sui bordi dei barattoli capovolti, i barattoli di vernice bianca che avevo messo nel bagagliaio per venire nella tua strada e scriverti sul muro di fronte a casa tua: TI AMO. Sul muro di fronte alla casa dove non abiti più.

Quadri

Quadri appoggiati per terra ai muri dell’appartamento preso in affitto. Accatastati, che si vede solo il primo, e bisogna accovacciarsi per guardarlo in faccia, o sedersi a gambe incrociate come gli indiani sul pavimento. Provvisori, come se avessi appena traslocato e in realtà abitavi lì da sempre.

Ritratti dei coinquilini che hanno abitato con te e che si sono seduti con noi a mangiare nelle insalatiere di ceramica sbeccata. I posacenere mai svuotati e riempiti d’acqua come gli annaffiatoi per le piante che abbiamo lasciato appassire. Le cornici con gli spigoli smussati, si era rotto il gancio per appenderli.

Quadri scarabocchiati con le tue matite senza la punta e con la gomma consumata in fondo, coi segni dei tuoi denti piccoli di quando studiando le mordevi per concentrarti. Per farti entrare in testa tutte quelle curve esponenziali. Le sinusoidi malate e gli ellissi sghembi, gli integrali, gli amplificatori operazionali.

Carte evidenziate che ammonticchiavi sulle mensole attaccate storte, libri comprati fotocopiati nella cartoleria clandestina all’angolo con quello che vendeva le pizze. Quel pomeriggio che avevi portato a casa le risme rilegate per tutto l’anno a venire, e di quando dopo gli esami le avevi messe via sotto i miei occhi dicendo che un altro anno era andato. I libri degli esami che abbiamo già dato, trovarseli in mano e sfogliarli silenziosamente.

Quadri, angoli troppo lontani per essere ricongiunti in diagonale, come avevamo tentato di fare noi senza però riuscirci. A disegnare quelle linee senza staccare mai le penne dalla matita. Le penne bic, le penne con le sponsorizzazioni delle società per cui avevi iniziato a fare i colloqui.

Le scrivanie pulite e le cravatte che io avevo insegnato ad annodarti, in un pomeriggio di fine estate quando mi raccontavi che in realtà non volevi andare a lavorare perché non volevi diventare grande. I gemelli sui polsini della mia giacca che era sempre la stessa.

Quadri fatti dalle nostre madri, le nostre lauree messe sottovetro per ridurre al niente tutte le emozioni dei nostri anni migliori. Per fargli prendere la polvere e far vedere quello che siamo stati ai figli che non abbiamo ancora avuto e che per questo non hanno un nome.

Di quando ci era passata la voglia di cambiare continuamente le foto alle nostre pareti e avevamo solo vecchie fotografie impolverate. Le foto di classe, dove non sono mai venuto bene.

Quadri, tondi. Dato che i cerchi non quadrano e in ogni caso noi eravamo un triangolo, ed ogni vertice della nostra immaginazione diventava un po’ più isoscele o scaleno a seconda dei tuoi teoremi del momento.

Le tue tabelle pitagoriche imparate a memoria, come la definizione che volevi dare di te al mondo, mentre io ero soltanto un corollario. I tuoi righelli spezzati e poi riattaccati con lo scotch, che quando volevi tirare una riga non veniva mai dritta perché quando passavi la china sul bordo rattoppato, tremava. Tremava come me quel giorno che con tutte queste cose ti ho aiutato a traslocare.

Fiori

Fiori, ovunque. A volte, inspiegabilmente, eri una Mrs.Dalloway colorata che andava a comprarli a Bond Street o in una di quelle vie dove non ci siamo mai incontrati, neanche per caso. Uscivi da dipinti di qualche epoca fa, quelli che c’erano nelle illustrazioni dei libri delle superiori.

Nel cestino della bicicletta li avresti messi solamente in quei rari giorni in cui le nostre pianure indefinite ci offrivano improvvisi raggi di sole e le nostre ombre lunghe sull’asfalto si tenevano per mano camminando per le strade sterrate. La bicicletta appoggiata al muro dentro al portone del palazzo di quando eravamo piccoli.

Fiori fotografati dalla reflex digitale che avevi comprato coi soldi di quando facevi la cameriera. Modificati al computer con uno di quei programmi tecnologici per far sembrare che avessero colori più veri di quelli che avevano nella nostra realtà che sembrava sempre un po’ sbiadita.

Di quando ti sedevi nel prato o ti arrampicavi sugli alberi con le scarpe da tennis che non avevi voluto cambiare neanche quando si erano rotte, quei fiori gialli di cui al momento non ricordo il nome. Quelli che, a volte, crescevano sull’asfalto dove quando andavo all’asilo mi ero sbucciato le ginocchia. Sui bordi dei marciapiedi, prima che li ridipingessero.

