Danny Wallace

Oggi ho vinto un concorso di Feltrinelli su Twitter.

Per questo concorso bisognava inviare una foto con l’hastag #iniziatuttocon, ovvero una foto che rappresentasse un momento determinante nella vita di una persona.

Io ho mandato questa foto, fatta ad un biglietto che ho trovato davanti alla porta di casa a settembre (ma non era per me).

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Mi aveva colpito molto.

Il messaggio di uno sconosciuto, probabilmente dalla calligrafia una donna, che lasciava Londra per Parigi dicendo addio a un amore che dice di non rivolere. Ma verso cui si volta appunto per dire addio.

Tra non so quante foto, il giornalista, scrittore e uomo di spettacolo britannico Danny Wallace ha scelto la mia, insieme ad altre due.

Danny Wallace è il mio articolista preferito sul giornalino della metro “Shortlist”, e ha scritto “Yes Man”, “Friends Like These”, e “Charlotte Street”. Che è, appunto, il libro che grazie a questo concorso ho vinto io. Con il suo autografo.

Ed eccolo qui.

Alla fine sì, è solo un libro del valore di dieci sterline scritto da uno che la maggior parte dei lettori di questo blog non conosce. Però l’ultima volta che avevo vinto qualcosa era nel 2005.

Siamo tornati.

E parliamo sempre delle stesse cose: Londra, Parigi, cuori rotti, libri e concorsi di case editrici.

Stay Tuned

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Danny Wallace

Apologia di Tim Burton

Una settimana fa (due, tre, l’è istes) mi recavo all’ esposizione su Tim Burton a Parigi.
E pochi giorni dopo al cinema a vedere Dark Shadows.

Allora c’è chi dice che alla fine Tim Burton è invecchiato e fa sempre le stesse cose e che i film più belli erano quelli vecchi. Che è un po’ quello che capita a tutti i creativi, che siano registi, pittori, scrittori, visionari o semplici ciarlatani. Ognuno è ossessionato con le sue tematiche e quelle sono e restano, anche se reiterate, rielaborate, proposte sotto diverse forme a volte opinabili.

Per esempio Tim Burton era ossessionato dagli occhi, ci sono tantissime sue opere con gli occhi giganti, gli occhi che cadono, si staccano o rimangono attaccati alla faccia con dei frammenti filamentosi. Oppure persone con tantissimi occhi (che lui dice che quando piangono è un casino), oppure il bambino con i chiodi negli occhi. Il bambino con i chiodi negli occhi c’è in quel libro fighissimo (The Melancholy Death of Oyster Boy”) che avevo regalato a un sacco di persone a Natale, alcune delle quali non l’hanno nè letto nè capito.

Allora va bene che Alice era abbastanza indifendibile (specie dopo i soldi spesi per vederlo in 3D), però dopo questa esposizione inaspettatamente migliore delle mie aspettative mi sono ricordata che Tim Burton era un adolescente sfigato e probabilmente un bambino triste. Come il Bambino Ostrica e i suoi amici strani, come Edward Mani di Forbici da solo nella torre con le mani che tagliavano e i capelli pazzi. Come Jack. Come Ed Wood. Come l’omino del film a cartoni nuovo che esce ad Halloween in cui c’è questo Victor che riporta in vita il suo cane e che si intitola Frankenweenie. Ed è ispirato a una storia vera. La sua.

Ho visto sottovetro la lettera della Disney che gli rifiutava un lavoro perchè “il talento c’è, però“.

Tim Burton sfigato di ieri, ma voi l’avreste detto che uno che probabilmente faceva cose tipo andare al cinema da solo (come me, come tanti), avere paura del buio (come gli Afterhours), disegnare cose ispirate alla morte (come Damien Hirst, ma in un modo diverso), prendersi del tempo, spesso, solamente per pensare, potesse fare anche ridere?

Perchè effettivamente Dark Shadows fa ridere, o finalmente per lo meno uno esce dal cinema soddisfatto. Che a me capitava comunque anche quando lui faceva le storie con i bambini o i Mani di Forbici tristi.

“Uscendo di casa ho visto due personaggi di Harry Potter per strada e poi ho capito che erano Tim Burton e sua moglie.” (cit.)

The boy with nails in his eyes
Put up his alluminium tree
It looked pretty strange
Because he could not really see
(cit. n2)

Stay Tuned

Apologia di Tim Burton

Hipster

Premesso che gli hipster sono mainstream, soprattutto a Shoreditch, che è abbastanza vicino al quartiere dove prima vivevo io.

