So Foot, So Good

La settimana scorsa ho acquistato per la prima volta So Foot, un mensile francese che parla di calcio. L’ ho fatto incuriosita dalla doppia copertina: Zidane o Platini, due giocatori francesi che (almeno per un certo periodo) hanno vestito anche la maglia della Juve. Non ho avuto dubbi nello scegliere la copertina con Platini, e non solo perchè nella foto Michel è in bianconero, ma anche perchè Zidane sarà anche stato autore di giocate bellissime, ma i primi piani di certo non sono il suo forte.

All’edicolante, che voleva rifilarmeli tutti e due, ho detto che Zidane se n’era andato dalla Juve troppo presto e quindi la copia con la sua copertina non la volevo.

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Come rivelato anche dal Corriere, si tratta di un numero speciale: per celebrare i 10 anni della rivista, So Foot ha intervistato alcuni grandi (o supposti tali) numeri 10 del calcio: Zidane, Savicevic, Hagi (altrimenti noto come “Il Maradona dei Carpazi”,  Platini, Zico, Ozil, Baggio, N’doram, Scifo, Ronaldinho, Sneijder, Gascoigne, Valderrama, Rivera, Litmanen, Stojkovic (altrimenti noto come “Il Maradona dell’Est”), Matthaus, Futre (altrimenti noto come “Il Maradona Bis”, ma solo secondo lui stesso).

La rivista mi è piaciuta molto, perchè parla di calcio in un modo che il Corriere definisce “fricchettone” (penso che vogliano dire che è ironica e cool) e risveglia quel sentimento presente in tutti gli appassionati, al di là del tifo per la propria squadra: fascinazione per le icone, interesse per gli aneddoti e le singole storie dei campioni (o dei bidoni) più eclatanti.

Nonostante in tredicesima pagina, sulla cartina geografica intotolata “Un Monde de 10”, per l’Italia compaiano, in quest’ordine, Rivera, Baggio, Zola, Totti, Del Piero, Mazzola, Antognoni e Giovinco (?!?), ignorando questo scivolone clamoroso ho proseguito nella lettura e ho finito per divorare la rivista (200 pagine). Così vi posso dire che:

– Edgar Davids a Torino usciva di casa di notte per mettersi a giocare con “i ragazzi della strada”, e a volte Zidane andava con lui.

– Dejan Savicevic in Montenegro ha atteggiamenti macchiettistici che ricalcano quelli di un boss della malavita, come il giornalista che l’ha intervistato non fa a meno di rimarcare più volte (ma mai esplicitamente) durante l’articolo.

– Il più penoso è sempre Roberto Baggio, con la sua incapacità di adattarsi nelle grandi e “la grande ferita che si risveglia sempre” del suo rigore a USA 94.

– Il più simpatico è Ronaldinho, il più antipatico Sneijder.

– Gazza: sono molto, molto sorpresa che sia ancora vivo.

– Valderrama: sono altrettanto sorpresa di sapere che sotto quel testone di capelli da rock star ci sia un “padre di famiglia”, uno che non si è mai dato agli eccessi fuori dal campo.

РBerlusconi ̬ citato tre volte. Nei pezzo si Savicevic, Rivera e Futre. Riporto le ultime due citazioni.
So Foot: “Une constante dans sa vie politique comme dans sa vie tout court: Gianni Rivera a toujours été dans le camp opposé a celui de Silvio Berlusconi. Logique, tant le deux hommes les plus symboliques de l’histoire du Milan AC représentent deux Italie différentes, qui s’opposent et se méprisent. élégante, subtile et décontractée chez Rivera. Vulgaire, brutale et cocainée chez Berlusconi. […] Hélas pour l’ancien Bambino d’oro, avec le temps, c’est bien la vision de Silvio Berlusconi qui s’est imposée en Italie et au Milan AC. Depuis 1986, l’ancienne idole regarde, impuissant, son mythe être réduit à la portion congrue dans les livres officiels d’histoire publiés par le club, au profit d’autres noms glorieux et plus affiliés au Cavaliere, comme ceux de Van Basten ou Chevtchenko.” (ndr: quest’ultimo non è un giocatore sconosciuto, è Shevchenko in francese…)
Futre: “Berlusconi n’est pas l’homme que les gens imaginent. C’est un être humain avant tout. Pas un dictateur. Il adore le football plus que n’importe qui. Et puis, c’était un homme spectaculaire! à chaque fois, il débarquait à Milanello en hélicoptère, pour bien montrer qui était le boss, et c’était comme si le monde s’arrêtait. C’est complètement fou!

