Mese: agosto 2013

Sono uno Scrittore ma Nessuno mi Crede | Silvia Pillin

“Sono uno Scrittore ma Nessuno mi Crede”, di Silvia Pillin, edito da Zandegù, è una raccolta di consigli utilissimi per aspiranti scrittori. In verità vi dico che ho ricominciato a scrivere su “La Stanza Bianca” poco dopo aver letto questo libro, la primavera scorsa.

L’ho comprato per tre motivi:

1) Pur avendo bazzicato il mondo delle case editrici durante la mia dorata gioventù di concorsi letterari e racconti su antologie di vario tipo, da troppo tempo la mia penna languiva nel calamaio senza versare fiumi di inchiostro utili al mondo e alla letteratura italiana (?) e dunque, pur avendo già un’idea abbastanza precisa del tipo di consigli che avrei potuto trovare in questo libro, ho pensato che un bel ripasso e qualche nuova dritta mi sarebbero stati utili per ripartire. (Visto e considerato che nel frattempo l’editoria digitale ha fatto in tempo non solo a nascere, ma anche a imparare a gattonare e camminare con le sue gambe, aprendo nuovi scenari interessantissimi per la pubblicazione  che un tempo non erano neanche contemplati. In aggiunta a ciò, sono arrivati i social come mezzo di promozione dal costo tendente allo zero)

2) L’ebook costava poco, e mi sono detta massì, diamoli ‘sti cinque (4,99) euro ad una piccola casa editrice che mi sta simpatica in quanto

3) Almeno cinque anni fa mandai un mio manoscritto post-liceale a Marianna Martino e lei mi disse no (col senno di poi, come darle torto) ma fu gentile, mi incoraggiò e ammise di aver avuto anche lei una passione adolescenziale per i System of a Down, citati più volte nel tentativo di romanzo che le avevo mandato.

Non sono rimasta delusa per tre motivi:

1) L’onestà dell’autrice Silvia Pillin, a sua volta aspirante scrittrice. Inizia dicendo: “Fin dall’età di tredici anni tutte le mie scelte di vita sono state dettate dalla convinzione che da grande avrei fatto la scrittrice”. Ma, nonostante la Laurea in Lettere Moderne, le collaborazioni occasionali con qualche casa editrice per la revisione testi e la lettura di manoscritti, le “decine di attestati di frequenza a corsi di scrittura anche prestigiosi“, a livello di pubblicazioni, nisba. Insomma, Silvia Pillin una di noi. Eppure, la sua esperienza le ha permesso di accumulare una conoscenza molto capillare dei meccanismi della pubblicazione in Italia, e tre anni passati nell’ufficio diritti e acquisizioni di una grande casa editrice hanno fatto il resto. Di Silvia Pillin ci si può fidare: non vuole scoraggiare gli aspiranti scrittori, ma metterli in guardia, dare consigli su come sviluppare un buon testo (dal punto di vista sia stilistico che contenutistico) e approcciare un editore (quale, in che modo, e con un NO deciso verso gli editori a pagamento).

2) Ci sono dei consigli di lettura fantastici per sulla scrittura creativa e sui suoi metodi, che non vi svelo per non rovinarvi la sorpresa. I libri consigliati dalla Pillin sono finiti direttamente nella mia pipeline di letture (alcune già terminate, in “to do“).

3) È un libro che si legge facilmente, non è paternalista, ma anzi molto motivante e a tratti divertente.

C’è da notare, a livello personale, che, rispetto a quando ero giovane (cioè a quando potevo ancora partecipare ai concorsi per gli under twenty), ora sono disposta ad accettare molto più volentieri il consiglio di leggere tanto per imparare a scrivere bene. L’arroganza di allora faceva sì che leggessi molto poco e scrivessi molto di più. Alla lettura andava circa il 20% del mio tempo dedicato ad attività paraletterarie, contro l’80% che andava alla scrittura. Ora avviene il contrario, ed è molto più severo il mio giudizio su ciò che scrivo. Questo cambiamento, ovviamente, non è stato dettato dalla lettura di “Sono uno Scrittore ma Nessuno mi Crede”, ma dalla vita, più o meno.

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Buone letture sulla scrittura creativa a tutti.

Stay Tuned.

Librerie Perdute

Ciao White-roommers,

Quest’estate noi (plurale majestatis) ci recammo a Bratislava perchè era l’unico posto dal quale si potesse prendere un volo Ryanair per tornare a Milano da Vienna, ma tentammo di giustificare la nostra presenza laggiù pianificando una visita alla libreria chiamata Plural Bookshop  menzionata in questo articolo di Flavorwire come una tra le venti librerie più belle al mondo.

