Scrivere Zen | Natalie Goldberg

Sempre attingendo alla famosa lista di Silvia Pillin, ho letto “Scrivere Zen”, di Natalie Goldberg, Ubaldini editore.

Natalie Goldberg è scrittrice, poetessa e insegnante, e con questo libro ci regala la ricetta per “usare la scrittura come addestramento, per penetrare nella nostra esistenza e raggiungere l’equilibro interiore”. Per fare questo, oltre alla sua esperienza come insegnante di scrittura, si avvale delle lezioni di Zen di Dainin Katagiri Roshi, del Minnesota Zen Center di Minneapolis.

Uno degli insegnamenti più importanti è questo: non si può pensare di mettersi a scrivere solo quando si ha l’ispirazione per scrivere cose “grandiose”. Pensare di dover per forza scrivere un romanzo che rimarrà non è la cosa giusta da fare. “Bisogna avere la sensazione che ci sia concesso scrivere le peggiori schifezze del mondo e che vada bene lo stesso“.

Proprio per questo, Natalie consiglia di non comprare dei bei quaderni per i nostri esercizi di scrittura, altrimenti ci sentiremmo sempre in dovere di scrivere qualcosa di bello. Basta scegliere dei quaderni “comodi”, e in questa fase di esercizio e scrittura a ruota libera non bisogna preoccuparsi né dell’ortografia né della grammatica. E, soprattutto, non bisogna cancellare. Sarà da questi flussi di coscienza liberi che verranno fuori gli argomenti più toccanti, quelli che potremo salvare per scrivere un vero e proprio romanzo.

Il nostro corpo è come un cumulo di spazzatura; noi accumuliamo esperienza, e dalla decomposizione dei gusci d’uovo, delle foglie di spinaci, dei fondi di caffé e degli ossi di bistecca mentali nascono azoto, calore e terriccio fertilissimo. Da questo fertile terriccio nascono allora poesie e racconti“.

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Di questo libro mi ha colpito molto l’incitamento alla libertà, all’usare la scrittura come una tecnica per “svuotarsi la testa” e “capirsi”, ammettere che la diaristica e l’arte di scrivere pensieri relativamente a caso possano poi tradursi in spunti interessanti. Ma l’autrice, sebbene sproni il lettore a cercare la confusione, non solo rovistando nella propria mente, ma anche scrivendo in posti affollati, caffé, lavanderie a gettoni, stanze completamente disordinate, allo stesso tempo paragona più volte la scrittura alla meditazione, disciplina che presuppone un metodo da seguire diligentemente.

Natalie Goldberg invita a non fermarsi mai dopo aver scritto una domanda su se stessi. Bisogna provare a scrivere la risposta.

Credo sia un peccato che social, blog e microblog, proprio perché presuppongono che ci siano moltissimi lettori-spettatori per i nostri pensieri autoreferenziali, stronchino sul nascere ogni possibilità di arrivare alla spontaneità assoluta evocata in questo libro. La libertà che sorge a cavallo tra diaristica tradizionale ed esercizio è infatti la via preferenziale per arrivare a produrre materiale valido per un romanzo e per capire veramente se stessi. Almeno secondo la Goldberg.

Stay Tuned.

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Scrivere Zen | Natalie Goldberg

Jobs

Sono andata al cinema a vedere Jobs aspettandomi di vedere una replica di The Social Network e questo è infatti, più o meno, quello che è successo. Ma ci sono andata perchè è inutile non ammetterlo: i prodotti Apple sono icone degli ultimi decenni e sono parte integrante della vita di molte delle persone della mia generazione. Io stessa, nel mio ultimo articolo, per rimarcare il passare degli anni ho usato l’evoluzione di uno strumento prodotto da Apple che mi ha accompagnato ogni giorno, attraverso gli anni, in vari modelli, sempre più aggiornati, al punto da non essere più solo un lettore mp3. Col tempo, è diventato anche cellulare e device primario per accedere a internet, ai social network, e altre amenità. Quellacosalì, è un prodotto di Steve Jobs.