– C’è pure un mini articolo fotografico sui vent’anni di Totti alla Roma, che comprende una foto di D’Alema che dice che Totti “a grandi dans une famille de gauche, avec une éducation de gauche et une sensibilité de gauche“. Insomma: a detta di D’Alema, Totti, metaforicamente (visto che è meglio che non apra bocca), dice più cose di sinistra di lui.

Tante altre magnifiche sorprese vi aspettano se leggerete questa rivista: vi consiglio di procurarvela, se vi piace il calcio e se leggete decentemente il francese. Prendete la copertina con Platini, mi raccomando.

Chiedo scusa ai non appassionati di calcio per averli esclusi dalla conversazione, e agli appassionati suggerisco invece anche un blog che ho scoperto recentemente e pubblica articoli interessanti e ben scritti: si chiama Ultimo Uomo.

Fate i bravi.

Stay Tuned.

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So Foot, So Good

Venti Righe (20 Lines)

Era il 10 maggio del 2012 e stavo per partire per un weekend a Parigi, senza sapere che meno di un anno dopo mi ci sarei trasferita. In quel periodo seguivo assiduamente il blog Solferino 28, del Corriere della Sera. Mi ritrovai davanti questo articolo, che parlava di una start up, a metà tra un social network e un sito letteratura, e corsi ad iscrivermi.

Mi colpì molto il fatto che i due fondatori menzionati nell’articolo avessero la mia età, un background molto simile al mio e lavorassero o avessero lavorato in posti simili a quello in cui in quel momento lavoravo io. (ero anche un po’ invidiosa, pensando “Lui ha lasciato la banca d’investimento per fare una cosa veramente bella!”).

Il numero del mio profilo utente, 212, non mente. Iscrizione precoce, forse addirittura prematura. Durante il primo anno di iscrizione, non usai mai 20 lines.

La pigrizia e l’incapacità di scrivere che sono state con me per circa un anno sono state causa di parte della mia negligenza in questo senso, tuttavia devo ammettere che il mio scetticismo verso il progetto era dovuto al fatto che avessi sempre pensato che la scrittura sia una cosa che va fatta da soli. E questo ve l’avevo già detto anche nel mio articolo sul romanzo di SIC. Tuttavia, un po’ proprio dopo aver letto “In Territorio Nemico” trovandolo un esperimento riuscito, e un po’ dopo aver trovato in diversi manuali di scrittura creativa l’invito a scrivere almeno “20 righe al giorno” per tenersi allenati, ho pensato che 20 lines potesse essere una palestra buona per me.

Inoltre, all’inizio ero molto snob. Non trovavo nessun racconto che mi piacesse da continuare, né lo stimolo a buttare i miei incipit nel calderone. Ammetto dunque che non sia stato facile imparare a scrivere su 20 lines, e talvolta facile non lo è tutt’ora, anche se si migliora andando avanti e creando “sinergie” con alcuni utenti, con i quali ora sto iniziando a scambiare anche opinioni e consigli costruttivi su come continuare i racconti in comune. Il sito ha il pregio e il difetto di permettere a tutti di scrivere tutto e, nonostante si tratti di un sito di scrittura collettiva, ogni “20 liner” ha, come ogni “artista”, un ego da soddisfare. Inoltre, tutti amano scrivere ma proprio per questo è difficile concentrarsi e leggere ciò che sia stato scritto da altri. Visto che non c’è editing da parte di “supervisori”, la coerenza stilistica e di contenuto dei racconti è basata sul buonsenso di chi scrive e anche a me è capitato di continuare perdendo dettagli inseriti nei nodi precedenti.

Il principio è quello che ogni storia sia composta da sei nodi e che da ogni nodo possano nascere infiniti nodi. Si può intervenire sulle storie durante un periodo di venti giorni dalla pubblicazione dell’incipit. Questo può essere uno schema che limita / concede troppo, a seconda delle opinioni e dei racconti, tuttavia è giusto che almeno qualche minima regola ci sia.

Lo Staff (Alessandro, Pietro, Marco e Francesco) è molto presente e vicino ai 20 liners, accetta e discute suggerimenti, promette miglioramenti per il futuro. Tra i piani, c’è anche quello dell’espansione all’estero.

Alcuni scrittori conosciuti hanno proposto i loro incipit su 20 lines, tra questi il più noto alle masse è sicuramente è Giorgio Faletti. L’incipit del collettivo Wu Ming è invece l’ultimo “fiore all’occhiello” di casa. Un ebook gratuito di racconti è stato pubblicato per festeggiare il primo compleanno di 20 lines.

Quello che sia Staff che autori si augurano è, naturalmente, che il livello delle produzioni salga (forse in numero, soprattutto in qualità) e che si arrivi a pubblicare delle buone antologie.

