Mese: dicembre 2013

Dieci Dicembre e gli altri prossimi libri che leggerò

O meglio: “Libri che vorrei (ma non riuscirò a) leggere durante le vacanze natalizie”.

diecidicembreGeorge Saunders, Dieci Dicembre, Minimum Fax. Impossibile resistere ad un libro che ha un titolo ed una copertina adattissima a questo periodo, è stato citato da Tim Small come uno dei libri più belli del 2013 su Rivista Studio, ed è pubblicato da una delle case editrici che preferisco. Mi ero ripromessa di iniziare a leggerlo proprio lo scorso 10 Dicembre, non fosse stato altro che il tempo e la vita me l’hanno impedito. Dieci Dicembre è una raccolta di racconti che, attraverso le voci di personaggi diversi tra loro, crea un ritratto collettivo dell’umanità contempranea.

Qui la recensione di Finzioni Magazine.
E qui, su Minima et Moralia, il discorso di George Saunders tenuto ai laureandi della Syracuse University nel 2013.

download

Luca Giordano, Qui non crescono i fiori, ISBN Edizioni. Di nuovo, casa editrice adorabile (ricordate Le Cose Cambiano?) e tanta curiosità intorno ad un autore esordiente e mio coetaneo, che su Twitter e FB si è divertito ad associare al suo romanzo fascette provenienti dai titoli più disparati (qui un esempio di questo suo piccolo tormentone). Qui non crescono i fiori è la storia di due fratelli, Damiano e Salvatore, che abitano su un’isola dal paesaggio meraviglioso, hanno un padre burbero ed un mistero pronto a sconvolgerli da scoprire.

È da troppo tempo che questo romanzo è nella mia lista dei libri da leggere. Troppo.

Qui la recensione si Finzioni Magazine.

lafamecheabbiamoDave Eggers, La fame che abbiamo, Mondadori. In attesa di leggere The Circle, non ancora disponibile in italiano (secondo molti si tratta di un flop, ma mi incuriosisce moltissimo), ho come il presentimento che sotto l’albero troverò La fame che abbiamo, curato a lungo e alla fine acquistato di seconda mano nella mia libreria di Monza di fiducia, Il Libraccio, della quale vi parlerò un dì.

Ricordo di aver preso questo libro in biblioteca nel 2005, ma di non aver fatto neanche in tempo a toccarlo, prima che arrivasse la data di restituzione. Era il periodo in cui ero venuta al corrente dell’esistenza della rivista letteraria McSweeney’s Quarterly and Books, fondata appunto da Eggers, e, incuriosita, avevo preso in prestito questa raccolta di novelle, non avendo trovato il più celebre L’opera struggente di un formidabile genio. Vedo pertanto La fame che abbiamo come un piccolo assaggio (nomen omen) per colmare la mia ignoranza su Eggers, in attesa di dedicarmi ad altre sue opere che immagino debbano essere più interessanti di questa.

infinite jestDavid Foster Wallace, Infinite Jest, Einaudi. Ecco il principale motivo per il quale il mio piano di letture delle vacanze natalizie fallirà: Infinite Jest in ebook non fa paura ma, nella vita reale, e cioè quella a tre dimensioni, è un libro giganterrimo. Di nuovo, ho deciso di leggere questo libro per porre rimedio ad un’imperdonabile mancanza: non ho mai letto niente di DFW, uno degli scrittori americani più celebrati dell’era moderna. Ricordo i post di alcuni miei contatti su Facebook nel giorno del suo suicidio, quando ancora io non sapevo chi fosse. Cominciai a documentarmi davvero solo quando sentii in una canzone de I Cani la frase «se non altro vado al parco e leggo David Foster Wallace». Forse, per conoscere DFW, avrei dovuto farmi meno male e cercare il primo impatto con qualcosa di più breve, tipo La scopa del sistema. Ma poi mi sono detta che, in fondo, se inizio con Infinite Jest, poi è tutto in discesa. E sono quasi certa che in ogni caso questo libro mi piacerà moltissimo.