Il film inizia con Ashton Kutcher, invecchiato a dovere, che recita una scena già vista molte volte in versione originale. Presentazione alla stampa dell’ultimo prodotto Apple. Jeans, cardigan grigio a collo alto. L’ultima meraviglia mostrata al pubblico. A Jobs va il merito di aver saputo creare, al di là delle caratteristiche tecniche del prodotto, la coolness. L’aver portato la moda, l’importanza del marchio come segno di appartenza, nell’informatica. Di aver lanciato prodotti che hanno cambiato le nostre abitudini, Digital Disruptors, come direbbe qualcuno di mia conoscenza.

Non ci sono mezzi termini, Steve Jobs era genio e, in quanto tale, sregolatezza. Questo film lo ritrae ragazzo, unico visionario e comunicatore in un gruppo di geek impacciati e non tutti fiduciosi di aver creato, con la Apple Computers, qualcosa di veramente diverso, che sarebbe rimasto nella storia e destinato a differenziarsi dal resto del mercato. Jobs è ritratto in tutte le sue ossessioni, nei comportamenti sopra le righe, che lo hanno portato a rendere grande la sua compagnia ma allo stesso tempo a perdere amici e fidanzata (con piccola figlia annessa). L’egocentrismo e il cattivo rapporto con i suoi investitori lo portarono, alla fine, ad essere “fatto fuori” dai suoi stessi investitori. Visto come un peso, più che un valore aggiunto, nella società da lui stesso creata, Steve fu costretto ad andarsene.

Finché non lo supplicarono di ritornare. E, da quel momento in poi, iniziò la storia di Apple come me e la maggior parte dei miei lettori la ricorda e l’ha vissuta. Di questo però, il film non ci dice, a parte il cameo del Jobs anni 2000 dell’inizio, ci si concentra solo sullo Steve giovane, egocentrico, immaturo. Genio sì, ma totalmente inadatto alla convivenza con gli altri, sia sul lavoro che fuori. Non si parla della risalita, delle intuizioni che hanno permesso ad Apple di tornare grande e hanno messo l’iPod in così tante tasche, l’iPad in così tante borse, e reso una mela morsicata un simbolo notissimo e, in molti casi, agognato.

Ma, forse, non se ne parla perchè i video dei suoi discorsi, delle sue presentazioni ad effetto, li abbiamo già visti tutti. Non c’era bisogno di farli recitare ad Ashton Kutcher. Come The Social Network, Jobs mostra che prima del CEO di una compagnia di successo, c’era un adolescente egotico e a tratti ingiusto e crudele verso amici e colleghi. Jobs ha saputo trasformare la sua intelligenza, furbizia ed esperienza in un grandissimo successo, sebbene mi sia lecito pensare che, al di là del mago che ci ha donato prodotti tecnologici funzionali e belli da vedere, sicuramente anche col passare degli anni, Jobs non sarà diventato una bella persona, e quindi sia da considerare un genio, forse un’ispirazione, ma probabilmente non un modello a livello umano. E questo sia detto con tutto il rispetto per la sua figura, vista la sfortuna che lo ha portato a una prematura morte.

Su Zuckerberg, è troppo presto per esprimersi. Il suo prodotto ha creato una piccola grande rivoluzione, ma, data la volatilità dei prodotti informatici e delle abitudini di adattamento degli umani  agli stessi, sicuramente, per affermarsi alla stregua di Jobs, ha ancora tanta strada da fare.

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PS: Leggete un po’ cosa ne pensa Franzen della coolness degli Apple.

PPS: “Tre milioni di persone, consumano un mese di vita tra le code dei nuovi iPhone. Hanno più o meno trent’anni e probabilmente hanno a casa un libro di Saviano” (Cit.)”

PPPS: Per i lettori parigini: dentro il Forum Les Halles ci sono due cinema diversi su due piani diversi, che hanno due programmazioni diverse. Indovinate perchè ce l’ho fatta solo per un pelo ad entrare? Faites gaffe

Stay Tuned

Jobs

Il Mio Gruppo Preferito

Mi sa che ce l’avete tutti un gruppo preferito così. Un gruppo preferito che quando sentite la voce del cantante nell’ultimo album uscito, anche se non è bello come “quelli vecchi”, vi emozionate e poi diventate un po’ tristi perchè vi ricordate di tutti gli anni passati ad ascoltarli e vi sentite, improvvisamente, vecchi.