Il progetto è senza dubbio interessante e paragonabile a un “social network sulla scrittura” di cui io, da appassionata, un pochino sentivo la mancanza. Piano piano, sto imparando ad usare 20 lines come un pretesto per allenarmi a scrivere storie di (quasi) tutti i generi, anche quelli che naturalmente non sono proprio nelle mie corde, e a sviluppare trame. Ma devo ammettere che è anche un divertimento.

D’altra parte, 20 lines a day, genius or not.

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PS: Questo è un altro articolo che parla di 20 lines, più recente, apparso sul Sole 24 Ore.

PPS: Chi a questo punto non va su 20 lines a leggere i miei contributi è brutto e cattivo.

Stay Tuned.

Venti Righe (20 Lines)

Strano ma Londra | Mattia Bernardo Bagnoli

Ciao Ladies and Gents,

Due giorni fa ho letto, tutto d’un fiato e più per curiosità che per utilità, “Strano Ma Londra”, di Mattia Bernardo Bagnoli, Fazi Editore. Si tratta di una guida molto utile e dettagliata per chi sia interessato a trasferirsi nella capitale britannica.

L’autore, che vive a Londra da diversi anni, non fa mancare niente: ci sono capitoli molto dettagliati (e relativi link d’appendice) su come trovare casa, iscriversi all’università, trovare lavoro, sfamarsi in modo decente (vista la fama della cucina d’oltremanica e l’esigenza dei palati italici, questa non è una cosa così scontata), muoversi in città, diventare più o meno british.

La mia posizione di lettrice anomala (non ho intenzione di trasferirmi a breve a Londra: ci ho vissuto due anni e mezzo e l’ ho lasciata da relativamente poco tempo) mi ha portata ad essere meno interessata alle parti più manualistiche di questo libro e a ritrovarmi invece, con una certa malinconia, nei piccoli dettagli di tutti i giorni. L’accento Cockney dei taxisti, l’accento indiano dei call centers, gli orari insensati, quella sterlina su sette spesa da Tesco, i Sainsbury, i Boots e i piatti pronti che non ho mai osato assaggiare. L’assenza di prese elettriche in bagno, l’ Italian Bookshop, i sacchetti gialli di Selfridges, i vestiti delle inglesi al sabato sera, i vari posti italiani di Clerkenwell, l’evitare Camden per evitare i turisti, pensare che la City, in fondo, sia un bel posto, soprattutto quando è deserta. Il catalogare quelli di Foxtons come “gentaglia”, con tanto di short sad story a sostegno di questa tesi. L’attribuire un generico titolo (“Hic Sunt Leones”) al capitoletto che parla di tutte quelle zone a sud del Tamigi in cui, se non ci abiti, non andrai mai.

Da ex Londinese, posso permettermi di fare le pulci su qualche mancanza: non si parla del Pimm’s, immancabile drink “estivo” (leggi: di quei cinque giorni all’anno in cui ci sono più di 25 gradi), tra i cinema ultracool non sono citati gli Everyman e le loro poltrone radical chic (un biglietto 20 euro, ma vabbé, this is London), non si parla dei Christmas Crackers, la miglior scoperta del mio primo Natale Londinese. Poi: l’ unica parte di pura manualistica che non è accurata quanto le altre è quella relativa ai contributi e alla dichiarazione dei redditi. Infine: si dice che a Sloane Square passa solo la Circle Line (piccolo lapsus di autore ed editor: anche la District ci passa) e con un po’ troppa fretta si dice che non ci sono bankers a Pimlico: non è vero, in una certa casetta con la porta verde, io ne conoscevo due, ma quest’ultimo dettaglio, lo ammetto, è troppo di parte.
Tuttavia, c’è anche una curiosità molto simpatica, su una cosa che davvero non cononoscevo: il capitoletto sull’ufficio oggetti smarriti è stato sicuramente il mio pezzo preferito di Strano ma Londra.

Nei panni del lettore che davvero vuole trasferirsi a Londra, probabilmente, troverei estremamente utile il vedere raccolta in un libro tutta una serie di informazioni che altrimenti dovrei reperire alla bell’e meglio su internet, o chiedendo ad amici, o ad amici di amici, o ad amici di amici di. E ringrazierei moltissimo il signor Mattia Bernardo Bagnoli, con un bel thank you, mate.

