Un’altra estate

Un’altra estate.

Le estati del liceo duravano tantissimo. Erano belle fino a circa metà luglio, e a inizio agosto cominciavano a finire. Più o meno mai più, dopo quegli anni, si ha il tempo per riuscire a fare durante l’estate tutte le cose che appunto all’estate sono state rimandate: leggere libri lunghissimi, rivedere film bellissimi, scrivere fino a tardi ascoltando canzoni che all’inizio erano registrate su cassette e CD, poi erano immagazzinate con precisione quasi ossessiva sull’oggetto-feticcio degli anni dell’università, l’iPod, e ora provengono da siti di streaming di varia natura.

Dodici-tredici anni fa, quando non c’era internet, si polverizzavano entro la fine di giugno le letture estive assegnate a scuola e poi ci si buttava su tutta un’altra serie di libri della biblioteca di cui anni dopo è quasi impossibile conservare memoria. Si ascoltavano a ripetizione canzoni che erano molto lontane dagli standard tipici dei tormentoni estivi, imparando i testi leggendoli sui booklet fotocopiati (Quando erano in inglese. Quando invece erano in italiano, si memorizzavano e basta). Si guardavano videocassette. A volte, capitava di passare agosto a casa. Faceva troppo caldo per uscire e non c’era in giro nessuno. Insomma, l’estate scorreva lenta.

Le  estati si accorciarono con l’arrivo di sessioni d’esame che finivano intorno al 25 luglio, con il secondo giro di appelli estivi, e gli orali per riparare, e l’attesa dei voti, e. Le fotocopie delle dispense, gli esercizi rifatti fino allo sfinimento giorno e notte, le battaglie contro il caldo e contro la tentazione di guardare tutte le partite di competizioni internazionali di calcio simili a quella che una volta, contro ogni sperenza iniziale, vincemmo. Facebook non c’era, e neanche internet d’estate. Avevamo pc portatili che pesavano più o meno dieci kili.

Poi venne il lavoro. Passare l’estate in città, difficile chiedere le ferie ed ottenere le settimane desiderate, quando si è nuovi. Nel mio caso, passare quattro estati a Londra significò anche dimenticarmi magliette a maniche corte e sandali per la maggior parte del tempo. I cavalletti dei motorini che lasciavano piccole impronte tonde nell’asfalto bollente e malleabile di Milano erano ormai un ricordo. Al suo posto c’erano giacchette e calze di nylon tutto l’anno. E, di domenica, il mare sbiadito di Brighton e Hastings, o, in casi più fortunati, Bianche Scogliere.

Nel frattempo, erano arrivati smartphone e Facebook ad annullare quel senso di pausa dal mondo civilizzato che era così rassicurante e permetteva veramente di tornare alla vita a settembre come nuovi, senza aver già visto tutte le foto delle vacanze degli altri.

L’estate non è mai stata la mia stagione preferita fino a quando non l’ho avuta più.

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Dedico questo articolo a tutte le persone che, come me, non hanno mai visto l’estate come la stagione in cui darsi alla pazza gioia, ma come un momento per assaporare la solitudine e quella sorta di malinconia che arriva quando ci si rende conto che un’altra estate è passata.

Agosto, Perturbazione.

Crepuscolaria, Otto Ohm.

Stay Tuned.

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