Berlino, parte II

Erano. Rossi, con il loro cappellino in testa, con le braccia aperte, ma rigidi, come crocifissi. Persi, in quelle loro orbite nere, fermi. Non un passo di più, altrimenti sarebbero stati schiacciati. Dai tir, dalle macchine anni ’70, le vecchie Mercedes che adesso girano solo nell’Europa dell’est, fatte di quell’imponenza vecchia, di una ricchezza che ora non c’è più e adesso sembra solo nostalgia.

Nella città divisa, che a Lenin aveva detto goodbye, ancora immaginariamente fermi a darsi la mano per non far passare, transenna umana, la gente attraverso quel muro che certe volte ti sembra che non sia caduto mai. Presidiavano.

Si sono staccati. Come i petali dei primi fiori ricresciuti dai campi minati. E hanno iniziato a venire giù. Verdi, una gamba avanti, l’altra indietro, un braccio avanti, l’altro indietro. Sembrava un’andatura marziale, a volte. Una camminata spensierata, a volte. Che è un il modo di chi decide di andare a cambiare il mondo per renderlo più bello, anche se a ben vedere pure chi parte con questa intenzione, parte un po’ come per andare alla guerra.

Una guerra che nonostante tutte le favole non è mai finita. Ma eccoli. L’unica cosa rimasta uguale a prima, il cappello. Che è come una riga che gli trapassa la testa, una volta il dardo che uccideva i loro pensieri, oggi quella scintilla che ti fa nascere in mente l’idea di cambiare, svoltare, ripartire, avanti, andare.

Vanno. Sui treni quelli dipinti dai graffiti, che sono così veloci che non riesci neanche a leggere, le firme di quelli che si intrufolavano nel buio per portare nelle città e di città in città il colore. Sui treni quelli che cerchi di fotografare quando sono in movimento, così che esci te fermo, e dietro una macchia sfocata ma colorata, scenario urbano. Che si dispiega con irriverenza davanti a quelli in giacca e cravatta alla mattina. Davanti a quelli in giacca e cravatta come te.

Cantano. Canzoni imponenti che anche quando sono sussurrate hanno un retrogusto epico. Canzoni di quelle che ti ricordi le parole a memoria anche dopo che sono passati quindici anni e ti chiedi come è possibile che ti ricordi le parole di canzoni di quindici anni fa, ma non ti ricordi che cos’hai fatto ieri. E se suonano, suonano strumenti d’altri tempi tipo il violino, la cornamusa.

Costruiscono case e grattacieli. Fatte coi plettri smarriti. I plettri smarriti che sono caduti dalle tasche di tutti i musicisti, i suonatori con le tasche rotte dei jeans disfatti, dei jeans da poveri, i plettri smarriti sperduti nelle sale prove delle periferie delle grandi città, o delle città piccole che si credono grandi, come quella in cui sei nata tu. Tu che mia ami ancora. Io credo.

O forse, non mi ami più.

Si moltiplicano. Come i pani e i pesci di un Dio che forse non c’è. Dappertutto. Da lì, dalle tombe nere e sinistre del memoriale, come da un formicaio gigantesco proliferano. Come quegli insetti con tantissime zampe, che se li guardi tutti insieme sembra un animale solo. E vanno, vanno, dappertutto. Dalla città che porta una cicatrice grande come il mondo, vanno dappertutto. Nelle vie strette dei quartieri latini, sulle rive umide dei canali, là dove si abbandonano i motorini e i bambini. Sui viali quelli lunghi dove la notte mi vedi solo come due fari in lontananza, nelle vie di passeggio, quelle delle vetrine belle, delle donne impellicciate, degli uomini abbronzati anche d’inverno. Nelle carceri e negli asili.

Bruciano.

I semafori ormai fissano la città con occhi neri, grandi, vuoti.

Stanno arrivando.

Stay Tuned.

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