Da super partes, credo che sia fantastico poter avere un insieme di raccomanadazioni così preciso per evitare perdite di tempo, intoppi burocratici e fregature. Ma allo stesso tempo, pur essendomi divertita moltissimo a ritrovare alcune cose della “mia” Londra in queste pagine, penso che certe piccole curiosità, come il cosa siano i quids, sia anche divertenti scoprirle da soli, strada facendo. Fa anche questo parte del gioco e dell’essere Cervelli in Fuga.
Per certi versi ho trovato Strano ma Londra, volutamente impersonale, troppo “freddo”, sia nell’apertura che nella conclusione. Questo, a mio parere, fa sì che al lettore non venga trasmessa in modo adeguato la magia del vivere in questa città e dell’arrivare, pian piano, a sentirla propria. Se volete recuperare, vi consiglio questo articolo, che ci dice un po’ di più su Mattia Bernardo Bagnoli, sulla “sua” Londra e sul suo modo di vivere la condizione di espatriato. E qui non è più questione di città: ci si possono ritrovare gli Italians Abroad di tutto il resto del globo.

Tower Bridge

In chiusura, ai Londinesi, ex- Londinesi e agli wannabes, consiglio un gioco, Look for Longer, un malefico rebus gigante: lo scopo è individuare i nomi di 75 fermate dell’Underground e della DLR all’interno di un quadro pieno di elementi bizzarri. Ci ho perso delle ore, mi mancano ancora poche stazioni, e se qualcuno ha idee sull’uomo con la tele, gentilmente mi faccia sapere, fermo restando che chi googla le soluzioni è brutto e cattivo.

P.S.: Scopro or ora dalla Twitter Bio dell’autore che è in rientro a Roma.
Non troppo strano, lasciare Londra.

Cheers.

Stay Tuned.

Strano ma Londra | Mattia Bernardo Bagnoli

La Mentalità dell’Alveare | Vincenzo Latronico

Vincenzo Latronico ha più o meno la mia età e vive all’estero: abbiamo dunque due cose in comune, anche se di politica, sicuramente, lui si interessa e ne capisce più di me.

Tuttavia, pur nella mia ignoranza e mancanza di passione per questo soggetto, in pochi giorni ho letto il romanzo che lui ha scritto in un tempo brevissimo, poco dopo le elezioni politiche italiane di febbraio 2013, La Mentalità dell’Alveare.

A convincermi a comprarlo, tre elementi: la precedente raccomandazione di un amico, che mi aveva parlato di questo autore, il prezzo di 0.99 centesimi a cui Bompiani ha praticamente regalato il libro il 15 Maggio scorso, una citazione dal libro apparsa in questo articolo de Il Post: “Piuttosto andiamo a vivere in un box auto, ma io in Brianza non ci torno“.

La Mentalità dell’Alveare è una critica alle dinamiche del M5S posta sotto forma di romanzo. Attraverso la storia di una coppia che risiede in zona Isola a Milano e che partecipa attivamente (lei più, lui meno) alle discussioni “democratiche” che hanno vita su un forum chiamato L’ Alveare, Latronico porta avanti la sua metafora chiamando RdV (Rete dei Volenterosi) il  M5S, e Pino Calabrò Beppe Grillo (i “Grillini” diventano dunque i “Calabroni”, cosa che in effetti fa anche abbastanza ridere). Gran parte dei fatti si svolge in un ipotetico 2015 in cui il M5S (ehm, la RdV) è al governo.

Dietro una correttezza di facciata e un tentativo di ripulirsi dai meccanismi sbagliati della politica, i personaggi che militano nella RdV finiscono per cadere vittime della “libertà di espressione” che vige sul forum del partito, e macchiarsi di crimini tanto simili ai giochetti praticati dai tanto criticati membri della “casta“.

L’ analisi è efficace e, credo, già condivisa da molti, così come il modo di “salvarsi dai mali della politica Italiana” adottato dall’ ultimo personaggio menzionato nel finale, il più giovane e pulito.

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Nel frattempo io festeggio tre anni di registrazione all’ AIRE ma continuo a scrivere in italiano perchè vi voglio sempre tanto bene (più o meno).

Stay Tuned.

La Mentalità dell’Alveare | Vincenzo Latronico

In Territorio Nemico | Scrittura Industriale Collettiva

Ciao Amici (?),

Ieri ho finito di leggere “In Territorio Nemico”, romanzo che ho acquistato mossa da curiosità verso il metodo SIC (Scrittura Industriale Collettiva),  e del quale ho clamorosamente mancato la presentazione tenutasi qui a Parigi alla libreria / caffé Marcovaldo (foto della serata recuperate qui).