Vi lascio con alcune comunicazioni di servizio: sono presente sia su Anobii che su Goodreads (su quest’ultimo solo da ieri quindi la mia lista di libri non è ancora molto aggiornata). Non ho ancora deciso quale dei due preferisco, ma ve lo farò sapere non appena mi sarò fatta un’idea più precisa. Se avete un profilo su questi social dedicati alla lettura, aggiungetemi!

E poi fatemi un regalo di Natale, se La Stanza Bianca vi piace, seguitemi su WordPress o iscrivetevi con il vostro indirizzo email (ci dovrebbe essere un bottone in basso a destra). I consensi in più rappresentano sempre un piccolo riconoscimento ed uno stimolo ad andare avanti. Vi prometto, niente spam, solo gli articoli di uno dei vostri blog preferiti (?) in anteprima. Colgo l’occasione per dire grazie a tutti coloro che già mi seguono!

E voi, cosa leggerete durante le vacanze?

Stay Tuned

Libellule et Coccinelle

Ciao Lettori,

Dal momento che sono sicura che molti di voi amino le librerie, ho deciso di inaugurare una serie di post in cui parlerò, appunto, di librerie deliziose e meritevoli di una visita. Per iniziare, ecco una libreria che ho visitato a Parigi, poco prima di rientrare in Italia per Natale.

Libellule et Coccinelle è una libreria per bambini e adolescenti situata nel IX Arrondissement. Ci sono diverse cose che la rendono speciale. Innanzitutto, la creatività degli addobbi e i colori delle lampade e dei libri, disposti su tavoli e scaffali, la fanno subito saltare all’occhio.

SAM_8860

Ma soprattutto, Libellule et Coccinelle è molto di più che una semplice libreria: è infatti anche uno spazio di incontro in cui si organizzano numerosi ateliers per bambini e adolescenti,  gratuiti e non, animati da insegnanti e tutor professionisti. Per fare alcuni esempi, ci sono club di lettura, atelier di scrittura, corsi di inglese e tornei di scacchi per piccoli.

La cosa che mi ha colpito di più, però, è stato il piccolo angolo di lettura che si trova in una parte semi-nascosta della libreria. Sicuramente da bambina l’avrei adorato.

Immagine

Vedere tutti questi libri per bambini e adolescenti, mi ha fatto venire in mente come, in quegli anni, già fossi una lettrice molto appassionata. Molto spesso mi venivano regalati libri e, in particolare, possiedo ancora molti volumetti delle collane Il Battello a Vapore e I Piccoli Brividi. La mia autrice preferita era Christine Nöstlinger. Molti di voi probabilmente ricorderanno Furto a Scuola, del Battello a Vapore, collana con copertina rossa, dai quattordici anni in su. Lo lessi quando ero un po’ più piccola, cosa che mi aveva reso, allora, particolarmente orgogliosa.

Anche se in questa libreria non ho trovato niente per me, sicuramente è un posto che può dare tante ispirazioni per fare dei bei regali ai bambini e ai ragazzi. Avvicinarli fin da subito alla lettura è molto importante e librerie come questa, capaci di organizzare anche una serie di attività per i più piccoli legate alla cultura, meritano senz’altro grande attenzione.

IMG_5279

Libellule et Coccinelle,
2 Rue Turgot,
75009
Paris

Stay Tuned

L’Uomo dei Carrelli

La luce artificiale fa sembrare tutto argento.

C’è silenzio, e io sono l’uomo dei carrelli.

Percorro a passi lenti l’aera delle partenze internazionali, il mio occhio azzurro vigile osserva l’aeroporto d’ argento. Tre di notte, un ragazzo e una ragazza sono sdraiati, addormentati, sulle panchine. Tengono vicini i bagagli, come se questo bastasse loro ad avere la certezza che nessun ladro sarà abbastanza silenzioso da rubargliele nel sonno. Mi avvicino, piano, voglio vedere le loro espressioni. Lui sembra tranquillo, lei invece corrucciata. Stanchi, stravolti, hanno anche un grosso zaino. Cerco di immaginare da dove vengono e dove andranno.