Premesso che a Shoreditch c’è una zona che chiamano “il Triangolo di Shoreditch”, tra Old Street, High Street Shoreditch, e un luogo non meglio identificato.

Leggevo un delizioso articolo sull’ ossessione (?) degli hipster per i Triangoli, che sarebbe motivata dalle tre (tre, come le punte di un Triangolo) seguenti ragioni:

1) il Triangolo ricorda un delta, che richiama la filosofia New Age, alla quale gli hipster sarebbero particolarmente affezionati.

2) gli YACHT, band molto amata dagli hipster, usavano spesso il triangolo come loro simbolo. Il leader del gruppo aveva tatuaggi a forma di triangolo sulle braccia.

3) il Triangolo avrebbe una forma che ben si adatta a rientrare in ogni pattern, e gli hipster, individui controcorrente ma dotati di straordinaria ironia, l’avrebbero scelto per contrasto.

Secondo me, è per il Triangolo di Shoreditch.

Chi di voi preferiva i robbosi anni ’90 a tutti questi hipster col Mac (così, senza punto interrogativo).

Being a Dickhead’s Cool. (cit.)

Hipsteria. (cit. n2).

Stay Tuned.

Hipster

Inghilterra del Nord

In Inghilterra una sterlina su sei è spesa da Tesco. Le mie, è molto probabile. Tra gli inservienti di Tesco la lingua ufficiale è l’indiano, un po’ come tra i cuochi e i camerieri è l’italiano.

In Inghilterra, anche, non c’è l’estate, come purtroppo è vero perchè al Primo di Maggio avevo ancora su il cappotto che avevo su a Natale e come scrive Viola Di Grado nel primo libro non di carta che ho letto, “Settanta Acrilico, Trenta Lana”, di E/O Edizioni.

Lei dice che “A Leeds l’unica cosa che non è inverno è una band di apertura che si sgola due minuti e poi muore”, e a Londra invece ci si mette i guanti al Quindici Maggio ma ci sono ancora tante cose che non sono inverno.

Ciò che mi ha colpito di più in questo libro è il ritratto spietato dell’Inghilterra del Nord, le vie di periferia desolate, i fiori ammazzati dalla primavera inesistente, le gang di ragzzini, le così poche vie d’uscita dal mutismo e dalla tristezza.

Un’ Inghilterra in cui sembra che i giorni passino in loop e l’alcool resta l’unica consolazione.

Questa foto l’ho fatta a Manchester con la persona che mi ha consigliato il libro.

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Peraltro, i libri non di carta si possono leggere con una mano sola.

Stay Tuned.

 

Inghilterra del Nord

La Fine della Carta

La mania di scrivere nella prima pagina dei libri che leggevo il mio nome e il mese in cui li avevo letti.

Jack Frusciante è Uscito dal Gruppo prestato a una decina di persone diverse nel corso degli anni, i loro nomi e i mesi in cui li avevano letti nella prima pagina, una specie di graffito disegnato da Stivo nella mezza pagina bianca all’inizio di uno dei capitoli.

La Boutique del Mistero di Buzzati restituitami con dentro foglietti con frasi lette circa un anno dopo.

Un libro di Scerbanenco col prezzo in lire che quando lo aprivi si spaccava a metà.

I libri della biblioteca, Non Ti Muovere comprato usato con le sottolineature fatte da qualcun altro.

I libri ordinati per autore. I libri ordinati per casa editrice. I libri ordinati per colore. I libri quelli brutti o quelli che mi vergogno a far vedere che possiedo, in seconda fila.

La mania di fare gli scarabocchi sui libri di scuola.

I piani per organizzare i sabati sera scritti sui margini del libro di geografia quello enorme, i disegnini e le caricature.

Una frase in prima pagina su tutti i libri dell’università, erano quasi sempre frasi degli Afterhours, o dei Placebo.

Partire per le vacanze, un quarto di valigia di libri, andare avanti e indietro da Londra, un quarto di valigia di libri.

Tutto questo non ci sarà più.

L’ultimo libro di carta che ho letto è stato Seta, di Alessandro Baricco.

“Just like the sky with no beginning or ending, I like reading a book without a last page”. (Cit.)

“E’ sempre lo stesso amore, cambia solo la forma” (Cit. n2)

Stay Tuned.

La Fine della Carta