Troppo Veri. Ron Mueck, Fondation Cartier Exhibition

Per i lettori parigini: se vi siete chiesti se la coda che c’è sempre nel weekend su Boulevard Raspail valga la candela, la risposta è sì.

Le tre sale di mostra di Ron Mueck lasciano il segno per l’incredibile verosimiglianza delle sue creature, identiche ad esseri umani in tutto e per tutto, tranne che nelle proporzioni.

Alcune piccine, alcune giganti, forse per questo ancora più sorprendenti, le figure dello scultore australiano iperrealista sembrano avere dei sentimenti, parlano con gli sguardi.

La cosa più divertente è provare a fare il giochino già fatto da David Lynch e cercare di leggere i pensieri. Per esempio, la coppia di anziani rappresentata in Couple under an Umbrella sembra distesa, ma allo stesso tempo arresa. Nel godersi un pomeriggio al mare (immagino Brigthon, visti i tratti molto British di tutti i soggetti rappresentati), i due si lasciano avvolgere da un velo malinconico, dalla consapevolezza che ormai la giovinezza è andata. Ma continuano ad amarsi, come dimostra la delicata intimità della loro posa. L’espressione di lei, difficile da scorgere appieno, sembra intenerita, ma, da alcune angolazioni, anche preoccupata.

Per quanto riguarda la donna con i rami e quella con i sacchetti di Sainsbury, vi lascio all’interpetazione di Lynch (qui).

In uno degli spazi dell’esposizione, viene anche mostrato il documentario “Still Life: Ron Mueck at Work”, che mostra alcuni segreti della realizzazione delle opere. E’ stato girato nel suo studio di Londra e potete vederne qui un estratto.

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Sempre per i lettori parigini (questo post è di parte): Couple under an Umbrella la intravedete anche dalla strada.

Lo spettacolo finisce il 29 Settembre.

Stay Tuned.

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Troppo Veri. Ron Mueck, Fondation Cartier Exhibition

Brianzolitudine

Non so se sono tanto d’accordo con lo stereotipo di questo articolo. O almeno, in Brianza io ho conosciuto solo antieroi che si annoiano e basta.

Ho vissuto in Brianza per quasi venticinque anni e per gran parte di essi ho creduto di trovarmi nel migliore dei mondi possibili. Ero convinta che questa terra di formiche operose, così vicina a Milano, ci avrebbe salvati tutti.

Nella Brianza che resta intrappolata nei miei ricordi, non c’erano i Compro Oro e i capannoni dei cinesi che bruciano tra Brugherio e il cielo.

C’erano delle cose che ora non esistono più, tipo il Dada che era un pub con vista su una rotonda di Villasanta, nascosto dietro un distributore di benzina. Il Rock Targato Monza.

I rientri a casa il sabato sera, cantando in macchina tra il nulla e i prefabbricati, gli ecomostri. Il rapporto conflittuale con Milano.

Una metropolitana che non parlava inglese.

Il Live di Trezzo, il Bloom di Mezzago, la Loco.

Ci si perdeva in macchina tra le strade non illuminate di Oreno frazione di Vimercate, Vimercate, Villasanta. Carate Brianza, Besana Brianza, Cazzano frazione di Besana Brianza. Usmate Velate. L’infinita via Lattea della Valassina, il suo affacciarsi su: La Decathlon, negozi di mobili, negozi di mobili, negozi di mobili. Montevecchia, Monticello Brianza, Olgiate Molgora, Merate, Colle Brianza. Nava, frazione di Colle Brianza.

California, Frazione di Lesmo. Ovvero, dove i sogni finiscono.

E tutti quei Brianzoli che poi sono emigrati.

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Stay Tuned.

PS: La foto è un’ originale, fatta da me all’ uscita sud della Fermata Piccadilly Circus, Luglio 2009. Va da sè che lo sticker “Brianza Pride” non fosse opera mia. Un anno dopo, non c’era più.

Brianzolitudine

Contro il Tiqui Taca | Michele Dalai

Alle volte capita anche che qualcuno (nella fattispecie io) si trovi nella paradossale situazione di voler aumentare il proprio tempo di commuting giornaliero per avere il tempo di leggere. Stamattina ho preso il bus anzichè il treno per avere il tempo di finire un simpatico libretto sul calcio,  “Contro il Tiqui Taca”, di Michele Dalai.

L’autore, interista e fan di Mourinho, ci spiega in questo breve e divertente pamphlet “Come ha imparato a detestare il Barcellona”. Si inizia con la critica al modo di giocare dei blaugrana, definiti una squadra flipper, noiosa e pretenziosa nella sua ragnatela di passaggi, che non lascia spazio a elementi a lui molto cari, quali il catenaccio e contropiede, gli stopper ruvidi che spazzano in tribuna, i tiri da fuori dei centrocampisti. Si sottolinea poi la Messi-dipendenza dei blaugrana, evidenziando il fatto che Messi, nonostante i meriti in campo, non sarà mai una stella all’altezza di Maradona. Si continua con altri elementi (sicuramente già sentiti altrove, soprattutto nelle conferenze stampa di Mou) quali: la squadra di bravi ragazzi fatti con lo stampino con sponsor UNICEF che però si buttano in area, i favori arbitrali durante la Champions, l’espressione di una particolare antipatia verso Busquets, l’elenco delle sconfitte più clamorose subite dal Barcellona negli ultimi anni. La prima della lista è ovviamente, vista la fede calcistica dell’autore, l’eliminazione in semifinale di Champions 2010 ad opera dell’Inter di Mourinho.