Due hostess in tailleur azzurro si affrettano verso l’ uscita, il loro passo svelto rompe il silenzio. Ridono fra loro, io le seguo con lo sguardo. Una volta uscite, accendono una sigaretta.

Il poliziotto col manganello appeso alla cintura si avvicina alla macchinetta per prendersi un caffè. Mi fa un cenno di saluto. Poi fa una smorfia: il caffè delle macchinette fa schifo. Un ragazzo sfoglia un giornale. Ma è il giornale di ieri, e probabilmente è scritto in una lingua che non è la sua. Continua a girarne le pagine forse solo per non addormentarsi.

Torno al mio lavoro, trovo un altro carrello. Mi avvicino, sempre con movimenti indolenti, e lo trascino verso la fila. Uno dopo l’ altro, uno dentro l’altro. Tutti in fila. Il primo che ho raccolto oggi, sarà l’ultimo ad esser preso domani.

Spingo i miei carrelli fuori, le porte scorrevoli si aprono maestosamente al mio passare, nella luce argentea artificiale. Fuori è notte fonda, un tassista attende silenzioso, con i fari spenti. Le rotelle dei miei carrelli, che scivolavano molto più armoniosamente all’interno dell’aeroporto, sull’asfalto fanno si agitano rumorosamente. Spingo i carrelli al loro posto, ed è un clangore di metallo.

heathrow_airport2751-1024x768

Resto lì in piedi lì accanto, per oggi ho finito.

Scritto nel 2006.

Stay Tuned

Anni ’90 | Marco Frullanti

Ho letto questo simpatico ebook che consiglio a tutti i coetanei che abbiano voglia di farsi quattro risate: Anni ’90 – Dagli 883 a Carmageddon di Marco Frullanti, Nativi Digitali Edizioni.

Si tratta del primo ebook pubblicato da questa giovanissima casa editrice digitale, ed è, di fatto, la raccolta di una serie di articoli pubblicati dall’autore (e allo stesso tempo fondatore di Nativi Digitali Edizioni) su Il Meglio di Internet. Su questo sito, lui stesso, presentando l’opera, dice che si tratta di «un atto d’amore per un periodo della mia vita triste, sfigato, ma pure memorabile, a modo suo». Non posso che condividere questo pensiero.

Diverse cose mi hanno fatto sorridere, dalle esortazioni ad ammettere un amore viscerale per gli 883, al ricordo dei tempi in cui MTV davvero trasmetteva musica e in particolare, al giovedì, Dance Floor Chart, alla descrizione dei personaggi di Ranma 1/2, cartone giapponese ricco di episodi basati su malintesi diciamo goliardici.

Il vero e proprio momento nostalgia è arrivato però quando si è parlato di Daria, un cartone mitico. Questo ebook mi ha fatto venire davvero tantissima voglia di rivederlo.

daria-teennick

L’unica parte che non ho capito è stata quella sui videogiochi, forse perché non ero abbastanza nerd e non ho giocato a quasi nessuno dei videogiochi citati dall’autore, a parte Final Fantasy VIII, a cui però si accenna soltanto, e Resident Evil 2, a cui però non ho giocato molto perché mi faceva veramente paura.

Insomma, lettura simpatica per i non-più-giovani della mia generazione, che, a meno di 1 €, vi permette allo stesso tempo di riguardare con ironia ed affetto ai bei tempi andati ed incoraggiare un nuovo progetto editoriale.

Stay Tuned

Perché, se potessi, leggerei (e comprerei) molti più libri di carta

Ciao amici.

Dei motivi per i quali, negli ultimi anni, sono passata alla lettura digitale, ho parlato qui, promettendovi, però, un nuovo articolo in cui avrei spiegato perché, nonostante tutto, se potessi leggerei (e comprerei) molti più libri cartacei. E no, non è per l’odore della carta.