Un gruppo preferito che se vi perdete tra i grandi successi, vi passa tutta la vita davanti, fotogrammi dei video delle canzoni mischiati a fotogrammi di vita vera: la vostra. Anzi, ogni volta che ascoltavate quelle canzoni vi sembrava di essere in un video, perchè quelle canzoni parlavano, inequivocabilmente, di voi.

La prima volta che andai a un loro concerto, era ottobre 2003. Forum di Assago, dieci anni fa. Non avevo la patente e non sapevo cosa fosse un iPod. Nella mia vita c’erano ancora il greco e il latino e il mio mondo finiva qualche chilometro prima che iniziasse Milano.

Fu solo l’inizio.

Luglio 2006, forse il concerto più bello, all’aperto, a Juan Les Pins durante una breve vacanza a Nizza. Due mesi dopo, ancora, a Milano, Lampugnano, scaletta praticamente identica. Avevo un iPod di quelli con lo schermo in bianco e nero. Nella mia vita c’erano: protocolli di reti e telecomunicazioni, informatica 3, equazioni differenziali ordinarie (per gli amici EDO), automazione industriale, reti logiche. Asoltandoli, guardavo fuori dai finestrini della linea 2 di ATM. Dalle fermate che non erano sotto terra.

Cambiarono batterista. Pensai che si fossero sciolti.

Luglio 2009. Incredibilmente, premiata dal destino vinsi il biglietto per una loro performance all’iTunes Music Festival di Londra. Era appena uscito l’album che fu anche l’ultimo vero e proprio CD che ricevetti in regalo, durante l’ultima vera e propria festa che organizzai nella terra natìa. Era una festa di addio. Addio dei miei amici a me,  addio mio al mondo come lo avevo conosciuto. Loro suonavano, con il nuovo batterista, nella loro città. Il Roundhouse di Camden mi sembrava il posto più cool del mondo e anche se regalai il secondo biglietto a una collega a caso solo perchè non conoscevo nessun’altro, fui incredibilmente felice. Avevo un iPod identico a quello precedente, ma stavolta con lo schermo a colori. Lo usavo per ascoltare a ripetizione sempre la stessa canzone. Loro, ovviamente. Nella mia vita c’erano un badge, sushi d’asporto nelle vaschette per pranzi al desk, colleghi che non capivano il mio accento, fogli excel. E la mia prima Oyster Card.

Prima di sapere che avrei vinto il biglietto per il concerto del Roundhouse a Londra, avevo già comprato il biglietto per andare a vedere la tappa di Parigi dello stesso tour, a ottobre 2009. Sarei stata infatti a Parigi per l’Erasmus. E, presupponendo che nei primi venti giorni di Erasmus non avrei fatto in tempo a conoscere nessun loro fan che volesse venire con me, decisi di andare da sola. Avevo un iPod Touch. Nella mia vita c’erano un’università con le porte rosse, un database del WIPO, un belga che voleva insegnarmi il giapponese, e, di nuovo, fogli excel.

Andrai una seconda volta a un loro concerto da sola, e fu di nuovo a Londra, alla Brixton Arena, nel settembre 2010. Io ero tornata a Londra e così anche loro. Era la prima volta che andavo a Brixton e mi faceva anche un po’ paura. Avevo sempre l’iPod Touch e nella mia vita c’erano non-deliverable forwards, cut-off times, SWIFTs, una stanza di diciassette metri quadrati e una palestra in cui le persone si vestivano tutte allo stesso modo.

Milano, Nizza, Milano, Londra, Parigi, Londra.

Dieci anni dopo, il mio settimo concerto, sarà a Parigi. Ormai, è come l’abitudine di tornare a casa ogni tot mesi, come la necessità di ricercare ciclicamente se stessi. Come rovistare nella scatola dei ricordi, cosa che, non vivendo più nella casa in cui c’è la mia stanza di quando ero adolescente, non posso più fare. Eppure, ascoltarli è lo stesso.