Proprio la fede calcistica ha, a mio parere, impedito chi scriveva di essere totalmente obiettivo e lo stesso motivo impedisce anche a me di essere totalmente imparziale nella critica a questo testo. Io e Michele Dalai non abbiamo neanche lo stesso gusto in fatto di giocatori, in quanto lui si dice ancora ferito dalla dipartita di Ibra dall’Inter ed affascinato dall’arroganza di Cristiano Ronaldo: si tratta di due giocatori che, proprio per il loro atteggiamento, io cordialmente detesto (per non parlare di Mourinho). E quando si parla di clásico, per ragioni affettive (ricordi di vacanze giovanili a Barcellona e una finale di Champions persa dalla Juve con il Real nel 1998), non ho dubbi nel preferire i Blaugrana alle Merengues. Ma questo disaccordo non mi impedirà di ammettere che questa lettura mi è piaciuta, anche perchè “è calcio, e quando si tratta di calcio, la diagnosi è sempre grave ma non seria.” (cit.)

Una cosa è strana e cioè che, per quanto questo libro già dal titolo si definisca “Contro” il Barcellona, mi ha insegnato moltissime cose proprio sul Barcellona.

Per esempio, nel 1943 ebbe luogo una finale di Coppa del Generalissimo che il Barcellona, minacciato di morte prima di scendere in campo, perse 11-1. L’autore in questo guarda con simpatia quel Barcellona, costretto a piegarsi alle imposizioni del franchismo più che ad una squadra avversaria così nettamente superiore.

Come quella squadra, ma di fronte a situazioni diverse, il Barcellona di oggi è mes que un club proprio perchè fa da elemento cardine, unificatore, e anche vetrina mondiale, al movimento indipendentista della Catalunya, che nel Settembre 2012 si è riversato a fiume per le strade.

Per quante partite del Barça abbiate visto, sono sicura che pochi di voi abbiano notato che al minuto 17.14 di ogni partita in casa, ora i Catalani gridano “Indipendencia!”, perchè l’Indipendenza l’hanno persa proprio nel 1714.

Questo video, citato da Dalai nel libro, e segnalatomi anche da un caro amico catalano e innamorato dei blaugrana, cerca di spiegare il rapporto tra politica e calcio a cui ci troviamo di fronte. L’autore non si esprime in nessuna direzione riguardo alla questione politica, ma ci informa. E io mi limiterò a fare lo stesso.

Per sapere invece perchè i tifosi del Barça sono chiamati culé, vi invito a leggere il libro, la cui copertina porta i colori blaugrana, e che suggerirei come lettura a tutti gli amanti del giuoco del calcio.

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Peraltro, da questo libro ho scoperto anche una cosa che non riguarda il Barcellona, e cioè che esiste un saggio breve di David Foster Wallace chiamato Roger Federer as a Religious Experience, che potrebbe essere un pamphlet sportivo diametralmente opposto a quello scritto da Dalai.

O forse no.

Stay Tuned.

Contro il Tiqui Taca | Michele Dalai

La Centrale Elettrica di Battersea

Forse perchè ero particolarmente fanatica di un gruppo musicale composto da una persona sola chiamato “Le Luci Della Centrale Elettrica”, o forse perchè compariva sulla copertina di un disco dei Pink Floyd, la Centrale Elettrica di Battersea è sempre stato uno dei miei posti preferiti di Londra. Sarà anche che quando uno pensa a Londra, generalmente alla Centrale Elettrica non ci pensa.

Casomai, vederla ti può far venire in mente uno di quei film tristi sulle città industriali, altre città dell’ Inghilterra.

Mi dava il bentornato “a casa” quando intravedevo la sua sagoma gigante dal treno che da Gatwick mi portava a Victoria, ogni volta che tornavo da Milano. Trovavo rassicurante ma allo stesso tempo anche spettrale la sua presenza sul fiume. Una vecchia icona britannica, un elefante, “una di quelle rockstar che oramai il disco più bello della loro carriera l’hanno già fatto” (cit.).

Sono andata a salutarla, la mia ultima mattina da Londinese.

Pensavo che alla fine la sua storia sarebbe stata simile a quella della Bankside Power Station, oggi Tate Modern.  Avevo sorriso ma speravo che non fosse vero quando avevo letto che avrebbe potuto diventare lo stadio del Chelsea FC, perchè non sarebbe più stata “di tutti”. Ma mi era stato ancora più difficile accettare che il mio colosso di mattoni preferito si sarebbe trasformato, da enorme edificio appartenente ad un’epoca passata, decadente e ricco di fascino, in “the real estate investment opportunity of a lifetime“.

Speravo indubbiamente in qualche cosa di più rock’n’roll.

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E’ passato circa un anno e non vivo più a Londra, mi sembrava bello ricominciare parlando di un enorme palazzo abbandonato.

Stay Tuned.

La Centrale Elettrica di Battersea