Mese: novembre 2013

Stoner | John Edward Williams

Ormai più di un mese fa ho letto Stoner di John Edward Williams, un romanzo del 1965 arrivato in traduzione italiana, grazie a Fazi, solo nel febbraio 2012. È stato definito «romanzo perfetto» proprio perché si lascia divorare nonostante nella vita nel protagonista non succeda proprio nulla di eccitante.

Scritto in un modo scarno e disilluso, sembra che il romanzo voglia rispecchiare anche nei suoi aspetti stilistici la vita di William Stoner, che lascia  la sua umile famiglia contadina per dedicarsi agli studi e finisce per non lasciare più il mondo accademico. Si legge, all’inizio:

William Stoner si iscrisse all’Università del Missouri nel 1910, all’età di diciannove anni. Otto anni dopo, al culmine della prima guerra mondiale, gli fu conferito il dottorato in Filosofia e ottenne un incarico presso la stessa università, dove restò a insegnare fino alla sua morte nel 1956. Non superò mai il grado di ricercatore, e pochi studenti, dopo aver frequentato i suoi corsi, serbarono di lui un ricordo nitido.

Vero. I più grandi avvenimenti, nella sua vita, saranno la scoperta un po’ tardiva dell’amore e alcune “beghe” con i colleghi docenti. Il narratore, così come il personaggio, sembra non dare mai troppo peso alle emozioni: i toni sono sempre misurati e sembrano rispecchiare il modo quasi indifferente in cui Stoner si lascia trascinare, tra una piccola disavventura e l’altra, attraverso la sua vita mediocre.

Detto così, sembrerebbe un libro triste. In realtà, proprio per questo, non lo è, o almeno: sebbene il protagonista non abbia una vita di successo, non si arriva mai ad avere toni drammatici e la lettura si rivela molto piacevole.

A chi non l’ha ancora letto, non voglio rivelare cosa succede. Mentre, a chi l’ha già letto, segnalo questa analisi interessante su Le Parole e Le Cose.

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Stay Tuned

Il Senso di Una Fine | Julian Barnes

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Ho comprato questo libro (ebook) un per la copertina: la foto del Millennium Bridge che guarda verso St. Paul’s. La stessa immagine è stata una delle foto più riuscite del mio primo soggiorno a Londra, durante l’estate del 2009, e genera dunque in me un numero imprecisato di ricordi abbastanza intensi.

Nei pressi di questo ponte avviene uno degli incontri più importanti de Il Senso di Una Fine. Ho finito per adorare questo romanzo per diversi motivi. Tra essi, spiccano le sue atmosfere British e una serie di frasi bellissime sul tempo e sulla memoria.

Un gruppo di ragazzi che amano usare parole come «Weltanschauung» e «filosoficamente tautologico» modifica i propri equilibri all’arrivo di un nuovo membro, Adrian. Più raffinato, fascinoso. Tony, la voce narrante, da adulto ripercorre gli eventi, per arrivare a spiegarsi ciò che è successo molto tempo dopo, e cioè nel momento in cui si è trovato a ricevere una sorprendente eredità, figlia del suo passato. È affascinante sentirlo raccontare, tornare indietro, al momento in cui l’arrivo di Adrian e, poco dopo, di Veronica, avevano cambiato tutto nella sua vita. Del pomeriggio trascorso con lei e gli amici, a Londra, e delle giornate passate a casa dei genitori di lei, a Chislehurst. Proprio lì, Tony aveva conosciuto la famiglia, a tratti macchiettistica, di Veronica: il padre e il fratello, supponenti, si erano presi gioco di lui. La madre, invece, gli era sembrata allo stesso tempo comprensiva ed enigmatica.

«Wobbly Bridge» («Ponte Barcollante»). Così Tony chiama il Millennium Bridge, ed è un soprannome che in effetti fu affibbiato alla struttura pochi giorni dopo la sua prima apertura, nel 2000. Il ponte oscillava. Fu chiuso e modificato, per riaprire poi nel 2002.

Barcollano anche i personaggi de Il Senso di Una Fine, con le loro emozioni precarie e i loro baratri. Ma non vorrei finire per svelarvi di più sui misteri che avvolgono Tony, Adrian e Veronica.

Leggete.

