Per ora noi la chiameremo felicità

Che non fosse un allegrone, il nostro Vasco Brondi, si era già capito da quel Canzoni da Spiaggia Deturpata che nel 2008 vinceva la Targa Tenco come Miglior Opera Prima cantautorale dell’anno.

Non ci stupisce allora che il suo disco di ritorno si intitoli “Per ora noi la chiameremo felicità”, da una citazione di Leo Ferrè, poeta monegasco. La copertina, due omini in una città grigia, con la testa coperta da un sacchetto, è del fumettista Andrea Bruno e l’album è disponibile anche in fighettissimo vinile bianco.

Facciamolo girare e salutiamo questa Cara Catastrofe, in cui Vasco ci invita a vedere l’avanzata dei deserti. Due anni fa per lo meno ci invitava a vedere le Luci della Centrale Elettrica, che è anche il nome scelto per il suo progetto, e che ingannevolmente può far pensare a uno di quei gruppi numerosissimi, ma in realtà solo di lui si tratta.

Ma se uno è genio, può essere abbastanza.

Per noi la chiameremo felicità non verrà certo ricordato per la varietà delle sue melodie, l’ ampia scelta di accordi o strumenti utilizzati, ci sono sempre le solite schitarrate in minore sulle quali Vasco sussurra e urla le sue poesie create da accostamenti insoliti e scioccanti.

Il secondo brano, Quando tornerai dall’estero, è la storia toccante di due innamorati da occupazione liceale separati dalla partenza di lei per una terra straniera non meglio definita: un argomento abbastanza attuale in questo periodo di Cervelli in Fuga.

Dalle contorte (ma non troppo) lyrics emergono i due i filoni conduttori dell’album. Il primo è la rabbia verso un paese che sembra non offrire prospettive ai giovani, i quali restano “con le transenne tra le costole, che il nostro ridere fa male al presidente” e che viene senza appello condannato dal nostro eroe in Anidride Carbonica, in cui le frecce tricolori vengono fatte schiantare in cielo “come quella sera”. Il secondo è l’amore che, ai tempi dei licenziamenti dei metalmeccanici, non può essere felice: ci sono camere separate e impossibilità di raggiungersi perché ci sono le targhe dispari a fare da ostacolo.

E’ verso i tre quarti del disco che, dopo la canzone più urlata (la sopracitata Anidride Carbonica) e la canzone più romantica (Le Petroliere) arriva il capolavoro: Per Respingerti in Mare, che si avvolge su se stessa e nei momenti in cui sembra mettersi in pausa riparte come il motore eterno del nostro furgone, per poi girare sul finale come una vera turbina da centrale elettrica, mescolando tutto: tristezze personali e la desolazione di un paese, l’immigrazione, l’inquinamento, le guerre, l’addio drammatico dei due amanti e le frasi sussurrate alla fine che non ci resta che leggere nel booklet del cd, altrimenti non capiremmo: “Avremmo fatto una figura migliore ad annegare ubriachi io e te nel Tevere”.

Le Luci della Centrale Elettrica si riconferma un progetto destinato a esaltare molti per la ricercatezza dei testi di Brondi, che nel frattempo è diventato anche scrittore per Baldini & Castoldi Dalai (“Cosa racconteremo di questi cazzo di anni zero”, 2009), e ad essere snobbato ed etichettato da altri come gli inutili vaneggiamenti di uno che non sa suonare e probabilmente non è nemmeno tanto apposto.

Si tratta solo di capire da che parte volete stare.

Io ho già deciso: amo questo mio quasi coetaneo ferrarese, che spicca proprio perché, in contrapposizione al suo molto più famoso ma prosaico omonimo, parla difficile. Ma comunque parla di noi.

Stay Tuned.

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Per ora noi la chiameremo felicità