Si tratta di un romanzo di recente pubblicazione, scritto a più di 200 mani attraverso il metodo di scrittura collettiva ideato da Vanni Santoni e Gregorio Magini. Parla di tre personaggi, legati fra loro (fratello, sorella e marito di lei) ma lontani nello spazio durante la narrazione,a loro modo eroi della Resistenza italiana. La casa editrice è Minimum Fax, che fa scelte editoriali intelligenti e mi è sempre stata piuttosto simpatica.

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Le premesse con cui mi accingevo a leggerlo non erano delle migliori: non sono normalmente fan di romanzi storici o di libri o film ambientati durante la guerra ed ero scettica nei confronti della Scrittura Collettiva, che mi sembrava troppo avversa al concetto di autore e alla possibilità, di dare ad un testo coerenza ed uno stile unico.

Tuttavia, la mia curiosità è stata premiata: la trama è avvincente e non si direbbe che il libro sia stato scritto da più di cento persone, partite da spunti e stili diversi.

Come tutto questo sia stato possibile, Santoni e Magini ce lo spiegano alla fine, regalandoci, nell’ ultima parte del libro, una guida al metodo SIC ed esempi della sua realizzazione. Per i curiosi, condivido qualche informazione, che potete trovare nel Manuale scaricabile anche a questo link.

Per darvi un’idea dei principi di base, il metodo SIC si basa sull’interazione tra gli Scrittori e i Compositori. Questi ultimi, in qualità di Direttori Artistici (DA), si occupano di “mettere insieme i pezzi”. Elementi cardine sono “Schede”, prodotte per diverse componenti del romanzo, ad esempio ci sono schede personaggo, relazione (tra personaggi), luogho, stesura e altre.

Siccome “tutti scrivono tutto”, in ogni Gruppo di Scrittura e per ogni componente del romanzo, ciascuno Scrittore compone una scheda, e le schede vengono poi assemblate dai Compositori, selezionando gli elementi più coerenti ed interessanti. La scheda finale viene poi ri-sottoposta al giudizio degli Scrittori che hanno contribuito a crearla, con un meccanismo di doppio feedback. Per esempio, il personaggio “Aldo” è messo insieme a partire dalle Schede “Aldo” composte una per ciascuno da un gruppo di scrittori, condensate in una scheda “ottimizzata” creata da un DA, e poi ridiscussa dallo stesso DA insieme al gruppo con il quale ha lavorato.

Il risultato, grazie alla presenza dei Compositori e dell’ editing finale fatto su tutta l’opera, ha due pregi: è coerente e allo stesso tempo raccoglie i migliori spunti creativi di tutti i partecipanti al processo.

In particolare, si è scelto il genere storico / avventuroso per il primo romanzo SIC perchè il romanzo storico, in quanto tale, nasce proprio da un’ iniziale raccolta di testimonianze. A tutti gli autori di “In Territorio Nemico” è stato chiesto, per iniziare, di condividere aneddoti relativi alla Resistenza e tramandati di generazione in generazione. Senza contare che i romanzi avventurosi sono quelli che meglio si prestano ad essere composti a partire da spunti creativi che generino episodi inaspettati. Inoltre, “La scelta del periodo ha dato origine a una importante motivazione di “Seconda generazione”: in Italia, la letteratura resistenziale – ossia una letteratura che parlasse del periodo della resistenza armata al nazifascismo – è stata a lungo al centro di un dibattito sulla possibilità che venisse scritto un libro (un romanzo) che potesse contemporaneamente descrivere la totalità di quel periodo storico e cogliere lo “spirito” dell’epoca. Il giudizio comune è che questo libro non sia mai stato scritto. […] Questo fatto è stato non di rado sentito come un “fallimento” per la letteratura italiana. […]“.

Ho parlato tanto della forma e delle modalità di composizione, perchè ammetto che il mio interesse per questo romanzo sia stato generato soprattutto da queste due componenti. Non voglio dilungarmi sulla trama perchè proviate a leggerlo e godervelo come un romanzo scritto da un autore “tradizionale”.

Dirò soltanto che ci sono scene di una veridicità che fa quasi paura, che buona parte della storia di Adele è ambientata in una zona di Milano che per cinque anni ho frequentato assiduamente (Piola, via Pacini, via Ampère, via Spinoza: per me, momento nostalgia) e che, pur non amando le storie che parlano di guerra, quest’anno di libri che hanno la guerra come sfondo ne ho comprati e letti due. Uno era questo. L’altro era il secondo romanzo di un autore la cui prima opera è diventata un best seller qualche anno fa. L’ho comprato a scatola chiusa e l’ho pagato almeno 1/3 in più di “In Territorio Nemico”.

Ma, alla fine, indovinate quale dei due ho preferito.

Stay Tuned.

In Territorio Nemico | Scrittura Industriale Collettiva