Stay Tuned

Il mio braccio destro era pieno di fiori

Il mio braccio destro era pieno di fiori nel ricordo di tutti quei giorni passati con te. Tu eri bellissima e colorata, e quando mi avevano ricamato quell’affresco sul braccio eri rimasta impressionata. Ma ti piaceva poi tantissimo farci le foto allo specchio. Tu che indossavi una maglietta nera e io che ti abbracciavo. Faceva contrasto, come facevano contrasto i miei occhi scuri e i tuoi capelli biondi, il mio sguardo triste e il tuo sorriso.

I miei orecchini, troppi, e il ciondolo che avevi al collo. Non te l’avevo regalato io.

Tu sapevi fare tante cose e io sapevo solo disegnare, e il giorno in cui avevo deciso che nella mia vita avrei fatto i tatuaggi, tu avevi sorriso e avevi detto che era okay, ma in realtà non eri felice perché quello era l’ennesimo segnale che tra di noi doveva finire. Finire in fretta come i tuoi esami di economia e commercio, e poco importava che ti fossi fidata a fartelo disegnare da me, quel fiore che adesso è come una piccola ombra sulla tua nuca.

Sulla mia spalla sinistra c’è un’ancora. La moda dei tatuaggi da marinaio, la moda delle promesse da marinaio. Avevo tutt’altro che una donna in ogni porto quando avevo appoggiato la valigia sull’isola per la prima volta ed ad aspettarmi non c’era nessuno. Tu dicevi che il nostro amore non aveva fine come le onde del mare, e invece le onde del mare l’avevano eroso come uno scoglio su cui continua a sbattere il sale. Era stato in quel momento che partire per la perfida Albione mi era sembrata l’unica soluzione, anche se il viaggio non era per mare ma per aria. E io mai avevo abitato in una città di mare e si vedeva, ma tante volte avevo abitato in castelli d’aria.

E in stradine scure, come le linee curve del serpente che prendeva forma sulla mia schiena. La mia collega del negozio di tatuaggi me lo disegnava quando avevamo dei momenti liberi, e sfiorava con le unghie dipinte di nero la mia pelle bianca e quasi sempre fredda. Anche le sue mani erano quasi sempre fredde, a differenza delle tue, e portavo quelle cuffie troppo grosse quando ascoltavo la musica per strada, per sembrare più giovane o forse solo perché, con quelle, faceva meno freddo.

E quando avevo baciato lei, non era stata la stessa cosa di quando avevo baciato te.

E per ogni persona che veniva a farsi disegnare da me, cercavo di capire la loro storia dai loro occhi. Ricamavo quattro assi sul polpaccio di un ragazzo che mi aveva detto di essere fortunato nell’amore, nel lavoro, nel denaro e nella salute, non necessariamente in quest’ordine.

Ma io non ci credevo, e sconsigliavo a tutti di tatuarsi i nomi degli altri, che quello che sembra per sempre, domani non lo è più.

Ma non glielo chiedevo mai, esplicitamente, il perché dei disegni che volevano, che più si chiede meno si ottengono risposte.

Tu non mi avevi mai chiesto niente, ma ti avevo raccontato della macchina di mio fratello schiantata sul guard rail la sera in cui avevo compiuto diciotto anni. Dell’albero che avevo disegnato sul muro della sua camera, coi rami che sembravano tentacoli, con le foglie che erano cadute tutte.

Ti avevo raccontato di quando mia madre ci era entrata per la prima volta dopo un anno e mezzo e l’aveva visto e non aveva saputo cosa dire. E di quando lo stesso disegno me l’ero fatto disegnare sulla pancia, e quello era stato il primo.

Forse era stato quel giorno che per la prima volta ti eri sorpresa a giocherellare con i miei orecchini e io ti avevo fatto capire che non dovevi avere paura. E che però, era difficile far passare un lampo nero in un cielo azzurro e che prima o poi, sicuramente, ti saresti stancata di me.

Dal mio polso sinistro parte una fiamma che va verso l’avambraccio e quello è il primo disegno fatto senza l’aiuto di nessuno, quando stavo bruciando tutto perché eri andata via.

