Howard Beach (II)

Di quell’ora che si è persa ieri notte, insieme a tutte le altre cose, e del buio che arriverà più presto. Uscire di casa col buio e rientrare col buio, come tante, troppe volte.

Così fascinoso, l’inverno, però, quando gli spettri dell’estate che avevi ancora negli occhi si perdono tra le foglie gialle e, se fossimo ancora in Brianza, nella nebbia che ci avvolgeva in realtà come un manto rassicurante, come una scusa per giustificare il nostro non sapere dove andare. Se ne parlava, nelle domeniche buttate.

Ma era un’esagerazione campanilista, i fari delle prime macchine che avevamo guidato in vita nostra ti avevano portato a feste di Halloween in cui indossavi ali d’angelo fatte di fil di ferro, elastici e tulle, comprate su un’isola e dimenticate in un bagagliaio in una sera più lunga delle altre. I drammi più grandi erano esami studiati di notte, che sembravano ancora tantissimi ma poi ti eri trovata un giorno che non ce n’erano più.

Vagamente retrò come una canzone dei Depeche Mode, l’ultimo inverno tra la Brianza e una Milano che in realtà era quantomai lontana è stato tre anni fa, l’anno dell’ inizio di una crisi economica che non è mai finita.

E poi l’andare avanti e indietro come quel libro che era della biblioteca di Howard Beach, nel Queens, a New York, che passava ogni mese di mano in mano, quel libro che raccontava una storia non eccezionale, e che in quella biblioteca di Howard Beach non ci era mai ritornato.

L’ultima pagina ti aveva spiegato il perchè, come sempre avviene e come è giusto che sia.

Le squadre di calcio decadute che tornano a vincere,
i motociclisti morti,
gli esami che non finiscono mai.

Stay Tuned.

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