Inside-Shakespeare-and-Co-Paris-Bookshop1

Perché leggerei molti più libri di carta

Ci sono due cose che mi hanno permesso, durante la gioventù, di leggere libri di carta salvaguardando il portafoglio: le biblioteche ed il prestito. Entrambe sono svanite trasferendomi all’estero, in quanto mi è diventato pressoché impossibile reperire i libri che volevo in lingua italiana usando queste scorciatoie.

Eppure, per anni sono stata felice fruitrice dei servizi bibliotecari di più di una simpatica città brianzola. Ho preso in biblioteca quasi tutti i classici letti durante gli anni del liceo, più diversi libri letti per piacere. E li ho sempre restituiti in tempo.

Per quanto riguarda il prestito ad amici, credo di aver più spesso prestato, che non ricevuto in prestito. Ed avere un’ottima memoria mi ha sempre permesso di restituire ciò che altri mi avevano prestato, ma fa anche sì che io abbia spesso dovuto vestire i panni della rompiscatole per riottenere libri che non mi venivano restituiti. Ormai, dato che non mi paleso molto spesso nella terra natìa, prestare e chiedere in prestito libri ad amici, non sapendo quando li rivedrò, è una cosa che non faccio più.

Il metodo del prestito mi ha permesso di leggere molti libri interessanti a costo zero, ma ha una pecca: l’obbligo di restituirli. A volte, capita di doversi a malincuore separare da un libro che ci è piaciuto tantissimo, per farlo tornare sugli scaffali di una biblioteca ed, infine, anni dopo, trovarci costretti, da un obbligo morale, a comprarlo per rileggerlo o semplicemente per la voglia di possederne una copia che sia nostra.

Perché comprerei molti più libri di carta

I libri di carta sono belli da possedere e da regalare, per la loro forma, colore, copertina. Perchè ti danno l’idea di possedere davvero la storia e, con essa, le emozioni che ci ha regalato. E fanno arredamento: in ogni casa che si rispetti non può mancare una bella libreria. Mi piacerebbe quindi che si potesse avere un servizio Matchbook al contrario. Anziché avere a poco l’ebook di un cartaceo che già possiedo, mi piacerebbe, nel futuro, quando avrò una casa più grande e definitiva “riscattare” a poco (o, per lo meno, con uno sconto convincente)  la versione cartacea degli ebook comprati in questi anni.

Ma, soprattutto, i libri cartacei, che spesso e volentieri nel passato ho comprato di seconda mano, fanno “vissuto”, stringerli di nuovo tra le mani ci ricorda il periodo in cui ce li portavamo in giro per leggerli ovunque: sul bus, in aereo, in spiaggia, sul divano. E poi, c’è sempre il fascino della ricerca di un libro in libreria, che non sempre dà risultati immediati. Con il digitale, queste cose non ci sono più, si acquista con un click un ammasso di bit. Ma questo, con i social network è successo anche con le persone in carne ed ossa. E questo forse è più preoccupante, rispetto al fatto che sia successo con i libri.

Eppure, ormai è normale.

Stay Tuned

Come Quando Fuori Piove

Questi pezzi sono usciti nel 2011 su un sito che è stato riaperto recentemente: Setteperuno.

Cuori

Cuori appesi ai rami degli alberi anoressici quando veniva l’inverno. Come gli ultimi arrampicati aquiloni incastrati, strappati da un vento ingeneroso e poi lasciati a riposare.

Nelle nostre case, vicino ai camini, nei posti dove continuiamo invano ad aspettare chi se n’è andato, dove conserviamo le scatole che non vogliamo più aprire ma che sarebbero le prime cose che porteremmo in salvo se dessero fuoco alla nostra casa. Affacciati alle finestre per vedere quando arriverà.