Con quello si bruciavano anche le corse in motorino lungo i nostri viali infiniti, le corse giù per le scale dei palazzi e i pomeriggi appoggiati alle balaustre pendenti sui fiumi. I fiumi viola come i nostri lividi, che ad abbracciarsi troppo forte ci si fa male.

Il giorno in cui avevo deciso di fare l’università per fare contento qualcun altro, e lì avevo conosciuto te e quando te n’eri andata non avevo più un motivo per restare. Accovacciandomi sui marciapiedi accarezzandomi le braccia, volevo essere come il cantante degli Incubus in quel video in cui si disegna da solo e dice when I drive myself my light is found.

Io non avevo mai trovato la mia luce, perché in realtà pensavo solo a disegnare te. I tuoi contorni neri su bianco erano quelli che avevano cambiato la mia vita e per una volta mi avevano fatto sentire quello che la gente chiama amore.

Sulle tue labbra e sui tuoi occhi grandi, sarebbe scivolata la mia matita mentre ti dipingevo sempre al mio fianco, e dentro quel quadro ti piacevano gli stessi dischi che piacevano a me, le stesse città. Parlavamo una lingua sola e non ti saresti mai dimenticata di me.

Non ti saresti mai dimenticata di me perché, mentre non riesco a dormire e fisso il soffitto, dal mio divano letto di un appartamento condiviso, penso che la prima cosa che avrei disegnato su di te sarebbe stato il mio nome, io che invece i nomi degli altri non voglio scriverli.

E non importa dove, l’avrei scritto con il mio inchiostro nero o forse con la lama di un rasoio, di modo che tutti gli altri, nelle notti in cui ti avrebbero abbracciato, avrebbero potuto vederlo, e sarebbe stato ancora come se quellee onde non fossero finite mai.

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Scritto nel 2011, non ricordo in che mese.

Stay Tuned

Perché leggo in ditigale

Ciao amici.

Mentre questa infografica molto carina che ho trovato qui mostra dati e statistiche su “lettura digitale vs lettura cartacea”, concludendo con un bel “Electronic or Printed, it does not matter: nothing beats a good book“, io festeggio un anno e mezzo e più di lettura digitale, effettuata attraverso un (antico, in bianco e nero e con tastiera) esemplare del più famoso ereader in circolazione. Sì, quello venduto dal peggiore dei mostri che stanno divorando il mercato editoriale.

Forse alcuni ricorderanno come io sia arrivata alla drastica decisione in modo abbastanza doloroso. (Pagine, febbraio 2012. La fine della carta, maggio 2012). Eppure, senza l’ereader non avrei potuto leggere (e comprare) tutti i libri che ho letto nell’ultimo anno e mezzo. Districandomi tra pro e contro, cercherò di spiegarvi perché quest’esperienza è stata e continua ad essere positiva e perché credo che una crociata contro gli ebook sia insensata.

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Il motivo principale per il quale ho scelto di comprare un ereader è semplice: come i lettori abituali di questo blog già sanno, non vivo più in Italia da più di tre anni. Tuttavia, preferisco leggere in italiano anche i libri di autori stranieri. Questo, perché la mia conoscenza delle lingue dei paesi in cui ho vissuto e vivo tutt’ora (UK e Francia) non è tale da permettermi di apprezzare il modo in cui un libro è scritto. Capisco tutto, ma manca quel qualcosa che riesce a farmi immergere totalmente nel testo al punto da poter leggere ininterrottamente (o almeno finché non subentrano cause di forza maggiore: la mia fermata del treno, la necessità di nutrirsi, la vita). Se leggo in altre lingue, dopo un po’ la stanchezza ha il sopravvento, e con essa se ne va il piacere della lettura.

Reperire libri in italiano all’estero (soprattutto quelli di autori non italiani in traduzione) è però molto difficile o molto caro. Solo alcuni libri arrivano nelle librerie italiane all’estero e nelle catene con sezioni per i libri in lingua. Il rincaro è quasi sempre intorno ai due-tre euro sul prezzo di copertina, e questo vuol dire arrivare a pagare sui 16 euro un tascabile. Stessa cosa se si ordina online, visto che il prezzo di copertina rimane lo stesso, ma le spese di spedizione lievitano considerevolmente.

