Mese: ottobre 2011

Howard Beach (II)

Di quell’ora che si è persa ieri notte, insieme a tutte le altre cose, e del buio che arriverà più presto. Uscire di casa col buio e rientrare col buio, come tante, troppe volte.

Così fascinoso, l’inverno, però, quando gli spettri dell’estate che avevi ancora negli occhi si perdono tra le foglie gialle e, se fossimo ancora in Brianza, nella nebbia che ci avvolgeva in realtà come un manto rassicurante, come una scusa per giustificare il nostro non sapere dove andare. Se ne parlava, nelle domeniche buttate.

Ma era un’esagerazione campanilista, i fari delle prime macchine che avevamo guidato in vita nostra ti avevano portato a feste di Halloween in cui indossavi ali d’angelo fatte di fil di ferro, elastici e tulle, comprate su un’isola e dimenticate in un bagagliaio in una sera più lunga delle altre. I drammi più grandi erano esami studiati di notte, che sembravano ancora tantissimi ma poi ti eri trovata un giorno che non ce n’erano più.

Vagamente retrò come una canzone dei Depeche Mode, l’ultimo inverno tra la Brianza e una Milano che in realtà era quantomai lontana è stato tre anni fa, l’anno dell’ inizio di una crisi economica che non è mai finita.

E poi l’andare avanti e indietro come quel libro che era della biblioteca di Howard Beach, nel Queens, a New York, che passava ogni mese di mano in mano, quel libro che raccontava una storia non eccezionale, e che in quella biblioteca di Howard Beach non ci era mai ritornato.

L’ultima pagina ti aveva spiegato il perchè, come sempre avviene e come è giusto che sia.

Le squadre di calcio decadute che tornano a vincere,
i motociclisti morti,
gli esami che non finiscono mai.

Stay Tuned.

Howard Beach

L’inverno era arrivato da un giorno all’altro e, come tutte le volte in cui quei muri di vetro si erano innalzati all’improvviso, aveva iniziato a fare freddo.

Più di dieci gradi erano precipitati come quel milione di scale che Montale aveva sceso dandoti il braccio,  il vuoto era ed è quello lasciato nell’armadio stamattina dal mio cappotto tirato fuori a rimpiazzare la maglietta a maniche corte che settimana scorsa mi aveva accompagnato sul continente coi treni d’acqua. Lo stesso cappotto di quando ancora tornavo a casa per Natale.

Tra le chiacchiere su Skype con qualcuno che non senti da tre anni, i voli economici prenotati, tutte quelle email scritte camminando, e i film troppo tristi visti il mercoledì sera, avevo comprato questo libro usato su Amazon, ed era un libro che probabilmente avevo già letto in un periodo della mia vita che posso collocare tra gli ultimi anni del liceo e i primi anni di università, e che neanche allora mi era piaciuto. Un libro in italiano comprato usato da Amazon UK, che ha, sulla prima pagina e sul dorso, il marchio di una biblioteca di Howard Beach, nel Queens, NY. Un libro che in quella libreria di Howard Beach non ci è mai ritornato, e che si intitola L’Altro Nome del Rock.

E chi l’ha scritto, in qualche modo, mi ha insegnato un poco a scrivere, negli anni ’90, e intanto quel maledetto John Frusciante se n’è andato di nuovo, e I’m with you scorre dimenticabile e l’unica cosa rassicurante è che in tutti questi anni la voce di Anthony Kiedies sia rimasta più o meno uguale.

Le frasi di Steve Jobs citate con insistenza in questi giorni come a farci riflettere, la triste consapevolezza che, nella vita vera, quando siamo stati hungry e foolish le cose sono andate male e abbiamo dovuto ripiegare, come i protagonisti di quel film troppo triste di mercoledì.

Le scatole di ricordi vuote o con dentro i plettri dei Verdena, mai visti in Lombardia ma visti a Bruxelles. Le lauree a cui non c’ero, un libro la cui storia è più interessante della storia che in esso è raccontata. Un libro la cui storia si può solo provare a immaginarla, un sabato pomeriggio dal cielo bianco, e tutte quelle cose che ormai non importano più.

La strana sensazione che ancora mi capita, quando vedo St. Paul’s nei film.

Stay Tuned.