Cuori avvolti nei mantelli nel freddo islandese, di una terra di ghiaccio e di vulcani esplosi, nel freddo di quell’estate quando a luglio mi avevi detto che dovevamo parlare e poi avevamo litigato su Msn ed eri partita senza neanche salutarmi.

Dietro agli schermi dei portatili per guardare se siamo tutti e due online o nelle statistiche delle visite dei nostri vecchi blog di quando eravamo ancora studenti che non legge più nessuno, che non scrive più nessuno. Loggati nelle caselle di posta elettronica dei nostri ex a cercare quello che non c’è.

Cuori sui campi da calcio sterminati delle partite dei mondiali che eravamo ancora capaci di vincere. Le carovane di macchine non catalitiche con le targhe storte, ammaccate. I motorini con gli adesivi sulla carena, quando mi portavi in giro sui nostri viali infiniti, le nostre vie di tutti i giorni.

Sui prati d’erba bruciata dove stendevamo gli asciugamani della spiaggia, quando dopo gli esami eravamo andati al mare e c’erano fotografie di noi che ridevamo. Le fotografie dove portavamo ancora gli occhiali da sole e avevamo le sigarette in mano, le fotografie che non ritoccavamo perché non dovevamo metterle su social network, che non esistevano. Esistevamo noi e cercavamo l’ombra quando era mezzogiorno.

Cuori accampati ai bordi delle periferie come i nomadi, alle periferie delle grandi città come New York che ti aveva portato via da me quel giorno in cui io avevo un esame di sabato e all’università non c’era nessuno e avevo parcheggiato proprio in mezzo alla piazza, lì davanti.

Nelle fermate capolinea delle metropolitane, dove non si capisce se scendi perché ci devi scendere davvero o perché ti sei addormentato sul treno. Ascoltando sempre la stessa canzone facendo finta di essere in un video, un video di Mtv che quando andava di moda la mia antenna non la prendeva e adesso che la prende non va di moda più. I programmi televisivi che lasciamo accesi di notte, senza volume.

Cuori lanciati nelle stelle, dai tetti degli alberghi, dai finestrini degli aeroplani, dai cerchi fatti col fumo. Dai cerchi disegnati appoggiando la matita sui bordi dei barattoli capovolti, i barattoli di vernice bianca che avevo messo nel bagagliaio per venire nella tua strada e scriverti sul muro di fronte a casa tua: TI AMO. Sul muro di fronte alla casa dove non abiti più.

Quadri

Quadri appoggiati per terra ai muri dell’appartamento preso in affitto. Accatastati, che si vede solo il primo, e bisogna accovacciarsi per guardarlo in faccia, o sedersi a gambe incrociate come gli indiani sul pavimento. Provvisori, come se avessi appena traslocato e in realtà abitavi lì da sempre.

Ritratti dei coinquilini che hanno abitato con te e che si sono seduti con noi a mangiare nelle insalatiere di ceramica sbeccata. I posacenere mai svuotati e riempiti d’acqua come gli annaffiatoi per le piante che abbiamo lasciato appassire. Le cornici con gli spigoli smussati, si era rotto il gancio per appenderli.

Quadri scarabocchiati con le tue matite senza la punta e con la gomma consumata in fondo, coi segni dei tuoi denti piccoli di quando studiando le mordevi per concentrarti. Per farti entrare in testa tutte quelle curve esponenziali. Le sinusoidi malate e gli ellissi sghembi, gli integrali, gli amplificatori operazionali.

Carte evidenziate che ammonticchiavi sulle mensole attaccate storte, libri comprati fotocopiati nella cartoleria clandestina all’angolo con quello che vendeva le pizze. Quel pomeriggio che avevi portato a casa le risme rilegate per tutto l’anno a venire, e di quando dopo gli esami le avevi messe via sotto i miei occhi dicendo che un altro anno era andato. I libri degli esami che abbiamo già dato, trovarseli in mano e sfogliarli silenziosamente.