Comprarmi i libri durante le più o meno frequenti visite a casa e poi portarli con me non si è rivelata una soluzione migliore, dato che spesso viaggio solo con il bagaglio a mano e tutti i lettori appassionati sanno come sia drammatico dover portare tanti libri in valigia, soprattutto quando ci sono limitazioni su dimensioni e peso dei bagagli.

Inoltre, c’è da prendere in considerazione che, vivendo da immigrati, non sia scontato avere una casa grande né abitare per più di un anno di fila nello stesso appartamento. In questo senso, accumulare libri non è esattamente una saggia idea.

Ecco dunque perché ho deciso di ricorrere ad un ereader per risolvere contemporaneamente tutti questi problemi. Tramite un account di Amazon che prima era .uk e ora è .fr (il cambiamento si può fare facilmente, il Kindle si sincronizza e gli ebook rimangono al loro posto) ho potuto acquistare moltissimi libri in italiano senza rincaro (il prezzo è lo stesso di Amazon.it), e tra essi spiccano anche testi di piccole case editrici che altrimenti avrei fatto molta fatica a reperire e non avrei mai avuto la possibilità di leggere e comprare. (Senza contare che alcune case editrici piccole ed interessanti ora pubblicano solo in digitale).

La mia scettica mamma, che come me pensava che non avrebbe mai potuto leggere su “una tavoletta” (Cit.) un anno dopo ha chiesto e ottenuto in regalo per Natale la versione più evoluta della stessa “tavoletta” e ora può leggere i miei ebook, dal momento che ho legato il suo device al mio conto Amazon.

Dunque, sì, diciamo che ho fatto un grosso favore a me stessa e in realtà anche all’editoria prendendo un Kindle. Perché da un anno a questa parte leggo (e compro) più libri di quanto non abbia mai fatto in tutta la mia vita.

La condizione di emigrante è quella che più mi ha spinto a fare questo passo, tuttavia ho grandissimo rispetto per le librerie in generale e per le librerie italiane all’estero, e questo è l’unico motivo per il quale mi sento un po’ in colpa. Tra tutte, la mia preferita è per ora la parigina Marcovaldo che, oltre a essere una libreria, è anche un locale per aperitivi, brunch, concerti e altre iniziative.

Visto che all’inizio ho detto che sono contro chi critica gli ebook a priori, ma non che sono contro chi continua a preferire i libri di carta (c’è differenza!), vi prometto che ci sarà una seconda puntata di questo articolo, sul perché, nonostante una felicissima esperienza con l’ebook, se potessi leggerei (e comprerei) molti più libri di carta.

Continua…

Stay Tuned

Le Cose Cambiano | AAVV

Questa settimana, su Finzioni, ho parlato di un libro intitolato Le Cose Cambiano. Questo libro, edito da Isbn Edizioni, scaturisce dall’omonimo progetto. Il sito lecosecambiano.org, è attivo da quest’anno e rappresenta la versione italiana di It Gets Better, iniziativa lanciata nel 2010 dal giornalista americano Dan Savage e dal marito Terry Miller. L’obiettivo di Dan e Terry era quello di creare un’associazione che desse supporto agli adolescenti LGBT, e il progetto It Gets Better nacque in risposta ad una serie di suicidi di giovani LGBT che ebbero luogo negli Stati Uniti appunto nel settembre 2010.

le-cose-cambiano-copertina-piattaAl fenomeno dei suicidi di giovani gay stiamo assistendo sempre più frequentemente anche in Italia: l’ultimo ragazzo che si è tolto la vita a Roma ha lasciato anche un messaggio esplicito: «Gli omofobi facciano i conti con la propria coscienza». Questo serve a far capire come un progetto come Le Cose Cambiano sia, anche in Italia, ormai necessario.

L’adolscenza è un’età difficile per tutti. Sentirsi emarginati e derisi per la propria diversità, in anni in cui si è così fragili, può fare molto male. Ai tormenti amorosi che rappresentano spesso i principali “drammi” adolescenziali, per gli adolescenti LGBT si aggiunge la paura di non riuscire a trovare qualcuno che li corrisponda. E, con la scoperta della loro omosessualità, arriva anche il timore che essa non venga accettata dagli altri, genitori e amici, e venga anzi derisa, fino a portarli ad essere isolati dal gruppo, o ad essere oggetto anche di violenze fisiche, oltre che di gossip ed altri tipi di cattiverie solo apparentemente più innocue.

