Scrivere è un Tic | Francesco Piccolo

Oggi vi parlerò di un libretto carino: “Scrivere è un Tic“, di Francesco Piccolo, Minimum Fax. È un libro nato per raccogliere abitudini e vezzi di scrittori più o meno contemporanei. L’ho scoperto grazie ai consigli di Silvia Pillin.

La raccolta di aneddoti può essere usata per trovare spunti da provare e copiare mentre si è alla ricerca di un proprio metodo di scrittura, o semplicemente come una piccola miniera di curiosità. La prima edizione risale al 1994.

Non si sa bene come siano nate e quanto tempo fa, ma nel mondo ci sono due civiltà divise da un confine netto – che grazie a questo confine non si possono nemmeno definire in guerra. Da una parte si trovano quelli che leggono e/o scrivono. Dall’altra, quelli che non leggono e non scrivono, né hanno intenzione di farlo” dice Francesco Piccolo nella sua “Giustificazione per una ristampa quasi anastatica“. Inutile dire che, se fate parte del primo gruppo, adorerete “Scrivere è un Tic“. (se invece fate parte del secondo gruppo, mi sorprende che vi troviate sulle pagine di questo blog).

Capitolo dopo capitolo, appare evidente come la scrittura sia una disciplina che richiede metodo, dedizione, concentrazione e anche necessità di una solitudine che a volte può portare al conflitto con gli altri.

Dice Hemingway, a proposito del conflitto tra Fitzgerald e la moglie: “Zelda era gelosa del lavoro di Scott, e quando li conoscemmo meglio scoprimmo che le cose andavano sempre nello stesso modo. Scott decideva di non partecipare alle feste che duravano tutta la notte e di fare ogni giorno un po’ di esercizio e di lavorare regolarmente. Si metteva all’opera e appena riusciva a combinare qualcosa Zelda cominciava a lamentarsi che si annoiava e lo persuadeva ad accompagnarla ad un’altra festa. Bisticciavano e poi facevano la pace e lui si spremeva l’alcol dal corpo facendo lunghe passeggiate con me, e decideva che questa volta si sarebbe messo a lavorare sul serio, e non avrebbe guardato in faccia nessuno. Poi riprendeva tutto da capo“.

Marquez, per esempio, si era fatto costruire un piccolo studio staccato dal resto della sua casa a Città del Messico, ma all’interno del giardino. Per rimanere vicino alla sua famiglia ma, allo stesso tempo, non esserne disturbato. Moravia concedeva invece lunghe conversazioni a chi gli telefonava mentre era al lavoro nella sua casa sul Lungotevere. Era questo il suo piccolo modo di staccare, ogni tanto, dall’isolamento.

Nonostante quello che si pensi, e quello che chi sogna di “fare lo scrittore” si aspetta, molti scrittori hanno anche un altro lavoro, a volte fuori dal mondo editoriale. A parte antichi casi storici quali Gadda (ingegnere) e Primo Levi (chimico), si ricorda che anche Giulio Mozzi ha fatto il fattorino. In una libreria universitaria, però. Chi vive di letteratura è circondato dalla diffidenza, come ribadito nell’aneddoto di Sepulveda: “Mi ricordo di un ufficiale di dogana a Quito: ogni volta che dovevo mendicare un visto mi chiedeva la professione. Quando gli rispondevo: “Scrittore”, ripeteva: “Le ho chiesto la professione“.

Uno dei dibattiti che mi ha più appassionata, però, è quello sulla scelta del proprio “mezzo” per scrivere. Penna, macchina da scrivere o computer? Molti scrittori menzionati in questo libro sembrano avversi al computer perchè, dando la possibilità di cancellare e riscrivere, toglierebbe un aspetto importantissimo al lavoro di scrittore: la revisione dovrebbe essere in realtà una riscrittura totale, non una cancellazione delle versioni precedenti del testo, né un riadattamento continuo.

Don DeLillo, però, è un fan della macchina da scrivere per la sua fisicità e i suoi rumori: “mi occorre il rumore dei tasti, dei tasti di una macchina da scrivere manuale. la materialità di una battitura ha un peso, come se usassi dei martelli per scolpire le pagine. È come se lavorassi il marmo, solo che i miei lavori sono bidimensionali: mi piace vedere le parole, le frasi mentre prendono forma“.

Ma il computer ha anche i suoi fan. Lo stesso Marquez afferma che, se avesse avuto prima il suo Macintosh, “avrei scritto cento libri di più e cento volte più belli. Per la tecnica della scrittura è una manna“.

Gli insegnamenti di base che si traggono dall’opera di Piccolo, sono dunque riassumibili in pochi capisaldi: è necessario trovare un modo di darsi disciplina, isolarsi (ma non troppo) dal mondo che ci circonda, scegliere il preferito tra i “mezzi” di scrittura e, spesso e volentieri, non illudersi di poter fare “solo” lo scrittore.

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Tra tutte queste piccole curiosità ed esempi celebri, la verità è che questo libro fa venire una gran voglia di scrivere.

Stay Tuned.

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