Quadri, angoli troppo lontani per essere ricongiunti in diagonale, come avevamo tentato di fare noi senza però riuscirci. A disegnare quelle linee senza staccare mai le penne dalla matita. Le penne bic, le penne con le sponsorizzazioni delle società per cui avevi iniziato a fare i colloqui.

Le scrivanie pulite e le cravatte che io avevo insegnato ad annodarti, in un pomeriggio di fine estate quando mi raccontavi che in realtà non volevi andare a lavorare perché non volevi diventare grande. I gemelli sui polsini della mia giacca che era sempre la stessa.

Quadri fatti dalle nostre madri, le nostre lauree messe sottovetro per ridurre al niente tutte le emozioni dei nostri anni migliori. Per fargli prendere la polvere e far vedere quello che siamo stati ai figli che non abbiamo ancora avuto e che per questo non hanno un nome.

Di quando ci era passata la voglia di cambiare continuamente le foto alle nostre pareti e avevamo solo vecchie fotografie impolverate. Le foto di classe, dove non sono mai venuto bene.

Quadri, tondi. Dato che i cerchi non quadrano e in ogni caso noi eravamo un triangolo, ed ogni vertice della nostra immaginazione diventava un po’ più isoscele o scaleno a seconda dei tuoi teoremi del momento.

Le tue tabelle pitagoriche imparate a memoria, come la definizione che volevi dare di te al mondo, mentre io ero soltanto un corollario. I tuoi righelli spezzati e poi riattaccati con lo scotch, che quando volevi tirare una riga non veniva mai dritta perché quando passavi la china sul bordo rattoppato, tremava. Tremava come me quel giorno che con tutte queste cose ti ho aiutato a traslocare.

Fiori

Fiori, ovunque. A volte, inspiegabilmente, eri una Mrs.Dalloway colorata che andava a comprarli a Bond Street o in una di quelle vie dove non ci siamo mai incontrati, neanche per caso. Uscivi da dipinti di qualche epoca fa, quelli che c’erano nelle illustrazioni dei libri delle superiori.

Nel cestino della bicicletta li avresti messi solamente in quei rari giorni in cui le nostre pianure indefinite ci offrivano improvvisi raggi di sole e le nostre ombre lunghe sull’asfalto si tenevano per mano camminando per le strade sterrate. La bicicletta appoggiata al muro dentro al portone del palazzo di quando eravamo piccoli.

Fiori fotografati dalla reflex digitale che avevi comprato coi soldi di quando facevi la cameriera. Modificati al computer con uno di quei programmi tecnologici per far sembrare che avessero colori più veri di quelli che avevano nella nostra realtà che sembrava sempre un po’ sbiadita.

Di quando ti sedevi nel prato o ti arrampicavi sugli alberi con le scarpe da tennis che non avevi voluto cambiare neanche quando si erano rotte, quei fiori gialli di cui al momento non ricordo il nome. Quelli che, a volte, crescevano sull’asfalto dove quando andavo all’asilo mi ero sbucciato le ginocchia. Sui bordi dei marciapiedi, prima che li ridipingessero.

Fiori, non ci avevi mai creduto ma anche i soffioni lo erano. E ti piaceva soffiarmeli in faccia come se fossero delle piume, come per prendermi a cuscinate mentre in realtà erano soltanto petali. Mi mettevo le mani sugli occhi arrossati da allergie inguaribili, ma sopportavo perché mi piaceva vederti ridere.

Di come un giorno ti avevo preso in braccio e ti avevo tirato su dall’erba, non volevi più andare a casa. Non eravamo andati a scuola, ci eravamo portati tutti i libri per studiare ma in realtà l’unico libro che avevamo letto era stato quello di poesie che ti avevo letto io ad alta voce mentre dormivi con la testa appoggiata sulla mia pancia. La mia cintura con la fibbia grossa brillava insieme ai tuoi orecchini.

