Il mio braccio destro era pieno di fiori

Il mio braccio destro era pieno di fiori nel ricordo di tutti quei giorni passati con te. Tu eri bellissima e colorata, e quando mi avevano ricamato quell’affresco sul braccio eri rimasta impressionata. Ma ti piaceva poi tantissimo farci le foto allo specchio. Tu che indossavi una maglietta nera e io che ti abbracciavo. Faceva contrasto, come facevano contrasto i miei occhi scuri e i tuoi capelli biondi, il mio sguardo triste e il tuo sorriso.

I miei orecchini, troppi, e il ciondolo che avevi al collo. Non te l’avevo regalato io.

Tu sapevi fare tante cose e io sapevo solo disegnare, e il giorno in cui avevo deciso che nella mia vita avrei fatto i tatuaggi, tu avevi sorriso e avevi detto che era okay, ma in realtà non eri felice perché quello era l’ennesimo segnale che tra di noi doveva finire. Finire in fretta come i tuoi esami di economia e commercio, e poco importava che ti fossi fidata a fartelo disegnare da me, quel fiore che adesso è come una piccola ombra sulla tua nuca.

Sulla mia spalla sinistra c’è un’ancora. La moda dei tatuaggi da marinaio, la moda delle promesse da marinaio. Avevo tutt’altro che una donna in ogni porto quando avevo appoggiato la valigia sull’isola per la prima volta ed ad aspettarmi non c’era nessuno. Tu dicevi che il nostro amore non aveva fine come le onde del mare, e invece le onde del mare l’avevano eroso come uno scoglio su cui continua a sbattere il sale. Era stato in quel momento che partire per la perfida Albione mi era sembrata l’unica soluzione, anche se il viaggio non era per mare ma per aria. E io mai avevo abitato in una città di mare e si vedeva, ma tante volte avevo abitato in castelli d’aria.

E in stradine scure, come le linee curve del serpente che prendeva forma sulla mia schiena. La mia collega del negozio di tatuaggi me lo disegnava quando avevamo dei momenti liberi, e sfiorava con le unghie dipinte di nero la mia pelle bianca e quasi sempre fredda. Anche le sue mani erano quasi sempre fredde, a differenza delle tue, e portavo quelle cuffie troppo grosse quando ascoltavo la musica per strada, per sembrare più giovane o forse solo perché, con quelle, faceva meno freddo.

E quando avevo baciato lei, non era stata la stessa cosa di quando avevo baciato te.

E per ogni persona che veniva a farsi disegnare da me, cercavo di capire la loro storia dai loro occhi. Ricamavo quattro assi sul polpaccio di un ragazzo che mi aveva detto di essere fortunato nell’amore, nel lavoro, nel denaro e nella salute, non necessariamente in quest’ordine.

Ma io non ci credevo, e sconsigliavo a tutti di tatuarsi i nomi degli altri, che quello che sembra per sempre, domani non lo è più.

Ma non glielo chiedevo mai, esplicitamente, il perché dei disegni che volevano, che più si chiede meno si ottengono risposte.

Tu non mi avevi mai chiesto niente, ma ti avevo raccontato della macchina di mio fratello schiantata sul guard rail la sera in cui avevo compiuto diciotto anni. Dell’albero che avevo disegnato sul muro della sua camera, coi rami che sembravano tentacoli, con le foglie che erano cadute tutte.

Ti avevo raccontato di quando mia madre ci era entrata per la prima volta dopo un anno e mezzo e l’aveva visto e non aveva saputo cosa dire. E di quando lo stesso disegno me l’ero fatto disegnare sulla pancia, e quello era stato il primo.

Forse era stato quel giorno che per la prima volta ti eri sorpresa a giocherellare con i miei orecchini e io ti avevo fatto capire che non dovevi avere paura. E che però, era difficile far passare un lampo nero in un cielo azzurro e che prima o poi, sicuramente, ti saresti stancata di me.

Dal mio polso sinistro parte una fiamma che va verso l’avambraccio e quello è il primo disegno fatto senza l’aiuto di nessuno, quando stavo bruciando tutto perché eri andata via.

Con quello si bruciavano anche le corse in motorino lungo i nostri viali infiniti, le corse giù per le scale dei palazzi e i pomeriggi appoggiati alle balaustre pendenti sui fiumi. I fiumi viola come i nostri lividi, che ad abbracciarsi troppo forte ci si fa male.

Il giorno in cui avevo deciso di fare l’università per fare contento qualcun altro, e lì avevo conosciuto te e quando te n’eri andata non avevo più un motivo per restare. Accovacciandomi sui marciapiedi accarezzandomi le braccia, volevo essere come il cantante degli Incubus in quel video in cui si disegna da solo e dice when I drive myself my light is found.

Io non avevo mai trovato la mia luce, perché in realtà pensavo solo a disegnare te. I tuoi contorni neri su bianco erano quelli che avevano cambiato la mia vita e per una volta mi avevano fatto sentire quello che la gente chiama amore.

Sulle tue labbra e sui tuoi occhi grandi, sarebbe scivolata la mia matita mentre ti dipingevo sempre al mio fianco, e dentro quel quadro ti piacevano gli stessi dischi che piacevano a me, le stesse città. Parlavamo una lingua sola e non ti saresti mai dimenticata di me.

Non ti saresti mai dimenticata di me perché, mentre non riesco a dormire e fisso il soffitto, dal mio divano letto di un appartamento condiviso, penso che la prima cosa che avrei disegnato su di te sarebbe stato il mio nome, io che invece i nomi degli altri non voglio scriverli.

E non importa dove, l’avrei scritto con il mio inchiostro nero o forse con la lama di un rasoio, di modo che tutti gli altri, nelle notti in cui ti avrebbero abbracciato, avrebbero potuto vederlo, e sarebbe stato ancora come se quellee onde non fossero finite mai.

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Scritto nel 2011, non ricordo in che mese.

Stay Tuned

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Il mio braccio destro era pieno di fiori