Sono tornati, sono tornata io a Parigi. Mi stupirò nel vedere tra il pubblico gente di dieci anni e passa più giovane di me, penserò “ma che cosa ne sapete voi“. Sbufferò alle canzoni dell’album nuovo, perchè non le saprò bene come quelle vecchie. Penserò che i vecchi pezzi erano meglio, vedrò  l’ultima decina d’anni passarmi davanti, mentre l’adolescente dallo sguardo cupo che sono stata dai diciassette anni fino a troppo tempo dopo, finalmente potrà sentirsi sollevata all’idea di esistere ancora, da qualche parte.

Ho un iPhone ormai già vecchio di tre modelli e nella mia vita ci sono ruoli, tablets, un calcio-balilla, larghe scale a chiocciola con un tappeto rosso, e il Navigo dei parigini veri, non quello fuffa della gente che è solo di passaggio.

Il prezzo del biglietto per questo concerto è ormai due volte quello che pagai dieci anni fa, la voce che ho da perdere cantando molta meno e sicuramente non ho più il fisico per andare nella bolgia sotto il palco a saltare, a farmi spintonare. Saranno invecchiati pure loro. Photoshoppati nei booklet per sembrare sempre giovani.

Ci sono cose a cui semplicemente non si può resistere. Non si può resistere a guardarsi indietro ancora, almeno per una volta. Non si può non cedere alla tentazione, quando, anche se le canzoni non sono più belle come una volta, ci si ricorda che in tutti questi anni, in tutte queste città, loro c’erano sempre. Vicini, quasi come degli amici.

Dieci anni dopo, è così che doveva andare.

Mi sa che ce l’avete tutti un gruppo preferito così.
Spero per voi.

brian molko

Loud Like Love esce oggi.

Stay Tuned

Il Mio Gruppo Preferito

Come le Strisce che Lasciano gli Aerei | Vasco Brondi, Andrea Bruno

Dell’antico splendore della città sono rimasti solo i gatti tra le macerie.

Sono forte e non mi serve niente. Mi ripeto sempre che sono forte. Sono quasi invulnerabile e non mi manca niente.

Solo a volte tu con quei capelli rossi lunghissimi.

Fuori bruciavano i palazzi anche se c’erano venti gradi sotto zero.

Cerchiamo il posto dove succedono le cose.

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“Ho scritto questa storia per Andrea Bruno ma senza dirglielo. […].

I personaggi sono da soli, l’unico ipotetico nucleo familiare è composto da un uomo con il cappello nel phone center che parla a una donna in webcam. […]

È soprattutto una storia sulle partenze, sull’ansia di andarsene che è la stessa in posti così lontani e in persone con percorsi così diversi. Una partenza dall’Italia, un arrivo in Italia. Come dire che a volte non c’è una destinazione chiara ma ci sono insofferenze e sogni precisi. Questioni urgenti che non si possono mettere sullo stesso piano ma che hanno comunque come risposta l’andarsene. […]

In sottofondo c’è la diversità del concetto di migrante, che dipende da dove parte e dove arriva. Se disidratato dal mare o in comode poltrone dal cielo. I migranti sono sempre stati strani eroi. Venivano considerati così in Italia fino a qualche decennio fa, sono considerati così adesso in Nordafrica e stanno ritornando ad esserlo anche qui, perché in Italia non assistiamo solo ad una fuga di cervelli ma anche ad una fuga di braccia e di gambe. […]

Mi veniva in mente anche che mia nonna davanti a un pericolo diceva sorridendo “Corajo scapem“, nel dialetto del suo paese sul lago di Garda. Era una battuta che sottintendeva che il coraggio dovrebbe servire per affrontare il pericolo e che per scappare non serve coraggio. Invece forse ci vuole coraggio anche per quello e forse non sono fughe. Per qualche giorno “Coraggio Scappiamo” è stato un titolo provvisorio ma era troppo fraintendibile e sarebbe sembrato solo riferirsi all’andarsene dall’Italia invece che all’andarsene in generale, al cercare risposte geografiche, un desiderio in parte stupendo e in parte stupido, che sembra sempre più globale e generale. Ogni giorno aumentano le partenze, gli spostamenti, forse internet, forse i voli economici, forse tutto il resto. Cose che si risolvono con la geografia. la difficoltà di localizzare la propria esistenza, il costante pensiero di andrsene, l’ipotesi continua. Le soluzioni geografiche anche per problemi esistenziali e per problemi primari. Immaginare quello che ci può essere altrove, cercare i posti in cui succedono le cose. Partire senza parole, solo con delle note musicali che escono dalla bocca, come un buon augurio”.

