Cosa Racconteremo | Vasco Brondi

Questo articolo è uscito nel 2011 su un sito che ora non esiste più (?), Setteperuno.

Ma, visto che si parlava di Vasco Brondi.

Questa recensione l’ho scritta sull’iPhone mentre ero in aereo, l’ennesimo aereo che non capivo se fosse un’andata o un ritorno. Che il libro di Vasco Brondi avevo iniziato a leggerlo quando ci hanno imbarcati, e l’ho finito prima che partissimo, che siamo stati fermi lì, sulla pista, quaranta minuti. Tutti questi ritardi inspiegabili, tutti questi episodi alla libro di Vasco Brondi.

«È praticamente un libro fotografico senza fotografie», dice il risvolto di copertina.

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Che ci sembra di vederli, Vasco Brondi e la sua bella, la ragazza a cui insistentemente rivolge le sue frasi sbilenche dicendo Tu. Persi nei loro lavori precari, nei call center o a fare i camerieri. Sui treni, negli appartamenti affittati, nelle vecchie macchine, alle periferie delle grandi città o nelle province e basta. A mandare curricola a chi non li richiamerà, mentre lei augura a lui «che le sue canzoni lo portino lontano», ma lui vorrebbe solo restare vicino a lei.

E invece ci sono distanze e sentirsi per telefono, dirsi «ci sentiamo più tardi, tipo tra mezz’ ora» e poi richiamarsi e volersi dire una cosa che non ci si ricorda più. E le idee improvvise, andare a Berlino, a Parigi.

Ciò che Vasco ci racconta di Questi cazzo di Anni Zero non è una storia con un capo e una coda, ma sono sensazioni, occhi tristi con occhiaie blu, sigarette spente, strumenti musicali da rivendere su e-bay.

Ritroviamo molte delle frasi delle sue canzoni, e questo libro, come uno dei suoi album, si può consumare in quaranta minuti ma va riletto (riascoltato), per cogliere le sfumature di ogni lirica, per provare a interpretarla e finire inevitabilmente per trovarci qualcosa di noi.
Va riletto una pagina alla volta, come se fosse una raccolta di poesie moderne, di storie della disillusione italiana, scritte  nell’asfalto. Come se fossero pensieri annotati in treno, sui margini di un altro libro.

Si potrebbe obiettare che forse tutto questo sia un po’ troppo, che siano parole buttate a caso e che poi, quella minuscola dopo il punto, cosa dovrebbe significare.

Però, Vasco sta cercando di dirci qualcosa, da un punto di vista diverso e in fondo non troppo lontano dal nostro. E le sue Luci della Centrale Elettrica sono una delle realtà cantautorali migliori emerse nei succitati Anni Zero.

Io dico, lasciamolo fare, andiamo a vedere dove vuole andare a parare.

Del resto si sa, Vasco Brondi o si odia o si ama, sia in versione scrittore che in versione cantautore.

Io poi sarei di parte, e «sarei sempre sugli Eurostar e sulle frecce rosse a sfogliare riviste, per venirti incontro».

(Baldini Castoldi Dalai, 2009)

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