Nonostante la temperatura di 45 gradi percepiti al sole e nonostante la libreria non si collocasse affatto nella zona centrale della città, ci avviammo tra le vie malfamate per raggiungere il mistico luogo, Páričkova 18, 821 08 Bratislava.

E lì, anzichè il bookshop, trovammo questo.

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Andammo avanti e indietro per un po’ sulla via, tra manifesti per abiti da sposa kitsch e negozi abbandonati, e poi ci decidemmo a entrare tra i capannoni del cortile retrostante, tra terriccio e murales di dubbia fattura. Appena vedemmo una presenza umana pseudogiovane e quindi possibilmente anglofona, domandammo speranzosi “Plural bookshop?” ma la nostra interlocutrice rispose: “A Bookshop? HERE?

Dopo poco fece mente locale e ci disse che effettivamente sì, c’era una volta un café-libreria dall’altra parte della strada, “and it was very beautiful, but now it has been CANCELLED“.

Indomiti, ci recammo nel posto che la nostra “amica” ci aveva indicato (sul retro della via), e vedemmo un negozio di articoli da campeggio con un’architettura a gradoni simili a quella della libreria. Il commesso, quando gli mostrammo la foto della libreria sullo smartphone, ci rise in faccia dicendo: “NO MORE“.

Tornammo dunque verso il centro incassando la sconfitta, delusi dalla non-presenza della libreria e derisi dagli autoctoni, quando invece già pregustavamo i like su Facebook alla foto instagrammata della mitica libreria Plural.

Non poteva finire così: qualche giorno dopo scrivemmo all’indirizzo “info@plural.sk”, trovato qui, ci presentammo come amici dei libri e della cultura (…) e, commiserando il povero Plural Bookshop per la sua triste fine, chiedemmo spiegazioni.

Ci rispose Martin Jancok, che si presentò come uno dei due architetti dello studio Plural, specificando che in realtà la libreria si chiamava Alexis, e confermando che aveva chiuso nel 2012, a causa dei rischi di demolizione che caratterizzavano l’area. Un successivo tentativo di ricostruzione in un’altra zona, che vedeva lo studio Plural nuovamente coinvolto nella progettazione, era fallito.

Ecco svelati parecchi arcani: cercando “Plural Bookshop Closed” su Google, era impossibile risalire facilmente alla notizia della chiusura, invece menzionata qui.

L’articolo su Flavorwire, pubblicato l’ 1 Gennaio 2013, era dunque uscito attribuendo alla libreria un nome sbagliato, nonchè dopo la sua chiusura. Faremo ora un favore a tutti i poveri “amici dei libri e della cultura” come noi, che cercheranno “Plural Bookshop” su Google.

The so called “Plural Bookshop” (Bratislava, Slovakia), mentioned on an article that appeared on Flavorwire in 2013, was actually called Alexis, and does not exist anymore. It was closed in 2012 due to the demolition threats in the area.

Vi aggiornerò su quanti persone arriveranno sul sito cercando queste parole. Sicuramente moltissime.

Al di là di tutto, è un peccato, eh.

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Next stop: Corso Como Bookshop, Milano. Ci piace vincere facile.

Stay Tuned.

I tre libri che non ho letto quest’estate

Ciao lettori e lettrici, non di questo blog, ma in senso assoluto.

Le (mie) vacanze sono finite e, come sicuramente sarà capitato anche a voi, mi trovo a constatare amaramente che neanche quest’anno sono riuscita a completare tutte le letture che avevo messo in cantiere per l’estate. Anche quest’anno, le vacanze estive avrebbero dovuto essere il momento designato alle letture più lunghe ed impegnative, ma in extremis ho ripiegato su riviste o libri più all’acqua di rose, con svariate scuse, quali ad esempio: è un libro troppo pesante (fisicamente) per portarlo in spiaggia, è un libro troppo pesante (a livello di contenuti) per portalo in spiaggia, non mi va di portare il kindle in spiaggia.

Ecco la compilation dei miei tre libri mai spiaggiati di quest’estate, ovvero quelli che si sono arenati sulla mia intenzione di leggerli e che dunque alla fine non ho nemmeno aperto.

1Q84 (III) di Murakami. Ho provato ad iniziare questo libro mentre ero sul treno del ritorno da Londra a (credo) Aprile, tuttavia non sono riuscita ad andare oltre le prime due-tre pagine, forse a causa di un improvviso rigetto anti-Murakami provocatomi dall’indigestione del 2011/2012 (Norwegian Wood, 1Q84 (I & II), Sputnik Sweetheart,  South of the Boarder, West of the Sun), forse semplicemente a causa del sonno. Così, ho rimandato all’estate ma nel frattempo, ahimé, non mi ricordo più così bene le parti I e II, cosa che sicuramente rappresenterà un problema.