(Vasco Brondi
Ferrara, luglio 2012)

Oggi alla fumetteria Super Héroes, Andrea Bruno firma copie di “Comme les traits que laissent les avions“, appena edito in Francia da Rackham. Vado e gli porto il mio. In italiano.

Stay Tuned.

Come le Strisce che Lasciano gli Aerei | Vasco Brondi, Andrea Bruno

Scrivere è un Tic | Francesco Piccolo

Oggi vi parlerò di un libretto carino: “Scrivere è un Tic“, di Francesco Piccolo, Minimum Fax. È un libro nato per raccogliere abitudini e vezzi di scrittori più o meno contemporanei. L’ho scoperto grazie ai consigli di Silvia Pillin.

La raccolta di aneddoti può essere usata per trovare spunti da provare e copiare mentre si è alla ricerca di un proprio metodo di scrittura, o semplicemente come una piccola miniera di curiosità. La prima edizione risale al 1994.

Non si sa bene come siano nate e quanto tempo fa, ma nel mondo ci sono due civiltà divise da un confine netto – che grazie a questo confine non si possono nemmeno definire in guerra. Da una parte si trovano quelli che leggono e/o scrivono. Dall’altra, quelli che non leggono e non scrivono, né hanno intenzione di farlo” dice Francesco Piccolo nella sua “Giustificazione per una ristampa quasi anastatica“. Inutile dire che, se fate parte del primo gruppo, adorerete “Scrivere è un Tic“. (se invece fate parte del secondo gruppo, mi sorprende che vi troviate sulle pagine di questo blog).

Capitolo dopo capitolo, appare evidente come la scrittura sia una disciplina che richiede metodo, dedizione, concentrazione e anche necessità di una solitudine che a volte può portare al conflitto con gli altri.

Dice Hemingway, a proposito del conflitto tra Fitzgerald e la moglie: “Zelda era gelosa del lavoro di Scott, e quando li conoscemmo meglio scoprimmo che le cose andavano sempre nello stesso modo. Scott decideva di non partecipare alle feste che duravano tutta la notte e di fare ogni giorno un po’ di esercizio e di lavorare regolarmente. Si metteva all’opera e appena riusciva a combinare qualcosa Zelda cominciava a lamentarsi che si annoiava e lo persuadeva ad accompagnarla ad un’altra festa. Bisticciavano e poi facevano la pace e lui si spremeva l’alcol dal corpo facendo lunghe passeggiate con me, e decideva che questa volta si sarebbe messo a lavorare sul serio, e non avrebbe guardato in faccia nessuno. Poi riprendeva tutto da capo“.

Marquez, per esempio, si era fatto costruire un piccolo studio staccato dal resto della sua casa a Città del Messico, ma all’interno del giardino. Per rimanere vicino alla sua famiglia ma, allo stesso tempo, non esserne disturbato. Moravia concedeva invece lunghe conversazioni a chi gli telefonava mentre era al lavoro nella sua casa sul Lungotevere. Era questo il suo piccolo modo di staccare, ogni tanto, dall’isolamento.

Nonostante quello che si pensi, e quello che chi sogna di “fare lo scrittore” si aspetta, molti scrittori hanno anche un altro lavoro, a volte fuori dal mondo editoriale. A parte antichi casi storici quali Gadda (ingegnere) e Primo Levi (chimico), si ricorda che anche Giulio Mozzi ha fatto il fattorino. In una libreria universitaria, però. Chi vive di letteratura è circondato dalla diffidenza, come ribadito nell’aneddoto di Sepulveda: “Mi ricordo di un ufficiale di dogana a Quito: ogni volta che dovevo mendicare un visto mi chiedeva la professione. Quando gli rispondevo: “Scrittore”, ripeteva: “Le ho chiesto la professione“.

