Mese: aprile 2012

Padania

Il rumore dell’ accendino all’inizio di “Padania” è il rumore di quell’accendino rotto che tante volte abbiamo cercato di accendere nel buio, in macchina, o fuori da un esame. Quell’accendino che proprio non ne voleva sapere di fare la fiamma, come tante altre cose in una “Padania” che in fondo è stata, e talvolta ancora è, anche la mia.

Quella “Padania” che, nella mente di Manuel Agnelli e soci e nei loro dichiarati intenti, è lo stato mentale della chiusura, dell’affanno per raggiungere obiettivi in realtà vani, mentre “un sogno si attacca come una colla all’anima” e “tutto diventa vero, tu invece no”. E’ la desolazione delle “due ciminiere e un campo di neve fradicia”, immagine quantomai evocativa che mi ricorda i giorni in cui d’inverno si andava in macchina in posti che si chiamavano Melzo, Mezzago, Osnago, Carate Brianza, e la luce dei fari delle nostre prime macchine tagliava la strada e cantavamo gli Afterhours nell’autoradio e tentavamo di accendere le sigarette tutte e due dallo stesso accendino che faceva solo un rumore nel vuoto. E non so perchè nei miei ricordi era sempre inverno.

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L’altro colpo di fulmine la canzone numero dieci, Manuel all’inizio conta fino a quattro in tedesco e poi parla di un amore che non ha avuto nè lo spazio nè il tempo per esistere, ma c’è, da qualche parte, come un veleno, come un lutto al braccio, che sopravvive orgogliosamente sotto forma di dolore mentre si sta con un’altra persona, che più o meno incosciente aspetta a casa.

“Nostro anche se ci fa male” è la ballata tragica che parla di una possibilità non realizzata che rimane lì, nascosta come la polvere sotto il tappeto, un altro accendino nel vuoto che non si accende, o almeno non più.

In fondo non si accende neanche questo disco, che è complesso ed eccentrico al punto da risultare difficile da ascoltare, anche se oltre alle due canzoni di cui sopra mi viene (per affetto) da salvare anche “La Tempesta è in Arrivo”, che eppure però mi fa rimpiangere i  tempi di “Hai Paura del Buio?”, perchè di certi bei pezzi rock è una versione “un po’ così”.

Se ne parlava, se ne parlava e si diceva che alla fine continueremo ad amare gli Afterhours “perchè son gli Afterhours”. Ascoltare questo disco è come rincontrare una persona con cui ci siamo lasciati tanto tempo fa o tornare in un posto in cui abbiamo passato tanto tempo. Poche cose ce la fanno pur intensamente ritrovare, ce la fanno riconoscere negli sguardi, nel rivedere i nostri angoli. In queste cose rivediamo dei noi stessi che forse non ci sono più.

Ma. Anche se la copertina è bella non riuscirò ad amare del tutto questo album.

Solo, mi riportano indietro nel tempo dei pezzi.

Quelli che ascolto a ripetizione.

“Puoi quasi averlo sai, e non ricordi cos’è che vuoi” (cit.)

“Una di quelle rockstar che ormai il disco più bello della loro carriera l’hanno già fatto.” (cit. n2)

E comunque la “R” fantastica di Manuel Agnelli.

Stay Tuned

Milano da Lontano

Ce li ricorderemo come “Gli anni in cui si andava a Milano in vacanza”.

Gli anni in cui, innalzati gli “out of office” come muri del suono sulle nostre caselle mail, correvamo a cambiarci l’uniforme del lavoro e con su i jeans e le cuffie nelle orecchie trascinavamo un piccolo trolley sugli ascensori, fuori dagli ingressi delle sedi delle multinazionali e prendevamo il treno per l’aeroporto e una volta giunti agli imbarchi postavamo status su Facebook che dicevano “Milano, arrivo!”

Gli status di Facebook che vedo postare dai miei contatti, almeno uno o due ogni venerdì sera, tanti, tantissimi in occasione di ogni vacanza grossa, ponte, o bank holiday che dir si voglia.

E nonostante “non abiti più lì da sempre”, come dicevano i milanesissimi Afterhours, quando si sta per prendere un aereo che va in quella direzione, si dice sempre “torno a casa“.

Una Milano che non è mai stata così bella come quando la guardiamo da lontano.

“I miei pensieri andavano avanti e indietro tra Milano e Londra cento volte al giorno, come gli assistenti di volo”. (cit.)

Stay Tuned