La Casa Abbandonata

Ricordo come se fosse ieri il giorno in cui costruimmo la casa. Era una mattina di inizio inverno, camminavamo sulle foglie gialle e avevamo alzato il bavero delle giacche a vento. I nostri respiri e le nostre risate erano piccole nuvolette di fumo nell’ aria. La pelle dei nostri volti giovani era d’avorio. Tenevamo in fondo alle tasche le mani piccole e congelate, e le scarpe da ginnastica si inumidivano nell’erba.

Avevamo scelto con calma il posto dove avremmo iniziato a costruire, sarebbe stato lì, al termine della strada, che però se arrivavi dalla parte opposta era il principio. Sarebbe stato davanti alla collina, dove lo sguardo, in certe mattine come quella, si sarebbe perso tra il verde del paesaggio e il grigio della nebbia.

Io ridevo, chinandomi a terra a disegnare il perimetro della nostra casa, tiravo un nastro giallo fosforescente da un paletto all’altro, mi davo arie da tecnico e ti scrutavo, le braccia incrociate, con aria fintamente severa. Tu saltellavi tutt’intorno, entusiasta, all’idea di costruire verande e mettere delle tende rosa.

Era bello, e neanche il pensiero che presto sarebbe arrivato l’inverno ci spaventava, presi com’eravamo dal progetto e dalla nostra voglia di portarlo a termine, per avere un posto solo nostro in cui stare.

Cominciavamo a deporre le prime pietre bianche, e già i muri avevano l’altezza di un uomo quando  arrivò la prima nevicata. Ridevamo sempre, saltellando nel giardino e tirandoci palle di neve come bambini. Le tue guance si arrossavano e i miei capelli si bagnavano per le troppe lotte a tirarci la neve e a lasciarcela sciogliere dentro i cappucci delle felpe.

In primavera, avevamo finito tutto: ci eravamo issati, incuranti delle intemperie, fino ad ergere un tetto di tegole azzurre, e sempre di azzurro avevamo dipinto, con artistico estro, gli stipiti delle finestre e delle porte. All’ingresso, argentea come la maniglia, riluceva una targa con le nostre iniziali. E tutt’intorno al prato, dove tu avevi piantato dei fiori, avevamo costruito uno steccato di legno, che con pazienza avevamo dipinto di bianco.

Vivevamo felici lì, era un piccolo paradiso. Certo, mantenere la casa in perfette condizioni era a volte un sacrificio, ma eravamo capaci di farlo. È per questo che la casa restò a lungo il luogo ideale, per rilassarsi in giardino o per rifugiarsi all’ interno, avvolti da coperte colorate.

Talvolta invitavamo qualcuno, ma finivano per essere sempre ospiti di passaggio.

Molto più spesso, invece, il mondo lo osservavamo da lì, attraverso i vetri sempre lucidi della nostra casa, che finivano per avere effetto di specchi deformanti. C’erano le volte che tutto sembrava bello solo lì dentro, e fuori era tutto contorto e meschino.

Ma c’erano anche le volte che dentro sembrava troppo piccolo e uguale a se stesso, e fuori colorato, variopinto, attraente.

In uno di quei giorni, decidesti di partire.

Partisti, percorrendo a passi lenti il vialetto tra la nostra porta e lo steccato color bianco immacolato. Andasti via, sconsolata e delusa, ma comunque, convinta. O almeno, questo era quello che volevi farmi credere, che te ne saresti andata per non tornare.

Nella nostra casa, rimasi solo io.

Da quel giorno, cominciò a depositarsi la polvere, sulla targhetta coi nostri nomi. E sempre di polvere sapevano ormai le tende alle finestre, che sempre più di rado scostavo per guardare fuori. E, quando lo facevo, non lo facevo desiderando vedere anch’io il baluginare accecante che mi portasse a voler uscire, andare nel mondo, ma lo facevo per scorgere, nel mondo che io continuavo a vedere solo grigio, la tua figura. Guardavo fuori solo per riuscire a scovare di nuovo te.

Nel frattempo, i fiori appassivano, l’erba del giardino, che avevamo sempre curato, cresceva alta e ispida come quella di una selva, piena di insetti. Buche e gobbe si formavano nel terreno. I muri, una volta candidi, si rovinavano a causa dei forti venti e dei temporali. Crepe nere si creavano nella calce, e le tegole del tetto cominciavano anch’esse a sgretolarsi e a cadere, mentre la grondaia appariva bucherellata, cosicchè quando pioveva, la pioggia si raccoglieva in rivoli destinati a scorrere lungo le pareti, dentro i muri, creando macchie d’umidità anche dentro, sul soffitto.

Da solo, non riuscivo più a fare niente per arrestare il lento disfacimento.

La casa non era più un posto confortevole dove andare a riscaldarsi le ossa, il giardino non era più una sorta di eden dove potersi cullare nei pomeriggi d’estate.

Rimasi solo io, e la casa andava in rovina.

Ma nonostante tutto questo, io ho deciso di rimanere qui. All’inizio, pensavo che sarei rimasto semplicemente per aspettare il tuo ritorno. Forse ancora un po’ ci credo, ma, la maggior parte delle volte, la disillusione ha la meglio su di me. Sono rimasto solo perchè sono uno stupido, a non voler ancora abbandonare questa casa.

La stupidità fa forse rima con illusione, ed è per questo che c’è una cosa che continuo a fare.

Dal giorno in cui sono rimasto solo, continuo a sistemare comunque lo steccato. Se una piccola trave di legno si rompe, la sostituisco. Con meticolosa cura dò a una tavola la stessa forma degli altri paletti e la vernicio con lo stesso colore bianco latte. Così come con il bianco ritocco i segni con cui la grandine danneggia gli altri paletti. Lo steccato resta così sempre perfetto e curato, cosicchè, se uno arriva dal fondo della strada, che se la percorri dall’ altra parte sembra il principio, gli sembra di vedere che lì c’è una casa perfetta.

Se poi guarda dentro, oltre lo steccato, vede che in realtà è tutto in rovina, e pensa che probabilmente lì, c’è uno che vive da solo, e magari è vecchio e stanco, e non ce la fa a curare tutto per farlo sembrare bello come era una volta.

Perchè chi passa di lì si ricorda che una volta c’era una casa meravigliosa, in fondo alla strada, ai piedi della collina. E forse, se tu guardassi in qua dal tuo mondo, anche tu te lo ricorderesti. Ma finiresti per distinguere solo il bianco dello steccato, tra il verde del paesaggio e il grigio della nebbia.

lampada annerita

Scritto nel 2006.

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