Uno dei dibattiti che mi ha più appassionata, però, è quello sulla scelta del proprio “mezzo” per scrivere. Penna, macchina da scrivere o computer? Molti scrittori menzionati in questo libro sembrano avversi al computer perchè, dando la possibilità di cancellare e riscrivere, toglierebbe un aspetto importantissimo al lavoro di scrittore: la revisione dovrebbe essere in realtà una riscrittura totale, non una cancellazione delle versioni precedenti del testo, né un riadattamento continuo.

Don DeLillo, però, è un fan della macchina da scrivere per la sua fisicità e i suoi rumori: “mi occorre il rumore dei tasti, dei tasti di una macchina da scrivere manuale. la materialità di una battitura ha un peso, come se usassi dei martelli per scolpire le pagine. È come se lavorassi il marmo, solo che i miei lavori sono bidimensionali: mi piace vedere le parole, le frasi mentre prendono forma“.

Ma il computer ha anche i suoi fan. Lo stesso Marquez afferma che, se avesse avuto prima il suo Macintosh, “avrei scritto cento libri di più e cento volte più belli. Per la tecnica della scrittura è una manna“.

Gli insegnamenti di base che si traggono dall’opera di Piccolo, sono dunque riassumibili in pochi capisaldi: è necessario trovare un modo di darsi disciplina, isolarsi (ma non troppo) dal mondo che ci circonda, scegliere il preferito tra i “mezzi” di scrittura e, spesso e volentieri, non illudersi di poter fare “solo” lo scrittore.

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Tra tutte queste piccole curiosità ed esempi celebri, la verità è che questo libro fa venire una gran voglia di scrivere.

Stay Tuned.

Scrivere è un Tic | Francesco Piccolo

Vergogna | J.M. Coetzee

Quanto in basso può arrivare l’uomo?

Questa è una domanda legittima da porsi dopo aver letto “Vergogna” (in originale “Disgrace“) di J.M. Coetzee, Nobel 2003, edito in Italia da Einaudi. La domanda è trasversale, riguarda tutti i personaggi di questa storia,  non solamente il suo protagonista. David Lurie, sudafricano bianco, ha una situazione di partenza quasi privilegiata: professore universitario alla Cape Town University, nonostante i divorzi alle spalle, a cinquantadue anni, sembra aver “risolto il problema del sesso piuttosto bene”, come si dice nelle prime righe.

Ma la caduta è dietro l’angolo: David, dopo la denuncia per molestie sessuali ad opera di una studentessa, preferisce un esilio forzato a scuse ipocrite e si rifugia presso la figlia, con la quale non ha più rapporti da anni. Lucy vive infatti lontano dalla città. Si sostenta come può, alleva cani. La sua è una scelta: è innamorata di questa vita, nonostante tutte le sue miserie e l’abbandono che ha subito da parte della sua compagna.

Due mondi divergenti già in partenza, David e Lucy sono destinati ad andare ancor più alla deriva quando un atto di estrema violenza sconvolge la loro vita alla fattoria. In modi diversi, i due affrontano la resa.

Terra brulla, “amici” ambigui, cani morti. Questo romanzo, scarno e diretto anche nello stile, dipinge un impietoso ritratto di tristezza, amarezza, impotenza. Ma anche della testardaggine autolesionista che caratterizza sia David che Lucy e li spinge a non voler ripiegare su provvisorie vie di fuga e a precipitare, lentamente, verso il baratro.

Il Sudafrica fino a poco tempo fa rappresentava di gran lunga il paese più sviluppato economicamente in Africa, ma secondo The Economist è destinato ad essere sorpassato dalla Nigeria. Qui, il paese appare in tutte le sue contraddizioni e in tutta la sua miseria. L’apartheid forse è stato eliminato di nome, ma non di fatto. I bianchi “pagano” i privilegi e la terra con le violenze subite e il pericolo costante, e questo avviene non solo nel contesto di vita estremo in cui si trova Lucy, ma anche in quelle apparentemente più sicuro che caratterizza David. Anche il suo appartamento di Cape Town infatti è destinato a non passare indenne.

