Cerchiamo il posto in cui succedono le cose

Forse alcuni ricorderanno che nel 2011 ero impazzita per Vasco Brondi. Tutto era partito dalla canzone Quando Tornerai dall’Estero, per motivi più o meno ovvi e per il mood che mi trascinavo addosso insieme alla mia condizione di migrante, seppur “di lusso”.

Lettori più recenti ricorderanno che questo settembre mi sono recata in una fumetteria di Parigi per farmi firmare dal fumettista la graphic novel Come le strisce che lasciano gli aerei. Lui era un tipo silenzioso, mancino, che si chiama Andrea Bruno e che non sa che io ho avuto un suo disegno come sfondo del Blackberry per un paio d’anni. Era la copertina di Per ora noi la chiameremo felicità, disco de Le Luci della Centrale Elettrica, al secolo Vasco Brondi. Lo stesso Vasco Brondi che è co-autore di Come le strisce.

Perché questo fumetto mi ha colpita, al di là dei disegni toccanti, quasi dolorosi, al punto da sembrare iniettati di sangue, di Bruno, e dei testi metaforici, criptici e poetici di Brondi?

Perché dentro c’è una storia che ho sentito e, anche se ormai in misura minore, sento ancora mia. Agli aerei pensavo spesso, soprattutto nel periodo in cui vivevo a Londra e ne prendevo molti di più, molto più frequentemente, per tornare a casa. Anche perché, vivendo su un’isola, la scelta era di fatto obbligata.

Le strisce che lasciano gli aerei sono i percorsi che ci segnano e che a volte determinano la nostra voglia di andare via (“Cerchiamo il posto in cui succedono le cose“, Cit.). Ma, allo stesso tempo, sono le persone che se ne sono andate, le cose che abbiamo perso, e che restiamo a guardare così, come se fissassimo qualcosa nel cielo che di lì a poco è destinato a svanire.

Nel fumetto ci sono una studentessa italiana che decide di partire e un gruppo di immigrati nordafricani che girano intorno ad un call-center. Due tipi di immigrati diversi e anche se, nelle tavole di Bruno, è lei che consegna le pizze a loro, la radio che narra senza sosta degli sbarchi a Lampedusa (un dettaglio reso quantomai significativo da un drammatico presente e dai suoi recenti sviluppi) torna a rimarcare come ci siano due punti di partenza ben differenti.

Eppure, la sensazione di essere in bilico, come l’uomo di Man on Wire che la protagonista vede alla TV, la paura di essere abbandonati, la necessità di auto-convincersi di essere forti, è comune a tutti gli sradicati.

Ed è stato in questo senso che il fumetto mi ha colpita e mi ha permesso di riconoscermi e ricordare che la solitudine può assalirti facilmente in una stanza che chiami tua ma che in realtà non è la tua. Anche se ti trovi nel posto “in cui succedono le cose“.

come le strisce

Vi ho parlato di Come le strisce che lasciano gli aerei qui.

La dedica, o meglio il disegno, che mi ha fatto Andrea Bruno, potete vederlo qui.

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