Mi chiedo se quelli che indicano i gay pride come la summa massima della perversione omosessuale si siano mai chiesti quante delle persone che vi partecipano, dalle drag più appariscenti e truccate, fino alle coppie che se non si tenessero per mano sarebbero insospettabili, abbiano avuto un’adolescenza felice. Io credo che siano state poche.

Quando vivevo a Londra, negli uffici in cui lavoravo venneno a parlare alcuni membri dell’associazione Stonewall, nell’ambito di un programma anti-omofobia. Mi meravigliai del fatto che in Italia, dove ho frequentato la scuola pubblica per tredici anni, di questo argomento non avessi mai sentito parlare nelle scuole. Eppure, la lotta all’omofobia è importante. E fondamentale è il conforto e l’aiuto che un progetto come Le Cose Cambiano può dare ai ragazzi. Le voci di chi ci è passato, personaggi noti e meno noti che spiegano come le cose siano destinate a migliorare, servono a far capire a questi giovani che essere felici è possibile.

«La Normalità è una questione di prospettiva» e anche se la battaglia per i diritti legali, almeno in Italia, è ancora lunga, per cambiare le cose, bisogna iniziare a lavorare fin da ora, ed il progetto Le Cose Cambiano è un ottimo punto di partenza.

Informatevi, informate.

Stay Tuned

La Vie d’Adèle

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Questa volta ho deciso di affezionarmi ad un film che non è il solito film scandinavo o islandese mai doppiato neanche in inglese, ma un film francese che ha vinto Cannes, ha portato Léa Seydoux ed Adèle Excharchopoulos a diventare star, in coppia, del nuovo ad di Miuccia Prada, e la stessa Seydoux, inizialmente la più nota tra le due  attrici protagoniste, ad essere la persona più nominata dalla stampa di Francia in questo mese (le cede provvisoriamente il posto Zlatan Ibrahimovic).

La prima reazione dopo aver visto La Vie d’Adèle è stato un senso di spiazzamento, mi aspettavo più fedeltà al fumetto, mentre allo spunto di Julie Maroh, Kechiche resta fedele solo in parte, durante il Capitolo 1 del film. Qui trovano spazio, assieme al primo manifestarsi del tormento amoroso, gli interrogativi e i disagi causati in Adèle dallo scoprirsi innamorata di una donna.

Adèle adolescente piange in cameretta e divora una barretta di cioccolato estratta da una preziosa riserva di merendine nascosta sotto il letto. In questo gesto, mostrato in modo insistito da una macchina da presa che ama osservare i protagonisti molto da vicino in tutte le loro manifestazioni fisiche, c’è il dramma della giovane protagonista che, più tardi, si trova invece a posare per il primo delicato ritratto, che Emma le fa mentre chiacchierano sedute su una panchina.

Il cibo è una chiave ricorrente nel film e diviene metafora della causa principale del progressivo allontanamento delle due amanti. Ospite a casa della famiglia benestante e liberale di Emma, Adèle mangia per la prima volta le ostriche, che diventano, oltre che metafora sessuale, simbolo di uno status sociale. A casa di Adèle, dove viene presentata come amica più grande che dà ripetizioni di filosofia, Emma invece mangia semplici spaghetti, finge di avere un fidanzato che lavora in ambito commerciale e si sente dire che comunque per campare serve avere «un lavoro vero». Quel «lavoro vero» che Adèle si trova per poter vivere al fianco di Emma, ma che per Emma non sembra abbastanza per sentirsi davvero felici, realizzati. Adèle insegna all’asilo, ma ad Emma questo sembra un mestiere troppo umile. Ed è per questo che, davanti ai propri amici intellettuali, ci tiene a dire che Adèle scrive molto bene, come se la stessa Adèle coltivasse, di nascosto, questa velleità, destinata un giorno ad esplodere insieme al suo talento. Ad Adèle invece questo non interessa, e durante la serata si fa notare solo in quanto cuoca e “angelo del focolare”. È infatti lei a sfamare i pretenziosi ospiti, che mentre discutono di Schiele e Klimt divorano, tra buffe espressioni facciali e macchie di sugo, la semplice pastasciutta da lei preparata. In questo senso è quasi spiazzante che Emma riporti Adèle al centro dell’attenzione definendola: «la mia musa» durante il brindisi. Anche i ritratti si sono infatti trasformati, pur rimanendo una costante. A partire da quel viso accennato a matita su una panchina nel parco, Emma, allora studente e adesso sulla strada dell’affermazione artistica, ha iniziato a rappresentare Adèle come una dea, spesso discinta, destinata a restare nei suoi dipinti (e dunque nei suoi pensieri) anche dopo la separazione.