Fiori, non ci avevi mai creduto ma anche i soffioni lo erano. E ti piaceva soffiarmeli in faccia come se fossero delle piume, come per prendermi a cuscinate mentre in realtà erano soltanto petali. Mi mettevo le mani sugli occhi arrossati da allergie inguaribili, ma sopportavo perché mi piaceva vederti ridere.

Di come un giorno ti avevo preso in braccio e ti avevo tirato su dall’erba, non volevi più andare a casa. Non eravamo andati a scuola, ci eravamo portati tutti i libri per studiare ma in realtà l’unico libro che avevamo letto era stato quello di poesie che ti avevo letto io ad alta voce mentre dormivi con la testa appoggiata sulla mia pancia. La mia cintura con la fibbia grossa brillava insieme ai tuoi orecchini.

Fiori sgretolati sui davanzali perché ci eravamo dimenticati di trapiantarli. Appesi a testa in giù credendo che li avremmo fatti seccare come le stelle alpine dentro le pagine dei giornali a fumetti quando andavamo in vacanza in montagna. Le docce fredde dopo le camminate con i calzettoni e i calzoncini corti, i cappellini con la visiera e i marsupi che tanti anni dopo ci avrebbero fatto ridere riguardando le foto. Le mani sporche di pennarelli, le guance sporche di vento.

Fiori, quelli che avevi dimenticato sui divanetti dopo la laurea, quelli tirati dalle spose e mai presi ai matrimoni dei conoscenti, quelli che hai solo sognato di ricevere da uomini che invece si erano dimenticati.

Sotto i treni lanciati avanti e indietro tra la provincia e la vita, l’odore dei gerani che ti avevo portato dopo aver comprato un piccolo vasetto di plastica a due euro al supermercato, per festeggiare che era settembre e che eri ritornata. Issati dietro l’orecchio come le matite con cui ricalcavo il tuo profilo sui vetri.

Picche

Picche, due. Come noi. A puntarci addosso le nostre lance illuminate, il giorno subito dopo esserci sposati.

Rabbiose le tue parole si accavallavano nell’ultima lettera scritta al computer e mai firmata. Avrei voluto per lo meno vedere come sarebbe stata la tua calligrafia mentre la scrivevi, e sarebbe stata come un graffio, come un rasoio, quello che un tempo dimenticavo sul mobiletto del bagno di casa tua.

A rovesciarci addosso i nostri temporali repressi, le nostre insoddisfazioni permanenti, a tagliarci con la carta dei biglietti dei regali che ci facevamo, incartati con i nostri buoni sentimenti e quell’angoscia che mi provocavano le canzoni che adesso non ascoltiamo più. Sotto i tendoni dei locali estivi, quando all’improvviso pioveva.

Picche, la donna. La carta che se ti resta in mano hai perso, in quel gioco che facevamo da bambini. Nera, come il mio umore mentre tornavo a casa quel giorno e guidavo le tangenziali cantando urlando, accendendo gli abbaglianti davanti ai semafori, che il mondo doveva fare passare il mio dolore.

Le sigarette buttate dal finestrino testardamente ritornavano dentro e andavano a bruciare contro i miei sedili posteriori, facendo dei piccoli buchi. I sedili posteriori dove trasportavo i miei amici di ritorno dai concerti, e loro storpiavano le parole di ogni musica costruendo piccole filastrocche per prendermi in giro, filastrocche che parlavano di te. Sotto le stelle, a guardare le ultime lune sbilenche.

Picche, un cuore rovesciato. Che mentre mi lasciavi avrei voluto dirti “ma non ti ricordi di quando riparavamo tutti quei giocattoli?”. E invece tu ti ricordavi solo di quando andavamo a sbattere sempre contro le stesse macchine, contro gli stessi lampioni disarcionati.

Di quando nei pub ci rovesciavamo i bicchieri addosso e poi li lasciavamo cadere sui tavoli di legno e di terra. Le discussioni appese come gli impiccati, a dimenarsi per tentare di restare vivi, come le farfalle. Le nostre ali rovinate, che non si volava più, tolta la polvere.

Picche, il fante ero io, con in mano l’ombrello nero quello con il manico curvo, d’altri tempi. Ti aspettavo sotto la pioggia ascoltando la musica, mentre scendevi dal tram. Le rotaie sconfinate di quando facevi finta di non vedermi, nei corridoi bianchi con le porte rosse.

Tutti i miei chilometri inutili, tutte le mie immaginazioni, le mie corse asimmetriche e le mie belle parole. I patti chiari e le amicizie lunghissime, anche se amici non siamo mai stati. Le carte d’identità con le foto di quando eravamo troppo giovani, per partire per i nostri viaggi interplanetari, negli emisferi boreali delle nostre coscienze arrese al fatto che avanti così non si poteva andare.

E tutte le strade che non abbiamo mai fatto insieme.

cuori

Stay Tuned

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