Fiori sgretolati sui davanzali perché ci eravamo dimenticati di trapiantarli. Appesi a testa in giù credendo che li avremmo fatti seccare come le stelle alpine dentro le pagine dei giornali a fumetti quando andavamo in vacanza in montagna. Le docce fredde dopo le camminate con i calzettoni e i calzoncini corti, i cappellini con la visiera e i marsupi che tanti anni dopo ci avrebbero fatto ridere riguardando le foto. Le mani sporche di pennarelli, le guance sporche di vento.

Fiori, quelli che avevi dimenticato sui divanetti dopo la laurea, quelli tirati dalle spose e mai presi ai matrimoni dei conoscenti, quelli che hai solo sognato di ricevere da uomini che invece si erano dimenticati.

Sotto i treni lanciati avanti e indietro tra la provincia e la vita, l’odore dei gerani che ti avevo portato dopo aver comprato un piccolo vasetto di plastica a due euro al supermercato, per festeggiare che era settembre e che eri ritornata. Issati dietro l’orecchio come le matite con cui ricalcavo il tuo profilo sui vetri.

Picche

Picche, due. Come noi. A puntarci addosso le nostre lance illuminate, il giorno subito dopo esserci sposati.

Rabbiose le tue parole si accavallavano nell’ultima lettera scritta al computer e mai firmata. Avrei voluto per lo meno vedere come sarebbe stata la tua calligrafia mentre la scrivevi, e sarebbe stata come un graffio, come un rasoio, quello che un tempo dimenticavo sul mobiletto del bagno di casa tua.

A rovesciarci addosso i nostri temporali repressi, le nostre insoddisfazioni permanenti, a tagliarci con la carta dei biglietti dei regali che ci facevamo, incartati con i nostri buoni sentimenti e quell’angoscia che mi provocavano le canzoni che adesso non ascoltiamo più. Sotto i tendoni dei locali estivi, quando all’improvviso pioveva.

Picche, la donna. La carta che se ti resta in mano hai perso, in quel gioco che facevamo da bambini. Nera, come il mio umore mentre tornavo a casa quel giorno e guidavo le tangenziali cantando urlando, accendendo gli abbaglianti davanti ai semafori, che il mondo doveva fare passare il mio dolore.

Le sigarette buttate dal finestrino testardamente ritornavano dentro e andavano a bruciare contro i miei sedili posteriori, facendo dei piccoli buchi. I sedili posteriori dove trasportavo i miei amici di ritorno dai concerti, e loro storpiavano le parole di ogni musica costruendo piccole filastrocche per prendermi in giro, filastrocche che parlavano di te. Sotto le stelle, a guardare le ultime lune sbilenche.

Picche, un cuore rovesciato. Che mentre mi lasciavi avrei voluto dirti “ma non ti ricordi di quando riparavamo tutti quei giocattoli?”. E invece tu ti ricordavi solo di quando andavamo a sbattere sempre contro le stesse macchine, contro gli stessi lampioni disarcionati.

Di quando nei pub ci rovesciavamo i bicchieri addosso e poi li lasciavamo cadere sui tavoli di legno e di terra. Le discussioni appese come gli impiccati, a dimenarsi per tentare di restare vivi, come le farfalle. Le nostre ali rovinate, che non si volava più, tolta la polvere.

Picche, il fante ero io, con in mano l’ombrello nero quello con il manico curvo, d’altri tempi. Ti aspettavo sotto la pioggia ascoltando la musica, mentre scendevi dal tram. Le rotaie sconfinate di quando facevi finta di non vedermi, nei corridoi bianchi con le porte rosse.

Tutti i miei chilometri inutili, tutte le mie immaginazioni, le mie corse asimmetriche e le mie belle parole. I patti chiari e le amicizie lunghissime, anche se amici non siamo mai stati. Le carte d’identità con le foto di quando eravamo troppo giovani, per partire per i nostri viaggi interplanetari, negli emisferi boreali delle nostre coscienze arrese al fatto che avanti così non si poteva andare.

E tutte le strade che non abbiamo mai fatto insieme.

cuori

Stay Tuned