I Miserabili di Victor Hugo. Dopo aver visto il film con Anne Hathaway quest’inverno, che a sua volta aveva risvegliato ricordi adolescenziali di una certa fiction con Gerard Depardieu, John Malkovich e Asia Argento, mi ero ripromessa di leggere I Miserabili quest’estate, fermamente convinta che la troverei una lettura bellissima. Tuttavia, la lunghezza mi ha scoraggiato. Che amarezza.

Underworld di De Lillo. Era la tarda primavera 2012 e nella tube c’erano mille manifesti di Cosmopolis, che volevo andare a vedere approfittando delle magiche serate del lunedì low cost al Barbican Centre, ma non prima di aver letto il libro. Tuttavia, leggerlo usando solo il tempo a disposizione sulla metro nel tragitto casa-lavoro era stato abbastanza complicato. Ho idea che Underworld richieda ancor più concentrazione e quindi alla fine, purtroppo, non me la sono sentita.

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Dunque, uno in comune Silvia Pellizzari, autrice di questo post su Finzioni, dal quale ho preso spunto (io ne avevo solo tre perchè gli altri tre libri che volevo leggere quest’estate li ho letti davvero).

“Su-su-su summertime sadness” (Cit.)

Stay Tuned

Un’altra estate

Un’altra estate.

Le estati del liceo duravano tantissimo. Erano belle fino a circa metà luglio, e a inizio agosto cominciavano a finire. Più o meno mai più, dopo quegli anni, si ha il tempo per riuscire a fare durante l’estate tutte le cose che appunto all’estate sono state rimandate: leggere libri lunghissimi, rivedere film bellissimi, scrivere fino a tardi ascoltando canzoni che all’inizio erano registrate su cassette e CD, poi erano immagazzinate con precisione quasi ossessiva sull’oggetto-feticcio degli anni dell’università, l’iPod, e ora provengono da siti di streaming di varia natura.

Dodici-tredici anni fa, quando non c’era internet, si polverizzavano entro la fine di giugno le letture estive assegnate a scuola e poi ci si buttava su tutta un’altra serie di libri della biblioteca di cui anni dopo è quasi impossibile conservare memoria. Si ascoltavano a ripetizione canzoni che erano molto lontane dagli standard tipici dei tormentoni estivi, imparando i testi leggendoli sui booklet fotocopiati (Quando erano in inglese. Quando invece erano in italiano, si memorizzavano e basta). Si guardavano videocassette. A volte, capitava di passare agosto a casa. Faceva troppo caldo per uscire e non c’era in giro nessuno. Insomma, l’estate scorreva lenta.

Le  estati si accorciarono con l’arrivo di sessioni d’esame che finivano intorno al 25 luglio, con il secondo giro di appelli estivi, e gli orali per riparare, e l’attesa dei voti, e. Le fotocopie delle dispense, gli esercizi rifatti fino allo sfinimento giorno e notte, le battaglie contro il caldo e contro la tentazione di guardare tutte le partite di competizioni internazionali di calcio simili a quella che una volta, contro ogni sperenza iniziale, vincemmo. Facebook non c’era, e neanche internet d’estate. Avevamo pc portatili che pesavano più o meno dieci kili.

Poi venne il lavoro. Passare l’estate in città, difficile chiedere le ferie ed ottenere le settimane desiderate, quando si è nuovi. Nel mio caso, passare quattro estati a Londra significò anche dimenticarmi magliette a maniche corte e sandali per la maggior parte del tempo. I cavalletti dei motorini che lasciavano piccole impronte tonde nell’asfalto bollente e malleabile di Milano erano ormai un ricordo. Al suo posto c’erano giacchette e calze di nylon tutto l’anno. E, di domenica, il mare sbiadito di Brighton e Hastings, o, in casi più fortunati, Bianche Scogliere.

Nel frattempo, erano arrivati smartphone e Facebook ad annullare quel senso di pausa dal mondo civilizzato che era così rassicurante e permetteva veramente di tornare alla vita a settembre come nuovi, senza aver già visto tutte le foto delle vacanze degli altri.

L’estate non è mai stata la mia stagione preferita fino a quando non l’ho avuta più.

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Dedico questo articolo a tutte le persone che, come me, non hanno mai visto l’estate come la stagione in cui darsi alla pazza gioia, ma come un momento per assaporare la solitudine e quella sorta di malinconia che arriva quando ci si rende conto che un’altra estate è passata.

Agosto, Perturbazione.

Crepuscolaria, Otto Ohm.

Stay Tuned.