Berlino

E queste erano le previsioni per domani, mentre pioveva su ieri.

Io avrei voluto fare l’orologiaio per contare gli attimi che avrei voluto averti con me, e invece c’erano solo scogliere a picco sul nulla. Intanto tu aspettavi i tuoi vestiti in una lavanderia pubblica da quattro soldi. I tuoi panni sporchi giravano e io avrei avuto una piccola stanza dove mi sarei mosso con delicatezza per non far cadere per terra tutti i minuti.

Avrei indossato quegli occhiali con delle lenti ridicole, cosicché avrei avuto un occhio enormemente più grande dell’altro, come gli scienziati pazzi dei film di quando eravamo bambini noi. Quei film dove i colori non brillavano bene, nelle videocassette che se le tiravi fuori male si rovinava il nastro e allora dovevo chiamare mio padre per aiutarmi a riavvolgerlo.

Non avevo più nessuno che mi aiutasse a riavvolgere la vita, era solo una vecchia giostra che girava da sola, dove qualcun altro si era già seduto sul cavallo che volevo io.

Di quando ti avevo detto non partire per la città del muro, che lì non si capisce neanche la voce della metropolitana. E tu mi avevi detto ma no, non c’è più la guerra e non c’è più il muro, la voce della metropolitana dopo un po’ la si capisce, e continueremo a stare insieme lo stesso.

E io ti avevo detto che il passato non si cancella e che invece la guerra e i muri c’erano sempre, e la voce automatica che mi rispondeva al tuo cellulare parlava come quella della tua metropolitana, e io non la capivo. E mi veniva in mente quel racconto dove c’erano sette messaggeri che andavano avanti e indietro e ci mettevano sempre più tempo ad andare e tornare, così tanto che alla fine non andava e non tornava più nessuno.

Non mi avevi risposto neanche quando volevo chiamarti per dirti che mia madre non ce l’aveva fatta. L’avevo vista spegnersi piano, dopo tanti mesi passati a guardarla di là dal vetro, che se io mettevo la mano sul vetro per salutarla, lei non si poteva neanche alzare per venire a toccare attraverso il vetro la mia.

Una volta le parlavo e le dicevo che ti avrei voluto sposare, e lei rideva ed era contenta, ma mi diceva che mentre io parlavo del futuro, lei invece non sapeva che cosa fare per fare passare il tempo. Il paradosso di sapere che te ne mancano pochi e non sapere comunque come impiegarli. Il non sapere quanti ne hai e riuscire a sprecarli.

Giorni, che pochi di essi cambiano la tua vita, come quello in cui lei per la prima volta mi aveva portato alla scuola di musica ed io ero alto poco più di un metro ma mi sentivo grande, o quel giorno in cui io ero già altissimo ma tu dicendomi che saresti partita mi hai fatto sentire piccolissimo. Quel giorno che mentre andavo poi in conservatorio in bicicletta ero caduto e mi ero rotto un braccio.

E tu mi avevi chiamato e mi avevi chiesto “Come stai?”. E io volevo dirti che stavo male ma non era per il braccio, e invece ti avevo risposto che stavo bene. E mia madre invece mi aveva chiesto “E il violino?”.

I giorni che pioveva troppo per andare in bicicletta e allora mi accompagnavi in macchina, la macchina non catalitica ereditata da tuo fratello che gliel’avevano regalata ma presa di seconda mano quando aveva fatto la patente, ma ormai se n’era comprata una nuova. Lui, che aveva un bel lavoro.

E tu invece facevi le fotografie con una reflex comprata con i soldi di quando facevi la cameriera, le fotografie storte che mi facevi mentre suonavo, le fotografie in bianco e nero o quelle che sembravano belle perché erano un po’ sfocate ma non l’avevi fatto apposta, erano fotografie sbagliate che non erano riuscite a fermare completamente quegli attimi che ancora non lo sapevamo ma avevano già cominciato a sfuggirci.

Anni, di spartiti e di pentagrammi volanti, della mia difficoltà irrisolta nel montare il leggio e nell’essere concentrato nei giorni dei concerti. L’agitazione che mi faceva tremare le mani e le mani del direttore d’orchestra che non riuscivo a seguire cosicché, se c’era una sbavatura, era sempre la mia.

Le tue mani che stringevano le mie per cercare di riscaldarle e di farmi stare tranquillo, che per te ero bravo lo stesso. Che in un certo senso a me bastava, la strada avanti e indietro da un conservatorio che non ho mai finito. E quello non è l’unico diploma che non ho mai preso.

Ora che mi sembra evidente che, oltre al fatto che non sarò mai un orologiaio, non sarò mai neanche un buon musicista.

Le domeniche mattina di oggi in cui, non sapendo cosa fare, metto un cappello a terra e mi metto a suonare in una via vicina al duomo, ma non c’è neanche nessuno che mi lasci un euro.

Le domeniche mattina di ieri in cui ti svegliavo suonando il violino, e la mia musica diventava sempre più triste perché le previsioni per domani erano che io sarei rimasto da solo e tu da sola te ne saresti andata, nella città divisa, mentre io avrei voluto mettere la retro per tornare a quei momenti in cui appoggiavamo le biciclette ai muri del nostro vecchio liceo e della biblioteca comunale e ogni volta che ci parlavamo era come sentire uscire una vecchia canzone italiana, uno di quei giradischi che funzionano ancora.

Ma mentre tu rimettevi in un sacco i tuoi vestiti umidi e io suonavo l’ennesima nota sbagliata, mi accorgevo drammaticamente che di quei momenti non potevo più riavere neanche un’ora, che si sa che per innamorarsi basta.

Il mio violino non aveva più suonato allo stesso modo da quando era caduto, e ormai è tardi.

Scritto: Londra, Aprile (?) 2011.

Foto: Berlino, Marzo 2009.

“Faccio quattro passi a piedi fino alla frontiera,

vengo con te”.

Stay Tuned.

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