La Vie d’Adèle

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Questa volta ho deciso di affezionarmi ad un film che non è il solito film scandinavo o islandese mai doppiato neanche in inglese, ma un film francese che ha vinto Cannes, ha portato Léa Seydoux ed Adèle Excharchopoulos a diventare star, in coppia, del nuovo ad di Miuccia Prada, e la stessa Seydoux, inizialmente la più nota tra le due  attrici protagoniste, ad essere la persona più nominata dalla stampa di Francia in questo mese (le cede provvisoriamente il posto Zlatan Ibrahimovic).

La prima reazione dopo aver visto La Vie d’Adèle è stato un senso di spiazzamento, mi aspettavo più fedeltà al fumetto, mentre allo spunto di Julie Maroh, Kechiche resta fedele solo in parte, durante il Capitolo 1 del film. Qui trovano spazio, assieme al primo manifestarsi del tormento amoroso, gli interrogativi e i disagi causati in Adèle dallo scoprirsi innamorata di una donna.

Adèle adolescente piange in cameretta e divora una barretta di cioccolato estratta da una preziosa riserva di merendine nascosta sotto il letto. In questo gesto, mostrato in modo insistito da una macchina da presa che ama osservare i protagonisti molto da vicino in tutte le loro manifestazioni fisiche, c’è il dramma della giovane protagonista che, più tardi, si trova invece a posare per il primo delicato ritratto, che Emma le fa mentre chiacchierano sedute su una panchina.

Il cibo è una chiave ricorrente nel film e diviene metafora della causa principale del progressivo allontanamento delle due amanti. Ospite a casa della famiglia benestante e liberale di Emma, Adèle mangia per la prima volta le ostriche, che diventano, oltre che metafora sessuale, simbolo di uno status sociale. A casa di Adèle, dove viene presentata come amica più grande che dà ripetizioni di filosofia, Emma invece mangia semplici spaghetti, finge di avere un fidanzato che lavora in ambito commerciale e si sente dire che comunque per campare serve avere «un lavoro vero». Quel «lavoro vero» che Adèle si trova per poter vivere al fianco di Emma, ma che per Emma non sembra abbastanza per sentirsi davvero felici, realizzati. Adèle insegna all’asilo, ma ad Emma questo sembra un mestiere troppo umile. Ed è per questo che, davanti ai propri amici intellettuali, ci tiene a dire che Adèle scrive molto bene, come se la stessa Adèle coltivasse, di nascosto, questa velleità, destinata un giorno ad esplodere insieme al suo talento. Ad Adèle invece questo non interessa, e durante la serata si fa notare solo in quanto cuoca e “angelo del focolare”. È infatti lei a sfamare i pretenziosi ospiti, che mentre discutono di Schiele e Klimt divorano, tra buffe espressioni facciali e macchie di sugo, la semplice pastasciutta da lei preparata. In questo senso è quasi spiazzante che Emma riporti Adèle al centro dell’attenzione definendola: «la mia musa» durante il brindisi. Anche i ritratti si sono infatti trasformati, pur rimanendo una costante. A partire da quel viso accennato a matita su una panchina nel parco, Emma, allora studente e adesso sulla strada dell’affermazione artistica, ha iniziato a rappresentare Adèle come una dea, spesso discinta, destinata a restare nei suoi dipinti (e dunque nei suoi pensieri) anche dopo la separazione.

Oltre alle lacrime, al cibo, ai numerosi dettagli blu (a parte i capelli di Emma, troviamo le unghie della prima ragazzina che bacia Adèle, la panchina sulla quale Adèle è seduta mentre lascia il fidanzatino Thomas, moltissime porte sulle strade percorse dalle protagoniste, le lenzuola delle loro stanze, le copertine dei bambini della scuola materna, il vestito di Adèle nell’ultima scena), un’altra cosa da notare sono le scene trascorse in classe. L’insegnamento è importante per Adèle. A cena con la famiglia di Emma, spiega di volersi dedicare all’insegnamento perché per lei andare a scuola è stato fondamentale per conoscere tante cose che i suoi non le avevano insegnato. E nel film, moltissime scene si svolgono in classe.

Anzi, dalla classe si inizia, nella prima scena una compagna di liceo di Adèle legge un pezzo di La Vie de Marianne di Marivaux, lo stesso libro che Adèle sta leggendo sul bus quando Thomas le si avvicina per la prima volta. Già dalle conversazioni iniziali con lui, si avverte un’incompatibilità, che culimina proprio nella discussione che i due hanno a proposito di questo libro in particolare e della lettura in generale. Adèle adora leggere, per Thomas i libri sono solo un peso; non fanno per lui.

Kechiche fa suo anche un estratto di La Princesse de Clèves di Madame de La Fayette. Si parla del colpo di fulmine, del fatto che possa farci sentire come se qualcosa ci mancasse, tutto ad un tratto. Adèle ascolta la discussione tra i suoi compagni, e mentre gli adolescenti incerti si interrogano sui significati della letteratura, lei sta già vivendo ciò di cui si parla, in lei si manifesta il desiderio per la ragazza dai capelli blu che ha incrociato attraversando la strada.

È con Antigone che si chiudono le citazioni letterarie della vita scolastica rappresentata nel Capitolo 1 della vita di Adèle, quello in cui lei è studentessa. La professoressa spiega che Antigone morirà, nel giorno in cui dirà di no e parla dell’infanzia come l’età in cui non si è ancora sufficientemente maturi né forti. Ed aggiunge, ironica, rivolta ai ragazzi: «Spero che voi ne stiate uscendo».

Nel Capitolo 2 della sua storia, Adèle ritorna in classe come insegnante. La scuola è di nuovo quella parte del suo universo in cui Emma non c’è, solo che, mentre prima Emma rappresentava la sua fuga da casa e dalle sue abitudini, ora Emma è la sua casa e la sua famiglia. E la scuola è nuovamente il posto in cui si possono manifestare tentazioni fallaci e le lezioni si portano avanti nonostante gli stati d’umore altalenanti.

All’innocenza e alla tenerezza dei bambini alunni di Adèle, Kechiche sembra far recitare una sentenza che ben si adatta alla storia delle protagoniste e al modo in cui il regista ha scelto di raccontarcela. Una strofa a testa, i bimbi leggono Pas Besoin di Alain Bosquet, ed è ad una bambina con grossi occhiali, dall’aria indifesa e dolcissima, che tocca l’ultima frase «Le poème du poète, c’est pour dire tout cela et mille autres choses: pas besoin de comprendre». [«La poesia del poeta è per dire tutto questo e mille altre cose: non c’è bisogno di capire»]

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In questi giorni ho letto moltissime interviste e recensioni relative a questo film, principalmente francesi, americane ed italiane. Per gli interessati, le ho ritwittate quasi tutte. Lo sguardo che mi ha colpito di più è stato questo, italiano, da Le Parole e Le Cose.

Del fumetto Il blu è un colore caldo, ho parlato qui, su Finzioni Magazine.

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