Pochi dei miei lettori (me compresa) avranno probabilmente avuto l’opportunità di conoscere bene il Sudafrica, tuttavia tutti avranno seguito, anche solo minimamente, il caso Pistorius. Non vi saranno forse sfuggiti i commenti che lasciavano intendere come sia “molto probabile” essere attaccati in casa anche in zone “per bene” delle città, e come la violenza sulle donne sia molto diffusa.  Sono in vigore “regole” ancora primitive e la segregazione stenta ad essere eliminata davvero.

Queste tematiche si ritornano lampanti nel romanzo di Coetzee, come se “Disgrace“, disgrazia, fosse anche la condizione in cui si trova l’intero paese, insieme a David, Lucy, e gli altri personaggi.

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La risposta che mi sono data è che gli uomini possano cadere talmente in basso da essere come cani che aspettano in fila il loro momento per l’iniezione letale. Per essere soppressi, ammazzati.

Stay Tuned

Vergogna | J.M. Coetzee

Le Più Strepitose Cadute | Michele Dalai

Sull’ onda dell’entusiasmo post “Contro il Tiqui Taca”, quest’estate ho letto il romanzo d’esordio di Michele Dalai: “Le più strepitose cadute della mia vita”, edito da Mondadori.

Il protagonista è Antonio Flünke, thirty-something (anzi, thirty e basta) figlio della coppia rovescia-stereotipi formata da una bagnina romagnola ed un modello tedesco irrimediabilmente infantile, che comunica col figlio tramite cartoline colorate.

Spinto da JR, “amico” e “produttore”, Antonio, che ha studiato pianoforte e si è diplomato in pedagogia della musica in Germania, si lascia coinvolgere nella creazione di una boyband destinata ad essere “la risposta Milanese ai Ragazzi Italiani, la risposta italiana ai Take That”. Insieme a lui ci sono un parrucchiere di origini sudamericane simil-tronista di “Uomini e Donne” e un efebico ballerino che fa parte di Scientology e ha un nonno fuori di testa. Nella boyband, Antonio è “quello che sa cantare”, mentre purtroppo il ballo non è il suo forte: un problema di equilibrio (e forse non solo quello) è la causa delle sue frequentissime cadute, paragonate, tra le righe, a quelle di illustri personaggi, quali Margaret Thatcher, Gerald Rudolph Ford Jr., Michael Spinks, Karol Wojtyla, Enrico Berlinguer. Le loro, sono micro-storie all’interno della storia principale.

Ecco una presentazione di “Le Più Strepitose Cadute della Mia Vita”, raccontato dallo stesso Dalai.

Questo libro guadagna ulteriori punti per le descrizioni favolose di quelli che erano miti quando io ero alle medie (es: “Certo, poi ce ne vuole almeno una che sa cantare, in genere l’unica che proprio non si può guardare e allora tocca trovarle una connotazione diversa, per esempio sportiva. La chiamano Sporty Spice, come se fosse normale trovare una che gira in tuta Adidas e mima colpi di taekwondo in un gruppo di ragazze in guêpière”) e per alcune pagine su Milano tra le più appassionate e vere che io abbia mai letto (“Ufficiali napoletani a riposo, calabresi al confino, siculi di seconda o terza generazione sfuggiti per poco al tornio di Arese, romani nascosti nelle sedi delle grandi banche, friulani in cerca di gloria allo IED, ragazzine delle vallate liguri eccitate dalle lingue e dalle palazzine anonime e maestose dello IULM, scappate tutti!”).

Ho adorato poi, l’ingenuità di Antonio Flünke, così simile alla nostra di allora: “Posta elettronica, internet… tutte cose di cui si sta sopravvalutando l’importanza […] Sono convinto che queste puttanate socializzanti spariranno dalla faccia della terra, a nessuno può piacere essere sempre connesso e reperibile”. Sì, la mia generazione si affacciava all’ età della stupidera ed MTV era appena sbarcata in Italia con tutte le sue boyband, ma anche noi vivevamo senza sapere che ci sarebbero stati internet, i social e gli smartphone. Era bello negli anni 90′.

Alla fine, nostalgia a parte, consiglio questo libro a tutti anche e soprattutto perchè a me ha fatto molto ridere.

Stay Tuned.

Le Più Strepitose Cadute | Michele Dalai