Oltre alle lacrime, al cibo, ai numerosi dettagli blu (a parte i capelli di Emma, troviamo le unghie della prima ragazzina che bacia Adèle, la panchina sulla quale Adèle è seduta mentre lascia il fidanzatino Thomas, moltissime porte sulle strade percorse dalle protagoniste, le lenzuola delle loro stanze, le copertine dei bambini della scuola materna, il vestito di Adèle nell’ultima scena), un’altra cosa da notare sono le scene trascorse in classe. L’insegnamento è importante per Adèle. A cena con la famiglia di Emma, spiega di volersi dedicare all’insegnamento perché per lei andare a scuola è stato fondamentale per conoscere tante cose che i suoi non le avevano insegnato. E nel film, moltissime scene si svolgono in classe.

Anzi, dalla classe si inizia, nella prima scena una compagna di liceo di Adèle legge un pezzo di La Vie de Marianne di Marivaux, lo stesso libro che Adèle sta leggendo sul bus quando Thomas le si avvicina per la prima volta. Già dalle conversazioni iniziali con lui, si avverte un’incompatibilità, che culimina proprio nella discussione che i due hanno a proposito di questo libro in particolare e della lettura in generale. Adèle adora leggere, per Thomas i libri sono solo un peso; non fanno per lui.

Kechiche fa suo anche un estratto di La Princesse de Clèves di Madame de La Fayette. Si parla del colpo di fulmine, del fatto che possa farci sentire come se qualcosa ci mancasse, tutto ad un tratto. Adèle ascolta la discussione tra i suoi compagni, e mentre gli adolescenti incerti si interrogano sui significati della letteratura, lei sta già vivendo ciò di cui si parla, in lei si manifesta il desiderio per la ragazza dai capelli blu che ha incrociato attraversando la strada.

È con Antigone che si chiudono le citazioni letterarie della vita scolastica rappresentata nel Capitolo 1 della vita di Adèle, quello in cui lei è studentessa. La professoressa spiega che Antigone morirà, nel giorno in cui dirà di no e parla dell’infanzia come l’età in cui non si è ancora sufficientemente maturi né forti. Ed aggiunge, ironica, rivolta ai ragazzi: «Spero che voi ne stiate uscendo».

Nel Capitolo 2 della sua storia, Adèle ritorna in classe come insegnante. La scuola è di nuovo quella parte del suo universo in cui Emma non c’è, solo che, mentre prima Emma rappresentava la sua fuga da casa e dalle sue abitudini, ora Emma è la sua casa e la sua famiglia. E la scuola è nuovamente il posto in cui si possono manifestare tentazioni fallaci e le lezioni si portano avanti nonostante gli stati d’umore altalenanti.

All’innocenza e alla tenerezza dei bambini alunni di Adèle, Kechiche sembra far recitare una sentenza che ben si adatta alla storia delle protagoniste e al modo in cui il regista ha scelto di raccontarcela. Una strofa a testa, i bimbi leggono Pas Besoin di Alain Bosquet, ed è ad una bambina con grossi occhiali, dall’aria indifesa e dolcissima, che tocca l’ultima frase «Le poème du poète, c’est pour dire tout cela et mille autres choses: pas besoin de comprendre». [«La poesia del poeta è per dire tutto questo e mille altre cose: non c’è bisogno di capire»]

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In questi giorni ho letto moltissime interviste e recensioni relative a questo film, principalmente francesi, americane ed italiane. Per gli interessati, le ho ritwittate quasi tutte. Lo sguardo che mi ha colpito di più è stato questo, italiano, da Le Parole e Le Cose.

Del fumetto Il blu è un colore caldo, ho parlato qui, su Finzioni Magazine.

Stay Tuned